La psicoanalisi e le altre psicoterapie

Dott. Egidio T. Errico • 15 giugno 2021

La psicoanalisi e le altre psicoterapie

Webinar del 12 giugno 2021

Premessa

  L’analista non esiste, giacché non ricade nel giudizio di attribuzione. Si tratta di una funzione etica che si esprime solo nella particolarità del soggetto che si analizza: vi è dell'analista solo se vi è dell'analizzato.   


Buongiorno a tutti e grazie per essere intervenuti così numerosi. Un successo che né Mariangela, né io ci aspettavamo. Evidentemente il desiderio dell’analista produce i suoi frutti giacché è unicamente grazie a questo desiderio che, come le volte precedenti, mi ritrovo nuovamente qui con voi e con molti altri, su questa piattaforma, a parlarvi di psicoanalisi, della mia psicoanalisi, continuando una consuetudine che ha avuto inizio alcuni anni or sono, prima della pandemia, a Salerno, in presenza, come si dice.

Ritengo infatti che sia proprio quello che Lacan chiama il desiderio dell’analista  a far sì che non sia facile, per un analista impegnato nella propria pratica, sottrarsi al sentimento di aver qualcosa da dire su quello che avviene con i propri pazienti, di darne testimonianza e di far sapere al pubblico in cosa consista la pratica della psicoanalisi.

Si tratta anzi, di più di un desiderio, di una necessità etica: il pubblico va correttamente informato sulla psicoanalisi, su cosa essa sia, e in cosa si distingue dalle altre terapie del disagio psichico. La gente ha a cuore la propria salute mentale e dunque va correttamente informata su come può proteggerla e curare e, soprattutto, su chi e come può farlo. Di quest’ultimo punto, sulla corretta informazione di cosa sia, di cosa può fare e di cosa non può fare uno psicoanalista, J-A Miller ne fa addirittura uno dei doveri fondamentali dello psicoanalista, dopo quello di essere veramente uno psicoanalista: rendere edotto il pubblico di ciò che uno psicoanalista è, di ciò che non sa e di ciò che può promettere.[1]

Siamo qui per tentare di assolvere a questo dovere.


La psicoanalisi e le psicoterapie

Lacan, a cui fu chiesto cosa fosse un’analisi e chi fossero gli psicoanalisti, rispose, con il suo solito stile apparentemente provocatorio ed enigmatico: la psicoanalisi è ciò che praticano gli psicoanalisti e gli psicoanalisti coloro che praticano la psicoanalisi, volendo con questo dire, da una parte, che la psicoanalisi in effetti, per l’oggetto stesso di cui si occupa, non può che sfuggire ad ogni definizione che sia data una volta per tutte, che sia cioè circoscrivibile in un concetto compiuto, e, dall’altra, sottolineare che essa è essenzialmente una prassi, una pratica che, in quanto tale non può considerarsi, a differenza delle altre discipline, come esistente per se stessa, come esistente cioè a prescindere da chi la richiede (il paziente) e da chi la pratica (lo psicoanalista). 

Possiamo qui già cogliere una prima, fondamentale differenza tra la psicoanalisi e le altre psicoterapie, ma anche tra la psicoanalisi e tutte le altre pratiche terapeutiche: solo la psicoanalisi non si costituisce come una disciplina che può sussistere come tale indipendentemente dalla domanda di chi vi si rivolge.

In altri termini, la psicoanalisi, a differenza di tutte le altre terapeutiche, non esiste come disciplina precostituita secondo un Canone universalmente riconosciuto. Nella psicoanalisi non si entra avendola appresa come una tecnica, così come si apprende, per esempio, la tecnica della Medicina, della Cardiologia, o anche della Psichiatria e delle Psicoterapie in genere, discipline che esistono di per sé a prescindere da chi le pratica. La psicoanalisi, pur non essendo una improvvisazione, è una pratica che si inventa ogni volta daccapo. Compito di ogni psicoanalista è dunque quello di inventare la psicoanalisi ogni volta che incontra il paziente che a lui si affida.

In sintesi, possiamo intendere la psicoanalisi come quella pratica della cura messa in funzione dalla domanda del paziente che, stando male, vuole saperne di più su ciò che non va e su ciò che non sa, e lo psicoanalista come colui che si dispone all’ascolto del proprio paziente, di cui, pur conoscendo le leggi che regolano il suo inconscio, sa di non saperne nulla circa e il desiderio che lo abita.

 

La domanda del bisogno

Entrando nel vivo del nostro incontro, e volendo cercare di cogliere la psicoanalisi alla luce di quello che la accomuna e, al tempo stesso, la distingue da ciò che invece intendiamo per psicoterapia, possiamo dire, che la psicoanalisi si costituisce a partire dal suo grado di distanziamento dalla psicoterapia, in particolare attraverso quella modalità che Lacan tratteggia nel suo celebre Grafo del desiderio, che ben dimostra la complessa articolazione sia della struttura della psicoanalisi, sia della domanda che il soggetto rivolge all’Altro - quindi anche all’analista - in rapporto al proprio desiderio:

In particolare, ai fini del nostro discorso, è la parte inferiore del grafo che descrive la struttura della psicoanalisi in quanto ancora psicoterapia, vale a dire quello che la psicoanalisi, a questo livello, ha in comune con la psicoterapia:

Questo livello è importante in quanto permette di avere un’idea precisa della struttura di tutte le psicoterapie, vale a dire di come esse funzionano, e dunque anche della psicoterapia psicoanalitica, intendendo con tale termine, la psicoanalisi quando funziona appunto come una psicoterapia.

Mi rifaccio, in questa sintesi, a quanto J.A. Miller riporta a pag. 160 dei I paradigmi del godimento.[2] Le psicoterapie funzionano in pratica secondo lo schema riportato nella figura 2, in quanto esse si costituiscono attraverso una relazione di padronanza, di dominio, che l’immagine dell’Altro - che Lacan scrive “i(a)” - esercita sull’io del soggetto (moi). È importante tener presente che questa relazione immaginaria - al pari di ogni relazione immaginaria – può sussistere solo nella misura in cui è supportata da una cornice simbolica i cui vertici sono quelli che si vedono nella figura, e cioè: $ (il soggetto diviso, barrato, da cui parte la domanda, che qui è ancora domanda del bisogno), A (l’Altro reale destinatario della domanda), s (A) (il significante che si produce) e I (A) (l’identificazione conclusiva all’Altro ora idealizzato).

In altri termini, il soggetto si rivolge all’Altro collocandolo in posizione di padrone, con un effetto di significazione che si produce, un s(A), e che si conclude con l’identificazione idealizzante con l’Altro I(A).

Bisogna tener presente che nella misura in cui riconosciamo all’Altro cui ci rivolgiamo la posizione di padrone, vale a dire di grande Altro - come lo designa Lacan e come non può non avvenire in qualsiasi relazione psicoterapeutica, quella psicoanalitica compresa – l’effetto di significazione dell’Altro che si produce è sempre quello della identificazione al grande Altro idealizzato. Questa è la base comune tra psicoterapia e psicoanalisi, anzi, possiamo affermare, come ricorda J-A Miller, che a questo livello la psicoanalisi è psicoterapia, cioè terapia attraverso l’identificazione.

Ora, la differenza tra la psicoanalisi e la psicoterapia si costituirà nella misura in cui lo psicoanalista si distaccherà dalla funzione di psicoterapeuta, nel senso che, pur accettando di essere posto in funzione di grande Altro - di padrone, dunque, altrimenti nessuno si rivolgerebbe alle cure di un analista - rifiuterà di identificarvisi, rifiuterà cioè di servirsi, nella propria pratica, del potere della identificazione. In altri termini, l’analista occupa sì il posto del grande Altro, al quale il paziente, spinto dal bisogno, si rivolge per essere aiutato in quanto sofferente, ma si rifiuta di funzionare come padrone. Questo rifiuto è supportato da quello che Lacan chiama il desiderio dell’analista, poiché si tratta di un desiderio più forte del desiderio di incarnarsi nella padronanza che il paziente gli riconosce, o di identificarsi con il sapere che il paziente gli suppone, dal momento che la padronanza che si attribuisce all’analista è padronanza di sapere: lei è il dottore, lei sa quello che ho e cosa devo fare. Per questo Lacan dirà che l’analista è il Soggetto Supposto Sapere. 

A questo livello, mentre lo psicoterapeuta si identificherà con il Sapere che il paziente gli suppone, l’analista accetterà la supposizione, ma ne rifiuterà l’identificazione. Di conseguenza, se lo psicoterapeuta, identificato con il Sapere, è colui che ritiene di possedere le chiavi della soluzione dei problemi del paziente, lo psicoanalista, che invece rifiuta di identificarsi con il Sapere, saprà di non possedere alcuna soluzione, e saprà anche di non sapere in anticipo quale possa essere la guarigione che il paziente può ottenere, o la salute che può consentirsi. Per questo, se lo psicoterapeuta è colui che dice al paziente, poiché, in quanto psicoterapeuta, ritiene di sapere, lo psicoanalista al contrario, chiede al paziente di dire, poiché egli, in quanto psicoanalista, sa di non sapere.  

L’importanza del grafo non consiste tanto nel riconoscere alla psicoanalisi un valore di ordine superiore rispetto alla psicoterapia, non consiste nella necessità di riassegnare l’oro alla psicoanalisi e di riservare il bronzo alla psicoterapia, bensì di permettere che lo psicoanalista sappia, in ogni momento della propria pratica, se si ritrova nel registro della psicoterapia o in quello della psicoanalisi, registri entrambi importanti a seconda dell’emergenza clinica del momento. Anzi, dal grafo possiamo desumere che uno psicoanalista ancor meglio può costituirsi come tale se è in grado di mettersi in funzione anche di psicoterapeuta quando serve, se sa cioè farsi trovare anche sul versante immaginario, laddove questo dovesse rendersi necessario, come infatti spesso oggi capita nella clinica dei  nuovi sintomi, senza per questo perdere di vista di essere uno psicoanalista, e dunque all’etica della psicoanalisi vincolato.


La domanda d’analisi

La psicoanalisi nacque, del resto, proprio dal passaggio che, su richiesta dell’isterica (stia zitto, non mi tocchi, lasci parlare me), Freud accettò di compiere dalla posizione di chi parla alla posizione di chi ascolta, e cioè dalla posizione dello psicoterapeuta a quello dello psicoanalista, dalla posizione dell’ipnotizzatore a quello dell’ipnotizzato: l’analista è infatti nella posizione dell’ascolto mediante quell’attenzione fluttuante che è propriamente l’ascolto psicoanalitico suggerito da Freud, mentre il paziente in quella di chi parla, invitato dall’analista a dire tutto quello che gli passa per la mente, secondo la regola delle libere associazioni.

 Ritornando al grafo, se la parte inferiore raffigura la struttura della psicoanalisi in quello che ha in comune con la psicoterapia, la parte superiore delinea l’articolazione della struttura della psicoanalisi in quanto distinta dalla psicoterapia, in quanto cura che non procede più per identificazione, poiché lo psicoanalista, rifiutando di assumere, di incarnare la padronanza del sapere che gli si suppone, si defila dal posto del grande Altro, per lasciar che si configuri ora come il grande Assente sul piano della risposta al bisogno.

 È nel momento in cui il bisogno non viene soddisfatto, come invece avviene nella parte bassa del grafo, che dal bisogno, come dice Lacan, si strappa la domanda da cui si abbozza il desiderio: “Il desiderio si abbozza nel margine in cui la domanda si strappa dal bisogno: margine che la domanda, il cui appello può essere incondizionato solo nei riguardi dell’Altro, apre sotto forma del possibile difetto che il bisogno le può apportare per il fatto di non avere soddisfazione universale (ciò si chiama: angoscia)[3].

 Domanda, quindi, che non è di questo o quello, domanda transitiva, come è il caso della domanda del bisogno, ma che è domanda intransitiva, di riconoscimento: non ti chiedo più di darmi quello di cui ho bisogno, ma ti chiedo di riconoscermi: chi sono io? E cosa voglio?

 Il desiderio, dunque, che si costituisce, come abbiamo visto, nella faglia in cui la domanda si strappa al bisogno, fonda la domanda d’analisi e include, e non esclude - come fa notare Lacan - l’angoscia che la soddisfazione del bisogno tende a coprire.

Non può avviarsi nessun procedimento analitico se non a partire da una domanda sostenuta dal desiderio, un desiderio convinto, dice Lacan. Nessun’analisi può avere luogo se non a partire dalla domanda del paziente: non della madre, del padre, della sorella, del fratello, del partner, ma del paziente e solo del paziente. Una domanda che non può essere neanche suggerita o prescritta, e che può essere indirizzata solo, e direttamente, ad uno psicoanalista. 

Esiste dunque un preciso rapporto tra il desiderio e la domanda: il desiderio è ciò che si domanda. Non esiste desiderio che non cerchi la propria domanda da rivolgere a qualcuno in quanto, come dice Lacan, il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro. E dunque la domanda che il soggetto rivolge all’analista, la domanda che si strappa dal bisogno, è sempre domanda di riconoscimento del proprio desiderio e, al tempo stesso, il desiderio è sempre desiderio di riconoscimento: chi sono io? Ma soprattutto: chi sono io per te?  Per questo il desiderio cerca di trovare sempre la domanda attraverso cui articolarsi, ricorrendo a qualsiasi cosa serva ad esprimerla, dalla parola al sintomo stesso. È precisamente in questo che consiste, e insiste, la domanda d’analisi. È la domanda dell’isterica, la domanda che interroga il soggetto su di sé e sul proprio desiderio. È questa la domanda che lo psicoanalista, a differenza dello psicoterapeuta, deve aspettarsi, deve lasciar emergere, affinché - se è il caso - possa avviarsi un’analisi: Lacan dice che l’analista deve favorire l’isterizzazione  del paziente, ma come? Frustrando il bisogno, in modo da apportare quel possibile difetto alla risposta incondizionata al bisogno, in modo da favorire – e non ostacolare – l’apertura della faglia da cui si abbozza il desiderio e la domanda si strappi al bisogno. Ciò sarà possibile solo nella misura in cui l’analista saprà rendere sopportabile al proprio paziente l’angoscia che ne deriva, sopportandola prima di tutto in sé stesso, giacché il passaggio dal bisogno al desiderio - Lacan lo dice a chiare lettere nella parentesi - si chiama angoscia, angoscia che non risparmia l’analista nel momento in cui si disidentifica dal grande Altro soccorrevole, e che è – noi lo sappiamo - l’angoscia della castrazione.

 La psicoanalisi procede al di là della castrazione e a partire da questa. La psicoanalisi è la risposta alla domanda del soggetto barrato: si fonda sulla barra.

 Le psicoterapie procedono invece al di qua della castrazione, ne prevengono l’angoscia, poiché seguono la linea del rispecchiamento immaginario che, come dice Lacan, è la difesa maggiormente organizzata nei confronti dell’angoscia. Tuttavia, le psicoterapie servono, dal momento che costituiscono, soprattutto all’inizio di un’analisi, e con taluni pazienti, l’unica psicoterapia possibile, spesso preliminare indispensabile alla possibilità che possa impiantarsi successivamente un’analisi. In quanto analisti dobbiamo sempre cercare di portare il paziente dal livello della domanda del bisogno a quella della domanda del desiderio, dal livello della psicoterapia, a quello della psicoanalisi. Per questo uno psicoanalista deve saper farsi trovare anche come psicoterapeuta, e se uno psicoterapeuta è anche psicoanalista è meglio!

A questo punto possiamo cogliere la differenza tra le psicoterapie e la psicoanalisi, non solo nella misura in cui lo psicoanalista si distacca dallo psicoterapeuta, ma anche nella misura in cui il desiderio prende le distanze dal bisogno.

È in virtù di tali distanziamenti che, di conseguenza, la suggestione, attraverso cui procedono le psicoterapie, cede il passo al transfert, sotto il quale opera la psicoanalisi. La pulsione entra nella catena significante articolandosi in domanda: l’origine del transfert sta qui, e mette in movimento il processo analitico.

Riassumendo i tre passaggi cardine, simultanei, che contrassegnano la distinzione tra il livello delle psicoterapie (parte inferiore del Grafo) e quello della psicoanalisi (parte superiore) sono:

1)     il passaggio dalla posizione di psicoterapeuta a quella di psicoanalista, vale a dire il passaggio dalla posizione di chi sa – quindi parla - a quella di chi non sa  - dunque ascolta;

2)     il passaggio dalla domanda del bisogno alla domanda del desiderio;

3)     il passaggio dal registro della suggestione a quello del transfert.


Gli inconsci e i transfert

Per Lacan, l’inconscio  e il transfert, sono due dei quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, insieme alla pulsione e alla ripetizione. Concetti, tuttavia, diversamente intesi nei vari indirizzi psicoanalitici, spesso in maniera anche molto divergente e controversa tra di loro. In particolare, sono quelli di inconscio e di transfert i concetti maggiormente rivisti e rimaneggiati nel corso degli sviluppi della psicoanalisi, da Freud in poi.

Infatti, tanto per fare un esempio, se è pur vero che oggi l’esistenza di una dimensione inconscia della mente - noi preferiamo dire del soggetto - è universamente riconosciuta, non solo dalla psicoanalisi nei suoi diversi orientamenti, ma anche nel campo della Psicologia in genere, e persino dalla Psichiatria e dalle Neuroscienze, e la nozione di inconscio fa ormai parte della cultura generale ed è entrata anche nel del discorso comune, non in tutti gli ambiti l’inconscio è però considerato allo stesso modo e, soprattutto,  non tutto ciò che il soggetto non sa di sé stesso ha a che fare con l’inconscio psicoanalitico. 

 Per ragioni di tempo, non possiamo qui approfondire come l’inconscio, ma anche i concetti di transfert, di pulsione e di ripetizione, siano variamente considerati nei diversi indirizzi psicoanalitici, Ci limiteremo all’inconscio e al transfert, considerandoli brevemente alla luce delle loro diverse concezioni tra la psicoanalisi dei cosiddetti post-freudiani e quella lacaniana, dal momento che tali divergenze incidono fortemente su sulla struttura e l’impianto generale della cura psicoanalitica nei due rispettivi orientamenti, sia sul piano della teoria che su quello della clinica.

 Come è anche fin troppo noto, nel primo Lacan, l’inconscio è strutturato come un linguaggio, attraverso le leggi della metafora e della metonimia, che corrispondono, rispettivamente, alla condensazione e allo spostamento, che Freud indica nel capitolo VII dellaTraundeutung come  i meccanismi implicati nel lavoro onirico. L’inconscio, in questa fase dell’insegnamento di Lacan, è l’inconscio della I topica freudiana, l’inconscio interpretabile attraverso le sue formazioni: il sogno, il lapsus, ma anche il motto di spirito e il sintomo. In questa fase il reale non può entrare in nessun modo nel simbolico e dunque è completamente tagliato fuori dal processo psicoanalitico.

A partire dal 1964 Lacan vedrà invece l’inconscio soprattutto nella sua qualità negativa di ciò che manca, di ciò che si ritrova nella battuta d’arresto del discorso, di ciò dunque che non entra nella parola o che vi entra in altro modo. L’inconscio, dunque, è agganciato alla parola inter-detta, alla parola che si produce dal taglio del discorso, vale a dire quella che, come vedremo, si produce in seguito alla interruzione della ripetizione della sfilata dei soliti significanti, dalla interruzione del transfert di ripetizione, in altre parole, dalla resistenza al dire.

 L’inconscio, allora, a differenza dell’inconscio freudiano, non è più tanto il contenuto nascosto alla coscienza, non è il profondo che si rivela alla superficie attraverso le formazioni simboliche e lungo la catena significante del discorso, ma ciò che è già lì, in superficie, alla superficie del discorso, tra le righe del dire, perché il soggetto dice sempre di più di quello che intende dire. A differenza quindi dell’inconscio freudiano, e quindi anche dei post-freudiani, l’inconscio non costituisce una struttura che preesiste in autonomia all’accadimento psicoanalitico, ritenuto in questo caso, ciò che lo rivelerebbe, ma è l’accadimento psicoanalitico stesso, soprattutto inteso come ciò che fa venir meno la parola. L’inconscio non è dunque ciò che sottostà alla coscienza e può essere diffusamente interpretato in ogni manifestazione dell’essere umano, come è nella concezione kleiniana, ma appare solo raramente, come un’apertura e una chiusura che può essere colta solo in après coup, solo nel momento in cui scompare. In questo senso, per Lacan, allora, l’unica formazione dell’inconscio è la parola, la parola che non viene detta o che viene detta in altro modo, essendo l’inconscio non ciò che già è, ma ciò che, nell’inciampo del dire all’analista, si produce.

L’inconscio assume quindi una connotazione negativa, è un non è, è dell’ordine dell’indicibile, dell’impossibile a dirsi e rimanda direttamente alla pulsione. Per questo, per Lacan, l’inconscio è etico, non ontico ed è ciò che si dà solo nell’accadimento singolare di una seduta.

Questa particolare concezione dell’inconscio influenza direttamente quella del transfert nella psicoanalisi lacaniana, e segna la differenza fondamentale con la concezione del transfert dei post-freudiani, ma segna anche - è importante ribadirlo - il confine tra la psicoanalisi e le psicoterapie, dal momento che il transfert insorge, come abbiamo visto, quando il bisogno lascia il passo al desiderio, quando la suggestione, attraverso cui operano le psicoterapie, cede al transfert, sotto il quale procede la psicoanalisi: per questo, potremmo dire che il transfert è ciò che si determina nel momento in cui la suggestione cessa di farvi obiezione.

Per i post-freudiani, il transfert è inteso come la ripetizione del passato sul presente o delle figure genitoriali su quella dell’analista. Lacan distingue invece il transfert dalla ripetizione, agganciando questa alla pulsione, mentre il transfert è, al contrario, ciò che interrompe la ripetizione, vale a dire, come ho anticipato poc’anzi,  ciò che interrompe l’incontro con le solite figure, con i soliti significanti, per aprire non più al passato, ma al nuovo, all’incontro, non con i soliti, ma con nuovi significanti, con qualcosa di inedito. 

Lacan ci presenta il transfert come il cattivo incontro,  l’incontro fallito, vale a dire l’incontro che si ha per il fallimento della ripetizione. Il buon incontro è invece l’incontro nuovo, non quello che si ripete, non l’incontro riuscito ancora una volta con l’identico della ripetizione. Si tratta del non-incontro con la sfilata dei soliti significanti, qualcosa cioè dell’ordine di uno scontro con l’uguale, con ciò che si ripete. In questo modo Lacan ci mostra che la ripetizione non è il transfert.

 Vi renderete conto che qui non si tratta solo di una differenza, ma proprio di una contrapposizione: se i post-freudiani ritengono si debba favorire il transfert in quanto ripetizione, l’analista lacaniano sa che è proprio questo tipo di transfert che va evitato.

 Nella psicoanalisi lacaniana dobbiamo insomma favorire quel transfert che Freud vide prima di tutto come resistenza, con la differenza che noi non lo interpretiamo, ma lo accogliamo silenziosi. Per Lacan, a differenza dei post-freudiani sarebbe un errore interpretare il transfert.

 Un transfert, dunque, non dal lato del congiungimento alienante con l’Altro, con l’effetto di significazione nell’identificazione, ma tutto dal lato della separazione, dal lato della caduta dell’identificazione alienante con l’Altro, vale a dire quel transfert in virtù del quale l’analista, da grande Altro di investimento della parola, transita verso il grande Assente, verso quel posto in cui egli non si fa trovare, non si fa trovare come figura di incarnazione dei soliti significanti.

Il transfert di ripetizione è un transfert simbolico, in quanto si produce nel movimento di apertura dell’inconscio all’elaborazione simbolica, e alla produzione significante, mediata dalla parola, mentre il transfert che si produce in seguito alla interruzione della ripetizione è il transfert reale, in quanto insorge come resistenza alla ripetizione della produzione significante ad opera della elaborazione simbolica, e, dunque il transfert reale è l’opposto del transfert simbolico.

Laddove, nel transfert di ripetizione, la parola situa il soggetto dal lato della congiunzione all’Altro cui essa è destinata, il transfert reale si iscrive dal lato della sua separazione: si tratta, ad esempio, di quei momenti in cui, nel corso di un’analisi, anche di una singola seduta, improvvisamente la parola viene a mancare e compare il silenzio. È  proprio nel momento in cui il paziente ci dice: non so più cosa dire, non mi viene più niente in mente, oppure quando si chiede: cosa ci faccio ancora qui? che, evidentemente, siamo giunti proprio sul bordo dell’inconscio in quanto ciò che al discorso si sottrae in quanto l’impossibile a dirsi.


Solo alcune brevi considerazioni ancora sulle differenze tra la psicoanalisi e le altre psicoterapie in relazione al percorso, all’oggetto di cui si occupano e alle loro finalità.

 

Il percorso

A differenza della psicoanalisi di cui ci occupiamo, le altre psicoterapie rispondono alla logica del mettere a posto quello che non va e promettono la guarigione dai sintomi. Sono dunque in linea con l’esigenza del soggetto della post-modernità di essere prontamente e del tutto restituito alla normalità non appena avverta quel qualcosa che non va, una normalità intesa come funzionamento senza inceppi. Le psicoterapie alimentano dunque l’illusione che sia possibile correggere qualsiasi allontanamento da questa idea di normalità. 

Lacan afferma a questo proposito che la più efficace delle terapie in questo senso, la vera cura di quello che non va, è la religione, che promette infatti la via della salvezza e la soluzione di tutti i mali del mondo. Il suo compito è quello di acquietare i cuori, di dare un senso a qualunque cosa. Per esempio alla vita umana.

 La psicoanalisi del Campo freudiano invece no, non promette risultati “miracolosi” di guarigione da tutto quello che non va, come se quello che non va fosse una malattia da cui guarire. La psicoanalisi non si propone di mettere tutto a posto, cosa che non è possibile, dal momento che invece, negli esseri umani, c’è sempre qualcosa che non è a posto, qualcosa che proprio non vuole saperne di mettersi al posto che vorremmo assegnargli, ed è l’inconscio: l’inconscio freudiano è proprio quel qualcosa che non va e che non vuole saperne essere messo a posto.

 La psicoanalisi, piuttosto, permette al soggetto di potersi maggiormente rendere conto che invece è proprio lì, in ciò che non va a posto, nell’inconscio, che egli risiede in quanto soggetto vero, in quanto soggetto del proprio desiderio, singolare, e irriducibile a qualsiasi tentativo di metterlo a posto una volta per tutte: il desiderio che dovesse trovare la sua “sistemazione” definitiva, il posto giusto e prestabilito dove accomodarsi, cesserebbe di essere desiderio e diventerebbe una gabbia.

Freud paragonava il procedimento analitico alla partita di scacchi: possono essere note in anticipo, intuibili, le mosse di apertura e di chiusura, ma è il centro della partita ad essere ignoto perché il centro dell’analisi è l’ombelico del sogno di Irma,  il buco di sapere che apre all’indicibile dell’inconscio e al reale contingente del transfert psicoanalitico. È qui che l’inconscio può trovare quella parola cui l’analista non deve far da ostacolo mediante l’uso della propria. È il momento dell’ascolto del  silenzio e il momento del silenzio della pulsione, vale a dire della interruzione del transfert di ripetizione.

 

L’oggetto

 L’oggetto della psicoanalisi non è lo stesso di quello  delle altre psicoterapie.

Infatti, se pure, come ricorda J.-A. Miller[4], psicoanalisi e psicoterapia riconoscono entrambe l’esistenza di una realtà psichica, la psicoanalisi si distingue dalla psicoterapia poiché non è della realtà psichica che si occupa, bensì dell’inconscio, che non è la stessa cosa.

  L’inconscio non ha a niente a che vedere con la realtà psichica poiché, se questa è assimilabile a un apparato di funzioni alterabili e dunque curabili, l’inconscio non può certamente essere pensato allo stesso modo, non può essere curato come un organo quando si ammala, essendo, piuttosto, l’inconscio, esso stesso il disturbo, la malattia del soggetto parlante. Che senso avrebbe dunque pensare di curare l’inconscio che in quanto tale è appunto piuttosto dell’ordine dell’incurabile? E da questo punto di vista, può allora la psicoanalisi essere considerata ancora una terapia? E di cosa? E d’altra parte, se ad essa comunque si rivolge chi sta male, in cosa consiste allora la cura psicoanalitica? Come e cosa cura la psicoanalisi a differenze dalle altre psicoterapie?

Ecco l’altra faccia della psicoanalisi: se essa, come abbiamo visto, è anche una psicoterapia, se pure la psicoanalisi è come psicoterapia che viene riconosciuta non solo da chi vi si rivolge, ma, almeno in Italia, anche dallo Stato, la psicoanalisi è al tempo stesso pratica che ha per oggetto la dimensione non riconoscibile in termini di qualcosa di curabile, né riconoscibile in termini di funzioni alterabili del soggetto.

La psicoanalisi, a differenza delle altre psicoterapie che fondano una clinica del funzionamento, della riparazione, si costituisce come clinica della mancanza, avendo per oggetto l’inconscio, che in quanto tale può essere, riconosciuto e anche interpretato, ma non curato.

 

Le finalità

La psicoanalisi, dunque, a differenza delle altre psicoterapie non può promettere la guarigione intesa come restituzione ad uno stato di salute precedente.

Nella Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola[5] Lacan affronta la distinzione tra psicoanalisi e psicoterapia proprio sulla questione della guarigione ricordando che se la psicoterapia è definita come la restituzione a uno stato anteriore, tale definizione è impossibile per la psicoanalisi. [6]

La psicoanalisi non punta infatti alla soppressione del sintomo, ma a far sì che il soggetto possa mutare la propria posizione in relazione ad esso, facendone qualcos’altro che una sofferenza o una ripetizione di godimento mortifero. La psicoanalisi non è una clinica della riparazione, ma un percorso etico, vale adire un processo che procede favorendo lo spostamento del   soggetto rispetto al solito discorso, che è quello del sintomo, affinché possa produrne un altro che sia qualcosa di diverso da un sintomo, e che Lacan chiama sinthome. Un modo nuovo, inedito di stare al mondo, di starci in maniera più sopportabile. Non si tratta perciò di restituire il soggetto ad una normalità perduta, ma di condurlo ad un dopo che non sarà più come prima.

Su questo piano, la psicoanalisi del Campo freudiano e quella degli sviluppi cosiddetti post-freudiani, pur muovendo entrambe dalla domanda di analisi, vale a dire da un’interrogazione soggettiva sul proprio sintomo, non procedono allo stesso modo, né condividono le stesse finalità, in quanto le finalità delle psicoanalisi dei post-freudiani sono opposte a quelle dell’analisi lacaniana.

Possiamo dire che le analisi dei post-freudiani sembrano ritenere possibile perseguire obiettivi precisi e che vengono intesi anche come indicatori ideali e attendibili di una psicoanalisi riuscita. Questi ideali sono essenzialmente tre:

 1) l’ideale dell’amore genitale inteso come quello in cui si realizzerebbe appieno la relazione oggettuale;

 2) l’ideale dell’autenticità, nel senso che essendo quella analitica una tecnica di "smascheramento" non può che condurre il soggetto alla sua autenticità più piena e genuina e alla sua verità senza veli e inganni;

3) l’ideale dell’autonomia, in virtù del quale il soggetto può arrivare alla felice condizione del superamento di qualsiasi vincolo di dipendenza dall'altro.

 Tali obiettivi, posti come finalità ideali delle analisi dei post-freudiani, dipendono, fa notare Lacan, soprattutto da quella famosa svista della frase di Freud Wo Es War, soll Ich werden, tradotta classicamente nel seguente modo: là dove è l’Es, lì sarà l’Io, nel senso di lì l’Io sloggerà l’Es, mentre la sua corretta traduzione per Lacan dovrebbe essere: lì dove è l’Es, lì Io giungerò, io in quanto soggetto e non io in quanto istanza, in quanto Soggetto dell’Es: Questo Es, prendetelo come la lettera S. È lì, sempre lì. È il soggetto. Si conosca o non si conosca. Non è nemmeno la cosa più importante – ha o non ha la parola. Alla fine dell’analisi è lui che deve avere la parola, ed entrare in relazione con i veri Altri. […] È qui che il soggetto reintegra autenticamente le membra disgiunte e riconosce la sua esperienza.[7]

Dunque, nel Campo freudiano, non è l’Io che deve prodursi, l’Io come luogo delle identificazioni idealizzate ed immaginarie, ma il soggetto diviso, il soggetto che emerge, al contrario, proprio dalla caduta delle identificazioni, non un essere un io, dunque, ma un dis-essere, sul piano delle identificazioni immaginarie.

 

La posizione dell’analista

Per concludere, la psicoanalisi non è una relazione tra due soggetti, non è una relazione intersoggettiva, non è una psicoterapia della intersoggettività nella quale due soggetti entrano in dialettica tra di loro attraverso una relazione di simmetria speculare. Nella situazione analitica il soggetto è uno solo, ed è il paziente, essendo l’analista il grande Assente, colui che, pur accogliendo su di sé l’oggetto prezioso, l’àgalma, sa che questo non è destinato a lui, poiché lui ne è solo l’ambasciatore, essendo quell’oggetto destinato sempre a qualcun altro, che l’analista deve essere in grado di mostrare al paziente.

 L’analista dunque deve sapersi ridurre a mero oggetto d’uso.

 Laddove, invece, dovessero mettersi  al lavoro due soggetti sul piano di una relazione simmetrica, lì non potrà mai esservi analisi, poiché non potrà mai esservi transfert psicoanalitico: il transfert, è ciò che s’impianta in conseguenza della asimmetria della relazione analitica, ed è per questo, come dice Lacan, che il transfert è il principio della cura che fa da inciampo alla intersoggettività.

L’analista non deve costituirsi dunque come il soggetto che si pone di fronte al paziente e che gli risponde a tu pe tu¸ non è il soggetto della risposta al bisogno e che dà quello che ha, il proprio sapere, non è neanche l’oggetto del soddisfacimento dei desideri: l’analista non ha nulla da dare, piuttosto egli si pone in funzione di oggetto che causa quel desiderio di sapere che è all’origine del transfert analitico.

Per questo il lavoro analitico è difficile: non dipende dall’utilizzo più o meno corretto di una  tecnica che possa essere appresa, ma procede in funzione di un’etica, vale a dire, non grazie ad un sapere, ma ad un saperci correttamente stare, col paziente, resistendo alle sollecitazioni che possono spingere l’analista a identificarsi con il Sapere che il paziente gli suppone. Una tale capacità è funzione non di un apprendimento scolastico, ma di quell’operatore logico che Lacan chiama il desiderio dell’analista, e che è quel desiderio, come abbiamo già detto, più forte del desiderio di mettersi in posizione di padrone del Sapere, quel desiderio che infervora nell’analista quella che Lacan chiama la passione dell’ignoranza, e che discende esclusivamente dalla propria analisi, un’analisi ben fatta e condotta fino in fondo. 

La formazione degli psicoanalisti

Solo un accenno alla questione della formazione degli psicoanalisti.

Nel “Il problema dell’analisi condotta da non medici. Conversazione con un interlocutore imparziale”  (1926)[8], Freud afferma: “Il professionismo è l’ultima maschera assunta dalla resistenza alla psicoanalisi, è la più pericolosa di tutte” , mostrando in questo modo di anticipare Lacan quando ricorda che in analisi l’unica resistenza è quella che proviene dall’analista, nel momento in cui si pone come il dottore, come colui che sa, ma che così facendo non sa che, attraverso la propria maschera professionale, sta facendo obiezione al transfert.

 Oggi ci ritroviamo in un’epoca in cui, dopo tanti anni, le Scuole di psicoanalisi, soprattutto italiane, stabiliscono criteri sempre più meticolosi a garanzia della corretta formazione degli psicoanalisti, in particolare da quando hanno deciso di sottoporsi al riconoscimento legale da parte dello Stato. Da quando hanno cioè deciso di avere un Padrone. La psicoanalisi è diventata una faccenda di professionisti che sono obbligati ad essere riconosciuti da un Padrone che ne attesti e garantisca professionalità e rigore, quando già nel 1926 Freud - ve lo ripeto - avvertiva: Il professionismo è l’ultima maschera assunta dalla resistenza alla psicoanalisi, è la più pericolosa di tutte.

Pongo dunque, in conclusione, un altro discrimine tra la psicoterapia e la psicoanalisi: se la psicoterapia è pratica riconoscibile e lo psicoterapeuta è figura abilitabile  su cui lo Stato garantisce, chi può garantire sullo psicoanalista. È fin troppo nota l’affermazione di Lacan che lo psicoanalista non si autorizza se non da sé stesso, con ciò intendendo, non certo che chiunque può improvvisarsi alla pratica della psicoanalisi, ma che costituirsi come psicoanalista richiede un atto di responsabilità soggettiva che può avvenire solo alla fine della propria analisi, e di cui occorre saper dare testimonianza attraverso quella procedura che Lacan ha definito della passe.

E dunque, ritengo, che sia arrivato il momento in cui le Scuole per la formazione degli psicoanalisti si interroghino seriamente se non corrano il rischio di produrre troppo professionismo nei nuovi psicoanalisti, di produrre più funzionari dei saperi forniti loro dalle Università, piuttosto che psicoanalisti in grado di rifiutare nella loro pratica di esserne i nuovi padroni.

 La formazione dello psicoanalista procede infatti soltanto nella direzione opposta a quella dell'insegnamento universitario, dal momento che è necessario che l'analista, nella sua pratica, si svuoti di quel sapere - che pure è opportuno che possegga in partenza, a patto però di sapere quando farne a meno. Lo psicoanalista, infatti, deve stare attento a non cadere nella trappola della convinzione che  il sapere appreso dall’Università possa servirgli alla conoscenza delle ragioni della sofferenza di cui si occupa, deve stare attento a non fare di quel sapere la propria maschera professionale.

 La formazione psicoanalitica, piuttosto, ha senso soltanto se si costituisce come dialettica tra due saperi che si contrappongono, quello del paziente, vale a dire dell’isterica, e quello universitario.

Una tale dialettica è necessaria in quanto isomorfa alla dialettica soggettiva tra il sapere inconscio (di cui il soggetto non sa) e il sapere cosciente (che il soggetto presume essere il suo unico suo sapere), per cui, se un analista non sa mettere in discussione il proprio sapere universitario per contrapporvi un vuoto di sapere, allora non potrà mai costituirsi in quel luogo in cui l'inconscio del paziente possa essere messo in parola, quel luogo in cui qualcosa di psicoanalitico possa accadere.

 

Salerno, 12 giugno 2021                                                                 




[1] J-A Miller, I paradigmi del godimento. Casa Editrice Astrolabio, Roma, 2001, pag. 163
[2] J-A Miller, op. cit. Nuovo paragrafo

[3] J. Lacan. Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano,  in Scritti, Einaudi, Torino, 1974, pag. 816

[4] J-A Miller,  op. cit., pag. 165

[5] In Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013, pp. 241-278.

[6] In questo importante scritto Lacan affronta la questione della differenza tra psicoanalisi e psicoterapia anche sul piano della logica di decidibilità, che attiene alla psicoanalisi, diversamente dalle psicoterapie che si muovono invece all’interno della logica di indecidibilità.

[7] J. Lacan, Il Seminario, Libro II, L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, 1954-1955. Einaudi Torino, 2006, pag. 284-285

[8] In Opere, vol. X, Bollati Boringhieri, Torino, pag. 345

Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 17 maggio 2026
Il fondamento di ogni relazione umana - che sia tale da permettere un autentico scambio dialettico interpersonale - è il riconoscimento dell'Altro come essere separato, dotato di un desiderio suo proprio e di una volontà autonoma. Il riconoscimento cioè che l'Altro è un altro da sé e non un altro di sé. Tuttavia, nei diversi contesti umani, questo riconoscimento dell'alterità dell'Altro non è garantita, non è scontatta. Perché? Perché spesso ci ritroviamo in relazioni nelle quali facciamo la dolorosa esperienza di non essere ascoltati, di non essere tenuti in debita considerazione, di non essere riconosciuti come soggetti dotati di una propria autonomia di pensiero? La psicoanalisi può mostrarcene le ragioni ed offrirci la possibilità di comprendere come e perché possano stabilirsi tali dinamiche, quali ne siano la logica e la struttura, e perché possono essere definite come perverse, allargando così il campo delle Perversioni da quello di certi comportamenti sessuali a quello di relazioni interpersonali caratterizzate dal rifiuto sistematico di riconoscere nella'Altro una soggettività sua propria, distinta e separata da sé. E' il Padre della Psicoanalisi, Sigmund Freud, ad individuare per primo il meccanismo centrale della perversione come Verleugnung, ossia, in italiano, come "diniego", "ripudio". Per Freud, il perverso è colui che si rifiuta di accettare la realtà della "castrazione", ovvero l'esistenza di un limite, di una mancanza, di una diversità irriducibile tra sé e l'Altro. La Verleugnung non è una semplice negazione, è di più, è una "doppia negazione": 𝑁𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑖 𝑚𝑎𝑛𝑐𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎, 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑠𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑒 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑚𝑒 𝑙𝑒 𝑎𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑚𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑖𝑜. È una posizione categorica e irriducibile di disconoscimento della realtà, e della verità oggettiva. Una posizione che, per essere sostenuta e conservata nella sua operazione di diniego, deve servirsi - questo è un punto importante - della scissione inconscia dell'Io, ossia della separazione e del disconoscimento di quella parte di sé che non può non riconoscere come stanno effettivamente le cose. Il diniego non è dell'ordine del delirio, non è una falsa verità, è l'odio per la verità e l'odio, prima che nei confronti dell'Altro e della sua verità, nei confronti di quella parte di sé che, riconoscendo la verità vera, non può ammetterla, ma solo trattenerla come una traccia crepuscolare. J acques Lacan riprende e approfondisce l'intuizione freudiana, spostando il focus dalla castrazione individuale a quella dell'Altro (il partner, la società, il linguaggio stesso). I l perverso non tollera che l'Altro sia "bucato" , mancante. Perché? Perché se l'Altro è incompleto e ha un proprio desiderio, allora può porre un limite al godimento del soggetto. Il perverso, invece, mira a un godimento assoluto, senza ostacoli. Non sopporta che il proprio godimento possa essere interdetto o messo in discussione dal desiderio dell'Altro. La sua missione diventa quindi quella di "tappare il buco" nell'Altro , di renderlo un partner completo, uno strumento prevedibile e funzionale al proprio godimento. Qui cogliamo la differenza cruciale con la struttura nevrotica. Se il perverso non tiene in alcun conto il desiderio dell'Altro, il nevrotico, al contrario, ne è talmente dominato da sottomettervisi completamente, al punto di dimenticare il proprio. Il nevrotico soffre immensamente del desiderio dell'Altro: lo riconosce, se ne fa carico, vi accondiscende o vi si ribella, ma non ne nega mai l'esistenza. Se la posizione del perverso nei confronti della mancanza dell'Altro è della d oppia negazione , quella del nevrotico è di un doppio riconoscimento : sia del desiderio dell'Altro, che della propria sofferenza nel temere di non potervi aderire del tutto. Tuttavia, questo doppio riconoscimento, per quanto doloroso, apre a una dialettica possibile con l'Altro. Nel preverso, invece, il diniego radicale delle ragioni dell'Altro chiude ad ogni possibile dialogo. Se il nevrotico è in una relazione dialettica infinita con l'Altro, il perverso se ne tira radicalmente fuori: valgono solo le sue ragioni. Il perverso non nega semplicemente la volontà dell'Altro, nega la validità stessa della sua esistenza come soggetto pensante e desiderante. In questo modo, il perverso confonde e fa vacillare la realtà dell'interlocutore, imponendo la propria come l'unica verità possibile. Questo è il cuore della posizione di godimento del perverso: l'annullamento della differenza. Una posizione che può sfociare in vere e proprie tragedie, come il fenomeno dello Stalking o dei femminicidi, nei quali viene soppressa, non la volontà dell'Altro, ma l'Altro stesso in quanto soggetto di una volontà diversa e intollerabile E tuttavia, spesso, la relazione perversa non è unilaterale, ma si nutre di una complicità inconscia. I due partner creano un "patto diabolico" in cui entrambi collaborano per distruggere la castrazione, la mancanza, in sé stessi e nell'altro. Il desiderio, che nasce dalla mancanza e fonda l'amore, viene sostituito dai godimenti complementari ldei due partner: Il godimento di chi plagia si incastra perfettamente con il godimento di chi si lascia plagiare, in un gioco che scongiura il rischio evidentemente più temuto, quello di amare davvero, ovvero di accettare l'incompletezza reciproca. In conclusione, la perversione non è solo una categoria diagnostica, ma una modalità relazionale che si basa sul disconoscimento della separazione fondamentale tra sé e l'Altro. È perverso ogni atteggiamento, individuale o collettivo, che neghi la legittimità delle istanze altrui per proteggere un godimento soggettivo. La Storia offre esempi terrificanti di questa logica: l'Inquisizione, le crociate, i totalitarismi. Sono tutti sistemi che si fondano sull'imposizione di un'unica Verità e sulla sistematica, violenta eliminazione di ogni posizione discordante. Sono la manifestazione di un rifiuto radicale di quella differenza che, invece, è il fondamento stesso dell'amore e della vita.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 10 maggio 2026
La tesi più radicale e spesso fraintesa di Jacques Lacan è quella che egli riassume nel celebre aforisma: 𝑛𝑜𝑛 𝑐'𝑒̀ 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. Questo non significa, banalmente, che gli esseri umani non facciano sesso tra di loro o che non vi siamo atti sessuali. Significa qualcosa di molto più profondo, ossia che non esiste una formula, un codice naturale che possa scrivere la relazione tra un sesso e l'altro, che possa prestabilirla una volta per tutte, che possa predeterminarne l'armonia, garantirne il funzionamento ottimale e il successo. Non esiste una matematica del sesso umano, una sua scrittura, tanto nella biologia, quanto nell'inconscio stesso. A differenza degli animali, guidati dall'istinto che crea un rapporto fisso e funzionale alla specie, l'essere umano, essendo immerso nel linguaggio, ha perso per sempre questa bussola biologica. Siamo 𝑝𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎, e questo ha due conseguenze fondamentali. In primo luogo, 𝐼𝑙 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒: non ci accoppiamo, mettiamo in scena una fantasia. Non desideriamo l'Altro in sé, ma l'oggetto causa del nostro desiderio ((𝑜𝑔𝑔𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑎)) che presumiamo l'Altro possegga. Ogni atto sessuale non è un incontro tra due nature che si completano, ma un complesso dialogo tra due mondi inconsci, due fantasie che solo per un breve istante possono sperare di sovrapporsi, senza mai combaciare del tutto. Il sesso allo 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑢𝑟𝑜 è impossibile perché la parola si è insinuata tra noi e il reale del corpo, rendendo ogni esperienza irrimediabilmente soggettiva e filtrata dal significato. In secondo luogo, i rispettivi godimenti non sono complementari. Non esiste un godimento "della coppia" che nasca dalla fusione di due metà. Esiste il godimento di un soggetto e il godimento di un altro soggetto. L'idea di 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑢𝑛𝑜 è l'illusione per eccellenza. Prova ne è la persistenza dell'autoerotismo: una parte del godimento del corpo resta sempre privata, solitaria, non condivisibile e non traducibile nel linguaggio dell'Altro, irrimediabilmente esclusa dalla dialettica discorsiva dell'amore. 𝑂 𝑠𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎 𝑜 𝑠𝑖 𝑔𝑜𝑑𝑒, potremmo dire, estremizzando i due registri, del reale del corpo e del simbolico del linguaggio È il 𝑔𝑜𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑈𝑛𝑜, che resiste all'ingresso nel legame a due. A questo punto, cosa riempie il vuoto lasciato dall'assenza di un 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 scritto dalla natura? 𝐋'𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞. Lacan afferma che 𝑙'𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑝𝑒𝑟𝑖𝑠𝑐𝑒 𝑎𝑙𝑙'𝑎𝑠𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. L'amore è il discorso, l'invenzione, la costruzione poetica con cui tentiamo di dare un senso a questo 𝑛𝑜𝑛-𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜. È il legame che si sforza di creare un ponte sull'abisso che separa due godimenti. Mentre il sesso rivela la disgiunzione fondamentale, l'amore è la promessa (sempre illusoria, ma necessaria) che un'unione sia possibile, che il godimento dell'Altro possa essere compreso e condiviso, che da due si possa davvero diventare Uno. Amare, in questa prospettiva, diventa un atto etico di straordinaria complessità. Non significa trovare 𝑙'𝑎𝑙𝑡𝑟𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑙𝑎 di Aristofane che ci completa. Amare significa tollerare la crepa che ci divide dall'Altro, accettare che l'Altro rimarrà sempre un mistero, con un nucleo di godimento inaccessibile. Amare significa amare la mancanza dell'Altro (𝑎𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 ℎ𝑎, dice Lacan), significa saperci fare con il reale del sesso, ossia vivere la sessualità non con la pretesa di una fusione totale, ma con la consapevolezza della distanza, trovando una meraviglia proprio in quel tentativo, sempre rinnovato e sempre parzialmente mancato, di toccare l'irraggiungibile alterità dell'Altro. Perché questa coesistenza di unione (l'amore) e disgiunzione (il sesso) sia possibile e sostenibile in una coppia, occorre che entrambi i partner dispongano di un Significante speciale, che presiede a tutti i significanti, e che Lacan chiama il 𝐅𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐢𝐦𝐛𝐨𝐥𝐢𝐜𝐨, vale a dire quell'iscrizione etica che orienta il desiderio e disciplina il godimento. L'amore diventa allora quella meravigliosa e talvolta infernale invenzione che ci permette di 𝑓𝑎𝑟 𝑓𝑖𝑛𝑡𝑎" 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑎, e in questo far finta si gioca tutta la ricchezza, la tragedia e la bellezza della vita umana. @follower Per approfondire: https://www.egidioerrico.com/cosa-la-psicoanalisi-ha-da-dire-sullamore-e-sul-sesso
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 9 maggio 2026
La madre porta con sé il segreto indicibiledel significato del proprio bambino
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 23 aprile 2026
IL DESIDERIO È SEMPRE PER UN CORPO, L'AMORE È SEMPRE PER UN NOME, IL NOME DI QUEL CORPO . Il titolo, sebbene non sia una citazione letterale di Lacan, è una sintesi del suo insegnamento sulla complessa dialettica tra amore e desiderio. Approfondiamo l’argomento, mantenendoci all’interno della teoria lacaniana. L'aforisma del titolo si scompone in due movimenti principali che si unificano nel finale. 1. Il Desiderio è sempre per un Corpo. Per Lacan, il desiderio (désir) non è né il bisogno (biologico, che può essere soddisfatto, come la fame) né la domanda (la richiesta articolata all'Altro, che è sempre una domanda d'amore). Il desiderio nasce proprio dallo scarto tra il bisogno e la domanda. È un resto, un'eccedenza, ed è per sua natura inconscio, indistruttibile e metonimico: scivola incessantemente da un oggetto all'altro senza mai trovare un appagamento definitivo. Cosa significa che è per un corpo? In primo luogo che il desiderio non si rivolge alla persona colta nella sua totalità, ma è innescato da un "oggetto parziale", quello che Lacan chiama “oggetto piccolo a” (objet petit a). Questo non è un oggetto reale che si può possedere, non è un oggetto meta del desiderio, ma ne è la causa fantasmatica. Il corpo dell'altro diventa il luogo, il palcoscenico, in cui immaginiamo di poter trovare questo oggetto perduto: uno sguardo, una voce, un seno, un certo modo di muoversi. Il corpo è il supporto materiale del nostro fantasma fondamentale. In secondo luogo che il desiderio si muove prevalentemente nel registro dell'Immaginario. Desideriamo l'immagine dell'altro, il corpo come Gestalt, come forma che promette una completezza che a noi manca. È una relazione duale: "io" desidero "quel corpo" perché immagino che possa colmare la mia mancanza (manque-à-être). Infine perché, in quanto legato all'oggetto parziale e all'immagine, il corpo del desiderio è, per il suo carattere metonimico, intercambiabile . Finito l'incanto di un corpo, il desiderio può facilmente spostarsi su un altro che sembra incarnare meglio, o in modo nuovo, l'objet petit a. Il desiderio è seriale. In sintesi, con la prima parte dell'aforisma volio dire che il desiderio è radicato nella pulsione, si aggancia a frammenti del corpo dell'altro e opera in una logica di consumo e sostituzione, senza mai raggiungere una vera soddisfazione. 2. L'amore è sempre per un Nome, il Nome di quel Corpo. Qui la prospettiva cambia radicalmente. L' amore , a differenza del desiderio, si colloca nel registro del Simbolico . Il "Nome" non è da intendersi come il semplice nome anagrafico, ma ha una precisa valenza simbolica: è il modo attraverso cui i nostri genitori hanno deciso come saremo riconosciuti nella nostra singolaritàtà e insostituibilità. È la funzione simbolica che iscrive un soggetto in un ordine, in una genealogia, in una storia. Il Nome rappresenta l'unicità irriducibile del soggetto, la sua particolarità assoluta all'interno del linguaggio e della cultura di appartenenza. Il Nome è ciò che fa di un esistenza biologica un essere umano, che imprime alla nuda vita il carattere dell'eternità : di ognuno di noi muore il corpo, ma non il Nome. Quel Nome che fa di un individuo quel soggetto e non un altro. Amare qualcuno significa amare questa sua singolarità, questo suo "Nome": l ’amore è sempre per un nome , dice Lacan. L'amore è il movimento che permette di superare la visione dell'altro come mero corpo-oggetto per riconoscerlo come soggetto. Si ama la sua mancanza, la sua "castrazione" simbolica, la sua finitezza. Come dice Lacan, amare è dare ciò che non si ha . Si offre la propria mancanza alla mancanza dell'altro, creando un legame che non si basa sul possesso ma sul riconoscimento reciproco di un'incompletezza. Si ama il Il Nome di quel Corpo vuole indicare la congiunzione cruciale dell'amore a quel corpo e solo a quel corpo. L'amore non è un'astrazione platonica. È l'atto che salda la singolarità simbolica (il Nome) a un corpo particolare e contingente . L'amore opera una sorta di "miracolo": fa sì che tra tutti i corpi desiderabili del mondo, uno solo diventi insostituibile. Perché? Perché quel corpo diventa il significante del Nome che amiamo. Il corpo cessa di essere un oggetto intercambiabile e diventa l'incarnazione necessaria di quella soggettività unica. L'aforisma descrive dunque la funzione dell'amore come ciò che àncora il desiderio e che, come dice Lacan, lo umanizza. Senza amore, il desiderio è condannato a un'erranza infinita, a una ricerca senza fine del corpo perfetto che possa incarnare l'objet a , una ricerca destinata al fallimento e alla ripetizione. È la logica del Don Giovanni: ogni corpo è desiderabile ma nessuno è indispensabile. L'amore interviene a interrompere questa catena metonimica. Opera una metafora : la sostituzione di un significante con un altro. Il corpo dell'amato viene elevato a significante dell'unicità assoluta del soggetto. L'amore dice: " Desidero questo corpo non perché ha questo o quel frammento che cattura la mia pulsione, ma perché è il corpo di questo Nome, di questa persona unica che per me non ha eguali ". In questo modo, l'amore non nega il desiderio, ma lo riorienta, lo stabilizza. Permette di desiderare sempre lo stesso corpo, non per abitudine, ma perché in quel corpo si continua a incontrare il mistero e l'unicità del Nome amato.  L'amore è ciò che permette il passaggio dal desiderio di un corpo al desiderio di quel corpo, il corpo che porta con sé il segno indelebile di un Nome.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 20 aprile 2026
Accostarsi alla clinica psicoanalitica, in particolare quella di orientamento lacaniano, non può, a mio avviso, prescindere da una comprensione approfondita di alcuni concetti fondamentali: Divisione Soggettiva, Desiderio, Fantasma Fondamentale, Pulsione, Ripetizione, Godimento. Questi termini non solo devono essere esplorati singolarmente, evidenziandone le specificità e i caratteri distintivi, ma è cruciale che vengano anche analizzati nelle loro interrelazioni strutturali e dinamiche. Solo così potremo evitare confusioni e comprendere come questi elementi concorrono alla definizione delle tre strutture psicopatologiche: Nevrosi, Perversione e Psicosi. L’incontro di oggi si propone di chiarire questi concetti, affinché possano fungere da fondamenta solide per una conoscenza più ampia e articolata della clinica psicoanalitica. Divisione Soggettiva Al cuore della psicoanalisi lacaniana non c'è una teoria astratta e conclusa, ma una domanda radicale e aperta sulla sofferenza umana . Una domanda che parte da un'esperienza che tutti, in qualche modo, conosciamo: perché siamo così spesso attraversati dalla dolorosa sensazione di essere divisi, lacerati? Perché spesso ci sorprendiamo per una parola che non pensavamo di pronunciare, per un gesto, un’azione che non ci aspettavamo di compiere o per una decisione che mai avremmo voluto prendere? Perché siamo così spesso attraversati dalla sensazione che ciò che diciamo di noi stessi non esaurisca mai completamente ciò che siamo, o meglio, ciò che pensiamo di essere? Per Cartesio io sono dove penso di essere, anzi io sono perché penso. Questa certezza dell’essere in quanto pensante, questa coincidenza assoluta dell’Io con il suo pensiero, e con il soggetto in cui ognuno si riconosce come essere, dominerà il pensiero moderno per circa trecento anni, ossia dal 1600 fino alla fine del 1800, quando il genio di Freud, con la scoperta dell’inconscio, non darà un colpo decisivo al cogito cartesiano. Forse vale la pena di soffermarci un attimo su questa linea evolutiva, perché in essa possiamo ravvisare le radici della nascita della psicoanalisi, ossia un percorso che va da un soggetto padrone di sé a un soggetto "parlato" e diviso, un’evoluzione cruciale nella storia del pensiero occidentale: il progressivo decentramento del soggetto rispetto al pensiero e al linguaggio, il passaggio graduale dalla certezza all'incertezza, dalla trasparenza all'opacità del soggetto. Un passaggio che si compie in tre tappe fondamentali. 1. Cartesio: Il Soggetto della Certezza e del Pensiero Trasparente Il punto di partenza è il soggetto cartesiano . Con il suo celebre Cogito ergo sum ("Penso, dunque sono"), Cartesio fonda l'esistenza del soggetto sulla sua capacità di pensare: sul piano del pensiero , il soggetto è il padrone assoluto del proprio pensiero . L'"Io" è una sostanza pensante ( res cogitans ), pienamente cosciente e trasparente a se stessa. Il pensiero è ciò che definisce il soggetto e ne garantisce la certezza. S ul piano del linguaggio , il soggetto che parla è sempre preceduto dal pensiero, il soggetto dice sempre quello che pensa e pensa sempre quello che dice: Il linguaggio allora assume un valore secondario rispetto al pensiero, è uno strumento che serve a comunicare un pensiero che si è già formato, chiaro e distinto, nella mente del soggetto. È un'espressione controllata e assolutamente consapevole della coscienza. In sintesi, per Cartesio l'equazione è: Io penso → Io sono . Il soggetto precede e domina sia il pensiero che il linguaggio, avendo di entrambi piena padronanza. 2. Freud: la Frattura del Soggetto e l'emergere dell'Inconscio Con Freud, questo edificio di certezze crolla . La scoperta dell'inconscio rappresenta la prima, grande ferita narcisistica al soggetto cartesiano: il soggetto non è più padrone in casa propria . Il pensiero cosciente (l'Io) è solo la punta di un iceberg. La vera forza motrice sono i pensieri inconsci , i desideri e le pulsioni che sfuggono al suo controllo. Il soggetto è "agito" da un pensiero che non conosce . Il linguaggio, allora, smette di essere uno strumento docile e diventa la via d'accesso privilegiata all'inconscio : lapsus, sogni, motti di spirito non sono errori, ma manifestazioni di una verità del soggetto che la coscienza ignora . Il linguaggio tradisce il soggetto, ma nel tradirlo, lo rivela. L'equazione freudiana è più complessa: Io sono dove un pensiero inconscio si manifesta . Il soggetto è decentrato tra conscio e inconscio. 3. Lacan: Il Soggetto come effetto del linguaggio Jacques Lacan porta la rivoluzione freudiana alle sue estreme conseguenze , integrandola con la linguistica strutturale. Se per Freud l'inconscio si esprime attraverso il linguaggio, per Lacan l'inconscio è strutturato come un linguaggio . Lacan rovescia radicalmente Cartesio: "Io penso dove non sono, dunque sono dove non penso" . Il pensiero non appartiene al soggetto; il soggetto emerge nel "luogo dell'Altro ", cioè nella struttura preesistente del linguaggio e delle sue leggi. Il soggetto non esiste prima del linguaggio , ma è un suo effetto . Entrando nel linguaggio (l'ordine simbolico), l'essere vivente viene "mortificato", diviso, e si costituisce come soggetto mancante, barrato (scritto $). Non siamo noi a parlare il linguaggio, ma è il linguaggio che ci parla. Il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante. Per Lacan, l'equazione definitiva è: Il linguaggio parla → Io sono (come effetto diviso) . Tutto l’insegnamento lacaniano ruota intorno alla questione del soggetto diviso in quanto effetto del linguaggio . Attraverso di esso Lacan ne cerca le ragioni, le formula, le argomenta, le mette in logica fino ad arrivare a stabilire che l’entità radicale e irriducibile della struttura del Soggetto umano non è la sintesi, ma la divisione , offrendoci al tempo stesso una mappa per esplorarla, per comprenderla e per studiarne le diverse implicazioni nella sofferenza psichica e nella clinica. L’Ordine del Simbolico e il Linguaggio 1. Da una parte , c'è il mondo in cui viviamo: l'universo del Simbolico . È il mondo del linguaggio, delle regole sociali, delle aspettative degli altri e delle nostre stesse parole. È il patto che ci rende esseri umani in una comunità. Il con-tratto che sottoscriviamo per ottenere il diritto di essere ammessi nella civiltà . Il trattino col quale ho scomposto il termine contratto è per sottolineare che gli esseri umani sono nel simbolico con tratto: questo tratto è la parola e dunque Il contratto si fonda sulla parola: un tratto che non si limita a descrivere, ma lega . È l'atto con cui il dire diventa un vincolo. È esattamente questo che Lacan vuole intendere quando dice che il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante: Il significante , per Lacan, va inteso infatti come il tratto della parola e tra le parole. Non è semplicemente la parola nel suo uso comune. È, prima di tutto, un tratto, un marchio, un'iscrizione. Lacan lo chiama trait unaire (tratto unario). È un segno che non ha un significato intrinseco, ma che serve a produrlo , e a differenziare, a marcare una differenza. Proprio come il "tratto" di una firma su un contratto . In altri termini, la parola che rappresenta un soggetto è un tratto (il primo significante, S1) che, per poterlo rappresentare, deve necessariamente legarsi a un altro tratto (un altro significante, S2), un altro soggetto. Il soggetto, allora, non è la fonte di questo legame, ma il suo effetto . Emerge proprio da questo contratto tra parole, in quello spazio vuoto che la catena dei significanti crea e al tempo stesso designa . Il contratto, quindi, non è qualcosa che il soggetto stipula, ma è l'atto stesso che lo costituisce ." Questo è il lato del Simbolico, dove il Soggetto si costituisce in quanto tale sotto la legge del Significante, dove il Soggetto, avendo subito la castrazione ad opera del Significante, è mancante-a-essere e dunque attraversato dal desiderio. L’Ordine del Reale e il Corpo 2. Dall'altra parte , c'è ciò che al mondo del linguaggio sfugge e si sottrae al significante. Ripensiamo al linguaggio come una rete fatta dalle parole tenute insieme dai significanti che la percorrono in lungo e in largo : con essa peschiamo le cose del mondo in cui viviamo, diamo loro un senso, un nome e in questo modo, dal mondo in cui viviamo, attraverso il linguaggio, ritagliamo, costruiamo la realtà che ci riguarda. La rete del linguaggio ha però dei buchi: c'è sempre qualcosa che essa non riesce a catturare, ma che comunque lascia intravedere, che rivela in qualche modo come l’Altra cosa , come l’ impossibile a dirsi . Questo impossibile è il Reale , che non è la "realtà", ma ciò che nella realtà non entra : il buco nella realtà simbolica che ci costruiamo con le parole e sottomettiamo alla legge del significante . Questa rete delle parole lungo la quale camminano i significanti, con i buchi che i significanti non riescono a coprire è esattamente quello che chiamiamo il Campo freudiano . Ossia il Campo dell’esperienza umana, e dunque anche il campo in cui opera la Psicoanalisi. Un Ponte: L’Immaginario Esiste un terzo registro, quello dell’ Immaginario , ma voglio tenerlo per ora in disparte perché lo ritroveremo più avanti come quel velo, quella “toppa” attraverso cui cerchiamo di mettere riparo alla spaccatura attraverso cui ci dividiamo tra il Simbolico ed il Reale, il registro attraverso cui cerchiamo di congiungere il mondo del linguaggio (Simbolico) a quello dell’impossibile a dirsi Reale). È il registro delle immagini, delle identificazione, dell'ego. È il regno della forma, della fusione, della rivalità e della relazione speculare (io/altro). Si forma a partire dallo "stadio dello specchio", dove il bambino si identifica con la propria immagine, creando un'illusione di totalità. Il Soggetto del Desiderio: La Mancanza-a-Essere È proprio da questa fessura insanabile che scaturiscono due delle forze più potenti della nostra vita : il desiderio, che punta al simbolico e al liguaggio, e il godimento, che punta al reale, al corpo, alla pilsione . Questa divisione si manifesta nella tensione costante tra ciò che possiamo esprimere a parole, il registro del Simbolico , e un'esperienza più profonda e inafferrabile che ci sfugge, il Reale . Il desiderio, in quest'ottica, non è la semplice ricerca di un oggetto, ma è l'espressione stessa di questa mancanza costitutiva: desiderare, per Lacan, significa essere intrinsecamente incompleti, essere mancanti-a-essere, come lui dice. Questo apre ad un paradosso, che Lacan, prende da Sartre: per essere occorre riconoscersi nella propria mancanza ad essere, che ci aliena dal nostro esistere in quanto pieni. Essere ci impedisce di riconoscersi nel nostro esistere. Allo stesso tempo, questa condizione è la radice della nostra sofferenza. Per diventare un "soggetto che desidera", è necessario accettare una perdita originaria, un concetto che Lacan, sulla scia di Freud, definisce " castrazione simbolica ". Non si tratta di un evento fisico, ma dell'abbandono dell'illusione infantile di essere completi. In fondo, il percorso per diventare esseri umani consapevoli implica proprio questo passaggio: nasciamo come organismi biologicamente "pieni", ma per acquisire una coscienza di noi stessi in quanto “esseri” dobbiamo barattare quella pienezza istintiva con una condizione di "mancanza-ad-essere ". Questa Divisione Soggettiva non è un'idea astratta, ma si rivela costantemente in quegli "inciampi" che costellano la nostra vita quotidiana : un lapsus, un sogno incomprensibile o un improvviso vuoto di memoria. Ad esempio, quando una persona in analisi ci dice "ora non mi viene in mente più nulla", non sta tanto opponendo resistenza, quanto piuttosto mostrando la sua fessura soggettiva, una porta che si apre sull'inconscio come l'impossibile da dire: è un punto di rottura, di interruzione, un taglio, una coupure, della catena sanicante, dove ci sorprende il soggetto che veramente siamo, ma che non conosciamo. Di fronte a questi "buchi", l'approccio della psicoanalisi lacaniana si distingue nettamente da altre terapie. L'obiettivo non è quello di "tappare la falla" o rafforzare l'Io per creare un'illusione di completezza, ma piuttosto di aiutare la persona a navigare l'esistenza proprio a partire da quella mancanza. Si tratta di imparare a "farsene qualcosa", a trovare una nuova posizione che trasformi quella crepa da fonte di paralisi a motore della propria vita. Questo processo si svolge nella dialettica del linguaggio , dove però le nostre parole non riescono mai a contenere pienamente il desiderio che le muove. Proprio per questo, il soggetto non può nominarlo fino in fondo e si rivolge all'Altro – l'analista, la società – sperando che sia lui a riconoscerlo e a dargli un senso, in un dialogo in cui si parla senza sapere del tutto cosa si sta dicendo, né chi sia veramente quell'Altro al quale si sta dicendo. Il Soggetto del Godimento: La Pulsione Se dal lato del Simbolico troviamo il soggetto del desiderio, radicato nel linguaggio, dall'altro, nel campo del Reale, il discorso cambia radicalmente. Qui, dove si manifesta " il buco del Rreale nel Sapere del Simbolico", il soggetto e la sua domanda perdono di significato, quasi si annullano, per lasciare spazio alla Pulsione, che Lacan designa con la formula ($◇D) . In questa dimensione , il corpo non è più un'unità, ma un insieme di zone erogene, di orifizi che diventano luoghi di taglio . È qui che il soggetto si confronta con la propria mancanza costitutiva, emergendo come quella “ entità acefala ", che è la Pulsione , ossia il soggetto senza testa e senza domanda, che, come la coda di una lucertola che, sebbene recisa, continua a muoversi, agisce senza un'intenzione chiara, in un ciclo che non mira a colmare un vuoto . Si trova in uno spazio tanto lontano dalla parola, da non sospettare di essere lui, lì, a "parlare" attraverso il suo corpo. Quindi possiamo dire che, mentre il soggetto del desiderio parla senza sapere quello che dice, il soggetto della pulsione parla senza saper che è lui a parlare. Questo soggetto è costantemente alla ricerca dell'oggetto perduto del corpo, l' oggetto del godimento . Si tratta degli oggetti parziali freudiani (orale, anale), ai quali Lacan aggiunge lo sguardo, la voce e, infine, il "niente". Il paradosso tragico è che questa ricerca è destinata a fallire, perché l'oggetto che il soggetto cerca è il soggetto stesso, in quanto parte perduta del proprio corpo: “ E' il soggetto in quanto oggetto perduto del soggetto, che il soggetto cerca in quanto oggetto perduto del corpo” (A. Eddelsztein). È in questi "buchi" del corpo, in questa apparente mancanza, che si colloca il Godimento del corpo sganciato dal simbolico e dall’immaginario: non si accede più al godimento della parola, non si accede più al godimento dell’Altro, il godimento rimane godimento della pulsione nel corpo, senza argine, senza fine, distruttivo: la pulsione di morte, l’al di là del principio di piacere è proprio questo godimento fine a se stesso che non vuole sapere altro se non di ripetersi. Questo tipo di godimento non va inteso come semplice piacere o soddisfazione, e nemmeno come sofferenza. È piuttosto il luogo vuoto in cui il soggetto si annida, facendosi inconsapevolmente l'oggetto che desidera ma che non può mai possedere , poiché un soggetto non può ritrovarsi da solo come oggetto. Da qui nasce il ciclo incessante della ripetizione, che rappresenta il godimento del punto più intimo e problematico del suo essere. Lo scopo della psicoanalisi è quello di smuovere il soggetto da questo godimento mortifero per aprirlo alla possibilità di un desiderio nuovo . In sintesi, sia a livello del desiderio (nel linguaggio) sia a livello del godimento (nel corpo), il soggetto si costituisce e si definisce sempre nel suo rapporto con l' oggetto piccolo (a) , che funge da causa del desiderio o da oggetto parziale della pulsione. Il Soggetto in Bilico: Tra il Desiderio e la Pulsione Al cuore del pensiero di Jacques Lacan troviamo quindi un soggetto profondamente diviso , costantemente in bilico tra due forze potenti e opposte: il Desiderio e la Pulsione . Ma come può l'individuo sostenersi su questa frattura costitutiva, senza precipitare nell'angoscia? Da un lato, c'è l'abisso del Desiderio , una mancanza fondamentale che ci spinge a interrogarci e a rivolgerci all'Altro attraverso il linguaggio . Dall'altro, c'è il vuoto della Pulsione , una forza che emerge dal corpo e ci spinge incessantemente verso un godimento enigmatico , che Lacan chiama Jouissance. L'essere umano è irriducibilmente teso tra queste due logiche eterogenee. La risposta di Lacan a come il soggetto riesca a non frammentarsi si sviluppa lungo tutto il suo insegnamento e si fonda su due "stampelle" fondamentali, due costruzioni psichiche che offrono un sostegno su ciascun versante di questa divisione. Le Due Stampelle del Soggetto 1. Il Fantasma Fondamentale ($ <> a): La Cornice del Desiderio. Sul versante del linguaggio e del rapporto con l'Altro, la stampella è il Fantasma Fondamentale . Se il desiderio è un abisso, il fantasma è la cornice, la finestra che il soggetto costruisce per affacciarsi su quel vuoto senza caderci dentro . È una sorta di "sceneggiatura" inconscia che fornisce una risposta immaginaria alla domanda fondamentale: "Che cosa vuole l'Altro da me?" (Che vuoi?). La celebre formula lacaniana $ <> a descrive proprio questo: mette in relazione il soggetto diviso ( $ ) con l'oggetto piccolo a ( a ), ovvero l'oggetto-causa del desiderio, un resto inassimilabile. Nel fantasma, questo oggetto viene collocato illusoriamente nel luogo di un possibile ritrovamento, di una soddisfazione immaginaria. Sebbene l'oggetto a non possa mai essere veramente posseduto (è causa, non meta), questa finzione dà consistenza al desiderio, gli conferisce una realtà psichica e permette al soggetto di orientarsi nel mondo e di amare . Questa è la logica alloerotica: un rapporto con l'Altro mediato dal linguaggio e dall'immaginario. 2 . La Pulsione: Il Circuito del Godimento. Sul versante del corpo, la logica è completamente diversa: non è relazionale, ma solitaria . A differenza del desiderio, la pulsione non cerca un oggetto per colmare una mancanza. Al contrario, essa gira a vuoto attorno a un oggetto irrimediabilmente perduto. Il suo scopo non è il piacere o la soddisfazione, ma la Jouissance (il Godimento). Si tratta di una soddisfazione paradossale, spesso intrisa di sofferenza, che deriva dalla ripetizione stessa di questo circuito . È un godimento che si nutre del fallimento nel raggiungere l'oggetto, un moto perpetuo attorno a un vuoto. Un godimento che gira all’infinito esclusivamente nel reale del corpo, attraverso la pulsione e la sua ripetizione, non arginato dal simbolico, né rivolto all’Altro immaginario. Una coazione a ripetersi che, paradossalmente, si soddisfa della sua insoddisfazione, come dimostra la S ublimazione. La logica della pulsione è quindi autoerotica e autistica . Il godimento è sempre individuale, non condivisibile. Questo porta alla celebre massima di Lacan: " Non c'è rapporto sessuale ". Non significa che gli atti sessuali non avvengano, ma che non esiste una formula, una norma simbolica che possa unire e armonizzare il godimento di due soggetti in un "Tutto ". L'incontro sessuale è sempre un incontro tra due solitudini, tra due fantasmi. La pulsione, con la sua inesorabile ripetizione, è dunque l'altra stampella che sostiene il soggetto sul vuoto del proprio godimento. I l Soggetto Diviso: un Funambolo tra Due Abissi L'immagine che ne emerge è quella di un funambolo che cammina su una corda tesa. · Da un lato, si protende verso l'Altro, sostenuto dalla finzione del fantasma, alla ricerca di un senso e di un legame . · Dall'altro, è ripiegato su se stesso dalla pulsione, incatenato alla ripetizione di un godimento solitario che sancisce l'impossibilità di una fusione completa. Vivere significa navigare costantemente tra la ricerca di significato nel legame con l'Altro e l'incontro con il non-senso di un godimento che ci isola. Un Dialogo Incessante tra Linguaggio e Corpo. Questa divisione, tuttavia, non implica una separazione netta. Esiste uno scambio continuo tra il Simbolico (linguaggio) e il Reale (corpo): 1.Dal linguaggio al corpo: I significanti si "incarnano", producendo effetti sul corpo. La figura clinica che lo rappresenta è il sintomo isterico , dove un conflitto psichico si "converte" in una manifestazione somatica. 2. Dal corpo al linguaggio: La pulsione, radicata nel reale del corpo, "sessualizza" il pensiero e la parola. L'emblema di questo processo è il sintomo ossessivo , dove la sessualità impregna la catena significante. Il significante avvolge l’isterica nel corpo e l’ossessivo nel pensiero. Questa interdipendenza ci porta a una conclusione fondamentale: nell'essere umano, non esiste una sessualità "pura" o istintiva, così come non esiste un pensiero che non sia, in qualche modo, toccato dalla pulsione . Il significante e la pulsione hanno irrimediabilmente allontanato l'essere parlante dalla sua presunta animalità originaria. L'illusione di un rapporto di "solo sesso" si scontra con il fatto che, per l'essere umano, il sesso è sempre mediato dalle parole, dai fantasmi e dall'impossibilità di un rapporto senza resti. Conclusione: La Direzione della Cura e l'Etica dell'Atto Analitico Siamo partiti, nel nostro percorso, da un'evidenza clinica tanto radicale quanto ineludibile: la divisione del soggetto . Abbiamo visto come l'essere umano sia costitutivamente in bilico, teso tra l'universo del Simbolico – il campo della parola, della domanda e del desiderio rivolto all'Altro – e l'irruzione del Reale, la dimensione acefala della pulsione, della ripetizione e di quel godimento solitario e non condivisibile che Lacan chiama Jouissance . Ma giunti a questo punto, la domanda si impone con urgenza: quali sono le implicazioni di questa divisione fondamentale per la nostra pratica? Se il soggetto è spaccato, può la posizione dell'analista rimanere monolitica, uguale a se stessa? La risposta è, necessariamente, no. La direzione della cura non è una tecnica standardizzata, ma una posizione etica che deve sapersi modulare a seconda del versante della divisione soggettiva in cui si trova a operare. 1. Sul versante del Simbolico , nel regno della dialettica del desiderio, l'analista è convocato nel luogo del transfert come Soggetto Supposto Sapere . L'analizzante si rivolge a lui con una domanda di senso, sperando che l'Altro possa finalmente nominare, riconoscere e interpretare il suo desiderio. Infatti, qui, il nostro strumento principe è l' interpretazione , in particolare quella metaforica , che apre a nuove catene significanti. Ma è un'arte sottile: il nostro compito non è "dare un troppo di senso", non è tappare il buco con un sapere posticcio che andrebbe solo a suturare la ferita e a rafforzare l'Io. Al contrario, l'interpretazione deve mirare a preservare quello spazio vuoto, quell'intervallo tra un significante e l'altro, perché è solo in quella fessura che il soggetto dell'inconscio può finalmente emergere, sorprendersi e farsi sentire , può cioè venir fuori quel soggetto come Altra cosa , rispetto a quello che si suppone essere. Per questo l’interpretazione deve essere sempre anche metonimica . 2. Ma quando ci spostiamo sul versante del Reale , dove vige la logica ferrea della pulsione di ripetizione, il registro cambia drasticamente. Qui non c'è più una domanda di sapere, ma un circuito di godimento che si auto-sostiene nel suo stesso fallimento. Il transfert, di conseguenza, non si istituisce più sul sapere, ma si configura come un transfert sul godimento . L'analista non è più colui che sa, ma colui che - lungi dall’essere solo il sembiante dell’oggetto piccolo a - lo incarna, suo malgrado, facendone, non più l’oggetto causa del desiderio, ma l’oggetto reale di quel godimento mortifero . In questo contesto, l'interpretazione metaforica perde la sua efficacia; non c'è più un senso da svelare, ma un ciclo da interrompere [1] È qui che interviene l' atto analitico nella sua funzione più pura: quella del taglio . L'atto non è una parola, ma un'azione che opera una cesura nel reale , che spezza la catena della ripetizione e separa il soggetto da quel godimento che lo imprigiona . Che si tratti di una scansione della seduta, di un silenzio o di un intervento spiazzante, l'atto mira a introdurre una discontinuità là dove regnava la coazione a ripetere. [ Vediamo dunque come il transfert lacaniano, in entrambe le sue modulazioni, si fondi sempre su una logica di separazione e alienazione , e mai di identificazione o di semplice ripetizione speculare. L'obiettivo non è conformare il soggetto a un modello, ma permettergli di separarsi da ciò che lo aliena: che sia l'Altro del Simbolico o l'oggetto del godimento nel Reale. In conclusione, dirigere una cura significa saper danzare su questa faglia soggettiva , sapendo quando interpretare per aprire al desiderio e quando tagliare per arginare il godimento . La pratica della psicoanalisi non è il frutto di una tecnica bene appresa e bene applicata, ma un’etica che ci impone di non essere mai uguali a noi stessi, proprio perché il soggetto che abbiamo di fronte non è mai uno, ma irriducibilmente diviso. [1] Perché mantenere la posizione di sembiante di oggetto a come causa del desiderio e non di incarnarlo come oggetto a di godimento nel reale, è fondamentale nella "direzione della cura"? Perché solo se l'analista, attraverso il suo silenzio, le sue domande e le sue interpretazioni, si posiziona deliberatamente nel luogo enigmatico della parvenza, della finzione, del sembiante appunto, dell’oggetto piccolo a, senza incarnarlo realmente, solo se lascia questo posto vuoto, può diventare il perno del transfert: l'analizzante può proiettare sull'analista la funzione di "colui che sa" e, soprattutto, di "colui che possiede" quell'oggetto prezioso (agalma, come lo chiama Lacan nel Simposio di Platone) che si presume possa colmare la propria mancanza. Occupando la posizione di sembiante dell'oggetto a, l'analista provoca il desiderio di sapere (l'analizzante è spinto a parlare, a produrre associazioni, sogni e lapsus nel tentativo di capire e "carpire" dall’analista il segreto del proprio desiderio), non soddisfa la domanda (l'analista non risponde mai direttamente alla domanda d'amore o di soddisfazione dell'analizzante), permette all’analizzante di "attraversare il fantasma" (lo scopo finale della cura lacaniana è permettere al soggetto di "attraversare il suo fantasma fondamentale", ovvero di confrontarsi con la logica inconscia che struttura il suo desiderio e la sua sofferenza, e di separarsi dall'alienazione in questo oggetto a).
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Freud ha dimostrato che la perversione è un non volerne sapere nulla, ma proprio nulla, della castrazione. Una doppia negazione dunque: "non è vero che non c'è il fallo lì dove non posso fare a meno di volere che ci sia". Freud ha chiamato " Verleugnung " questo meccanismo di rigetto, di ripudio della realtà della castrazione. Lacan, riprendendo la questione dal punto di vista della " castrazione della madre ", mette in rilievo come il perverso non tolleri che l'Altro sia "bucato" , sia mancante cioè proprio di quello che gli serve per assicurarsi il proprio godimento, un godimento che egli deve necessariamente prelevare "nel luogo dell'Altro", e che non sopporta possa essere interdetto dalle ragioni dell'Altro, in buona sostanza, non tollera che il proprio godimento possa trovare un limite nel desiderio dell'Altro. Il perverso è dunque colui che si serve della "Verleugnung" (diniego, doppia negazione) per impedire che il desiderio dell'Altro interrompa il proprio godimento , come dire: "il tuo desiderio si oppone al mio interesse? Disturba la stabilità della mia posizione e la certezza delle mie convinzioni? Bene, neanche mi chiedo il perché, faccio prima a rigettarlo di sana pianta, non ne tengo alcun conto, per il semplicissimo motivo che esiste una sola posizione, la mia." In altre parole il perverso non riconosce la differenza dell'Altro , per questo è, appunto, "indifferente" alle ragioni dell'Altro - laddove invece il nevrotico ne soffre - è indifferente alla realtà. Non dice, all'Altro, "è vero che tu non sei d'accordo con me, ma non lo sopporto" - che è invece la posizione del nevrotico, ovvero sia il riconoscimento che l'Altro sta dicendo qualcosa di diverso che lui non sopporta, sia il riconoscimento che lui non lo sopporta, un "doppio riconoscimento", dunque, che aprirebbe comunque ad una dialettica - ma dice, più radicalmente: "non è vero che tu non sei d'accordo con me", confondendo e facendo spesso vacillare la realtà nell 'Altro! Una "doppia negazione", appunto, come a dire che nell'universo mondo non c'è che una sola verità, la sua! E' esattamente questa la posizione di godimento del perverso. Per questo, possiamo dire, che qualsiasi comportamento tendente a disconoscere le istanze altrui, quando queste costituiscono un limite al godimento soggettivo, può essere considerato un comportamento di perversità , come può esserlo, per esempio, in una coppia, quello di un partner che si rifiuti di prendere atto del desiderio dell'altro di volersi, per esempio, separare: si rifiuta di prenderne atto per continuare a farlo sussistere nel ruolo dì partner anche se questi se ne dichiara fuori. E' il caso dello stalking, che infatti è un comportamento perverso. In altre parole, il rapporto perverso non può essere interrotto , poiché si fonda sulla complicità inconscia, di distruggere la castrazione in ciascuno dei partner, di distruggere cioè il desiderio come causa del legame della coppia per sostituirlo con il godimento, in maniera da s congiurare il rischi, insopportabile per il perverso, di poter amare, il rischio, per i p due partner bloccati dal patto perverso, di innamorarsi l'uno dell'altro. Occorre cioè che il godimento nel plagiare l'Altro si incastri con il godimento dell'Altro a farsi plagiare. Da questo patto diabolico, dalla complicità perversa all'interno di una coppia - ma anche all'interno di un gruppo, di un'Associazione, di un'Istituzione, di una Setta - a collaborare attivamente per costruire e difendere la sola Verità possibile, ossia che non vi è nessuna castrazione in ciascuno, non è dunque possibile uscirne , prima di tutto perché l'angoscia che si scatenerebbe in seguito a una tale ipotesi entra a far parte sin dall'inizio dello stesso patto perverso, anzi ne costituisce il cemento, e poi anche perché il rischio di ritorsioni, terribili, anche omicide, è altissimo per chi voglia tirarsi fuori dal gioco, poiché rompere il patto perverso significa infliggere la pena insopportabile della castrazione. Molti femminicidi ne sono un esempio, e, nella Storia, la santa Inquisizione, i roghi, le Crociate ne sono altri. Quali azioni di stalking sistematici possono esserci piu delle "crociate" anche moderne contro tutte le posizioni discordanti da ciò che è ritenuta l'unica verità vera da imporre anche sotto minaccia di morte? In conclusione, è perverso ogni atteggiamento, posizione o comportamento che si basi sul disconoscimento di quella separazione tra gli esseri che di fatto è già data per avvenuta in qualsiasi contesto umano, e che è posta a fondamento dell'amore e della vita.