Il soggetto della psicoanalisi e i suoi impossibili
I paradossi della psicoanalisi

Chi parla in analisi? Il soggetto tra significante, paradosso e impossibile
Il soggetto della psicoanalisi - vale a dire il soggetto che lavora su di sé attraverso il dispositivo analitico che l'analista gli rende disponibile - non coincide semplicemente con la persona che, avvertendo che qualcosa non va, bussa alla porta dello studio di un professionista per chiedere aiuto.
In altri termini, il soggetto di cui la psicoanalisi si occupa non coincide con il paziente che la richiede, sebbene sia necessario riconoscersi in una condizione di sofferenza e formulare una domanda affinché un'analisi possa cominciare.
La persona che si reca dall'analista, si distende sul lettino, parla e può trarre beneficio dalla cura non è esattamente il soggetto che emerge nel suo stesso parlare. Questo costituisce uno dei grandi paradossi dell'esperienza analitica e contribuisce a distinguerla da altre forme di psicoterapia: la psicoanalisi non si occupa soltanto dell'individuo che domanda una cura, ma anche del soggetto che si manifesta, spesso in modo inatteso, attraverso le parole con cui quella domanda viene formulata.
Il soggetto non è un altro individuo
Tuttavia, il soggetto della psicoanalisi non è neanche esattamente un altro individuo nascosto dietro il paziente. Non coincide neppure con un io più autentico, sepolto sotto le apparenze, che l'analisi dovrebbe semplicemente riportare alla luce.
Allo stesso modo, l'inconscio psicoanalitico non può essere identificato con l'inconscio inteso soltanto come deposito del rimosso, cioè come insieme di contenuti che il paziente non conosce e dei quali vorrebbe venire a conoscenza. Se si trattasse soltanto di questo, di scoprire cioè aspetti ignoti di sé, non ci sarebbe molta differenza con altri approcci.
Molti orientamenti psicoterapeutici, comprese le terapie cognitivo-comportamentali, e anche diversi contesti clinici che si ispirano alle neuroscienze riconoscono infatti che una persona può essere influenzata da processi, motivazioni e schemi dei quali non è consapevole. Anche al di fuori della psicoanalisi si ritiene che la scoperta di ciò che non si conosce di sé possa avere un valore terapeutico. Il punto è che la differenza tra l'inconscio della psicoanalisi e quello L’inconscio psicoanalitico non coincide semplicemente con ciò che il soggetto ignora di sé, ma è un sapere che opera senza che il soggetto sappia di saperlo. Esso si manifesta nei sogni, nei lapsus, nei sintomi, negli atti mancati e nelle ripetizioni. Nella rilettura di Lacan, questo sapere è strutturato come un linguaggio e si costituisce nel campo dell’Altro. Il soggetto, entrando nel linguaggio, viene rappresentato dai significanti dell’Altro, ma nessun significante può rappresentarlo completamente: per questo è un soggetto barrato, diviso e non coincidente con sé stesso. L’analisi non mira quindi a recuperare un Sé originario e autentico nascosto dietro le identificazioni, ma a far emergere, attraverso le fratture del discorso, qualcosa della verità singolare del desiderio del soggetto.
La barra, pertanto, non indica il semplice annullamento del soggetto. Indica piuttosto la sua divisione e l'impossibilità di possedere un significante definitivo capace di dire, una volta per tutte, chi egli sia.
Il primo paradosso: domandare un sapere e sottrarvisi
Il soggetto della psicoanalisi è dunque un soggetto diviso. Da una parte, egli vorrebbe sapere qualcosa di più su ciò che gli accade, sul proprio sintomo, sul proprio inconscio e sul proprio desiderio. Dall'altra, non vuole sapere nulla proprio di ciò che lo riguarda più intimamente.
Questa contraddizione non costituisce un incidente occasionale della cura, ma appartiene alla struttura stessa della nevrosi e rende possibile il lavoro analitico. Il soggetto chiede di sapere, ma al tempo stesso resiste a quel sapere; cerca una verità su di sé, ma si sottrae alle conseguenze che quella verità potrebbe comportare.
Prima o poi molti pazienti formulano domande come: "Vorrei sapere chi sono veramente e che cosa voglio". Eppure, insieme a questa domanda, può comparire la convinzione opposta: "Nessuno può conoscermi per come sono davvero; neppure io posso farlo. Nessuno può capirmi o darmi ciò di cui ho bisogno".
Il soggetto domanda dunque un sapere su di sé, ma contemporaneamente si sottrae al significante che dovrebbe rappresentarlo in quanto soggetto del desiderio. Lacan afferma che un significante è ciò che rappresenta un soggetto per un altro significante: il soggetto non è una sostanza già data, ma ciò che viene rappresentato e, nello stesso movimento, mancato dalla catena significante.
Il secondo paradosso: cercare nell'Altro ciò che manca
Il soggetto cerca nell'Altro proprio il significante che potrebbe dirgli chi è. Si rivolge all'Altro - ai genitori, alle persone amate, alle istituzioni, al sapere e, nel corso della cura, anche all'analista - nella speranza di ricevere una risposta definitiva sulla propria identità e sul proprio desiderio.
Tuttavia, il significante cercato non può essere assoluto. Nessuna parola può esaurire il soggetto o fissarne una volta per tutte l'identità. Per Lacan, infatti, la significazione si produce e si sposta lungo la catena significante: ogni significante rinvia ad altri significanti, senza che si possa raggiungere un termine ultimo capace di chiudere definitivamente il senso.
Nel caso del soggetto nevrotico, questa concatenazione produce spesso i significati attraverso i quali la sofferenza viene organizzata e ripetuta. Il soggetto interpreta ciò che gli accade secondo trame ricorrenti, nelle quali finisce per ritrovare sempre la stessa posizione: quella di chi è abbandonato, escluso, non riconosciuto, colpevole, insufficiente o chiamato a rispondere senza fine alle aspettative dell'Altro.
L'Altro, però, non possiede la risposta definitiva che il soggetto gli domanda. È anch'esso incompleto e mancante. Il soggetto cerca quindi nell'Altro una garanzia che l'Altro non può offrirgli.
Il terzo paradosso: ritrovarsi dove non ci si cercava
Il soggetto non emerge necessariamente quando parla deliberatamente di sé. Può comparire, piuttosto, quando il controllo dell'io si interrompe: in un lapsus, in un sogno, in una dimenticanza, in un motto di spirito, in una contraddizione o nella ripetizione inattesa di una parola.
L'io può affermare di essere una cosa, mentre il modo in cui parla lascia emergere una posizione differente.
Il soggetto della psicoanalisi si manifesta proprio in questa discontinuità, nell'intervallo tra ciò che una persona intende dire e ciò che, attraverso le sue parole, finisce effettivamente per dire.
Per questo il soggetto che può essere incontrato - o, meglio, sorpreso - in analisi è sempre un soggetto che appare in un "tra" e in un "fra": tra un significante e l'altro, fra le pieghe del discorso, nella distanza tra l'enunciato e la posizione dalla quale esso viene pronunciato.
Il soggetto si ritrova così là dove non si aspettava di trovarsi. Ma, proprio nel momento in cui si sorprende, deve anche fare i conti con l'impossibilità di possedere un significante capace di rappresentarlo integralmente presso l'Altro. Il soggetto è diviso e l'Altro è incompleto: nessuno dei due può offrire la garanzia di una parola ultima.
L'interpretazione come taglio
Il lavoro dello psicoanalista, soprattutto nell'orientamento lacaniano, non consiste semplicemente nello spiegare al paziente il significato nascosto delle sue parole. Se l'analista si limitasse a sostituire il sapere del paziente con un proprio sapere, rischierebbe di occupare il posto di quell'Altro completo al quale il soggetto domanda una verità definitiva su di sé.
Il suo compito consiste piuttosto nell'ascoltare la catena significante e nel punteggiarla attraverso interventi discreti: una domanda, una sottolineatura, la ripresa di una parola, un silenzio o una scansione della seduta. Questa punteggiatura può interrompere la concatenazione abituale dei significati e permettere che emerga qualcosa della posizione del soggetto e del modo in cui il sintomo organizza il suo rapporto con il desiderio e con l'Altro.
L'interpretazione analitica non è quindi soltanto la scoperta di un significato già presente e nascosto. È anche un atto che produce un taglio, introduce una discontinuità e rende possibile una lettura nuova.
Lacan chiama atto analitico l'intervento che modifica la posizione del soggetto anziché limitarsi ad aggiungere una spiegazione alle spiegazioni che egli già possiede.
Isteria, nevrosi ossessiva e ripetizione
La mancanza del significante capace di rappresentare completamente il soggetto non viene trattata nello stesso modo nelle diverse forme della nevrosi.
Nella logica isterica tende a prevalere il riconoscimento della mancanza nell'Altro, accompagnato dalla ricerca incessante di ciò che potrebbe colmarla. Il desiderio viene mantenuto insoddisfatto affinché la domanda possa continuare e nessuna risposta si riveli conclusiva. Il soggetto isterico interroga l'Altro sul proprio desiderio, ma può sottrarsi a ogni risposta che rischi di porre fine all'interrogazione.
Nella logica ossessiva tende invece a prevalere il tentativo di negare o neutralizzare la mancanza. Attraverso il pensiero, il controllo, il dubbio, il rituale o la procrastinazione, il soggetto cerca di completare l'Altro e di impedire che qualcosa sfugga al proprio dominio. Il sintomo ossessivo viene così ripetuto nel tentativo, sempre destinato a fallire, di eliminare ogni traccia di incompletezza.
Queste formule non descrivono essenze personali né tipi umani rigidi. Indicano piuttosto differenti logiche attraverso le quali il soggetto può organizzare il proprio rapporto con il desiderio, con la mancanza e con l'Altro.
Nell'isteria, la ripetizione mantiene aperta la domanda; nella nevrosi ossessiva tenta di produrre una risposta completa. In entrambi i casi, tuttavia, è la ripetizione a costituire un elemento fondamentale della struttura nevrotica e della forma di godimento che la sostiene.
Nevrosi e psicosi: una distinzione strutturale
A questo punto è necessario accennare alla distinzione tra nevrosi e psicosi, evitando però di trasformarla in una classificazione rigida delle persone.
Nella clinica strutturale lacaniana, nevrosi e psicosi non vengono concepite semplicemente come condizioni evolutive nelle quali il soggetto possa passare dall'una all'altra. Esse indicano differenti modalità di organizzazione del rapporto con il linguaggio, con l'Altro, con il desiderio e con la legge simbolica.
Nella lettura proposta da Alfredo Eidelsztein, la distinzione non dipenderebbe soltanto dal fatto che la nevrosi sia dominata dalla rimozione e la psicosi dalla forclusione, ma anche dal punto in cui la forclusione interviene: a livello del significante del Nome-del-Padre nella psicosi e, secondo la sua interpretazione, a livello del significante che rappresenta il soggetto nella nevrosi.
Questa formulazione appartiene a una specifica elaborazione teorica e non può essere assunta come una definizione unanimemente condivisa da tutto il campo lacaniano. Consente tuttavia di pensare nevrosi e psicosi non come gradi di una medesima malattia, ma come differenti configurazioni strutturali.
Ciò non significa che la condizione clinica di una persona sia immobile, che le sue manifestazioni non possano cambiare o che la psicosi sia esclusa dal trattamento psicoanalitico. La clinica lacaniana ha dedicato alla psicosi un'attenzione fondamentale, interrogando le modalità attraverso le quali il soggetto possa costruire legami, supplenze e forme di stabilizzazione.
Sarebbe quindi improprio definire il soggetto psicotico come un soggetto semplicemente "pieno", privo di divisione, oppure ridurlo al solo piano del bisogno. Più prudentemente, si può affermare che, nella psicosi, il rapporto con il significante, con l'Altro e con la funzione paterna si organizza secondo coordinate differenti da quelle della nevrosi. Tali differenze richiedono una direzione della cura specifica e non autorizzano né generalizzazioni né giudizi sul valore o sull'umanità del soggetto.
Gli impossibili della costituzione soggettiva
La costituzione del soggetto umano ci mette inevitabilmente di fronte ad alcuni impossibili. Seguendo in parte l'elaborazione di Eidelsztein, se ne possono individuare almeno quattro.
Il primo è l'impossibilità della completezza dell'Altro. L'Altro non dispone di tutti i significanti e non può garantire al soggetto una risposta ultima sulla sua identità o sul suo desiderio.
Il secondo è l'impossibilità di una piena coincidenza tra bisogno e desiderio. Il bisogno può trovare un oggetto capace di soddisfarlo, almeno temporaneamente; il desiderio, invece, viene trasformato dal passaggio attraverso il linguaggio e non può essere ricondotto interamente alla soddisfazione di un bisogno.
Il terzo è l'impossibilità per il soggetto di cogliersi e conoscersi completamente come tale. Ogni volta che cerca di definirsi attraverso un significante, qualcosa di lui resta escluso da quella definizione. Il soggetto non può coincidere integralmente con il sapere che produce su sé stesso.
Il quarto, all'interno della prospettiva strutturale, riguarda la non-intercambiabilità di nevrosi e psicosi. Non si tratta dell'impossibilità che una persona cambi, attraversi crisi o sviluppi nuove manifestazioni cliniche, ma della tesi secondo cui le differenti strutture non costituiscono semplicemente stati successivi lungo un'unica linea evolutiva.
Questi impossibili non appartengono all'ordine della natura. Non sono limiti biologici né proprietà immutabili dell'individuo. Sono impossibili di ordine logico, prodotti dal funzionamento del significante e dal modo in cui il soggetto si costituisce nel linguaggio.
Come precisa Lacan, l'impossibile di cui si occupa la psicoanalisi è ciò che non può essere scritto o risolto integralmente all'interno di una determinata struttura simbolica. Per questo non coincide con ciò che è soltanto difficile, improbabile o ancora sconosciuto. È un limite interno alla logica stessa attraverso la quale il soggetto organizza la propria esperienza.
Dall'impossibile al possibile
Il campo della soggettività umana di cui si occupa la psicoanalisi è disseminato di paradossi e di impossibili. Questi, tuttavia, non devono essere confusi con lo scacco, la rinuncia o l'impotenza.
Il riconoscimento di un impossibile non significa dichiarare che nulla possa cambiare. Significa, piuttosto, smettere di consumare la propria esistenza nel tentativo di ottenere ciò che la struttura stessa rende irraggiungibile: una definizione definitiva di sé, un Altro completo, una risposta capace di eliminare ogni mancanza o una soddisfazione che chiuda per sempre il desiderio.
La cura analitica può cominciare davvero quando il soggetto riconosce i propri paradossi e i propri impossibili, non per trasformarli in punti di arresto, ma per farne punti di partenza. Rinunciando alla ricerca di una completezza impossibile, egli può inventare modi nuovi, possibili e più sopportabili di rapportarsi al proprio desiderio, al sintomo, agli altri e al mondo.
Questo è uno dei contributi più importanti della psicoanalisi freudiana, e della sua rilettura lacaniana, alla salute e alla vita del soggetto umano: non promettere l'eliminazione della mancanza, ma rendere possibile un diverso modo di abitarla.













