Il rapporto tra Io e Soggetto nella dialettica del desiderio e nell'articolazione della nevrosi ossessiva

DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO • 1 giugno 2025

Relazione presentata alla Psicomed Spring School  "Desiderio e gratificazione tra Neuroscienze e Psicoanalisi" 30 maggio - 1 giugno 2025 - Parco tecnologico e Polo didattico IRCCS Neuromed -Pozzilli (IS)

 

L’essere conscio di sé, trasparente a se stesso, che la teoria classica pone al centro dell’esperienza umana, appare [...] come un modo di situare nel mondo degli oggetti questo essere di desiderio che non potrebbe vedersi come tale, se non nella sua mancanza [...]. E lui si immagina come un oggetto in più, perché non vede altra differenza. Dice – Io sono colui che sa che sono. Sfortunatamente, sa forse che è, ma non sa assolutamente nulla di ciò che è.

 

Lacan Il Seminario, Libro II, L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi,1954-1955, Einaudi, p. 257

 


Gratificazione e Soddisfazione

 L’accostamento, nel titolo di queste giornate, del termine gratificazione con quello di desiderio mi ha portato ad interrogarmii su quale fosse la possibile relazione tra di essi, ossia se il desiderio umano possa essere pensato come ciò che si gratifica, o se non dovesse essere piuttosto visto come ciò che il soggetto, gratificando il proprio Io, s’illude di soddisfare, riservando così il termine di gratificazione all’Io, e quello di soddisfazione al desiderio.

Una distinzione a mio avviso importante, dal momento che, essendo il desiderio irriducibilmente insoddisfatto in quanto struttura di mancanza, evidentemente è proprio gratificando l’Io mediante oggetti sostitutivi dell’oggetto del desiderio, che il soggetto può sostenersi sulla propria mancanza, ossia sul proprio desiderio.

 Ho ritenuto perciò di muovermi oggi proprio a partire dall’opportunità di tenere distinti i termini di gratificazione e di desiderio, in quanto ciò mi permette di introdurvi ad un’altra importante distinzione, fondamentale nella psicoanalisi lacaniana, ossia quella tra Io e Soggetto, distinzione, anche questa, a sua volta utile, se non necessaria, per la comprensione della clinica psicoanalitica della nevrosi ossessiva, che sarà il tema del mio intervento di oggi. Per questo, vi propongo di considerare la gratificazione dell’Io come un modo per mascherare l’insoddisfazione del soggetto, dal momento che, nello stesso soggetto, un Io gratificato può coesistere con un desiderio insoddisfatto. In altri termini potremmo dire che un tale annodamento, come vedremo, può arrivare a costituire il tratto fondamentale della struttura del soggetto ossessivo, vale a dire la necessità di assicurare continue e ripetitive gratificazioni al proprio Io, pur di non accorgersi dell’insoddisfazione del proprio desiderio.


 Soddisfazione e realizzazione del desiderio

  

 Il soggetto, dunque, s’illude di poter soddisfare il proprio desiderio attraverso oggetti sostitutivi, peraltro ampiamente disponibili e gratificanti nella realtà (i cosiddetti gadget), ma che in effetti nel gratificare l’Io, lasciano il soggetto sempre più insoddisfatto nel suo desiderio, poiché l’oggetto del desiderio non è l’oggetto di soddisfazione, ormai perduto, ma è un oggetto causa. Non è un oggetto che, in quanto perduto, possa essere rappresentato simbolicamente, ma una funzione reale di causa del desiderio[1]. Come oggetto perduto e ritrovato esiste, illusoriamente, soltanto nel fantasma soggettivo - che Lacan designa con la formula $◇ - su cui il soggetto nevrotico si sostiene, sostituendo in esso l’oggetto piccolo    con la domanda rivolta all’Altro, riscrivendo la formula del fantasma come $=⍺, che è precisamente il  fantasma del nevrotico. Ecco perché - come vedremo - il nevrotico, isterico o ossessivo, dipende dall’Altro: per poter avere qualcuno cui rivolgere la domanda, che è poi quello che il nevrotico veramente desidera. Possiamo dire che il nevrotico viene in analisi unicamente per domandare a quell’Altro della domanda per definizione che è l’analista: il nevrotico si gratifica sul piano dell’Io nel fare quella domanda che lo lascerà sempre insoddisfatto come soggetto di desiderio.

  È proprio per questo che l’analista deve frustrare la domanda,  perché, se vi rispondesse, darebbe al soggetto l’illusione di poter soddisfare il suo desiderio. Non esiste Altro dell’Altro - ricorda Lacan - per intendere che invece l’Altro manca proprio dell’oggetto che il soggetto nevrotico cerca e dal quale dipende, temendo la castrazione dell’Altro più della propria!

 Se l’Altro non può darci l’oggetto della soddisfazione del desiderio, può invece causarlo, come avviene nell’amore, e nell’analisi. In altri termini, se Il desiderio non può essere soddisfatto, può essere però causato, e dunque realizzato, nel senso di essere messo in essere come mancanza nel reale.

 È esattamente questa la funzione dell’analista: far si che si realizzi un desiderio come mancanza, come mancanza-ad-essere nel soggetto. L’analista stesso si pone in funzione di oggetto causa e non di soddisfazione del desiderio, cambiando in tal modo la posizione dell’oggetto nella topologia del fantasma: non più innanzi al soggetto, come mira del desiderio verso cui tendere ( $◇⍺ ),  bensì alle sue spalle, come causa del desiderio. In tal modo la formula del fantasma e riscritta ⍺ ◇ $,  vale a dire la formula della fine dell’analisi, ossia la formula del desiderio realizzato nel soggetto.

  

 L’Io e il Soggetto

  

 La distinzione su cui ci siamo finora soffermatiti tra gratificazione dell’Io, soddisfazione e realizzazione del desiderio, ci conduce, come accennato all’inizio, ad un’altra importante distinzione, ossia quella tra Io e Soggetto.

 Tenere presente che, da Freud in poi, Io e Soggetto non sono la stessa cosa è fondamentale, non solo per la comprensione della struttura psichica dell’uomo, ma anche per orientarci correttamente nella pratica della psicoanalisi e della direzione della cura, al punto che possiamo ritenere questa, e non l’inconscio, la vera scoperta freudiana. È in questa irriducibile frattura tra Io e Soggetto, nello stesso luogo quindi in cui si produce il sintomo, che possiamo collocare la nascita della psicoanalisi. Il sintomo e la psicoanalisi hanno la stessa origine.

Prima di Freud Io e Soggetto erano invece tutt’uno: il soggetto coincideva con il suo Io, era collocato interamente nell’Io, il luogo primo e ultimo nel quale il soggetto poteva trovare la propria realizzazione, la propria coesione e la propria sintesi. Tutta la psicologia ottocentesca ruotava intorno alla centralità dell’Io nel soggetto e alla concezione unitaria di quest’ultimo.

 Bisognerà giungere alla fine del 1800 perché, con la scoperta dell’inconscio e della psicoanalisi, Freud potrà dare alla centralità dell’Io quella vigorosa spallata dalla quale prenderanno avvio le riforme radicali della nozione di Soggetto e dello statuto dell’Io, il quale,  ”sfrattato”  da quel posto di centralità che aveva finora occupato nel soggetto, dandogli struttura e presiedendone le funzioni, non sarà più padrone in casa propria. Esso si ritrova ora, piuttosto, ridotto ad una delle tre istanze psichiche, costretto a barcamenarsi tra le contrapposte pressioni delle altre due: quelle pulsionali e inconsce dell’Es e quelle morali del Superio. È proprio in questa detronizzazione dell’Io che consiste la terza grande umiliazione inflitta all’Uomo della modernità, dopo quelle, rispettivamente, di Copernico e d Darwin.

 Non è più nell’Io che il soggetto può ritrovare il luogo della sua realizzazione, non è dal cogito cartesiano che può trarre la prova della propria esistenza: con Freud il cogito ergo sum si traduce piuttosto nel cogito ergo quis sum? Il cogito fonda ora, non più la certezza di sé, ma apre alla domanda su di sé.

 È proprio questa crisi del soggetto cartesiano che, covando da tempo - dice Carmelo Licitra Rosa -, ha permesso allora  la nascita di un nuovo Soggetto, che possiamo riconoscere come il Soggetto della verità, ossia il Soggetto della psicoanalisi. Si tratta del soggetto che Lacan racchiude nel matema ($), S barrato, vale a dire quel soggetto che si produce per l’azione del significante che ricade su di lui indiviso, e ne fa un soggetto diviso, diviso irriducibilmente dall’Io, che si aliena nell’ Altro.

È in questa divisione soggettiva che si articola il desiderio e il soggetto si costituisce come soggetto di desiderio, il soggetto di cui si occupa la psicoanalisi, il soggetto della verità, di quella verità soggettiva che il sintomo rivela tra le bugie che ci raccontiamo.

L’Io è un Altro, dice Lacan, facendo propria la frase del poeta Rimbaud, ossia l’Io è l’illusione che noi siamo lì dove pensiamo di essere, senza sapere che invece lì siamo solo l’immagine riflessa che l’Altro ci rimanda di noi stessi. Perché, se il soggetto, rimosso, è il luogo della verità di ciascuno sul proprio desiderio, l’Io è invece quello del suo misconoscimento e del suo occultamento.

Le nevrosi, in particolare la nevrosi ossessiva, costituiscono quelle particolari condizioni psichiche attraverso le quali il soggetto può articolare, nel simbolico, il sistema dei rapporti col reale del proprio desiderio e, nell’immaginario del proprio Io, i modi attraverso cui cerca di difendersene.


 La clinica lacaniana della nevrosi ossessiva

  

 È dunque nell’ossessivo che possiamo cogliere la complessa articolazione del rapporto tra l’Io e il soggetto, tra la coazione compulsiva a gratificare il proprio Io e l’illusione di poterlo così soddisfare una volta per tutte.

Basti pensare, per esempio, ai rituali ossessivi, così gratificanti per l’io e al tempo stesso così spossanti invece per il soggetto, mai soddisfatto dei risultati che ne ottiene, giacché essi si realizzano sempre lì dove non gli servono, sulla scena della realtà e mai su quella del desiderio. E tuttavia l’ossessivo ricava  un godimento segreto nello sfinirsi pur di evitare il proprio desiderio. Freud se ne accorse nel caso dell’Uomo dei topi, scorgendo nel suo sintomo ossessivo un godimento a lui stesso ignoto.

L’ossessivo cerca, dunque, di far coincidere il soggetto con l’Io, di racchiuderlo tutto quanto nell’ Io, di farsi Io assoluto, in maniera tale che, cancellandosi come soggetto, possa rendere impossibile il suo desiderio. Un desiderio che tuttavia è indistruttibile, che non può essere né assorbito interamente dal significante, né liquidato del tutto nell’immaginario - come invece vorrebbe l’ossessivo - ma che torna sempre, allo stesso posto e nello stesso modo, in quanto il desiderio è dell’ordine del reale e dunque, come tale, non può mai esaurirsi nel simbolico o nell’immaginario. Solo la parola, il Logos, può bordeggiare la voragine del reale del desiderio, senza mai colmarla, una parola che l’esperienza analitica cerca di ristabilire al posto del sintomo!

 I 

Allo scopo di approfondire gli aspetti più salienti che l’approccio psicoanalitico permette di cogliere nella clinica della nevrosi ossessiva, mi sono rifatto soprattutto alla lettura che ne fa Lacan nel capitolo XXIII, l’ossessivo e il suo desiderio, del Seminario Libro V, le formazioni dell’inconscio (1957-1958) pag. 414 – 432.


 Lacan inizia il suo discorso sull’ossessivo chiarendo subito che l’ossessivo è quello che si deve costituire di fronte al proprio desiderio evanescente (pag. 414). Dunque, la finalità prioritaria dell’ossessivo è quella di liquidare il proprio desiderio, di svuotarsene come soggetto, di renderlo appunto evanescente. Il compito è evidentemente affidato all’Io, che lo svolge nei modi che vedremo e che, mi sembra, spieghino molto bene l’eterogeneità delle manifestazioni cliniche della nevrosi ossessiva.

Per esempio, in alcuni casi, l’ossessivo è maggiormente impegnato sul piano del pensiero, un pensiero rimuginato, ripetitivo, in altri casi più sul piano dell’azione, attraverso gli infiniti rituali, le diverse manovre, le svariate azioni cui si costringe, in quanto, non potendo mettere sotto controllo il proprio desiderio, mette sotto controllo la realtà che lo circonda, vale a dire, prima di tutto, l’Altro.


 La cura per gli aspetti formali, più che per i contenuti, è uno dei  modi attraverso cui l’ossessivo si serve per tenersi lontano dall’investimento libidico su qualsiasi oggetto possa avvicinarlo all’esperienza del desiderio:  


Nella psicologia di un ossessivo, più qualcosa ha il ruolo di oggetto, fosse pure momentaneo, del desiderio, più la legge di approccio del soggetto rispetto a questo oggetto si manifesterà letteralmente con un abbassamento di tensione libidica. […] Il problema per l’ossessivo è dunque quello di dare un supporto al desiderio – desiderio che per lui condiziona la distruzione dell’Altro, dove il desiderio stesso sparirà (pag. 413).


 In altri termini, proprio quando l’ossessivo si avvicina a qualcuno di quegli oggetti che possono mobilitare il suo desiderio, allora deve abbassare quella che Freud chiama la libido di investimento oggettuale, affinché il desiderio sparisca nell’oggetto ormai disinvestito, affinché possa renderlo, appunto, evanescente.

 È così che l’ossessivo, facendo sparire il desiderio, in sé stesso e nell’Altro, s’inaridisce fino a ridursi ad un puro significante, a scheletro devitalizzato di se stesso, poiché dove non c’è afflato di desiderio lì non può esserci vita.



  In altri termini, l’ossessivo, svuotato del proprio desiderio, deve sottomettersi a ciò che può servire a ravvivarlo, e che trova nel Fallo, in quanto, come dice Lacan, è il significante per eccellenza del rapporto dell’uomo con il significato, e perciò in una posizione privilegiata (pag. 416).

  L’ossessivo, dunque, è destinato a dipendere dalla presenza dell’Altro in quanto significante Fallo giacché ciò che rivitalizza l’ossessivo è ormai il Fallo e non l’amore, il che spiega il ricorso di molti ossessivi alla pornografia o a saltuarie esperienze omosessuali.

 L’Altro da cui l’ossessivo dipende, alla cui domanda si sottomette, l’Altro a cui l’ossessivo, essendosi abolito sul piano della domanda d’amore, deve chiedere il premesso per poter sussiste, l’Altro con il quale l’ossessivo articola il suo rapporto di desiderio è l’Altro immaginario incarnato nell’Altro reale, nel proprio simile e che, non avendo niente a che fare con l’Altro che l’ossessivo nel proprio fantasma interpella, è sempre l’Altro che delude, poiché la sua risposta non avviene mai là dove l’ossessivo se l’aspetta.

 L’articolazione del rapporto dell’ossessivo con l’Altro immaginario serve all’ossessivo per situare il suo desiderio nel luogo dell’Altro, nel luogo dove cioè, pur di distruggere il proprio desiderio, pur di impedirsi di riconoscerlo come proprio,  può dirsi che è l’Altro, non lui, ad interdirlo.

 

L’ossessivo risolve la questione dell’evanescenza del suo desiderio facendone un desiderio interdetto. Egli lo fa sostenere dall’Altro, precisamente tramite l’interdizione dell’Altro (pag. 425).

 

 Tuttavia, siccome - come dice Lacan continuando il suo discorso su questo punto - desiderio interdetto non significa desiderio soffocato, la posizione dell’ossessivo nei confronti del desiderio in rapporto all’Altro è ambiguo, nel senso che lo camuffa. In altre parole, affinché il suo desiderio venga interdetto, l’ossessivo deve pur mostrarlo, e lo mostra come ciò che non vuole. Il desiderio si presenta all’ossessivo come quello che non vuole, e poiché il desiderio è metonimico, ecco che l’ossessivo è sempre alla ricerca di altro in alternativa a ciò che già possiede, quell’altro il cui desiderio verrà poi nuovamente interdetto non appena ne entrerà in possesso. Per questo, l’oggetto dell’ossessivo è sempre un po’ degradato. Nessuno come l’ossessivo è esposto a quella degradazione della vita amorosa, di cui ci ha parlato Freud.

 A quest’Altro dell’interdizione del desiderio l’ossessivo - come un servo al proprio padrone - si sottomette per dipenderne, poiché un rapporto mediato, non dal desiderio dell’Altro, ma basato sulla interdizione dell’Altro può evidentemente reggersi solo sulla dipendenza dall’Altro e non costituirsi attraverso la dialettica della domanda. Il fine dell’ossessivo sottomesso all’Altro in un rapporto di dipendenza è quello di volere dall’Altro sia la domanda che il permesso sul proprio desiderio: muoversi autonomamente a partire dal proprio desiderio senza prima interpellare l’Altro getta l’ossessivo in un’angoscia insostenibile, l’angoscia della ritorsione dell’Altro.

 Al fine di assicurarsi la presenza e il permesso dell’Altro, il soggetto ossessivo fa di tutto per conquistare la sua ammirazione, dando prova delle sue eccezionali qualità. Si tratta di quelli che Lacan descrive come gli exploit dell’ossessivo.

Non sono rari gli ossessivi che sono soliti riportare nelle sedute il resoconto dettagliato delle loro performances, alle quali l’analista deve limitarsi a fare da testimone silenzioso, certificando in tal modo che non esiste alcuna castrazione nel soggetto. Peccato però che - come sottolinea Lacan -  la soddisfazione che [l’ossessivo] cerca di ottenere non si classifica affatto sul terreno dove l’ha ben meritata (pag. 428), poiché il vero testimone che deve convincere non è mai colui che dirà del soggetto – “Decisamente […] è proprio un tipo in gamba! (pag.429), il quale, invece, in verità se ne infischia, preso com’è dalle sue faccende. E infatti, l’ossessivo, in cambio delle sue prestazioni, finisce sempre per ricevere, invece del premio che si aspetta, solo le briciole.

 L'exploit assume dunque un ruolo centrale nella comprensione della dialettica del desiderio dell'ossessivo, che oscilla sempre tra l'affermazione della propria potenza e il continuo rinvio dell'incontro con il proprio desiderio, sentito, in quanto mancanza, come ciò che smaschera l’impotenza e la castrazione del soggetto.

 L’ossessivo oscilla anche tra bisogno di dipendenza e rivendicazione di autonomia, un’autonomia di cui non sa però poi che farsene, come pure spesso brama quelle vacanze che poi non riesce a godersi.

Un paziente, che nel luogo di lavoro, non si sottraeva mai a farsi carico anche degli impegni destinati ai colleghi, rinunciava volentieri alle pause lavorative per evitare di ritrovarsi sopraffatto da un opprimente senso di vuoto e di inutilità. Poteva stare bene solo se impegnato nel lavoro, anche, e soprattutto, quello che faceva per gli altri.

 Il permesso sul proprio desiderio, che l’ossessivo chiede all’Altro, consiste anche, evidentemente, nel permesso di potersi soggettivare su di esso, perché, in fondo, l’ossessivo desidera avere un desiderio, un desiderio che, tuttavia, gli si presenta come impossibile, in quanto il desiderio accordato dall’Altro è al tempo stesso un desiderio interdetto. Per l’ossessivo, infatti, è impossibile - riprendo l’espressione di Lacan - non cedere sul proprio desiderio perché questo significherebbe sostenersi sulla sua mancanza strutturale, sulla castrazione. L’ossessivo, dice Lacan, preferisce la morte al desiderio e dunque preferisce rinunciare alla propria libertà pur di mettersene al riparo, disponendosi sotto l’ala protettiva della domanda dell’Altro. Quando Freud pronunciò la famosa frase l’uomo ha sempre barattato la propria felicità per un po’ di sicurezza in più evidentemente pensava proprio all’ossessivo.

 Per questo, la posizione dell’ossessivo nei confronti della scelta è sempre amletica, ossia quella dell’indecidibilità e della rinuncia. L’ossessivo procrastina all’infinito la scelta che deve compiere, pur di evitare l’incontro con il proprio desiderio. Decidere tenendo conto del proprio desiderio, senza chiedere il permesso dell’Altro, significa per l’ossessivo assumersi il rischio della morte, perché non si può - come invece pure vorrebbe - sapere in anticipo quello che sarà dopo l’atto della scelta. Per l’ossessivo il momento di scegliere arriva sempre troppo presto e la scelta è stata fatta sempre troppo tardi.

 E tuttavia, il soggetto ossessivo non è solo quello che procrastina all’infinito la scelta, ma anche quello che, paradossalmente, può ritrovarsi a prendere decisioni improvvise e impulsive. Un giovane, che aveva rimandato per mesi l’acquisto di un telefonino, studiando meticolosamente le caratteristiche di ogni modello senza mai sceglierne uno, un giorno, passando per caso davanti ad un negozio di telefonini, entrò e ne comprò uno a caso, o meglio acquistò quello che gli consigliò il commesso. Aveva fatto scegliere all’Altro. Aveva fatto decidere all’Altro quale dovesse essere il proprio desiderio. Ovviamente, la conclusione fu che, insoddisfatto di quella scelta, dopo pochi giorni rimise in vendita il telefonino come usato.

 Lacan sottolinea quanto l’ossessivo possa essere esposto al rischio di commettere veri e propri acting out, soprattutto in analisi, perché è soprattutto l’esperienza psicoanalitica che consente, come dice Lacan, il cammino verso il proprio desiderio, vale a dire la possibilità reale che il soggetto possa incontrare il proprio desiderio. L’acting può essere allora visto come un modo per interrompere questo cammino, o per deviarlo mettendo l’azione al posto della domanda. Quel giovane, pur di evitare l’incontro col proprio desiderio, aveva lasciato che fosse il desiderio del commesso, e non il proprio, ad orientarlo nella scelta del telefonino. L’acting si configura dunque come un appello rivolto all’Altro evitando la domanda, come un modo per trasferire dal fantasma alla realtà l’oggetto del desiderio (l’oggetto piccolo a), per collocarlo lì, di fronte al soggetto, dove, come in un miraggio, può avere l’illusione di raggiungerlo, e non alle sue spalle, dove esso sparisce.

 Così, possiamo dire che l’ossessivo vuole le risposte evitando di fare la domanda, come l’isterica fa la domanda senza volere la risposta.

  

A mo’ di sintesi vorrei richiamare, in conclusione, quelli che Lacan individua come i quattro punti cardinali attorno ai quali si orienta e si polarizza ciascuna difesa del soggetto (pag. 430): il fantasma, la presenza dell’Altro, gli exploit e gli acting out, che, come abbiamo visto, rappresentano gli architravi su cui si regge la struttura ossessiva allo scopo di evitare il contatto con il proprio desiderio.

 

 Ai quattro punti cardinali di Lacan, vorrei aggiungere quelli che, a mio avviso, possono essere ravvisati come i tre paradossi della fenomenologia dell’ossessivo: scegliere il nuovo mantenendo al tempo stesso il vecchio, scegliere pretendendo di sapere in anticipo come sarà il dopo, fare la propria scelta  lasciandola decidere all l’Altro,

È così che l’ossessivo cerca l’impossibile, ossia di risolvere una volta per tutte la questione del proprio desiderio.

 

Mi fermerei qui, sperando di avervi dato spunti utili per ripensare, alla luce dell’insegnamento di Jacques Lacan, la clinica della nevrosi ossessiva e gli intricati rapporti, nel soggetto, tra domanda e desiderio cui questa clinica rimanda.

 

 

 


 
[1] Lei si preoccupa di quella che chiama "perdita dell'oggetto" eppure quello che ho cercato di mostrare non è la perdita, ma la funzione: l'oggetto non è rappresentato, causa. (Risposta di Lacan ad A. Green. Ringrazio il collega M. Mattioli per avermi fornito la citazione).

Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 10 maggio 2026
La tesi più radicale e spesso fraintesa di Jacques Lacan è quella che egli riassume nel celebre aforisma: 𝑛𝑜𝑛 𝑐'𝑒̀ 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. Questo non significa, banalmente, che gli esseri umani non facciano sesso tra di loro o che non vi siamo atti sessuali. Significa qualcosa di molto più profondo, ossia che non esiste una formula, un codice naturale che possa scrivere la relazione tra un sesso e l'altro, che possa prestabilirla una volta per tutte, che possa predeterminarne l'armonia, garantirne il funzionamento ottimale e il successo. Non esiste una matematica del sesso umano, una sua scrittura, tanto nella biologia, quanto nell'inconscio stesso. A differenza degli animali, guidati dall'istinto che crea un rapporto fisso e funzionale alla specie, l'essere umano, essendo immerso nel linguaggio, ha perso per sempre questa bussola biologica. Siamo 𝑝𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎, e questo ha due conseguenze fondamentali. In primo luogo, 𝐼𝑙 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒: non ci accoppiamo, mettiamo in scena una fantasia. Non desideriamo l'Altro in sé, ma l'oggetto causa del nostro desiderio ((𝑜𝑔𝑔𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑎)) che presumiamo l'Altro possegga. Ogni atto sessuale non è un incontro tra due nature che si completano, ma un complesso dialogo tra due mondi inconsci, due fantasie che solo per un breve istante possono sperare di sovrapporsi, senza mai combaciare del tutto. Il sesso allo 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑢𝑟𝑜 è impossibile perché la parola si è insinuata tra noi e il reale del corpo, rendendo ogni esperienza irrimediabilmente soggettiva e filtrata dal significato. In secondo luogo, i rispettivi godimenti non sono complementari. Non esiste un godimento "della coppia" che nasca dalla fusione di due metà. Esiste il godimento di un soggetto e il godimento di un altro soggetto. L'idea di 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑢𝑛𝑜 è l'illusione per eccellenza. Prova ne è la persistenza dell'autoerotismo: una parte del godimento del corpo resta sempre privata, solitaria, non condivisibile e non traducibile nel linguaggio dell'Altro, irrimediabilmente esclusa dalla dialettica discorsiva dell'amore. 𝑂 𝑠𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎 𝑜 𝑠𝑖 𝑔𝑜𝑑𝑒, potremmo dire, estremizzando i due registri, del reale del corpo e del simbolico del linguaggio È il 𝑔𝑜𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑈𝑛𝑜, che resiste all'ingresso nel legame a due. A questo punto, cosa riempie il vuoto lasciato dall'assenza di un 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 scritto dalla natura? 𝐋'𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞. Lacan afferma che 𝑙'𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑝𝑒𝑟𝑖𝑠𝑐𝑒 𝑎𝑙𝑙'𝑎𝑠𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. L'amore è il discorso, l'invenzione, la costruzione poetica con cui tentiamo di dare un senso a questo 𝑛𝑜𝑛-𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜. È il legame che si sforza di creare un ponte sull'abisso che separa due godimenti. Mentre il sesso rivela la disgiunzione fondamentale, l'amore è la promessa (sempre illusoria, ma necessaria) che un'unione sia possibile, che il godimento dell'Altro possa essere compreso e condiviso, che da due si possa davvero diventare Uno. Amare, in questa prospettiva, diventa un atto etico di straordinaria complessità. Non significa trovare 𝑙'𝑎𝑙𝑡𝑟𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑙𝑎 di Aristofane che ci completa. Amare significa tollerare la crepa che ci divide dall'Altro, accettare che l'Altro rimarrà sempre un mistero, con un nucleo di godimento inaccessibile. Amare significa amare la mancanza dell'Altro (𝑎𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 ℎ𝑎, dice Lacan), significa saperci fare con il reale del sesso, ossia vivere la sessualità non con la pretesa di una fusione totale, ma con la consapevolezza della distanza, trovando una meraviglia proprio in quel tentativo, sempre rinnovato e sempre parzialmente mancato, di toccare l'irraggiungibile alterità dell'Altro. Perché questa coesistenza di unione (l'amore) e disgiunzione (il sesso) sia possibile e sostenibile in una coppia, occorre che entrambi i partner dispongano di un Significante speciale, che presiede a tutti i significanti, e che Lacan chiama il 𝐅𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐢𝐦𝐛𝐨𝐥𝐢𝐜𝐨, vale a dire quell'iscrizione etica che orienta il desiderio e disciplina il godimento. L'amore diventa allora quella meravigliosa e talvolta infernale invenzione che ci permette di 𝑓𝑎𝑟 𝑓𝑖𝑛𝑡𝑎" 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑎, e in questo far finta si gioca tutta la ricchezza, la tragedia e la bellezza della vita umana. @follower Per approfondire: https://www.egidioerrico.com/cosa-la-psicoanalisi-ha-da-dire-sullamore-e-sul-sesso
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 9 maggio 2026
La madre porta con sé il segreto indicibiledel significato del proprio bambino
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 23 aprile 2026
IL DESIDERIO È SEMPRE PER UN CORPO, L'AMORE È SEMPRE PER UN NOME, IL NOME DI QUEL CORPO . Il titolo, sebbene non sia una citazione letterale di Lacan, è una sintesi del suo insegnamento sulla complessa dialettica tra amore e desiderio. Approfondiamo l’argomento, mantenendoci all’interno della teoria lacaniana. L'aforisma del titolo si scompone in due movimenti principali che si unificano nel finale. 1. Il Desiderio è sempre per un Corpo. Per Lacan, il desiderio (désir) non è né il bisogno (biologico, che può essere soddisfatto, come la fame) né la domanda (la richiesta articolata all'Altro, che è sempre una domanda d'amore). Il desiderio nasce proprio dallo scarto tra il bisogno e la domanda. È un resto, un'eccedenza, ed è per sua natura inconscio, indistruttibile e metonimico: scivola incessantemente da un oggetto all'altro senza mai trovare un appagamento definitivo. Cosa significa che è per un corpo? In primo luogo che il desiderio non si rivolge alla persona colta nella sua totalità, ma è innescato da un "oggetto parziale", quello che Lacan chiama “oggetto piccolo a” (objet petit a). Questo non è un oggetto reale che si può possedere, non è un oggetto meta del desiderio, ma ne è la causa fantasmatica. Il corpo dell'altro diventa il luogo, il palcoscenico, in cui immaginiamo di poter trovare questo oggetto perduto: uno sguardo, una voce, un seno, un certo modo di muoversi. Il corpo è il supporto materiale del nostro fantasma fondamentale. In secondo luogo che il desiderio si muove prevalentemente nel registro dell'Immaginario. Desideriamo l'immagine dell'altro, il corpo come Gestalt, come forma che promette una completezza che a noi manca. È una relazione duale: "io" desidero "quel corpo" perché immagino che possa colmare la mia mancanza (manque-à-être). Infine perché, in quanto legato all'oggetto parziale e all'immagine, il corpo del desiderio è, per il suo carattere metonimico, intercambiabile . Finito l'incanto di un corpo, il desiderio può facilmente spostarsi su un altro che sembra incarnare meglio, o in modo nuovo, l'objet petit a. Il desiderio è seriale. In sintesi, con la prima parte dell'aforisma volio dire che il desiderio è radicato nella pulsione, si aggancia a frammenti del corpo dell'altro e opera in una logica di consumo e sostituzione, senza mai raggiungere una vera soddisfazione. 2. L'amore è sempre per un Nome, il Nome di quel Corpo. Qui la prospettiva cambia radicalmente. L' amore , a differenza del desiderio, si colloca nel registro del Simbolico . Il "Nome" non è da intendersi come il semplice nome anagrafico, ma ha una precisa valenza simbolica: è il modo attraverso cui i nostri genitori hanno deciso come saremo riconosciuti nella nostra singolaritàtà e insostituibilità. È la funzione simbolica che iscrive un soggetto in un ordine, in una genealogia, in una storia. Il Nome rappresenta l'unicità irriducibile del soggetto, la sua particolarità assoluta all'interno del linguaggio e della cultura di appartenenza. Il Nome è ciò che fa di un esistenza biologica un essere umano, che imprime alla nuda vita il carattere dell'eternità : di ognuno di noi muore il corpo, ma non il Nome. Quel Nome che fa di un individuo quel soggetto e non un altro. Amare qualcuno significa amare questa sua singolarità, questo suo "Nome": l ’amore è sempre per un nome , dice Lacan. L'amore è il movimento che permette di superare la visione dell'altro come mero corpo-oggetto per riconoscerlo come soggetto. Si ama la sua mancanza, la sua "castrazione" simbolica, la sua finitezza. Come dice Lacan, amare è dare ciò che non si ha . Si offre la propria mancanza alla mancanza dell'altro, creando un legame che non si basa sul possesso ma sul riconoscimento reciproco di un'incompletezza. Si ama il Il Nome di quel Corpo vuole indicare la congiunzione cruciale dell'amore a quel corpo e solo a quel corpo. L'amore non è un'astrazione platonica. È l'atto che salda la singolarità simbolica (il Nome) a un corpo particolare e contingente . L'amore opera una sorta di "miracolo": fa sì che tra tutti i corpi desiderabili del mondo, uno solo diventi insostituibile. Perché? Perché quel corpo diventa il significante del Nome che amiamo. Il corpo cessa di essere un oggetto intercambiabile e diventa l'incarnazione necessaria di quella soggettività unica. L'aforisma descrive dunque la funzione dell'amore come ciò che àncora il desiderio e che, come dice Lacan, lo umanizza. Senza amore, il desiderio è condannato a un'erranza infinita, a una ricerca senza fine del corpo perfetto che possa incarnare l'objet a , una ricerca destinata al fallimento e alla ripetizione. È la logica del Don Giovanni: ogni corpo è desiderabile ma nessuno è indispensabile. L'amore interviene a interrompere questa catena metonimica. Opera una metafora : la sostituzione di un significante con un altro. Il corpo dell'amato viene elevato a significante dell'unicità assoluta del soggetto. L'amore dice: " Desidero questo corpo non perché ha questo o quel frammento che cattura la mia pulsione, ma perché è il corpo di questo Nome, di questa persona unica che per me non ha eguali ". In questo modo, l'amore non nega il desiderio, ma lo riorienta, lo stabilizza. Permette di desiderare sempre lo stesso corpo, non per abitudine, ma perché in quel corpo si continua a incontrare il mistero e l'unicità del Nome amato.  L'amore è ciò che permette il passaggio dal desiderio di un corpo al desiderio di quel corpo, il corpo che porta con sé il segno indelebile di un Nome.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 20 aprile 2026
Accostarsi alla clinica psicoanalitica, in particolare quella di orientamento lacaniano, non può, a mio avviso, prescindere da una comprensione approfondita di alcuni concetti fondamentali: Divisione Soggettiva, Desiderio, Fantasma Fondamentale, Pulsione, Ripetizione, Godimento. Questi termini non solo devono essere esplorati singolarmente, evidenziandone le specificità e i caratteri distintivi, ma è cruciale che vengano anche analizzati nelle loro interrelazioni strutturali e dinamiche. Solo così potremo evitare confusioni e comprendere come questi elementi concorrono alla definizione delle tre strutture psicopatologiche: Nevrosi, Perversione e Psicosi. L’incontro di oggi si propone di chiarire questi concetti, affinché possano fungere da fondamenta solide per una conoscenza più ampia e articolata della clinica psicoanalitica. Divisione Soggettiva Al cuore della psicoanalisi lacaniana non c'è una teoria astratta e conclusa, ma una domanda radicale e aperta sulla sofferenza umana . Una domanda che parte da un'esperienza che tutti, in qualche modo, conosciamo: perché siamo così spesso attraversati dalla dolorosa sensazione di essere divisi, lacerati? Perché spesso ci sorprendiamo per una parola che non pensavamo di pronunciare, per un gesto, un’azione che non ci aspettavamo di compiere o per una decisione che mai avremmo voluto prendere? Perché siamo così spesso attraversati dalla sensazione che ciò che diciamo di noi stessi non esaurisca mai completamente ciò che siamo, o meglio, ciò che pensiamo di essere? Per Cartesio io sono dove penso di essere, anzi io sono perché penso. Questa certezza dell’essere in quanto pensante, questa coincidenza assoluta dell’Io con il suo pensiero, e con il soggetto in cui ognuno si riconosce come essere, dominerà il pensiero moderno per circa trecento anni, ossia dal 1600 fino alla fine del 1800, quando il genio di Freud, con la scoperta dell’inconscio, non darà un colpo decisivo al cogito cartesiano. Forse vale la pena di soffermarci un attimo su questa linea evolutiva, perché in essa possiamo ravvisare le radici della nascita della psicoanalisi, ossia un percorso che va da un soggetto padrone di sé a un soggetto "parlato" e diviso, un’evoluzione cruciale nella storia del pensiero occidentale: il progressivo decentramento del soggetto rispetto al pensiero e al linguaggio, il passaggio graduale dalla certezza all'incertezza, dalla trasparenza all'opacità del soggetto. Un passaggio che si compie in tre tappe fondamentali. 1. Cartesio: Il Soggetto della Certezza e del Pensiero Trasparente Il punto di partenza è il soggetto cartesiano . Con il suo celebre Cogito ergo sum ("Penso, dunque sono"), Cartesio fonda l'esistenza del soggetto sulla sua capacità di pensare: sul piano del pensiero , il soggetto è il padrone assoluto del proprio pensiero . L'"Io" è una sostanza pensante ( res cogitans ), pienamente cosciente e trasparente a se stessa. Il pensiero è ciò che definisce il soggetto e ne garantisce la certezza. S ul piano del linguaggio , il soggetto che parla è sempre preceduto dal pensiero, il soggetto dice sempre quello che pensa e pensa sempre quello che dice: Il linguaggio allora assume un valore secondario rispetto al pensiero, è uno strumento che serve a comunicare un pensiero che si è già formato, chiaro e distinto, nella mente del soggetto. È un'espressione controllata e assolutamente consapevole della coscienza. In sintesi, per Cartesio l'equazione è: Io penso → Io sono . Il soggetto precede e domina sia il pensiero che il linguaggio, avendo di entrambi piena padronanza. 2. Freud: la Frattura del Soggetto e l'emergere dell'Inconscio Con Freud, questo edificio di certezze crolla . La scoperta dell'inconscio rappresenta la prima, grande ferita narcisistica al soggetto cartesiano: il soggetto non è più padrone in casa propria . Il pensiero cosciente (l'Io) è solo la punta di un iceberg. La vera forza motrice sono i pensieri inconsci , i desideri e le pulsioni che sfuggono al suo controllo. Il soggetto è "agito" da un pensiero che non conosce . Il linguaggio, allora, smette di essere uno strumento docile e diventa la via d'accesso privilegiata all'inconscio : lapsus, sogni, motti di spirito non sono errori, ma manifestazioni di una verità del soggetto che la coscienza ignora . Il linguaggio tradisce il soggetto, ma nel tradirlo, lo rivela. L'equazione freudiana è più complessa: Io sono dove un pensiero inconscio si manifesta . Il soggetto è decentrato tra conscio e inconscio. 3. Lacan: Il Soggetto come effetto del linguaggio Jacques Lacan porta la rivoluzione freudiana alle sue estreme conseguenze , integrandola con la linguistica strutturale. Se per Freud l'inconscio si esprime attraverso il linguaggio, per Lacan l'inconscio è strutturato come un linguaggio . Lacan rovescia radicalmente Cartesio: "Io penso dove non sono, dunque sono dove non penso" . Il pensiero non appartiene al soggetto; il soggetto emerge nel "luogo dell'Altro ", cioè nella struttura preesistente del linguaggio e delle sue leggi. Il soggetto non esiste prima del linguaggio , ma è un suo effetto . Entrando nel linguaggio (l'ordine simbolico), l'essere vivente viene "mortificato", diviso, e si costituisce come soggetto mancante, barrato (scritto $). Non siamo noi a parlare il linguaggio, ma è il linguaggio che ci parla. Il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante. Per Lacan, l'equazione definitiva è: Il linguaggio parla → Io sono (come effetto diviso) . Tutto l’insegnamento lacaniano ruota intorno alla questione del soggetto diviso in quanto effetto del linguaggio . Attraverso di esso Lacan ne cerca le ragioni, le formula, le argomenta, le mette in logica fino ad arrivare a stabilire che l’entità radicale e irriducibile della struttura del Soggetto umano non è la sintesi, ma la divisione , offrendoci al tempo stesso una mappa per esplorarla, per comprenderla e per studiarne le diverse implicazioni nella sofferenza psichica e nella clinica. L’Ordine del Simbolico e il Linguaggio 1. Da una parte , c'è il mondo in cui viviamo: l'universo del Simbolico . È il mondo del linguaggio, delle regole sociali, delle aspettative degli altri e delle nostre stesse parole. È il patto che ci rende esseri umani in una comunità. Il con-tratto che sottoscriviamo per ottenere il diritto di essere ammessi nella civiltà . Il trattino col quale ho scomposto il termine contratto è per sottolineare che gli esseri umani sono nel simbolico con tratto: questo tratto è la parola e dunque Il contratto si fonda sulla parola: un tratto che non si limita a descrivere, ma lega . È l'atto con cui il dire diventa un vincolo. È esattamente questo che Lacan vuole intendere quando dice che il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante: Il significante , per Lacan, va inteso infatti come il tratto della parola e tra le parole. Non è semplicemente la parola nel suo uso comune. È, prima di tutto, un tratto, un marchio, un'iscrizione. Lacan lo chiama trait unaire (tratto unario). È un segno che non ha un significato intrinseco, ma che serve a produrlo , e a differenziare, a marcare una differenza. Proprio come il "tratto" di una firma su un contratto . In altri termini, la parola che rappresenta un soggetto è un tratto (il primo significante, S1) che, per poterlo rappresentare, deve necessariamente legarsi a un altro tratto (un altro significante, S2), un altro soggetto. Il soggetto, allora, non è la fonte di questo legame, ma il suo effetto . Emerge proprio da questo contratto tra parole, in quello spazio vuoto che la catena dei significanti crea e al tempo stesso designa . Il contratto, quindi, non è qualcosa che il soggetto stipula, ma è l'atto stesso che lo costituisce ." Questo è il lato del Simbolico, dove il Soggetto si costituisce in quanto tale sotto la legge del Significante, dove il Soggetto, avendo subito la castrazione ad opera del Significante, è mancante-a-essere e dunque attraversato dal desiderio. L’Ordine del Reale e il Corpo 2. Dall'altra parte , c'è ciò che al mondo del linguaggio sfugge e si sottrae al significante. Ripensiamo al linguaggio come una rete fatta dalle parole tenute insieme dai significanti che la percorrono in lungo e in largo : con essa peschiamo le cose del mondo in cui viviamo, diamo loro un senso, un nome e in questo modo, dal mondo in cui viviamo, attraverso il linguaggio, ritagliamo, costruiamo la realtà che ci riguarda. La rete del linguaggio ha però dei buchi: c'è sempre qualcosa che essa non riesce a catturare, ma che comunque lascia intravedere, che rivela in qualche modo come l’Altra cosa , come l’ impossibile a dirsi . Questo impossibile è il Reale , che non è la "realtà", ma ciò che nella realtà non entra : il buco nella realtà simbolica che ci costruiamo con le parole e sottomettiamo alla legge del significante . Questa rete delle parole lungo la quale camminano i significanti, con i buchi che i significanti non riescono a coprire è esattamente quello che chiamiamo il Campo freudiano . Ossia il Campo dell’esperienza umana, e dunque anche il campo in cui opera la Psicoanalisi. Un Ponte: L’Immaginario Esiste un terzo registro, quello dell’ Immaginario , ma voglio tenerlo per ora in disparte perché lo ritroveremo più avanti come quel velo, quella “toppa” attraverso cui cerchiamo di mettere riparo alla spaccatura attraverso cui ci dividiamo tra il Simbolico ed il Reale, il registro attraverso cui cerchiamo di congiungere il mondo del linguaggio (Simbolico) a quello dell’impossibile a dirsi Reale). È il registro delle immagini, delle identificazione, dell'ego. È il regno della forma, della fusione, della rivalità e della relazione speculare (io/altro). Si forma a partire dallo "stadio dello specchio", dove il bambino si identifica con la propria immagine, creando un'illusione di totalità. Il Soggetto del Desiderio: La Mancanza-a-Essere È proprio da questa fessura insanabile che scaturiscono due delle forze più potenti della nostra vita : il desiderio, che punta al simbolico e al liguaggio, e il godimento, che punta al reale, al corpo, alla pilsione . Questa divisione si manifesta nella tensione costante tra ciò che possiamo esprimere a parole, il registro del Simbolico , e un'esperienza più profonda e inafferrabile che ci sfugge, il Reale . Il desiderio, in quest'ottica, non è la semplice ricerca di un oggetto, ma è l'espressione stessa di questa mancanza costitutiva: desiderare, per Lacan, significa essere intrinsecamente incompleti, essere mancanti-a-essere, come lui dice. Questo apre ad un paradosso, che Lacan, prende da Sartre: per essere occorre riconoscersi nella propria mancanza ad essere, che ci aliena dal nostro esistere in quanto pieni. Essere ci impedisce di riconoscersi nel nostro esistere. Allo stesso tempo, questa condizione è la radice della nostra sofferenza. Per diventare un "soggetto che desidera", è necessario accettare una perdita originaria, un concetto che Lacan, sulla scia di Freud, definisce " castrazione simbolica ". Non si tratta di un evento fisico, ma dell'abbandono dell'illusione infantile di essere completi. In fondo, il percorso per diventare esseri umani consapevoli implica proprio questo passaggio: nasciamo come organismi biologicamente "pieni", ma per acquisire una coscienza di noi stessi in quanto “esseri” dobbiamo barattare quella pienezza istintiva con una condizione di "mancanza-ad-essere ". Questa Divisione Soggettiva non è un'idea astratta, ma si rivela costantemente in quegli "inciampi" che costellano la nostra vita quotidiana : un lapsus, un sogno incomprensibile o un improvviso vuoto di memoria. Ad esempio, quando una persona in analisi ci dice "ora non mi viene in mente più nulla", non sta tanto opponendo resistenza, quanto piuttosto mostrando la sua fessura soggettiva, una porta che si apre sull'inconscio come l'impossibile da dire: è un punto di rottura, di interruzione, un taglio, una coupure, della catena sanicante, dove ci sorprende il soggetto che veramente siamo, ma che non conosciamo. Di fronte a questi "buchi", l'approccio della psicoanalisi lacaniana si distingue nettamente da altre terapie. L'obiettivo non è quello di "tappare la falla" o rafforzare l'Io per creare un'illusione di completezza, ma piuttosto di aiutare la persona a navigare l'esistenza proprio a partire da quella mancanza. Si tratta di imparare a "farsene qualcosa", a trovare una nuova posizione che trasformi quella crepa da fonte di paralisi a motore della propria vita. Questo processo si svolge nella dialettica del linguaggio , dove però le nostre parole non riescono mai a contenere pienamente il desiderio che le muove. Proprio per questo, il soggetto non può nominarlo fino in fondo e si rivolge all'Altro – l'analista, la società – sperando che sia lui a riconoscerlo e a dargli un senso, in un dialogo in cui si parla senza sapere del tutto cosa si sta dicendo, né chi sia veramente quell'Altro al quale si sta dicendo. Il Soggetto del Godimento: La Pulsione Se dal lato del Simbolico troviamo il soggetto del desiderio, radicato nel linguaggio, dall'altro, nel campo del Reale, il discorso cambia radicalmente. Qui, dove si manifesta " il buco del Rreale nel Sapere del Simbolico", il soggetto e la sua domanda perdono di significato, quasi si annullano, per lasciare spazio alla Pulsione, che Lacan designa con la formula ($◇D) . In questa dimensione , il corpo non è più un'unità, ma un insieme di zone erogene, di orifizi che diventano luoghi di taglio . È qui che il soggetto si confronta con la propria mancanza costitutiva, emergendo come quella “ entità acefala ", che è la Pulsione , ossia il soggetto senza testa e senza domanda, che, come la coda di una lucertola che, sebbene recisa, continua a muoversi, agisce senza un'intenzione chiara, in un ciclo che non mira a colmare un vuoto . Si trova in uno spazio tanto lontano dalla parola, da non sospettare di essere lui, lì, a "parlare" attraverso il suo corpo. Quindi possiamo dire che, mentre il soggetto del desiderio parla senza sapere quello che dice, il soggetto della pulsione parla senza saper che è lui a parlare. Questo soggetto è costantemente alla ricerca dell'oggetto perduto del corpo, l' oggetto del godimento . Si tratta degli oggetti parziali freudiani (orale, anale), ai quali Lacan aggiunge lo sguardo, la voce e, infine, il "niente". Il paradosso tragico è che questa ricerca è destinata a fallire, perché l'oggetto che il soggetto cerca è il soggetto stesso, in quanto parte perduta del proprio corpo: “ E' il soggetto in quanto oggetto perduto del soggetto, che il soggetto cerca in quanto oggetto perduto del corpo” (A. Eddelsztein). È in questi "buchi" del corpo, in questa apparente mancanza, che si colloca il Godimento del corpo sganciato dal simbolico e dall’immaginario: non si accede più al godimento della parola, non si accede più al godimento dell’Altro, il godimento rimane godimento della pulsione nel corpo, senza argine, senza fine, distruttivo: la pulsione di morte, l’al di là del principio di piacere è proprio questo godimento fine a se stesso che non vuole sapere altro se non di ripetersi. Questo tipo di godimento non va inteso come semplice piacere o soddisfazione, e nemmeno come sofferenza. È piuttosto il luogo vuoto in cui il soggetto si annida, facendosi inconsapevolmente l'oggetto che desidera ma che non può mai possedere , poiché un soggetto non può ritrovarsi da solo come oggetto. Da qui nasce il ciclo incessante della ripetizione, che rappresenta il godimento del punto più intimo e problematico del suo essere. Lo scopo della psicoanalisi è quello di smuovere il soggetto da questo godimento mortifero per aprirlo alla possibilità di un desiderio nuovo . In sintesi, sia a livello del desiderio (nel linguaggio) sia a livello del godimento (nel corpo), il soggetto si costituisce e si definisce sempre nel suo rapporto con l' oggetto piccolo (a) , che funge da causa del desiderio o da oggetto parziale della pulsione. Il Soggetto in Bilico: Tra il Desiderio e la Pulsione Al cuore del pensiero di Jacques Lacan troviamo quindi un soggetto profondamente diviso , costantemente in bilico tra due forze potenti e opposte: il Desiderio e la Pulsione . Ma come può l'individuo sostenersi su questa frattura costitutiva, senza precipitare nell'angoscia? Da un lato, c'è l'abisso del Desiderio , una mancanza fondamentale che ci spinge a interrogarci e a rivolgerci all'Altro attraverso il linguaggio . Dall'altro, c'è il vuoto della Pulsione , una forza che emerge dal corpo e ci spinge incessantemente verso un godimento enigmatico , che Lacan chiama Jouissance. L'essere umano è irriducibilmente teso tra queste due logiche eterogenee. La risposta di Lacan a come il soggetto riesca a non frammentarsi si sviluppa lungo tutto il suo insegnamento e si fonda su due "stampelle" fondamentali, due costruzioni psichiche che offrono un sostegno su ciascun versante di questa divisione. Le Due Stampelle del Soggetto 1. Il Fantasma Fondamentale ($ <> a): La Cornice del Desiderio. Sul versante del linguaggio e del rapporto con l'Altro, la stampella è il Fantasma Fondamentale . Se il desiderio è un abisso, il fantasma è la cornice, la finestra che il soggetto costruisce per affacciarsi su quel vuoto senza caderci dentro . È una sorta di "sceneggiatura" inconscia che fornisce una risposta immaginaria alla domanda fondamentale: "Che cosa vuole l'Altro da me?" (Che vuoi?). La celebre formula lacaniana $ <> a descrive proprio questo: mette in relazione il soggetto diviso ( $ ) con l'oggetto piccolo a ( a ), ovvero l'oggetto-causa del desiderio, un resto inassimilabile. Nel fantasma, questo oggetto viene collocato illusoriamente nel luogo di un possibile ritrovamento, di una soddisfazione immaginaria. Sebbene l'oggetto a non possa mai essere veramente posseduto (è causa, non meta), questa finzione dà consistenza al desiderio, gli conferisce una realtà psichica e permette al soggetto di orientarsi nel mondo e di amare . Questa è la logica alloerotica: un rapporto con l'Altro mediato dal linguaggio e dall'immaginario. 2 . La Pulsione: Il Circuito del Godimento. Sul versante del corpo, la logica è completamente diversa: non è relazionale, ma solitaria . A differenza del desiderio, la pulsione non cerca un oggetto per colmare una mancanza. Al contrario, essa gira a vuoto attorno a un oggetto irrimediabilmente perduto. Il suo scopo non è il piacere o la soddisfazione, ma la Jouissance (il Godimento). Si tratta di una soddisfazione paradossale, spesso intrisa di sofferenza, che deriva dalla ripetizione stessa di questo circuito . È un godimento che si nutre del fallimento nel raggiungere l'oggetto, un moto perpetuo attorno a un vuoto. Un godimento che gira all’infinito esclusivamente nel reale del corpo, attraverso la pulsione e la sua ripetizione, non arginato dal simbolico, né rivolto all’Altro immaginario. Una coazione a ripetersi che, paradossalmente, si soddisfa della sua insoddisfazione, come dimostra la S ublimazione. La logica della pulsione è quindi autoerotica e autistica . Il godimento è sempre individuale, non condivisibile. Questo porta alla celebre massima di Lacan: " Non c'è rapporto sessuale ". Non significa che gli atti sessuali non avvengano, ma che non esiste una formula, una norma simbolica che possa unire e armonizzare il godimento di due soggetti in un "Tutto ". L'incontro sessuale è sempre un incontro tra due solitudini, tra due fantasmi. La pulsione, con la sua inesorabile ripetizione, è dunque l'altra stampella che sostiene il soggetto sul vuoto del proprio godimento. I l Soggetto Diviso: un Funambolo tra Due Abissi L'immagine che ne emerge è quella di un funambolo che cammina su una corda tesa. · Da un lato, si protende verso l'Altro, sostenuto dalla finzione del fantasma, alla ricerca di un senso e di un legame . · Dall'altro, è ripiegato su se stesso dalla pulsione, incatenato alla ripetizione di un godimento solitario che sancisce l'impossibilità di una fusione completa. Vivere significa navigare costantemente tra la ricerca di significato nel legame con l'Altro e l'incontro con il non-senso di un godimento che ci isola. Un Dialogo Incessante tra Linguaggio e Corpo. Questa divisione, tuttavia, non implica una separazione netta. Esiste uno scambio continuo tra il Simbolico (linguaggio) e il Reale (corpo): 1.Dal linguaggio al corpo: I significanti si "incarnano", producendo effetti sul corpo. La figura clinica che lo rappresenta è il sintomo isterico , dove un conflitto psichico si "converte" in una manifestazione somatica. 2. Dal corpo al linguaggio: La pulsione, radicata nel reale del corpo, "sessualizza" il pensiero e la parola. L'emblema di questo processo è il sintomo ossessivo , dove la sessualità impregna la catena significante. Il significante avvolge l’isterica nel corpo e l’ossessivo nel pensiero. Questa interdipendenza ci porta a una conclusione fondamentale: nell'essere umano, non esiste una sessualità "pura" o istintiva, così come non esiste un pensiero che non sia, in qualche modo, toccato dalla pulsione . Il significante e la pulsione hanno irrimediabilmente allontanato l'essere parlante dalla sua presunta animalità originaria. L'illusione di un rapporto di "solo sesso" si scontra con il fatto che, per l'essere umano, il sesso è sempre mediato dalle parole, dai fantasmi e dall'impossibilità di un rapporto senza resti. Conclusione: La Direzione della Cura e l'Etica dell'Atto Analitico Siamo partiti, nel nostro percorso, da un'evidenza clinica tanto radicale quanto ineludibile: la divisione del soggetto . Abbiamo visto come l'essere umano sia costitutivamente in bilico, teso tra l'universo del Simbolico – il campo della parola, della domanda e del desiderio rivolto all'Altro – e l'irruzione del Reale, la dimensione acefala della pulsione, della ripetizione e di quel godimento solitario e non condivisibile che Lacan chiama Jouissance . Ma giunti a questo punto, la domanda si impone con urgenza: quali sono le implicazioni di questa divisione fondamentale per la nostra pratica? Se il soggetto è spaccato, può la posizione dell'analista rimanere monolitica, uguale a se stessa? La risposta è, necessariamente, no. La direzione della cura non è una tecnica standardizzata, ma una posizione etica che deve sapersi modulare a seconda del versante della divisione soggettiva in cui si trova a operare. 1. Sul versante del Simbolico , nel regno della dialettica del desiderio, l'analista è convocato nel luogo del transfert come Soggetto Supposto Sapere . L'analizzante si rivolge a lui con una domanda di senso, sperando che l'Altro possa finalmente nominare, riconoscere e interpretare il suo desiderio. Infatti, qui, il nostro strumento principe è l' interpretazione , in particolare quella metaforica , che apre a nuove catene significanti. Ma è un'arte sottile: il nostro compito non è "dare un troppo di senso", non è tappare il buco con un sapere posticcio che andrebbe solo a suturare la ferita e a rafforzare l'Io. Al contrario, l'interpretazione deve mirare a preservare quello spazio vuoto, quell'intervallo tra un significante e l'altro, perché è solo in quella fessura che il soggetto dell'inconscio può finalmente emergere, sorprendersi e farsi sentire , può cioè venir fuori quel soggetto come Altra cosa , rispetto a quello che si suppone essere. Per questo l’interpretazione deve essere sempre anche metonimica . 2. Ma quando ci spostiamo sul versante del Reale , dove vige la logica ferrea della pulsione di ripetizione, il registro cambia drasticamente. Qui non c'è più una domanda di sapere, ma un circuito di godimento che si auto-sostiene nel suo stesso fallimento. Il transfert, di conseguenza, non si istituisce più sul sapere, ma si configura come un transfert sul godimento . L'analista non è più colui che sa, ma colui che - lungi dall’essere solo il sembiante dell’oggetto piccolo a - lo incarna, suo malgrado, facendone, non più l’oggetto causa del desiderio, ma l’oggetto reale di quel godimento mortifero . In questo contesto, l'interpretazione metaforica perde la sua efficacia; non c'è più un senso da svelare, ma un ciclo da interrompere [1] È qui che interviene l' atto analitico nella sua funzione più pura: quella del taglio . L'atto non è una parola, ma un'azione che opera una cesura nel reale , che spezza la catena della ripetizione e separa il soggetto da quel godimento che lo imprigiona . Che si tratti di una scansione della seduta, di un silenzio o di un intervento spiazzante, l'atto mira a introdurre una discontinuità là dove regnava la coazione a ripetere. [ Vediamo dunque come il transfert lacaniano, in entrambe le sue modulazioni, si fondi sempre su una logica di separazione e alienazione , e mai di identificazione o di semplice ripetizione speculare. L'obiettivo non è conformare il soggetto a un modello, ma permettergli di separarsi da ciò che lo aliena: che sia l'Altro del Simbolico o l'oggetto del godimento nel Reale. In conclusione, dirigere una cura significa saper danzare su questa faglia soggettiva , sapendo quando interpretare per aprire al desiderio e quando tagliare per arginare il godimento . La pratica della psicoanalisi non è il frutto di una tecnica bene appresa e bene applicata, ma un’etica che ci impone di non essere mai uguali a noi stessi, proprio perché il soggetto che abbiamo di fronte non è mai uno, ma irriducibilmente diviso. [1] Perché mantenere la posizione di sembiante di oggetto a come causa del desiderio e non di incarnarlo come oggetto a di godimento nel reale, è fondamentale nella "direzione della cura"? Perché solo se l'analista, attraverso il suo silenzio, le sue domande e le sue interpretazioni, si posiziona deliberatamente nel luogo enigmatico della parvenza, della finzione, del sembiante appunto, dell’oggetto piccolo a, senza incarnarlo realmente, solo se lascia questo posto vuoto, può diventare il perno del transfert: l'analizzante può proiettare sull'analista la funzione di "colui che sa" e, soprattutto, di "colui che possiede" quell'oggetto prezioso (agalma, come lo chiama Lacan nel Simposio di Platone) che si presume possa colmare la propria mancanza. Occupando la posizione di sembiante dell'oggetto a, l'analista provoca il desiderio di sapere (l'analizzante è spinto a parlare, a produrre associazioni, sogni e lapsus nel tentativo di capire e "carpire" dall’analista il segreto del proprio desiderio), non soddisfa la domanda (l'analista non risponde mai direttamente alla domanda d'amore o di soddisfazione dell'analizzante), permette all’analizzante di "attraversare il fantasma" (lo scopo finale della cura lacaniana è permettere al soggetto di "attraversare il suo fantasma fondamentale", ovvero di confrontarsi con la logica inconscia che struttura il suo desiderio e la sua sofferenza, e di separarsi dall'alienazione in questo oggetto a).
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Il Soggetto dell'enunciazione e il soggetto dell'enunciato
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 15 giugno 2025
Freud ha dimostrato che la perversione è un non volerne sapere nulla, ma proprio nulla, della castrazione. Una doppia negazione dunque: "non è vero che non c'è il fallo lì dove non posso fare a meno di volere che ci sia". Freud ha chiamato " Verleugnung " questo meccanismo di rigetto, di ripudio della realtà della castrazione. Lacan, riprendendo la questione dal punto di vista della " castrazione della madre ", mette in rilievo come il perverso non tolleri che l'Altro sia "bucato" , sia mancante cioè proprio di quello che gli serve per assicurarsi il proprio godimento, un godimento che egli deve necessariamente prelevare "nel luogo dell'Altro", e che non sopporta possa essere interdetto dalle ragioni dell'Altro, in buona sostanza, non tollera che il proprio godimento possa trovare un limite nel desiderio dell'Altro. Il perverso è dunque colui che si serve della "Verleugnung" (diniego, doppia negazione) per impedire che il desiderio dell'Altro interrompa il proprio godimento , come dire: "il tuo desiderio si oppone al mio interesse? Disturba la stabilità della mia posizione e la certezza delle mie convinzioni? Bene, neanche mi chiedo il perché, faccio prima a rigettarlo di sana pianta, non ne tengo alcun conto, per il semplicissimo motivo che esiste una sola posizione, la mia." In altre parole il perverso non riconosce la differenza dell'Altro , per questo è, appunto, "indifferente" alle ragioni dell'Altro - laddove invece il nevrotico ne soffre - è indifferente alla realtà. Non dice, all'Altro, "è vero che tu non sei d'accordo con me, ma non lo sopporto" - che è invece la posizione del nevrotico, ovvero sia il riconoscimento che l'Altro sta dicendo qualcosa di diverso che lui non sopporta, sia il riconoscimento che lui non lo sopporta, un "doppio riconoscimento", dunque, che aprirebbe comunque ad una dialettica - ma dice, più radicalmente: "non è vero che tu non sei d'accordo con me", confondendo e facendo spesso vacillare la realtà nell 'Altro! Una "doppia negazione", appunto, come a dire che nell'universo mondo non c'è che una sola verità, la sua! E' esattamente questa la posizione di godimento del perverso. Per questo, possiamo dire, che qualsiasi comportamento tendente a disconoscere le istanze altrui, quando queste costituiscono un limite al godimento soggettivo, può essere considerato un comportamento di perversità , come può esserlo, per esempio, in una coppia, quello di un partner che si rifiuti di prendere atto del desiderio dell'altro di volersi, per esempio, separare: si rifiuta di prenderne atto per continuare a farlo sussistere nel ruolo dì partner anche se questi se ne dichiara fuori. E' il caso dello stalking, che infatti è un comportamento perverso. In altre parole, il rapporto perverso non può essere interrotto , poiché si fonda sulla complicità inconscia, di distruggere la castrazione in ciascuno dei partner, di distruggere cioè il desiderio come causa del legame della coppia per sostituirlo con il godimento, in maniera da s congiurare il rischi, insopportabile per il perverso, di poter amare, il rischio, per i p due partner bloccati dal patto perverso, di innamorarsi l'uno dell'altro. Occorre cioè che il godimento nel plagiare l'Altro si incastri con il godimento dell'Altro a farsi plagiare. Da questo patto diabolico, dalla complicità perversa all'interno di una coppia - ma anche all'interno di un gruppo, di un'Associazione, di un'Istituzione, di una Setta - a collaborare attivamente per costruire e difendere la sola Verità possibile, ossia che non vi è nessuna castrazione in ciascuno, non è dunque possibile uscirne , prima di tutto perché l'angoscia che si scatenerebbe in seguito a una tale ipotesi entra a far parte sin dall'inizio dello stesso patto perverso, anzi ne costituisce il cemento, e poi anche perché il rischio di ritorsioni, terribili, anche omicide, è altissimo per chi voglia tirarsi fuori dal gioco, poiché rompere il patto perverso significa infliggere la pena insopportabile della castrazione. Molti femminicidi ne sono un esempio, e, nella Storia, la santa Inquisizione, i roghi, le Crociate ne sono altri. Quali azioni di stalking sistematici possono esserci piu delle "crociate" anche moderne contro tutte le posizioni discordanti da ciò che è ritenuta l'unica verità vera da imporre anche sotto minaccia di morte? In conclusione, è perverso ogni atteggiamento, posizione o comportamento che si basi sul disconoscimento di quella separazione tra gli esseri che di fatto è già data per avvenuta in qualsiasi contesto umano, e che è posta a fondamento dell'amore e della vita.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 2 marzo 2025
E' la mancanz a che non deve mancare