L'isterica, quella che s'offre nel corpo

DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO • 25 maggio 2024

Relazione presentata all'evento FAD della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica il 24 maggio 2024

L’ISTERICA: QUELLA CHE S’OFFRE NEL CORPO

Il corpo in psicoanalisi secondo la prospettiva lacaniana

 

 

"Ma in nome di che cosa tu vuoi amare te stesso? Precisamente in questo punto si incontra il fenomeno assolutamente straordinario che si realizza a partire dal fatto che l'uomo ama la propria immagina come la cosa a lui più vicina, vale a dire il proprio corpo. E tuttavia il fatto è che, del proprio corpo, egli non ne ha la minima idea. Crede che sia "io". Ognuno crede che si tratti di sé. Invece è un buco. E poi, di fuori, c'è l'immagine. E con questa immagine egli fa il mondo"
 
 
J. Lacan, Il fenomeno lacaniano, in: La psicoanalisi n 24, p 17

 

Il Campo Freudiano

La clinica lacaniana delle nevrosi è fondamentalmente una clinica freudiana, anzi è l’intera clinica lacaniana ad essere una clinica freudiana. Certo, Lacan ha ripensato in altro modo molti concetti freudiani, per esempio, l’inconscio, il transfert, la pulsione e la ripetizione, che ha riscritto e riunito come i quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, nel suo famoso Seminario XI del 1964.[1] Tuttavia, quella di Lacan rimane una clinica essenzialmente freudiana in quanto, possiamo dire, è una clinica della struttura, nel senso di una clinica che riduce a tre le categorie psicopatologiche: le nevrosi, le perversioni, le psicosi, considerandole strutture che si distinguono tra di loro, non sulla base dei sintomi che presentano, ma a seconda di come il soggetto si è originariamente posto nei confronti della castrazione primaria, se cioè attraverso la Verneinung  nella caso delle nevrosi, la Verleugnung  in quello delle perversioni, oppure attraverso la Verwerfung  nel caso delle psicosi; a seconda dunque di come il soggetto ha attraversato l’esperienza edipica. Detto per inciso, è per questo, per ragioni di struttura, che per Lacan, come del resto per Freud, non esistono quadri intermedi tra le tre strutture, né da una si può passare all’altra, anche se possono manifestarsi all’osservazioni sintomi comuni alle tre diverse condizioni. La clinica lacaniana delle nevrosi è dunque, come quella freudiana, la clinica della castrazione, la clinica, propriamente, del Campo Freudiano, vale a dire del campo dell’esperienza del soggetto in quanto formazione dell’inconscio, del soggetto che porta su di sé, senza saperlo, il marchio della propria castrazione.  


 La nevrosi

La nevrosi, in particolare, può essere considerata la condizione umana per eccellenza, in quanto è sostanzialmente il modo attraverso cui il soggetto costruisce l’ afflizione per il proprio desiderio, che è propriamente l’effetto della castrazione. Per Lacan, la castrazione è infatti il  prezzo che paghiamo per poterci costituire come soggetti di desiderio, ed essere soggetti di desiderio significa essere stati raggiunti dalla parola, la parola significante, vale a dire la Parola che proviene dall’Altro in posizione di metafora paterna, come Lacan designa quella funzione terza rispetto al dire della madre, e che in genere coincide con il padre reale. È da questa posizione che la parola opera come taglio, come interruzione - come castrazione dunque - di quel godimento incestuoso che la diade fusionale della madre e del bambino assicura ad entrambi, ma a cui la funzione paterna impone la rinuncia. La parola che opera come taglio del godimento è designata da Lacan il Nome-del-Padre, e si iscrive nel bambino come il principio dell’ordine simbolico, del desiderio e della Legge intesa come etica soggettiva. Va notato, di passaggio, a questo proposito, che, in Lacan, è la Legge ad essere resa possibile dalla castrazione e non viceversa, come invece erroneamente crede il nevrotico, e cioè che sia il padre ad inibirgli il desiderio e non egli stesso, rifiutando la castrazione. Per dirlo in altri termini ancora, è la parola significante che opera come lettera, vale a dire come taglio della lingua materna propria del registro dell’immaginario, ad introdurre il bambino nel registro del simbolico, all’uso cioè del linguaggio condiviso, proprio del patto sociale. È dunque la parola il vero trauma che è all’origine della nostra vita di esseri umani, poiché è la parola a separarci dalla nostra originaria natura animale e a costituirci come esseri umani. È la parola che fa del nostro organismo un corpo umano, un corpo parlante. Nessun essere umano nasce con un corpo, il corpo lo dobbiamo costruire. La parola fa di ciascuno di noi un essere diviso, un soggetto barrato, dice Lacan, un soggetto mancante-a-essere. È in quanto effetto di questo taglio che il soggetto umano sarà contrassegnato dalla mancanza e potrà essere, di conseguenza, un soggetto di desiderio. La nevrosi è sostanzialmente la difficoltà a fare i conti con tutto questo, la difficoltà a fare i conti con l’effetto ultimo della castrazione, il desiderio. Il nevrotico soffre, dunque, nel proprio desiderio, soffre della propria mancanza-a-essere, nella quale non sa come riconoscersi, con la quale non sa come fare.


 La castrazione

La clinica della nevrosi è dunque la clinica del desiderio, una clinica, possiamo dire, che ruota tutta intorno alla ricerca dell’oggetto, dell’oggetto perduto per effetto della castrazione. Ma per questo è anche la clinica della domanda, della domanda sul proprio desiderio. Non c’è domanda che non sia sul proprio desiderio, su ciò che al soggetto manca, su ciò che il soggetto cerca. Infatti, per entrare ancora di più nel vivo della questione della nevrosi, il nevrotico non sopporta che l’oggetto del proprio desiderio sia un oggetto perduto per sempre. E qual è l’oggetto perduto per sempre? È quello che Lacan chiama il fallo immaginario della madre (φ), per designare, anche in questo modo, il godimento incestuoso, fallo immaginario che se, da una parte, in seguito alla castrazione, diventa l’oggetto perduto - che Lacan chiama ora oggetto piccolo (⍺), per indicare quello che resta del godimento interdetto, un resto di godimento, quindi, un  plus-godere - dall’altra, in quanto perduto, consente quel processo di simbolizzazione della perdita che è ciò che, nella psicoanalisi lacaniana, è il Fallo simbolico (ɸ), riflesso capovolto di quel fallo immaginario (φ) che, ormai perduto, diventa un -φ. Quindi, solo se, in seguito alla castrazione, si realizza una perdita di godimento, vale a dire un -φ, si potrà produrre in opposizione simbolica il Fallo con la F maiuscola (ɸ), in quanto, possiamo dire, significante del desiderio. Per questo, se l’Edipo freudiano comprende solo tre elementi, la madre, il bambino e il padre, quello lacaniano ne comprende invece quattro: la madre, il bambino, il padre e il Fallo.


 Fantasma e desiderio

Ora, nel nevrotico, tutto questo non ha funzionato bene e dunque Il nevrotico si ostina trattenere l’oggetto perduto dove non dovrebbe più stare. Lacan racchiude il Fantasma fondamentale soggettivo nella famosa formula $◇⍺: il Soggetto ormai segnato, diviso dal taglio, dalla barra della castrazione edipica ($) tende (◇) verso l'oggetto perduto (⍺) che colloca nel luogo dell’Altro, dove in effetti non sta e dove, quindi, non potrà mai essere raggiunto, impossibilità che il nevrotico non sopporta. Per questo, impegnato com’è nella ricerca dell’oggetto del suo desiderio, egli fa di tutto per far sussistere l’Altro, facendosi in quattro per soddisfarlo, anche a scapito di sé stesso: il nevrotico è tanto impegnato nel soddisfare il desiderio dell’Altro da dimenticare il proprio, dice Lacan nel seminario VI. Il nevrotico si sottomette dunque alla domanda dell’Altro, sulla quale si regge, avendo sacrificato se stesso per l’Altro, custode immaginario del suo desiderio. Per questo, il nevrotico vorrebbe sostituire il punzone del fantasma (◇), che lo collega all’Altro, ma dal quale lo separa anche, con il segno = ($ = ⍺), grazie al quale nell’Altro può precipitare, l’isterica per identificarvisi, l’ossessivo per distruggerlo, al fine ultimo di  trionfare narcisisticamente sul proprio desiderio. In effetti, l’oggetto del desiderio non può mai ritrovarsi dove il soggetto lo cerca, nell’Altro, essendone lì piuttosto il miraggio. L’oggetto del desiderio, in quanto ormai perduto, può essere solo un  oggetto causa e non di soddisfacimento del desiderio. Il fine dell’analisi sarà infatti proprio quello di aiutare il nevrotico a riconoscere l’oggetto del suo desiderio come oggetto causa e a sopportarlo dove dovrebbe veramente stare, alle spalle, non di fronte a lui, come nella formula: ⍺ ◇ $. Il che equivale a dire che, alla fine di un’analisi riuscita, il paziente passa dalla posizione dell’isterica, cioè di chi domanda, a quella dell’analista, a quella cioè di chi ascolta.

 

L’isterica

In un intervento del 1977, a proposito dell’isteria Lacan si esprime come segue:


"Dove sono finite le isteriche di un tempo, quelle donne meravigliose come Anna O, ed Emmy Von N? Non solo avevano un vero ruolo, ma sicuramente anche un ruolo sociale. Quando Freud si mise ad ascoltarle, furono loro a permettere la nascita della psicoanalisi. È a partire dal loro ascolto che Freud ha inaugurato un modo del tutto nuovo della relazione umana.

Oggi, che cosa sta al posto dei sintomi isterici di una volta? L'isteria non si sarà forse spostata nel campo sociale? La stramberia psicoanalitica non l’avrà mica sostituita? "[2]

"un sintomo isterico è strano. Si risolve a partire dal momento in cui la persona, la quale non sa veramente quello che dice, comincia a blaterare” [3]

 

 

Il sintomo isterico

 Il sintomo isterico ha dunque a che fare con il linguaggio, con la parola. Che oltre che corporeo, il sintomo dell’isterica sia anche un discorso è la grande scoperta di Freud. La scoperta da cui nasce la psicoanalisi: una pratica della cura inventata e imposta a Freud dall’isterica e dal sintomo di cui ella soffre.

L’isterica s’offre nel corpo, un corpo luogo della parola che lì produce il suo sintomo, un sintomo che, come si esprime Lacan, è dunque una parola in pieno esercizio. E infatti, l’isterica recita il teatro della sua nevrosi nel corpo e attraverso il corpo, essendone il sintomo l’interprete principale. Ma perché il sintomo isterico è una parola in pieno esercizio? Perché il sintomo dell’isterica parla? E soprattutto, di cosa parla? Ricordiamo che l’isteria è una nevrosi, anzi è la nevrosi, e il suo sintomo, come Freud ha dimostrato, è una formazione dell’inconscio, vale a dire che, come le altre formazioni dell’inconscio, è dell’ordine del simbolo e non del segno, com’è, invece, il caso del sintomo medico. Dire che il sintomo nevrotico è dell’ordine del simbolo vuol dire che esso si costituisce in quanto metafora secondo la legge della sostituzione di un significante con un altro significante, mentre il sintomo ossessivo è metonimia perché segue il criterio dello spostamento del significante. Quindi, a differenza del sintomo medico, quello nevroticoco non rivela, ma maschera la causa che lo produce, essendo questa sempre un’altra rispetto a quella che il sintomo sembra indicare. Il sintomo psicoanalitico parla dunque sempre di altro. Di cosa? Parla di ciò che Freud ha chiamato il rimosso, ciò che costituisce la materia prima dell’inconscio, vale a dire ciò che alla parola si sottrae e alla parola torna in altro luogo e in altro modo, nel corpo dell’isterica, come sintomo somatico, nel pensiero dell’ossessivo, come dubbio. Ora, qui possiamo cogliere una differenza fondamentale tra l’inconscio freudiano e quello lacaniano, una differenza che riguarda proprio le formazioni dell’inconscio, vale a dire i prodotti del lavoro dell’inconscio sul materiale rimosso: per Freud le formazioni dell’inconscio sono rappresentazioni (Vorstellungen), per Lacan, invece, sono formazioni di parole, sono parole che  prendono corpo nel simbolico[4]. Per questo, per Lacan, il sintomo isterico non ha niente a che vedere con le rappresentazioni inconsce, (Unberwusste Vorstellungen), come credeva Freud, ma solo con le parole. Ecco perché Lacan dice che l’inconscio è strutturato come un linguaggio, è cioè dell’ordine di quello che non si sa di dire e non dell’ordine di quello che non si sa cosa voglia dire. L’isterica è questa, quella che dice senza sapere quello che sta dicendo.

 

Il sintomo corporeo  isterico

Se il sintomo isterico è fatto di parole che prendono corpo nel simbolico e che l’isterica iscrive nel corpo, allora possiamo dire, con la Brousse, che il sintomo corporeo isterico rappresenta il punto di annodamento nel corpo del simbolico con l’immaginario[5], che ha, cioè, la struttura del simbolico, ma il contenuto dell’immaginario.

L’isterica fa dunque del proprio corpo il luogo dell’inconscio, il luogo del rimosso: Freud lo aveva capito e aveva coniato il concetto di conversione somatica per indicare il processo psichico attraverso il quale l’isterica consegna il rimosso al corpo su cui articolare il suo sintomo secondo la legge della sostituzione del significante.

Per Lacan, il sintomo isterico rivela, infatti, come opera il significante: la marcatura dell’immagine del corpo ad opera del significante, causata, in quel determinato punto e in quel determinato momento, da un’esperienza di godimento tale da provocare però anche sofferenza. Ne “Il disagio della Civiltà” del 1929, Freud riconosce che il sintomo nevrotico è causa di sofferenza perché sostitutivo di un soddisfacimento sessuale che non può realizzarsi in quanto tale, ma considera ancora un enigma questa sofferenza[6]. Nel caso del sintomo somatico isterico, se consideriamo il caso di Dora, soprattutto attraverso la lettura che ne fa Lacan, la sofferenza è dovuta al fatto che il significante che si incorpora è quello dell’identificazione con il padre e il soddisfacimento che ne provoca l’iscrizione è il soddisfacimento del desiderio del padre. L’isterica, come Dora dimostra, non ha accesso al proprio desiderio se non tramite il significante del desiderio del padre, ma, al tempo stesso, deve identificarsi anche con il signor K. che è dotato dell’organo sessuale valido: quindi, da una parte, Dora, con il proprio sintomo in quanto iscrizione del significante del desiderio paterno insoddisfatto (mio padre non è adeguato, ripete Dora a Freud), sostiene il padre, dall’altra, attraverso l’identificazione immaginaria con il Signor K., sostiene anche l’altra donna, rappresentata dalla Signora K., il vero interesse di Dora.


L’altra donna

Il bisogno di sostenere il desiderio maschile verso l’altra donna, e non verso sé stessa in quanto pure lei donna, è dovuto al fatto che, per Lacan, nell’isterica, vi è un difetto dell’identificazione originaria con il femminile materno. Per questo, l’isterica è quella che si interroga su cosa significhi essere una donna  e in cosa consista il desiderio femminile. Solo che cerca di arrivare a saperlo sostenendo il desiderio maschile verso l’altra donna, disponendosi cioè dal lato maschile. L’isterica arriva dunque alla donna lungo il giro dell’identificazione con il padre e con l’Altro e non lungo quella dell’identificazione con il femminile. Al femminile l’isterica cerca di arrivare attraverso l’immaginario, cercando l’immagine riflessa del femminile, del femminile dell’altra donna,  come fa Dora quando si perde nell’ammirazione estatica della statua della Madonna di Desdra. Di conseguenza, l’isterica, tenendosi lontana, attraverso il proprio sintomo corporeo, dall’identificazione con il femminile, impedisce di fatto al proprio corpo di accedere al godimento sessuale e di entrare i relazione con l’Altro come oggetto di scambio simbolico. In sintesi, se il sintomo corporeo isterico, da una parte sostiene la castrazione paterna, dall’altra sostiene la privazione del godimento sessuale che ella si infligge. Ecco come lo dice Lacan:


"L'isterica si rigira negli omaggi rivolti ad un'altra, e offre la donna in cui adora il proprio mistero all'uomo di cui assume il ruolo senza poterne godere. In cerca senza sosta di cos'è essere una donna, essa non può che ingannare il suo desiderio, perché questo desiderio è il desiderio dell'altro, non avendo soddisfatto all'identificazione narcisistica che l'avrebbe preparata a soddisfare l'uno e l'altro in posizione d'oggetto"[7]


Possiamo dire, paradossalmente, che il vero godimento dell’isterica è di privarsi del godimento sessuale. Molte isteriche sono anorgasmiche perché isteriche, e non isteriche perché anorgasmiche!


Il discorso dell’isterica

Quello isterico non è solo un sintomo iscritto nel corpo, ma è anche un discorso[8], un discorso che, in quanto tale,  è sempre rivolto all’Altro: il sintomo è un discorso, per questo lo ascoltiamo dice ancora una volta Lacan. Il sintomo isterico si legge, dunque, in quanto scrittura nel corpo, ma si ascolta anche, in quanto discorso. Si legge, si ascolta e si  interpreta. Anche se l’isterica, attraverso il suo sintomo, domanda sul proprio desiderio, alla domanda dell’isterica non è possibile rispondere perché la risposta non è mai quella che l’isterica vuole: possiamo dire che nell’isterica la risposta è sempre insoddisfacente perché, come afferma Lacan, l’isterica vuole un desiderio insoddisfatto.  


La trama del-discorso-dell’isterica è fondata principalmente sulla domanda, sulla domanda del suo desiderio. L'isterica è un personaggio "domandante", sempre alla ricerca di risposte-non rispondenti. Il copione dell’isterica è isterizzato, è pieno di domande, non di parole. La domanda che fa l’isterica è la domanda che non vuole risposta. Insoddisfatta della risposta, l’isterica reclama: Ancora-una-domanda!”[9]


Il  sintomo somatico dell’isterica è il discorso che mette in scacco il sapere medico poiché non è una manifestazione di una malattia del corpo, ma della scrittura nel corpo della verità inconscia del soggetto.

Nessuna situazione come quella isterica introduce così efficacemente e così chiaramente la questione del corpo in psicoanalisi e il discorso che il soggetto produce e indirizza all’Altro attraverso di esso. Nessuno, come l’isterica, ci dimostra che, ancor più che attraverso il linguaggio, è nel corpo che ella mette in scena quei sintomi attraverso i quali si rivolge all’Altro interrogandolo su quel desiderio di cui quei sintomi sono gli interpreti buffi e il fantasma inconscio la sceneggiatura. Stati dissociativi, crepuscoli della coscienza, disturbi visivi, gastrici, olfattivi, nausea, false gravidanze, svenimenti, tossi spasmodiche, paralisi, convulsioni, tremori, contorsioni o irrigidimenti che disobbediscono alle leggi della neurologia sono gli attori della messinscena dell’isterica sul palcoscenico del suo corpo, soprattutto ai tempi di Freud. E oggi? Oggi l’isterica non è affatto uscita di scena, continua a costruire un corpo nel corpo, un corpo che l’isterica cambia a seconda di come cambia il padrone: se cambia il padrone l’isterica cambia il corpo di scena e lo spettacolo che offre. Nessuno come l’isterica sa mutare il proprio copione a seconda di come muta il padrone a cui lo rivolge. Ai tempi di Freud il padrone era il neurologo e i sintomi erano prevalentemente neurologici, oggi i nuovi padroni a cui l’isterica s’offre sono i medici, i nutrizionisti, gli estetisti, gli psichiatri e ad essi l’isterica adegua  oggi i propri sintomi e affida il proprio corpo: le multiformi  manifestazioni del cosiddetto “disturbo borderline della personalità”, l’anoressia, la bulimia, il ricorso maniacale alla chirurgia estetica, le azioni cruente ed eccessive sul proprio corpo compongono i nuovi scenari della sofferenza e del godimento dell’isterica di oggi nel corpo, luogo sia della domanda d’amore, sia del dominio narcisistico su un desiderio che l’isterica nega nel momento stesso in cui lo manifesta, pur di dimostrare che, in fondo, il suo è un desiderio di niente: “vedete? Ho niente”. Anche ai tempi di Freud l’isterica è quella che riserva il niente per sé: niente desiderio del corpo, niente godimento sessuale, niente orgasmo. La belle indifférence dell’isterica di una volta nei confronti delle sue teatrali manifestazioni corporee, la disinvolta impassibilità con la quale l’anoressica esibisce il suo corpo scheletrico allo sguardo inorridito dell’altro sono l’espressione lampante dell’evacuazione del desiderio nel luogo dell’altro attraverso il messaggio del corpo. L’isterica è quella che s’offre nel corpo, vera maestra nel causare un desiderio che lascia sempre insoddisfatto, un desiderio che porta a niente.


Il sintomo psicosomatico

Il corpo può essere interessato anche dal sintomo psicosomatico, che niente ha a che vedere però con il sintomo somatico isterico. Il corpo, infatti, non è solo il luogo in cui l’isterica iscrive la parola in quanto corpo del simbolico, la parola significante, ma anche il luogo di ciò che nel simbolico non può entrare, di ciò che nell’esperienza primitiva del soggetto non ha potuto essere simbolizzato, di ciò che l’inconscio rigetta, ma che al soggetto ritorna sotto forma di un reale che morde il corpo provocandone  la lesione, la malattia psicosomatica. Se, allora, il sintomo corporeo dell’isterica è, come abbiamo visto, dell’ordine della metafora, il sintomo psicosomatico è dell’ordine dell’olofrase, se il sintomo corporeo isterico, in quanto corpo del simbolico, è interpretabile, il sintomo psicosomatico, in quanto del reale, non è interpretabile. Insomma, se l’isterica, pur non sapendo di cosa parla, almeno sa che è lei a parlare, lo psicosomatico non sa neanche che è lui a parlare. Nell’isterica il corpo è lo scenario che porta alla singolarità del desiderio soggettivo, nel caso del disturbo psicosomatico il corpo è il luogo in cui il sintomo ne preclude ogni possibilità di accesso.


Il corpo

L’isterica ci insegna dunque che il nostro corpo non può mai ridursi ad un organismo, cioè ad un mero insieme di organi, per quanto complessi ne possano essere l’architettura e il funzionamento, ma che esso è sovrascritto dal significante che vi incorpora la parola, che eleva un organismo ad un corpo, un corpo parlante. Lacan, per designare l’essere umano in quanto abitato dalla parola, sostituirà il termine di soggetto con quello di parlessere. Ma il nostro non è solo un corpo parlante, è anche un corpo parlato, perché raggiunto dalla parola che l’Altro scrive sul nostro corpo. Le identificazioni sono il prodotto delle scritture sul nostro corpo che l’Altro fa di noi e che noi scambiamo per nostre, alienandoci in esse.  

È il proprio corpo in quanto alienato, in quanto luogo dell’Altro che l’isterica rifiuta. L’isterica, che pure del corpo si serve per inscenarvi attraverso il sintomo quel discorso che deve incantare l’Altro, sedurlo, provocarne il desiderio, al tempo stesso all’Altro lo sottrae, lo nega: un corpo che, se da una parte mostra allo sguardo dell’Altro, dall’altra lo nasconde. Come Diana che, sorpresa al bagno da Atteone, con una mano lascia cadere il velo scoprendo la sua nudità, mentre con l’altra lo trattiene per ricoprirla.


1La sessualità

L’isterica rifiuta il corpo in quanto luogo della madre, luogo del difetto di identificazione narcisistica con la madre, ma è un rifiuto parziale, un rifiuto a metà: da una parte l’isterica sa essere molto femminile e, al pari della donna, sa come causare il desiderio maschile, sa usare le armi della sua femminilità, sa bene che il desiderio maschile riduce e raccoglie la donna in quell’oggetto attraverso cui la fa consistere, e dunque l’isterica sa farsi oggetto di seduzione, ma, al tempo stesso, a differenza di quanto avviene nelle donne, il suo corpo diventa anche il luogo del rifiuto dell’Altro, del respingimento di quel desiderio che ha causato e che non può veramente soddisfare, nell’Altro, come anche in sé stessa. “A me può piacere solo l’uomo che dimostra di desiderarmi”, “Guardo solo gli uomini ai quali piaccio, ma non posso guardare quelli che piacciono a me”, “Non voglio desiderare”, “Voglio non desiderare”,  sono queste le frasi che frequentemente sentiamo dalle isteriche in analisi. A differenza della donna, l’isterica - come dice Lacan -  non accetta di essere il sintomo del proprio uomo.

È per questo che l’isterica vive il proprio corpo svuotato della sessualità, lo sente frammentato e cerca di tenerlo coeso proprio attraverso la domanda insistente sul proprio desiderio. Diciamo che l’isterica si sostiene sulla domanda e per questo viene in analisi, non per arrivare da qualche parte, ma per poter domandare. Ancora è l’avverbio dell’isterica. Come dice Lacan, l’isterica di tutto guarisce tranne che della sua isteria.

L’isterica sacrifica il proprio essere al desiderio: vuole essere desiderata per esistere e non per desiderare a sua volta. Per questo deve sostenere, nell’uomo, come abbiamo visto, il desiderio per l’altra donna. Per questo, si dice, che l’isterica, ama per procura. La donna, invece, può permettersi di apprezzare il desiderio dell’uomo perché maggiormente sostenuta da una identificazione narcisistica meno difettosa e da una sessualità che, anche se non tutta, è anche sotto l’insegna del Fallo. La donna può acconsentire al fallo del proprio uomo per goderne e non per toglierglielo, non ha bisogno di castrare il proprio uomo, l’isterica invece sì, lo castra per preservare il proprio essere, ma così facendo si impedisce di poterne godere. Mentre la donna conosce il proprio desiderio in quanto è capace di annodare il desiderio al godimento, per l’isterica il desiderio è un enigma perché non può annodarlo al godimento: l’isterica sacrifica il desiderio all’essere, sottraendolo alla sessualità.

 

E dunque?

Cosa insegna a noi analisti l’isterica? Insegna quello che ha insegnato a Freud, che il discorso della psicoanalisi parte dall’isterica, che alla verità inconscia del soggetto conduce l’isterica e non la scienza, ma, soprattutto, che gli effetti della psicoanalisi sono figli del discorso, vale a dire dipendono


 “dall'installazione di coordinate simboliche da parte di qualcuno che è analista, e la cui qualità di analista non dipende dal tipo di setting, né dalle diagnosi dei suoi pazienti, ma piuttosto dell’esperienza in cui è impegnato”.[10]


In conclusione, accogliendo la domanda dell’isterica, Freud ha offerto all’isterica la psicoanalisi, ossia, come ci ricorda J.-A. Miller, la possibilità di inscenare la sua "commedia", costituendosi l'analista sia come palcoscenico, in quanto luogo dell'Altro, sia come spettatore, in quanto nella posizione di colui che ascolta. Nel corso del dramma i ruoli si alternano anche poiché l'analista talvolta diventa "interprete" e il paziente spettatore. In questa scena il paziente immette quanto di più suo e di più vero egli abbia ed è un'esperienza molto seria per lui. In virtù di ciò la psicoanalisi ha il grande merito di aver permesso la pacificazione sociale dell'isteria, e della malattia mentale in genere.

 

Salerno 28 aprile 2024                                                                                                                     Egidio T. Errico


 
[1] Il Seminario XI, non a caso del 1964, è un Seminario importante, non solo per gli argomenti che tratta, ma anche per il significato politico che riveste nella storia dei rapporti tra Lacan e la comunità psicoanalitica riunita nell’ Associazione Psicoanalitica Internazionale (IPA), in quanto fu la risposta di Lacan alla famosa direttiva di Stoccolma che, il 19 novembre 1963, lo escludeva dall'elenco dei didatti, e alla quale fece seguito l’epurazione di Lacan dalla Società francese di psicoanalisi e quindi anche dall’IPA. Nel gennaio 1964, all’indomani quindi della scomunica - come lui stesso definì la sua radiazione dall’IPA - Lacan iniziò il seminario I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi e, nello stesso anno del 1964, il 21 giugno, fondò la Scuola francese di psicoanalis che, poco dopo prese il nome di Scuola freudiana di Parigi. Oggi la Comunità psicoanalitica lacaniana conta centinaia di associazioni lacaniane nel mondo e l’Associazione Mondiale di Psicoanalisi (AMP) migliaia di iscritti, e forse in numero anche maggiore anche di quello degli iscritti dell’IPA. La stessa comunità psicoanalitica che nel 1963 estromise Lacan dall’elenco dei propri iscritti, sta invece oggi dimostrando un interesse sempre più diffuso nei confronti delle posizioni di Lacan riguardo la pratica della psicoanalisi, e gli analisti che si ispirano all’insegnamento di Lacan sono sempre più numerosi anche tra gli psicoanalisti dell’IPA.

 

[2] J Lacan, Discorso sull’isteria, in La psicoanalisi, Borla, 2013,  n 53-54, pag. 9

[3] J. Lacan op. cit. pag. 10

[4] J. Lacan op. cit.

[5] M-H Brousse, L’isteria e il corpo, in La psicoanalisi, Borla, 2000,  n 28, pag. 159

[6] Il lavoro psicoanalitico ci ha insegnato che sono precisamente que­ste frustrazioni della vita sessuale a non essere sopportate dai cosid­detti nevrotici. Costoro si creano coi loro sintomi soddisfacimenti sostitutivi, i quali tuttavia sono causa di sofferenza o in quanto tali o perché provocano difficoltà col mondo circostante e con la società. Non è difficile capire perché ciò avvenga nel secondo caso, ma nel primo siamo di fronte a un nuovo enigma. (Freud S., Il disagio della civiltà, 1929 in Opere,  Boringhieri, vol. 10, pag.596.

[7] Lacan J., La psicoanalisi e il suo insegnamento, in Scritti, Einaudi, pag. 445.

[8] Il discorso dell’isterica è uno dei quattro discorsi di cui Lacan tratta nel Seminario XVII (1969-70) intitolato Il rovescio della psicoanalisi.

[9] Gallelli C., elaborato delle mie lezioni sull’isteria al I anno di corso della Scuola di specializzazione in psicoterapia psicoanalitica della SIPP anno acc. 2024

[10] Miller , J.-A.  Vers PIPOL 4 , Mental, n° 20, 2008, p. 186.

Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 10 maggio 2026
La tesi più radicale e spesso fraintesa di Jacques Lacan è quella che egli riassume nel celebre aforisma: 𝑛𝑜𝑛 𝑐'𝑒̀ 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. Questo non significa, banalmente, che gli esseri umani non facciano sesso tra di loro o che non vi siamo atti sessuali. Significa qualcosa di molto più profondo, ossia che non esiste una formula, un codice naturale che possa scrivere la relazione tra un sesso e l'altro, che possa prestabilirla una volta per tutte, che possa predeterminarne l'armonia, garantirne il funzionamento ottimale e il successo. Non esiste una matematica del sesso umano, una sua scrittura, tanto nella biologia, quanto nell'inconscio stesso. A differenza degli animali, guidati dall'istinto che crea un rapporto fisso e funzionale alla specie, l'essere umano, essendo immerso nel linguaggio, ha perso per sempre questa bussola biologica. Siamo 𝑝𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎, e questo ha due conseguenze fondamentali. In primo luogo, 𝐼𝑙 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒: non ci accoppiamo, mettiamo in scena una fantasia. Non desideriamo l'Altro in sé, ma l'oggetto causa del nostro desiderio ((𝑜𝑔𝑔𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑎)) che presumiamo l'Altro possegga. Ogni atto sessuale non è un incontro tra due nature che si completano, ma un complesso dialogo tra due mondi inconsci, due fantasie che solo per un breve istante possono sperare di sovrapporsi, senza mai combaciare del tutto. Il sesso allo 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑢𝑟𝑜 è impossibile perché la parola si è insinuata tra noi e il reale del corpo, rendendo ogni esperienza irrimediabilmente soggettiva e filtrata dal significato. In secondo luogo, i rispettivi godimenti non sono complementari. Non esiste un godimento "della coppia" che nasca dalla fusione di due metà. Esiste il godimento di un soggetto e il godimento di un altro soggetto. L'idea di 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑢𝑛𝑜 è l'illusione per eccellenza. Prova ne è la persistenza dell'autoerotismo: una parte del godimento del corpo resta sempre privata, solitaria, non condivisibile e non traducibile nel linguaggio dell'Altro, irrimediabilmente esclusa dalla dialettica discorsiva dell'amore. 𝑂 𝑠𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎 𝑜 𝑠𝑖 𝑔𝑜𝑑𝑒, potremmo dire, estremizzando i due registri, del reale del corpo e del simbolico del linguaggio È il 𝑔𝑜𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑈𝑛𝑜, che resiste all'ingresso nel legame a due. A questo punto, cosa riempie il vuoto lasciato dall'assenza di un 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 scritto dalla natura? 𝐋'𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞. Lacan afferma che 𝑙'𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑝𝑒𝑟𝑖𝑠𝑐𝑒 𝑎𝑙𝑙'𝑎𝑠𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. L'amore è il discorso, l'invenzione, la costruzione poetica con cui tentiamo di dare un senso a questo 𝑛𝑜𝑛-𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜. È il legame che si sforza di creare un ponte sull'abisso che separa due godimenti. Mentre il sesso rivela la disgiunzione fondamentale, l'amore è la promessa (sempre illusoria, ma necessaria) che un'unione sia possibile, che il godimento dell'Altro possa essere compreso e condiviso, che da due si possa davvero diventare Uno. Amare, in questa prospettiva, diventa un atto etico di straordinaria complessità. Non significa trovare 𝑙'𝑎𝑙𝑡𝑟𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑙𝑎 di Aristofane che ci completa. Amare significa tollerare la crepa che ci divide dall'Altro, accettare che l'Altro rimarrà sempre un mistero, con un nucleo di godimento inaccessibile. Amare significa amare la mancanza dell'Altro (𝑎𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 ℎ𝑎, dice Lacan), significa saperci fare con il reale del sesso, ossia vivere la sessualità non con la pretesa di una fusione totale, ma con la consapevolezza della distanza, trovando una meraviglia proprio in quel tentativo, sempre rinnovato e sempre parzialmente mancato, di toccare l'irraggiungibile alterità dell'Altro. Perché questa coesistenza di unione (l'amore) e disgiunzione (il sesso) sia possibile e sostenibile in una coppia, occorre che entrambi i partner dispongano di un Significante speciale, che presiede a tutti i significanti, e che Lacan chiama il 𝐅𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐢𝐦𝐛𝐨𝐥𝐢𝐜𝐨, vale a dire quell'iscrizione etica che orienta il desiderio e disciplina il godimento. L'amore diventa allora quella meravigliosa e talvolta infernale invenzione che ci permette di 𝑓𝑎𝑟 𝑓𝑖𝑛𝑡𝑎" 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑎, e in questo far finta si gioca tutta la ricchezza, la tragedia e la bellezza della vita umana. @follower Per approfondire: https://www.egidioerrico.com/cosa-la-psicoanalisi-ha-da-dire-sullamore-e-sul-sesso
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 9 maggio 2026
La madre porta con sé il segreto indicibiledel significato del proprio bambino
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 23 aprile 2026
IL DESIDERIO È SEMPRE PER UN CORPO, L'AMORE È SEMPRE PER UN NOME, IL NOME DI QUEL CORPO . Il titolo, sebbene non sia una citazione letterale di Lacan, è una sintesi del suo insegnamento sulla complessa dialettica tra amore e desiderio. Approfondiamo l’argomento, mantenendoci all’interno della teoria lacaniana. L'aforisma del titolo si scompone in due movimenti principali che si unificano nel finale. 1. Il Desiderio è sempre per un Corpo. Per Lacan, il desiderio (désir) non è né il bisogno (biologico, che può essere soddisfatto, come la fame) né la domanda (la richiesta articolata all'Altro, che è sempre una domanda d'amore). Il desiderio nasce proprio dallo scarto tra il bisogno e la domanda. È un resto, un'eccedenza, ed è per sua natura inconscio, indistruttibile e metonimico: scivola incessantemente da un oggetto all'altro senza mai trovare un appagamento definitivo. Cosa significa che è per un corpo? In primo luogo che il desiderio non si rivolge alla persona colta nella sua totalità, ma è innescato da un "oggetto parziale", quello che Lacan chiama “oggetto piccolo a” (objet petit a). Questo non è un oggetto reale che si può possedere, non è un oggetto meta del desiderio, ma ne è la causa fantasmatica. Il corpo dell'altro diventa il luogo, il palcoscenico, in cui immaginiamo di poter trovare questo oggetto perduto: uno sguardo, una voce, un seno, un certo modo di muoversi. Il corpo è il supporto materiale del nostro fantasma fondamentale. In secondo luogo che il desiderio si muove prevalentemente nel registro dell'Immaginario. Desideriamo l'immagine dell'altro, il corpo come Gestalt, come forma che promette una completezza che a noi manca. È una relazione duale: "io" desidero "quel corpo" perché immagino che possa colmare la mia mancanza (manque-à-être). Infine perché, in quanto legato all'oggetto parziale e all'immagine, il corpo del desiderio è, per il suo carattere metonimico, intercambiabile . Finito l'incanto di un corpo, il desiderio può facilmente spostarsi su un altro che sembra incarnare meglio, o in modo nuovo, l'objet petit a. Il desiderio è seriale. In sintesi, con la prima parte dell'aforisma volio dire che il desiderio è radicato nella pulsione, si aggancia a frammenti del corpo dell'altro e opera in una logica di consumo e sostituzione, senza mai raggiungere una vera soddisfazione. 2. L'amore è sempre per un Nome, il Nome di quel Corpo. Qui la prospettiva cambia radicalmente. L' amore , a differenza del desiderio, si colloca nel registro del Simbolico . Il "Nome" non è da intendersi come il semplice nome anagrafico, ma ha una precisa valenza simbolica: è il modo attraverso cui i nostri genitori hanno deciso come saremo riconosciuti nella nostra singolaritàtà e insostituibilità. È la funzione simbolica che iscrive un soggetto in un ordine, in una genealogia, in una storia. Il Nome rappresenta l'unicità irriducibile del soggetto, la sua particolarità assoluta all'interno del linguaggio e della cultura di appartenenza. Il Nome è ciò che fa di un esistenza biologica un essere umano, che imprime alla nuda vita il carattere dell'eternità : di ognuno di noi muore il corpo, ma non il Nome. Quel Nome che fa di un individuo quel soggetto e non un altro. Amare qualcuno significa amare questa sua singolarità, questo suo "Nome": l ’amore è sempre per un nome , dice Lacan. L'amore è il movimento che permette di superare la visione dell'altro come mero corpo-oggetto per riconoscerlo come soggetto. Si ama la sua mancanza, la sua "castrazione" simbolica, la sua finitezza. Come dice Lacan, amare è dare ciò che non si ha . Si offre la propria mancanza alla mancanza dell'altro, creando un legame che non si basa sul possesso ma sul riconoscimento reciproco di un'incompletezza. Si ama il Il Nome di quel Corpo vuole indicare la congiunzione cruciale dell'amore a quel corpo e solo a quel corpo. L'amore non è un'astrazione platonica. È l'atto che salda la singolarità simbolica (il Nome) a un corpo particolare e contingente . L'amore opera una sorta di "miracolo": fa sì che tra tutti i corpi desiderabili del mondo, uno solo diventi insostituibile. Perché? Perché quel corpo diventa il significante del Nome che amiamo. Il corpo cessa di essere un oggetto intercambiabile e diventa l'incarnazione necessaria di quella soggettività unica. L'aforisma descrive dunque la funzione dell'amore come ciò che àncora il desiderio e che, come dice Lacan, lo umanizza. Senza amore, il desiderio è condannato a un'erranza infinita, a una ricerca senza fine del corpo perfetto che possa incarnare l'objet a , una ricerca destinata al fallimento e alla ripetizione. È la logica del Don Giovanni: ogni corpo è desiderabile ma nessuno è indispensabile. L'amore interviene a interrompere questa catena metonimica. Opera una metafora : la sostituzione di un significante con un altro. Il corpo dell'amato viene elevato a significante dell'unicità assoluta del soggetto. L'amore dice: " Desidero questo corpo non perché ha questo o quel frammento che cattura la mia pulsione, ma perché è il corpo di questo Nome, di questa persona unica che per me non ha eguali ". In questo modo, l'amore non nega il desiderio, ma lo riorienta, lo stabilizza. Permette di desiderare sempre lo stesso corpo, non per abitudine, ma perché in quel corpo si continua a incontrare il mistero e l'unicità del Nome amato.  L'amore è ciò che permette il passaggio dal desiderio di un corpo al desiderio di quel corpo, il corpo che porta con sé il segno indelebile di un Nome.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 20 aprile 2026
Accostarsi alla clinica psicoanalitica, in particolare quella di orientamento lacaniano, non può, a mio avviso, prescindere da una comprensione approfondita di alcuni concetti fondamentali: Divisione Soggettiva, Desiderio, Fantasma Fondamentale, Pulsione, Ripetizione, Godimento. Questi termini non solo devono essere esplorati singolarmente, evidenziandone le specificità e i caratteri distintivi, ma è cruciale che vengano anche analizzati nelle loro interrelazioni strutturali e dinamiche. Solo così potremo evitare confusioni e comprendere come questi elementi concorrono alla definizione delle tre strutture psicopatologiche: Nevrosi, Perversione e Psicosi. L’incontro di oggi si propone di chiarire questi concetti, affinché possano fungere da fondamenta solide per una conoscenza più ampia e articolata della clinica psicoanalitica. Divisione Soggettiva Al cuore della psicoanalisi lacaniana non c'è una teoria astratta e conclusa, ma una domanda radicale e aperta sulla sofferenza umana . Una domanda che parte da un'esperienza che tutti, in qualche modo, conosciamo: perché siamo così spesso attraversati dalla dolorosa sensazione di essere divisi, lacerati? Perché spesso ci sorprendiamo per una parola che non pensavamo di pronunciare, per un gesto, un’azione che non ci aspettavamo di compiere o per una decisione che mai avremmo voluto prendere? Perché siamo così spesso attraversati dalla sensazione che ciò che diciamo di noi stessi non esaurisca mai completamente ciò che siamo, o meglio, ciò che pensiamo di essere? Per Cartesio io sono dove penso di essere, anzi io sono perché penso. Questa certezza dell’essere in quanto pensante, questa coincidenza assoluta dell’Io con il suo pensiero, e con il soggetto in cui ognuno si riconosce come essere, dominerà il pensiero moderno per circa trecento anni, ossia dal 1600 fino alla fine del 1800, quando il genio di Freud, con la scoperta dell’inconscio, non darà un colpo decisivo al cogito cartesiano. Forse vale la pena di soffermarci un attimo su questa linea evolutiva, perché in essa possiamo ravvisare le radici della nascita della psicoanalisi, ossia un percorso che va da un soggetto padrone di sé a un soggetto "parlato" e diviso, un’evoluzione cruciale nella storia del pensiero occidentale: il progressivo decentramento del soggetto rispetto al pensiero e al linguaggio, il passaggio graduale dalla certezza all'incertezza, dalla trasparenza all'opacità del soggetto. Un passaggio che si compie in tre tappe fondamentali. 1. Cartesio: Il Soggetto della Certezza e del Pensiero Trasparente Il punto di partenza è il soggetto cartesiano . Con il suo celebre Cogito ergo sum ("Penso, dunque sono"), Cartesio fonda l'esistenza del soggetto sulla sua capacità di pensare: sul piano del pensiero , il soggetto è il padrone assoluto del proprio pensiero . L'"Io" è una sostanza pensante ( res cogitans ), pienamente cosciente e trasparente a se stessa. Il pensiero è ciò che definisce il soggetto e ne garantisce la certezza. S ul piano del linguaggio , il soggetto che parla è sempre preceduto dal pensiero, il soggetto dice sempre quello che pensa e pensa sempre quello che dice: Il linguaggio allora assume un valore secondario rispetto al pensiero, è uno strumento che serve a comunicare un pensiero che si è già formato, chiaro e distinto, nella mente del soggetto. È un'espressione controllata e assolutamente consapevole della coscienza. In sintesi, per Cartesio l'equazione è: Io penso → Io sono . Il soggetto precede e domina sia il pensiero che il linguaggio, avendo di entrambi piena padronanza. 2. Freud: la Frattura del Soggetto e l'emergere dell'Inconscio Con Freud, questo edificio di certezze crolla . La scoperta dell'inconscio rappresenta la prima, grande ferita narcisistica al soggetto cartesiano: il soggetto non è più padrone in casa propria . Il pensiero cosciente (l'Io) è solo la punta di un iceberg. La vera forza motrice sono i pensieri inconsci , i desideri e le pulsioni che sfuggono al suo controllo. Il soggetto è "agito" da un pensiero che non conosce . Il linguaggio, allora, smette di essere uno strumento docile e diventa la via d'accesso privilegiata all'inconscio : lapsus, sogni, motti di spirito non sono errori, ma manifestazioni di una verità del soggetto che la coscienza ignora . Il linguaggio tradisce il soggetto, ma nel tradirlo, lo rivela. L'equazione freudiana è più complessa: Io sono dove un pensiero inconscio si manifesta . Il soggetto è decentrato tra conscio e inconscio. 3. Lacan: Il Soggetto come effetto del linguaggio Jacques Lacan porta la rivoluzione freudiana alle sue estreme conseguenze , integrandola con la linguistica strutturale. Se per Freud l'inconscio si esprime attraverso il linguaggio, per Lacan l'inconscio è strutturato come un linguaggio . Lacan rovescia radicalmente Cartesio: "Io penso dove non sono, dunque sono dove non penso" . Il pensiero non appartiene al soggetto; il soggetto emerge nel "luogo dell'Altro ", cioè nella struttura preesistente del linguaggio e delle sue leggi. Il soggetto non esiste prima del linguaggio , ma è un suo effetto . Entrando nel linguaggio (l'ordine simbolico), l'essere vivente viene "mortificato", diviso, e si costituisce come soggetto mancante, barrato (scritto $). Non siamo noi a parlare il linguaggio, ma è il linguaggio che ci parla. Il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante. Per Lacan, l'equazione definitiva è: Il linguaggio parla → Io sono (come effetto diviso) . Tutto l’insegnamento lacaniano ruota intorno alla questione del soggetto diviso in quanto effetto del linguaggio . Attraverso di esso Lacan ne cerca le ragioni, le formula, le argomenta, le mette in logica fino ad arrivare a stabilire che l’entità radicale e irriducibile della struttura del Soggetto umano non è la sintesi, ma la divisione , offrendoci al tempo stesso una mappa per esplorarla, per comprenderla e per studiarne le diverse implicazioni nella sofferenza psichica e nella clinica. L’Ordine del Simbolico e il Linguaggio 1. Da una parte , c'è il mondo in cui viviamo: l'universo del Simbolico . È il mondo del linguaggio, delle regole sociali, delle aspettative degli altri e delle nostre stesse parole. È il patto che ci rende esseri umani in una comunità. Il con-tratto che sottoscriviamo per ottenere il diritto di essere ammessi nella civiltà . Il trattino col quale ho scomposto il termine contratto è per sottolineare che gli esseri umani sono nel simbolico con tratto: questo tratto è la parola e dunque Il contratto si fonda sulla parola: un tratto che non si limita a descrivere, ma lega . È l'atto con cui il dire diventa un vincolo. È esattamente questo che Lacan vuole intendere quando dice che il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante: Il significante , per Lacan, va inteso infatti come il tratto della parola e tra le parole. Non è semplicemente la parola nel suo uso comune. È, prima di tutto, un tratto, un marchio, un'iscrizione. Lacan lo chiama trait unaire (tratto unario). È un segno che non ha un significato intrinseco, ma che serve a produrlo , e a differenziare, a marcare una differenza. Proprio come il "tratto" di una firma su un contratto . In altri termini, la parola che rappresenta un soggetto è un tratto (il primo significante, S1) che, per poterlo rappresentare, deve necessariamente legarsi a un altro tratto (un altro significante, S2), un altro soggetto. Il soggetto, allora, non è la fonte di questo legame, ma il suo effetto . Emerge proprio da questo contratto tra parole, in quello spazio vuoto che la catena dei significanti crea e al tempo stesso designa . Il contratto, quindi, non è qualcosa che il soggetto stipula, ma è l'atto stesso che lo costituisce ." Questo è il lato del Simbolico, dove il Soggetto si costituisce in quanto tale sotto la legge del Significante, dove il Soggetto, avendo subito la castrazione ad opera del Significante, è mancante-a-essere e dunque attraversato dal desiderio. L’Ordine del Reale e il Corpo 2. Dall'altra parte , c'è ciò che al mondo del linguaggio sfugge e si sottrae al significante. Ripensiamo al linguaggio come una rete fatta dalle parole tenute insieme dai significanti che la percorrono in lungo e in largo : con essa peschiamo le cose del mondo in cui viviamo, diamo loro un senso, un nome e in questo modo, dal mondo in cui viviamo, attraverso il linguaggio, ritagliamo, costruiamo la realtà che ci riguarda. La rete del linguaggio ha però dei buchi: c'è sempre qualcosa che essa non riesce a catturare, ma che comunque lascia intravedere, che rivela in qualche modo come l’Altra cosa , come l’ impossibile a dirsi . Questo impossibile è il Reale , che non è la "realtà", ma ciò che nella realtà non entra : il buco nella realtà simbolica che ci costruiamo con le parole e sottomettiamo alla legge del significante . Questa rete delle parole lungo la quale camminano i significanti, con i buchi che i significanti non riescono a coprire è esattamente quello che chiamiamo il Campo freudiano . Ossia il Campo dell’esperienza umana, e dunque anche il campo in cui opera la Psicoanalisi. Un Ponte: L’Immaginario Esiste un terzo registro, quello dell’ Immaginario , ma voglio tenerlo per ora in disparte perché lo ritroveremo più avanti come quel velo, quella “toppa” attraverso cui cerchiamo di mettere riparo alla spaccatura attraverso cui ci dividiamo tra il Simbolico ed il Reale, il registro attraverso cui cerchiamo di congiungere il mondo del linguaggio (Simbolico) a quello dell’impossibile a dirsi Reale). È il registro delle immagini, delle identificazione, dell'ego. È il regno della forma, della fusione, della rivalità e della relazione speculare (io/altro). Si forma a partire dallo "stadio dello specchio", dove il bambino si identifica con la propria immagine, creando un'illusione di totalità. Il Soggetto del Desiderio: La Mancanza-a-Essere È proprio da questa fessura insanabile che scaturiscono due delle forze più potenti della nostra vita : il desiderio, che punta al simbolico e al liguaggio, e il godimento, che punta al reale, al corpo, alla pilsione . Questa divisione si manifesta nella tensione costante tra ciò che possiamo esprimere a parole, il registro del Simbolico , e un'esperienza più profonda e inafferrabile che ci sfugge, il Reale . Il desiderio, in quest'ottica, non è la semplice ricerca di un oggetto, ma è l'espressione stessa di questa mancanza costitutiva: desiderare, per Lacan, significa essere intrinsecamente incompleti, essere mancanti-a-essere, come lui dice. Questo apre ad un paradosso, che Lacan, prende da Sartre: per essere occorre riconoscersi nella propria mancanza ad essere, che ci aliena dal nostro esistere in quanto pieni. Essere ci impedisce di riconoscersi nel nostro esistere. Allo stesso tempo, questa condizione è la radice della nostra sofferenza. Per diventare un "soggetto che desidera", è necessario accettare una perdita originaria, un concetto che Lacan, sulla scia di Freud, definisce " castrazione simbolica ". Non si tratta di un evento fisico, ma dell'abbandono dell'illusione infantile di essere completi. In fondo, il percorso per diventare esseri umani consapevoli implica proprio questo passaggio: nasciamo come organismi biologicamente "pieni", ma per acquisire una coscienza di noi stessi in quanto “esseri” dobbiamo barattare quella pienezza istintiva con una condizione di "mancanza-ad-essere ". Questa Divisione Soggettiva non è un'idea astratta, ma si rivela costantemente in quegli "inciampi" che costellano la nostra vita quotidiana : un lapsus, un sogno incomprensibile o un improvviso vuoto di memoria. Ad esempio, quando una persona in analisi ci dice "ora non mi viene in mente più nulla", non sta tanto opponendo resistenza, quanto piuttosto mostrando la sua fessura soggettiva, una porta che si apre sull'inconscio come l'impossibile da dire: è un punto di rottura, di interruzione, un taglio, una coupure, della catena sanicante, dove ci sorprende il soggetto che veramente siamo, ma che non conosciamo. Di fronte a questi "buchi", l'approccio della psicoanalisi lacaniana si distingue nettamente da altre terapie. L'obiettivo non è quello di "tappare la falla" o rafforzare l'Io per creare un'illusione di completezza, ma piuttosto di aiutare la persona a navigare l'esistenza proprio a partire da quella mancanza. Si tratta di imparare a "farsene qualcosa", a trovare una nuova posizione che trasformi quella crepa da fonte di paralisi a motore della propria vita. Questo processo si svolge nella dialettica del linguaggio , dove però le nostre parole non riescono mai a contenere pienamente il desiderio che le muove. Proprio per questo, il soggetto non può nominarlo fino in fondo e si rivolge all'Altro – l'analista, la società – sperando che sia lui a riconoscerlo e a dargli un senso, in un dialogo in cui si parla senza sapere del tutto cosa si sta dicendo, né chi sia veramente quell'Altro al quale si sta dicendo. Il Soggetto del Godimento: La Pulsione Se dal lato del Simbolico troviamo il soggetto del desiderio, radicato nel linguaggio, dall'altro, nel campo del Reale, il discorso cambia radicalmente. Qui, dove si manifesta " il buco del Rreale nel Sapere del Simbolico", il soggetto e la sua domanda perdono di significato, quasi si annullano, per lasciare spazio alla Pulsione, che Lacan designa con la formula ($◇D) . In questa dimensione , il corpo non è più un'unità, ma un insieme di zone erogene, di orifizi che diventano luoghi di taglio . È qui che il soggetto si confronta con la propria mancanza costitutiva, emergendo come quella “ entità acefala ", che è la Pulsione , ossia il soggetto senza testa e senza domanda, che, come la coda di una lucertola che, sebbene recisa, continua a muoversi, agisce senza un'intenzione chiara, in un ciclo che non mira a colmare un vuoto . Si trova in uno spazio tanto lontano dalla parola, da non sospettare di essere lui, lì, a "parlare" attraverso il suo corpo. Quindi possiamo dire che, mentre il soggetto del desiderio parla senza sapere quello che dice, il soggetto della pulsione parla senza saper che è lui a parlare. Questo soggetto è costantemente alla ricerca dell'oggetto perduto del corpo, l' oggetto del godimento . Si tratta degli oggetti parziali freudiani (orale, anale), ai quali Lacan aggiunge lo sguardo, la voce e, infine, il "niente". Il paradosso tragico è che questa ricerca è destinata a fallire, perché l'oggetto che il soggetto cerca è il soggetto stesso, in quanto parte perduta del proprio corpo: “ E' il soggetto in quanto oggetto perduto del soggetto, che il soggetto cerca in quanto oggetto perduto del corpo” (A. Eddelsztein). È in questi "buchi" del corpo, in questa apparente mancanza, che si colloca il Godimento del corpo sganciato dal simbolico e dall’immaginario: non si accede più al godimento della parola, non si accede più al godimento dell’Altro, il godimento rimane godimento della pulsione nel corpo, senza argine, senza fine, distruttivo: la pulsione di morte, l’al di là del principio di piacere è proprio questo godimento fine a se stesso che non vuole sapere altro se non di ripetersi. Questo tipo di godimento non va inteso come semplice piacere o soddisfazione, e nemmeno come sofferenza. È piuttosto il luogo vuoto in cui il soggetto si annida, facendosi inconsapevolmente l'oggetto che desidera ma che non può mai possedere , poiché un soggetto non può ritrovarsi da solo come oggetto. Da qui nasce il ciclo incessante della ripetizione, che rappresenta il godimento del punto più intimo e problematico del suo essere. Lo scopo della psicoanalisi è quello di smuovere il soggetto da questo godimento mortifero per aprirlo alla possibilità di un desiderio nuovo . In sintesi, sia a livello del desiderio (nel linguaggio) sia a livello del godimento (nel corpo), il soggetto si costituisce e si definisce sempre nel suo rapporto con l' oggetto piccolo (a) , che funge da causa del desiderio o da oggetto parziale della pulsione. Il Soggetto in Bilico: Tra il Desiderio e la Pulsione Al cuore del pensiero di Jacques Lacan troviamo quindi un soggetto profondamente diviso , costantemente in bilico tra due forze potenti e opposte: il Desiderio e la Pulsione . Ma come può l'individuo sostenersi su questa frattura costitutiva, senza precipitare nell'angoscia? Da un lato, c'è l'abisso del Desiderio , una mancanza fondamentale che ci spinge a interrogarci e a rivolgerci all'Altro attraverso il linguaggio . Dall'altro, c'è il vuoto della Pulsione , una forza che emerge dal corpo e ci spinge incessantemente verso un godimento enigmatico , che Lacan chiama Jouissance. L'essere umano è irriducibilmente teso tra queste due logiche eterogenee. La risposta di Lacan a come il soggetto riesca a non frammentarsi si sviluppa lungo tutto il suo insegnamento e si fonda su due "stampelle" fondamentali, due costruzioni psichiche che offrono un sostegno su ciascun versante di questa divisione. Le Due Stampelle del Soggetto 1. Il Fantasma Fondamentale ($ <> a): La Cornice del Desiderio. Sul versante del linguaggio e del rapporto con l'Altro, la stampella è il Fantasma Fondamentale . Se il desiderio è un abisso, il fantasma è la cornice, la finestra che il soggetto costruisce per affacciarsi su quel vuoto senza caderci dentro . È una sorta di "sceneggiatura" inconscia che fornisce una risposta immaginaria alla domanda fondamentale: "Che cosa vuole l'Altro da me?" (Che vuoi?). La celebre formula lacaniana $ <> a descrive proprio questo: mette in relazione il soggetto diviso ( $ ) con l'oggetto piccolo a ( a ), ovvero l'oggetto-causa del desiderio, un resto inassimilabile. Nel fantasma, questo oggetto viene collocato illusoriamente nel luogo di un possibile ritrovamento, di una soddisfazione immaginaria. Sebbene l'oggetto a non possa mai essere veramente posseduto (è causa, non meta), questa finzione dà consistenza al desiderio, gli conferisce una realtà psichica e permette al soggetto di orientarsi nel mondo e di amare . Questa è la logica alloerotica: un rapporto con l'Altro mediato dal linguaggio e dall'immaginario. 2 . La Pulsione: Il Circuito del Godimento. Sul versante del corpo, la logica è completamente diversa: non è relazionale, ma solitaria . A differenza del desiderio, la pulsione non cerca un oggetto per colmare una mancanza. Al contrario, essa gira a vuoto attorno a un oggetto irrimediabilmente perduto. Il suo scopo non è il piacere o la soddisfazione, ma la Jouissance (il Godimento). Si tratta di una soddisfazione paradossale, spesso intrisa di sofferenza, che deriva dalla ripetizione stessa di questo circuito . È un godimento che si nutre del fallimento nel raggiungere l'oggetto, un moto perpetuo attorno a un vuoto. Un godimento che gira all’infinito esclusivamente nel reale del corpo, attraverso la pulsione e la sua ripetizione, non arginato dal simbolico, né rivolto all’Altro immaginario. Una coazione a ripetersi che, paradossalmente, si soddisfa della sua insoddisfazione, come dimostra la S ublimazione. La logica della pulsione è quindi autoerotica e autistica . Il godimento è sempre individuale, non condivisibile. Questo porta alla celebre massima di Lacan: " Non c'è rapporto sessuale ". Non significa che gli atti sessuali non avvengano, ma che non esiste una formula, una norma simbolica che possa unire e armonizzare il godimento di due soggetti in un "Tutto ". L'incontro sessuale è sempre un incontro tra due solitudini, tra due fantasmi. La pulsione, con la sua inesorabile ripetizione, è dunque l'altra stampella che sostiene il soggetto sul vuoto del proprio godimento. I l Soggetto Diviso: un Funambolo tra Due Abissi L'immagine che ne emerge è quella di un funambolo che cammina su una corda tesa. · Da un lato, si protende verso l'Altro, sostenuto dalla finzione del fantasma, alla ricerca di un senso e di un legame . · Dall'altro, è ripiegato su se stesso dalla pulsione, incatenato alla ripetizione di un godimento solitario che sancisce l'impossibilità di una fusione completa. Vivere significa navigare costantemente tra la ricerca di significato nel legame con l'Altro e l'incontro con il non-senso di un godimento che ci isola. Un Dialogo Incessante tra Linguaggio e Corpo. Questa divisione, tuttavia, non implica una separazione netta. Esiste uno scambio continuo tra il Simbolico (linguaggio) e il Reale (corpo): 1.Dal linguaggio al corpo: I significanti si "incarnano", producendo effetti sul corpo. La figura clinica che lo rappresenta è il sintomo isterico , dove un conflitto psichico si "converte" in una manifestazione somatica. 2. Dal corpo al linguaggio: La pulsione, radicata nel reale del corpo, "sessualizza" il pensiero e la parola. L'emblema di questo processo è il sintomo ossessivo , dove la sessualità impregna la catena significante. Il significante avvolge l’isterica nel corpo e l’ossessivo nel pensiero. Questa interdipendenza ci porta a una conclusione fondamentale: nell'essere umano, non esiste una sessualità "pura" o istintiva, così come non esiste un pensiero che non sia, in qualche modo, toccato dalla pulsione . Il significante e la pulsione hanno irrimediabilmente allontanato l'essere parlante dalla sua presunta animalità originaria. L'illusione di un rapporto di "solo sesso" si scontra con il fatto che, per l'essere umano, il sesso è sempre mediato dalle parole, dai fantasmi e dall'impossibilità di un rapporto senza resti. Conclusione: La Direzione della Cura e l'Etica dell'Atto Analitico Siamo partiti, nel nostro percorso, da un'evidenza clinica tanto radicale quanto ineludibile: la divisione del soggetto . Abbiamo visto come l'essere umano sia costitutivamente in bilico, teso tra l'universo del Simbolico – il campo della parola, della domanda e del desiderio rivolto all'Altro – e l'irruzione del Reale, la dimensione acefala della pulsione, della ripetizione e di quel godimento solitario e non condivisibile che Lacan chiama Jouissance . Ma giunti a questo punto, la domanda si impone con urgenza: quali sono le implicazioni di questa divisione fondamentale per la nostra pratica? Se il soggetto è spaccato, può la posizione dell'analista rimanere monolitica, uguale a se stessa? La risposta è, necessariamente, no. La direzione della cura non è una tecnica standardizzata, ma una posizione etica che deve sapersi modulare a seconda del versante della divisione soggettiva in cui si trova a operare. 1. Sul versante del Simbolico , nel regno della dialettica del desiderio, l'analista è convocato nel luogo del transfert come Soggetto Supposto Sapere . L'analizzante si rivolge a lui con una domanda di senso, sperando che l'Altro possa finalmente nominare, riconoscere e interpretare il suo desiderio. Infatti, qui, il nostro strumento principe è l' interpretazione , in particolare quella metaforica , che apre a nuove catene significanti. Ma è un'arte sottile: il nostro compito non è "dare un troppo di senso", non è tappare il buco con un sapere posticcio che andrebbe solo a suturare la ferita e a rafforzare l'Io. Al contrario, l'interpretazione deve mirare a preservare quello spazio vuoto, quell'intervallo tra un significante e l'altro, perché è solo in quella fessura che il soggetto dell'inconscio può finalmente emergere, sorprendersi e farsi sentire , può cioè venir fuori quel soggetto come Altra cosa , rispetto a quello che si suppone essere. Per questo l’interpretazione deve essere sempre anche metonimica . 2. Ma quando ci spostiamo sul versante del Reale , dove vige la logica ferrea della pulsione di ripetizione, il registro cambia drasticamente. Qui non c'è più una domanda di sapere, ma un circuito di godimento che si auto-sostiene nel suo stesso fallimento. Il transfert, di conseguenza, non si istituisce più sul sapere, ma si configura come un transfert sul godimento . L'analista non è più colui che sa, ma colui che - lungi dall’essere solo il sembiante dell’oggetto piccolo a - lo incarna, suo malgrado, facendone, non più l’oggetto causa del desiderio, ma l’oggetto reale di quel godimento mortifero . In questo contesto, l'interpretazione metaforica perde la sua efficacia; non c'è più un senso da svelare, ma un ciclo da interrompere [1] È qui che interviene l' atto analitico nella sua funzione più pura: quella del taglio . L'atto non è una parola, ma un'azione che opera una cesura nel reale , che spezza la catena della ripetizione e separa il soggetto da quel godimento che lo imprigiona . Che si tratti di una scansione della seduta, di un silenzio o di un intervento spiazzante, l'atto mira a introdurre una discontinuità là dove regnava la coazione a ripetere. [ Vediamo dunque come il transfert lacaniano, in entrambe le sue modulazioni, si fondi sempre su una logica di separazione e alienazione , e mai di identificazione o di semplice ripetizione speculare. L'obiettivo non è conformare il soggetto a un modello, ma permettergli di separarsi da ciò che lo aliena: che sia l'Altro del Simbolico o l'oggetto del godimento nel Reale. In conclusione, dirigere una cura significa saper danzare su questa faglia soggettiva , sapendo quando interpretare per aprire al desiderio e quando tagliare per arginare il godimento . La pratica della psicoanalisi non è il frutto di una tecnica bene appresa e bene applicata, ma un’etica che ci impone di non essere mai uguali a noi stessi, proprio perché il soggetto che abbiamo di fronte non è mai uno, ma irriducibilmente diviso. [1] Perché mantenere la posizione di sembiante di oggetto a come causa del desiderio e non di incarnarlo come oggetto a di godimento nel reale, è fondamentale nella "direzione della cura"? Perché solo se l'analista, attraverso il suo silenzio, le sue domande e le sue interpretazioni, si posiziona deliberatamente nel luogo enigmatico della parvenza, della finzione, del sembiante appunto, dell’oggetto piccolo a, senza incarnarlo realmente, solo se lascia questo posto vuoto, può diventare il perno del transfert: l'analizzante può proiettare sull'analista la funzione di "colui che sa" e, soprattutto, di "colui che possiede" quell'oggetto prezioso (agalma, come lo chiama Lacan nel Simposio di Platone) che si presume possa colmare la propria mancanza. Occupando la posizione di sembiante dell'oggetto a, l'analista provoca il desiderio di sapere (l'analizzante è spinto a parlare, a produrre associazioni, sogni e lapsus nel tentativo di capire e "carpire" dall’analista il segreto del proprio desiderio), non soddisfa la domanda (l'analista non risponde mai direttamente alla domanda d'amore o di soddisfazione dell'analizzante), permette all’analizzante di "attraversare il fantasma" (lo scopo finale della cura lacaniana è permettere al soggetto di "attraversare il suo fantasma fondamentale", ovvero di confrontarsi con la logica inconscia che struttura il suo desiderio e la sua sofferenza, e di separarsi dall'alienazione in questo oggetto a).
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 6 gennaio 2026
Il transfert è il rilesso nel paziente dell'etica dello psicoanalista
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 1 agosto 2025
A cosa serve oggi la psicoanalisi?
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 9 luglio 2025
La psicoanalisi non è per tutti
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 18 giugno 2025
Il Soggetto dell'enunciazione e il soggetto dell'enunciato
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 15 giugno 2025
Freud ha dimostrato che la perversione è un non volerne sapere nulla, ma proprio nulla, della castrazione. Una doppia negazione dunque: "non è vero che non c'è il fallo lì dove non posso fare a meno di volere che ci sia". Freud ha chiamato " Verleugnung " questo meccanismo di rigetto, di ripudio della realtà della castrazione. Lacan, riprendendo la questione dal punto di vista della " castrazione della madre ", mette in rilievo come il perverso non tolleri che l'Altro sia "bucato" , sia mancante cioè proprio di quello che gli serve per assicurarsi il proprio godimento, un godimento che egli deve necessariamente prelevare "nel luogo dell'Altro", e che non sopporta possa essere interdetto dalle ragioni dell'Altro, in buona sostanza, non tollera che il proprio godimento possa trovare un limite nel desiderio dell'Altro. Il perverso è dunque colui che si serve della "Verleugnung" (diniego, doppia negazione) per impedire che il desiderio dell'Altro interrompa il proprio godimento , come dire: "il tuo desiderio si oppone al mio interesse? Disturba la stabilità della mia posizione e la certezza delle mie convinzioni? Bene, neanche mi chiedo il perché, faccio prima a rigettarlo di sana pianta, non ne tengo alcun conto, per il semplicissimo motivo che esiste una sola posizione, la mia." In altre parole il perverso non riconosce la differenza dell'Altro , per questo è, appunto, "indifferente" alle ragioni dell'Altro - laddove invece il nevrotico ne soffre - è indifferente alla realtà. Non dice, all'Altro, "è vero che tu non sei d'accordo con me, ma non lo sopporto" - che è invece la posizione del nevrotico, ovvero sia il riconoscimento che l'Altro sta dicendo qualcosa di diverso che lui non sopporta, sia il riconoscimento che lui non lo sopporta, un "doppio riconoscimento", dunque, che aprirebbe comunque ad una dialettica - ma dice, più radicalmente: "non è vero che tu non sei d'accordo con me", confondendo e facendo spesso vacillare la realtà nell 'Altro! Una "doppia negazione", appunto, come a dire che nell'universo mondo non c'è che una sola verità, la sua! E' esattamente questa la posizione di godimento del perverso. Per questo, possiamo dire, che qualsiasi comportamento tendente a disconoscere le istanze altrui, quando queste costituiscono un limite al godimento soggettivo, può essere considerato un comportamento di perversità , come può esserlo, per esempio, in una coppia, quello di un partner che si rifiuti di prendere atto del desiderio dell'altro di volersi, per esempio, separare: si rifiuta di prenderne atto per continuare a farlo sussistere nel ruolo dì partner anche se questi se ne dichiara fuori. E' il caso dello stalking, che infatti è un comportamento perverso. In altre parole, il rapporto perverso non può essere interrotto , poiché si fonda sulla complicità inconscia, di distruggere la castrazione in ciascuno dei partner, di distruggere cioè il desiderio come causa del legame della coppia per sostituirlo con il godimento, in maniera da s congiurare il rischi, insopportabile per il perverso, di poter amare, il rischio, per i p due partner bloccati dal patto perverso, di innamorarsi l'uno dell'altro. Occorre cioè che il godimento nel plagiare l'Altro si incastri con il godimento dell'Altro a farsi plagiare. Da questo patto diabolico, dalla complicità perversa all'interno di una coppia - ma anche all'interno di un gruppo, di un'Associazione, di un'Istituzione, di una Setta - a collaborare attivamente per costruire e difendere la sola Verità possibile, ossia che non vi è nessuna castrazione in ciascuno, non è dunque possibile uscirne , prima di tutto perché l'angoscia che si scatenerebbe in seguito a una tale ipotesi entra a far parte sin dall'inizio dello stesso patto perverso, anzi ne costituisce il cemento, e poi anche perché il rischio di ritorsioni, terribili, anche omicide, è altissimo per chi voglia tirarsi fuori dal gioco, poiché rompere il patto perverso significa infliggere la pena insopportabile della castrazione. Molti femminicidi ne sono un esempio, e, nella Storia, la santa Inquisizione, i roghi, le Crociate ne sono altri. Quali azioni di stalking sistematici possono esserci piu delle "crociate" anche moderne contro tutte le posizioni discordanti da ciò che è ritenuta l'unica verità vera da imporre anche sotto minaccia di morte? In conclusione, è perverso ogni atteggiamento, posizione o comportamento che si basi sul disconoscimento di quella separazione tra gli esseri che di fatto è già data per avvenuta in qualsiasi contesto umano, e che è posta a fondamento dell'amore e della vita.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 1 giugno 2025
Relazione presentata alla Psicomed Spring School "Desiderio e gratificazione tra Neuroscienze e Psicoanalisi" 30 maggio - 1 giugno 2025 - Parco tecnologico e Polo didattico IRCCS Neuromed -Pozzilli (IS)