L’esperienza della soggettività nella cura psicoanalitica

Egidio T. Errico • 12 gennaio 2022

Webinar del ciclo “Conversazioni psicoanalitiche” del 22/11/2021 sulla piattaforma Zoom

Bisogno-domanda-desiderio


 Quando fu chiesto a Lacan di spiegare in cosa consistesse la psicoanalisi e chi fossero gli psicoanalisti, egli, con il suo solito stile provocatorio ed enigmatico, rispose che la psicoanalisi è la pratica degli psicoanalisti, e gli psicoanalisti coloro che la praticano, con ciò intendendo, da una parte, che la psicoanalisi, in effetti, per l’oggetto stesso di cui si occupa, non può che sfuggire ad ogni definizione che sia data una volta per tutte, che sia cioè circoscrivibile in un concetto compiuto, e, dall’altra, che essa è essenzialmente una prassi, una pratica che, in quanto tale, non può considerarsi, a differenza delle altre discipline, come esistente per sé stessa, come esistente cioè a prescindere da chi la richiede (il paziente) e da coloro che la praticano (gli psicoanalisti).

Questo perché la psicoanalisi, anche se oggi può essere a ragione riconosciuta come un metodo affidabile di cura del disagio psichico e, dunque, come una teoria del funzionamento della mente e dei suoi disturbi - il che impedisce che essa possa essere considerata una pratica terapeutica improvvisata - si configura al tempo stesso come una cura che risponde unicamente a chi la richiede, che si costituisce cioè come una risposta ad una interrogazione soggettiva, con ciò intendendo che si tratta di una cura che può essere messa in funzione solo dalla domanda del paziente, il quale, stando male si rivolge ad uno psicoanalista poiché s’interroga sul proprio sintomo, s’interroga cioè su cosa il proprio sintomo voglia dire, su cosa egli, in quanto soggetto, sta cercando di dire attraverso il proprio sintomo.

Il sintomo psicoanalitico, infatti, a differenza di quello medico, non è dell’ordine del segno, non è segno  di qualcosa che non va nel corpo a prescindere dalla posizione del soggetto, ma rappresenta invece il modo attraverso cui il soggetto dice di sé e di “quello che non va” in quanto soggetto: il sintomo psicoanalitico è perciò dell’ordine del  simbolo, anche se ha effetto di segno. In altre parole, possiamo dire, che il sintomo psicoanalitico è messaggio e non codice, come è invece il caso del sintomo medico. Il sintomo è un discorso, per questo lo ascoltiamo,  dice Lacan, conducendoci così all’essenza della pratica della psicoanalisi in quanto pratica dell’ascolto e non dell’osservazione.

Uno psicoanalista è allora chi è in grado di accogliere la domanda del paziente su sé stesso, e di intenderla come il desiderio del soggetto di saperne di più, senza ritenere che possegga lui, in quanto dottore, la risposta che il suo paziente cerca. In altri termini, è il paziente, e solo questi, che, con la sua domanda di cura, può mettere in funzione sia la psicoanalisi in quanto cura, sia lo psicoanalista in quanto colui che la dirige.

Trovo questa descrizione della psicoanalisi, della pratica della psicoanalisi, o meglio, come preferiva definirla Lacan, dell’esperienza psicoanalitica, particolarmente pregnante perché ci conduce direttamente al cuore dell’essenza della psicoanalisi: la domanda.

Ciò su cui ruota infatti l’esperienza dell’analisi non è l’inconscio, non è neanche il desiderio, ma è la domanda, poiché né l’inconscio, né il desiderio, sarebbero possibili senza la domanda. Per questo, dice Lacan, l’inconscio è etico, non ontico: non si dà se non all’interno della logica della domanda, e la logica della domanda è etica non ontica.

Non vi può essere dunque psicoanalisi se non vi è una domanda intesa come la intende Lacan, e cioè come quella posizione soggettiva in relazione all’Altro e che è “intermedia” tra un al di qua - che è il bisogno - e un al di là di essa - che è il desiderio.

Se la psicoanalisi, allora, sussiste solo come risposta alla domanda, essa ha luogo soltanto in quell’al di là della domanda che è il campo del desiderio.

Possiamo dire perciò che mentre la psicoterapia si dispone dal lato del bisogno, la psicoanalisi si dispone invece sempre dal lato della desiderio.

La psicoanalisi è dunque una cura che si costituisce e si sostiene sulla domanda, e per questo, essendo la domanda sempre rivolta all’Altro, la psicoanalisi è una cura che si articola sempre nel luogo dell’Altro. In questo senso la psicoanalisi può essere considerata  la cura per eccellenza, in quanto è impossibile curarsi da soli, è impossibile l’autoanalisi.

E d’altra parte, non esiste cura psicoanalitica che sia del tutto “obbediente” ad un metodo di cura standardizzato,  ad una tecnica prestabilita una volta per tutte e che possa prescindere dalla contingenza della domanda del paziente, “colto” nella singolarità del suo essere e nella particolarità del suo “accadere” come soggetto.

Anche se, come si sa, riconosciamo l’esistenza di una teoria psicoanalitica, una teoria della cura, anzi - se teniamo presente l’attuale panorama delle molteplici offerte di cure psicoanalitiche - di più teorie della cura, non può aversi nessuna cura fino a quando lo psicoanalista riterrà che il suo compito sia quello di mettere in pratica i canoni previsti da una determinata “teoria della tecnica psicoanalitica”, ritenendo, magari, di averli per giunta bene appresi, piuttosto che, distaccandosene, di riuscire a costituirsi, più che come Altro della cura, come luogo dell’Altro, vale a dire fino a quando non lascerà subentrare alla figura del dottore che sa, la funzione simbolica di colui che, non sapendone, è pronto a saperne dal paziente, riducendosi ad un puro significante della cura, di un significante qualunque, come dice Lacan. Per questo, in analisi, colui che parla è il solo a saperne qualcosa, il paziente, essendo, l’analista, colui che, non sapendone, ascolta. Insomma, lo psicoanalista, anche se tenuto ad un sapere sulla psicoanalisi, si muove sempre a partire da un non saperne del proprio paziente, un non sapere che deve riprodurre ogni volta di nuovo all’inizio di ogni seduta. Per questo la pratica dello psicoanalista, più che essere funzione di una presunta passione per la cura, è funzione - come dice Lacan - della sua "passione per l'ignoranza".


La psicoanalisi, come abbiamo detto, si costituisce e si sostiene sulla domanda poiché è il soggetto umano che si costituisce e si sostiene attraverso la domanda, e precisamente attraverso l’articolazione della triade bisogno-domanda-desiderio, in quanto tale articolazione è l’effetto del significante, vale a dire della parola che l’Altro (la madre) rivolge al bambino, parola che assume funzione di domanda in grado di frustrare i bisogni e mettere in gioco il desiderio.

Infatti, per Lacan, la parola, non solo è sempre rivolta all’Altro (si parla sempre a qualcuno), ma al tempo stesso ha sempre funzione di domanda, e la domanda, per Lacan, mira a frustrare i bisogni per causare il desiderio. Per questo scriviamo la domanda come intermedia tra il bisogno e il desiderio: il soggetto si costituisce proprio qui, nel luogo intermedio tra il bisogno e il desiderio, nel luogo in cui lo raggiunge la domanda, la domanda che, privandolo dei suoi bisogni, fa del soggetto un soggetto mancante-a-essere, un soggetto di desiderio.

Dunque, nella misura in cui il soggetto umano è un soggetto che si sostiene sulla sua mancanza, sulla propria mancanza-a-essere, la clinica della psicoanalisi è la clinica della frustrazione del soddisfacimento immaginario dei bisogni, una clinica della mancanza-a-essere, una clinica della domanda, vale a dire la clinica degli effetti del significante presso il soggetto.

Insomma, nella triade bisogno-domanda-desiderio i tre termini non sussistono se non nella loro articolazione, essendone la domanda l’elemento chiave in quanto, intermedia tra bisogno e desiderio, stabilisce la continuità, ma anche che la discontinuità tra i due fissandosi il bisogno al di qua e il desiderio al di là di essa.

La domanda è intermedia tra bisogno e desiderio poiché, da una parte, produce un effetto di annullamento (aufhbeith) dei bisogni, e dall’altra il loro ritorno dal luogo dell’Altro, dunque alienati, sotto forma di desiderio, dal momento che ciò che è strutturale alla domanda, ciò che la rende possibile, è il fatto che il soggetto riceve il proprio messaggio dall’Altro. Per questo, nel grafo del desiderio, il luogo del messaggio s(A) è lo stesso in cui si produce la domanda.

Per Lacan, dunque, la frustrazione dei bisogni, in quanto effetto della domanda, corrisponde alla rimozione primaria, poiché l’annullamento dei bisogni non significa che essi scompaiano nel soggetto, ma che vi ritornano come desiderio: il desiderio è perciò il bisogno che è annullato e conservato al tempo stesso in quanto bisogno che ritorna come desiderio dal luogo dell’Altro, come bisogno alienato nel desiderio, che ritorna dall’Altro come desiderio dell’Altro:


ciò che nei bisogni si trova quindi alienato costituisce una Urverdrängung, perché non può, per ipotesi, articolarsi nella domanda, ma appare come un pollone che, è ciò che nell’uomo si presenta come desiderio (das Begehren).[1]


La domanda assume dunque il significato della frustrazione e il desiderio umano è il desiderio dell’Altro.

(Figura 1: il grafo 1)


Il Soggetto.


L’articolazione bisogno-domanda-desiderio può essere vista anche come l’articolazione dell’Edipo, dal momento che possiamo considerare l’Edipo come quella sorta di  laboratorio nel quale il bambino entra come soggetto di bisogni e ne esce come soggetto di desiderio, per cui possiamo allora dire che il soggetto che ci interessa, che interessa alla psicoanalisi, è il soggetto che si costituisce attraverso la triade bisogno-domanda-desiderio, il che significa che il soggetto che interessa alla psicoanalisi è il soggetto diviso, dal momento che, come abbiamo visto, la domanda divide il soggetto dai suoi bisogni e lo priva dell’oggetto particolare del bisogno che, d’ora in poi, perduto per sempre, sarà l’oggetto-causa del desiderio, l’oggetto che Lacan chiama l’oggetto piccolo a.

Il soggetto, dunque, è strutturalmente mancante, mancante-a-essere, come dice Lacan, nel senso che il suo essere si costituisce a partire da una perdita, da una mancanza, e che, quindi, egli esiste solo nella sua mancanza, vale a dire nel suo desiderio, poiché il desiderio è mancanza, è la metonimia della mancanza,  come dice ancora Lacan, mancanza su cui egli si sostiene solo attraverso la domanda che continuamente rivolge a se stesso: “Chi sono io? Cosa voglio?”, la stessa che porta in analisi. Una domanda che però non trova risposta poiché egli, dove si aspetta di trovarla, lì trova invece il buco della sua mancanza-a-essere. Freud lo aveva capito e ne fece uno scritto fondamentale che folgorò Lacan: “La Negazione”. Freud capì che il soggetto non è in ciò che ammette, ma in quello che nega, che può definirsi, non attraverso quello che ritiene di essere, ma solo attraverso quello che non è.


Possiamo allora affermare che l’esperienza soggettiva della cura psicoanalitica è un’esperienza di perdita e di mancanza.


Vediamo più in dettaglio questo passaggio.


Non dobbiamo dimenticare che il soggetto si costituisce nella sua mancanza-a-essere solo per effetto della domanda che l’Altro gli rivolge, e che, come abbiamo visto, frustra i suoi bisogni e causa il desiderio, per cui possiamo dire che il soggetto umano si costituisce attraverso l'annullamento dei bisogni che però vengono convertiti in desiderio.

Attraverso la domanda l’Altro dona al soggetto il significante che lo divide, ed è per questo che Lacan designa l’Altro con la lettera A maiuscola, definendolo il tesoro dei significanti, dove il termine tesoro non è scelto a caso, in quanto Lacan vuole indicare il luogo dell’Altro come luogo, non solo prezioso in sé, ma anche come ricchezza poiché contiene i significanti che valgono come scambio e come legame sociale.  Il dono dei significanti che servono comporta il prezzo della frustrazione dei bisogni, ma con la contropartita di riaverli sotto forma di desiderio.

Il primo grande Altro è la madre, che sa quando frustrare, mediante la domanda, i bisogni del suo bambino per permettergli l’accesso al desiderio, e dunque per permettergli la possibilità di domandare: la domanda è sempre reciproca ed è sempre una figura della frustrazione dell’Altro cui è rivolta: “che vuoi?”, “Dimmi tu cosa devo volere affinché tu mi voglia”. La domanda è dunque determinata dal desiderio che si instaura in seguito alla frustrazione dei bisogni. Per questo il desiderio è l'al di là della domanda, l'al di là nel senso che la determina. Questa l’essenza della comunicazione tra la madre e il bambino, tra il grande Altro e il soggetto, per cui, come fa notare Lacan, l’Altro si trova così collocato nel luogo del "potere assoluto", poiché ora il bambino non ha più bisogno di un oggetto, ma desiderio della presenza e del riconoscimento materno: la madre si trova così, di fatto, nella posizione del potere assoluto, il potere che deriva dal privilegio che ella ha di concedere o negare la propria  presenza al suo bambino.

La struttura della domanda sta in questo passaggio, in questa frustrazione del bisogno, nel senso che la madre opera l’azione significante quando “interpreta” il grido del bambino non più come espressione del bisogno, ma come significante e dunque il grido diventa ora domanda. Di cosa? Non di questo o quello, ma di riconoscimento del desiderio di presenza o di assenza materna.

Soffermiamoci un attimo sulla madre: molto si dice su di lei e del rapporto madre bambino, dello scambio che avviene tra i due e della comunicazione che si stabilisce fin da quando una madre porta in grembo il proprio bambino.

Ma è di un bambino che una donna è incinta? Se riduciamo una donna al rango di una femmina sì: una femmina è incinta di un bambino. Lo dimostra ogni ecografia, capace di dirci anche il sesso. Ma una donna? Di cosa è incinta una donna? Una donna è gravida dell’Altro che contiene il tesoro dei significanti ed il linguaggio. 


In sé stessa la domanda verte su altro che non sulle soddisfazioni che chiede. Essa è domanda di una presenza o di un’assenza. Ciò è manifestato dalla relazione primordiale con la madre, in quanto gravida di quell’altro che va situato al diqua dei bisogni che può colmare. Essa lo costituisce già come avente il «privilegio» di soddisfare i bisogni, cioè il potere di privarli della sola cosa da cui sono soddisfatti. Questo privilegio dell’Altro disegna così la forma radicale del dono di ciò che non ha, cioè quel che si chiama il suo amore. [2]


È così che, per azione del significante, ogni essere umano è svuotato dei bisogni, ma attraversato dal desiderio, che è desiderio di presenza o di assenza dell’Altro. 

Noi pensiamo di avere bisogni, ma i bisogni sono sostituiti dal desiderio incondizionato. È per questo che Lacan riconosce al grande Altro un privilegio e un potere assoluti, quelli di poter dare o negare la propria presenza. Vale a dire negarsi al desiderio del soggetto, il che significa privare i bisogni dell’unica cosa di cui si soddisfano: la presenza e non l’oggetto.

“È questo privilegio dell’Altro che disegna così la forma radicale del dono di ciò che l’Altro non ha, cioè quel che si chiama appunto il suo amore.”

Capirete perché Lacan ci dice che l’unica cosa che il bambino può chiedere all’Altro è la prova d’amore, e capirete anche perché questo passaggio apre a cosa è per la psicoanalisi l’amore, vale a dire dare quello che non si ha, cioè la mancanza che causa il desiderio e non la soddisfazione dei bisogni, che, invece, ha a che fare con il godimento.

Bisogna perciò distinguere l’amore dal godimento, tanto più che, oggi, il godimento è spesso scambiato per amore.

E ora capite anche perché all’amore si può accedere soltanto a partire dalla frustrazione dei bisogni – da una rinuncia pulsionale, da una rinuncia di godimento – e quindi solo dal desiderio che si è in grado di causare nell’amato, o nell’amata.

Siamo ora al punto in cui nel trittico bisogno-domanda-desiderio, al termine bisogno possiamo sostituire quello di godimento: godimento-domanda-desiderio.

Ritorniamo alla madre, anche a costo di ripeterci. Come abbiamo visto, ella frustra il bisogno, privandolo del suo oggetto particolare (per esempio il latte), ma glielo restituisce sotto forma di desiderio. In questo senso, dice Lacan, il desiderio è il bisogno che ritorna alienato, cioè dall’Altro, dopo che questi lo ha frustrato.

Desiderio di cosa? Non più dell’oggetto particolare del bisogno - che rimane irrimediabilmente perduto - ma della presenza/assenza della madre, alla quale il bambino non chiederà più l’oggetto particolare dl bisogno, ma quella che Lacan chiama la prova d’amore. Vale a dire che il buon latte perde ora la caratteristica di essere l’oggetto particolare del bisogno di nutrimento nel reale, per acquistare il significante di prova d’amore della madre. Da oggetto reale a oggetto simbolico. Il che significa che ora il bambino lo rifiuterà fino a lasciarsi morire di fame se, pur disponendone in abbondanza, non lo avvertirà come la prova d’amore, come prova della capacità della madre di saper donare la propria presenza, o anche la propria assenza, e non più l’oggetto del bisogno.  

Qui possiamo cercare la causa, per esempio, dell’anoressia: un nutrimento ridotto a mero oggetto di soddisfazione del bisogno, e non elevato a simbolo dell'amore materno, a prova d'amore, può essere solo rifiutato.

Il bambino perde l’oggetto particolare del bisogno, ma per ritrovarlo come oggetto particolare del desiderio. Si tratta di una perdita che permette un ritrovamento in altro modo. È così che il bambino può accedere al simbolico.


L’esperienza cruciale della cura psicoanalitica è esattamente questa: l’esperienza di una perdita che consente un ritrovamento, un ritrovamento che non potrebbe aversi senza quella perdita.


Questo vuol dire dunque Lacan quando dice che la frustrazione dei bisogni fa sì che questi ritornino alienati dal luogo dell’Altro. Ritornano come il pollone del desiderio: vi è un cambiamento ed una conservazione al tempo stesso.

Il modello freudiano di ciò che perdendosi ritorna in altro modo è la rimozione.

Ciò che si annulla sul piano del bisogno, come domanda condizionata dal bisogno, ritorna, si ritrova, come domanda incondizionata della prova d’amore.

Vale a dire che la domanda d’amore non è condizionata da alcun bisogno, neanche dal bisogno di vivere, e dunque, mentre i bisogni ne saranno ora l’incondizionale, il desiderio sarà condizione assoluta della domanda d’amore.


Vi è dunque una necessità che la particolarità così abolita riappaia al dilà della domanda. E vi appare infatti, ma conservando la struttura celata del carattere incondizionato della domanda d’amore. […]. All’incondizionato della domanda, il desiderio sostituisce la condizione «assoluta»: questa condizione, infatti, libera quanto la prova d’amore ha di ribelle alla soddisfazione di un bisogno[3].


Se, dal luogo dell’Altro, la madre può, sul registro del desiderio, donare al bambino l’unico oggetto di cui egli, su quello del bisogno, non si soddisfa, vale a dire se stessa, negando o concedendo la propria presenza, allora ella assume, di conseguenza, come la definisce Lacan, quel potere, quella oscura autorità, in virtù della quale il suo detto, il suo primo detto che - sottolinea Lacan - legifera e aforizza, avrà il potere di introdurre il bambino alla Verità, ma una Verità ora collegata alla Parola  e non più alla Realtà[4], conferendogli, al tempo stesso, quel tratto unario - per questo la sua autorità può essere solo oscura, in quanto dell’Uno[5] - che serve a coprire la divisione soggettiva, dal momento che, in tal modo, lo avvia all’identificazione con l’ideale dell’io:


Dunque, la Verità trae garanzia non dalla Realtà che concerne ma da altrove: dalla Parola. Così come è da questa che riceve quel marchio che la istituisce in una struttura di finzione.

Il primo detto decreta, legifera, aforizza, è oracolo; esso conferisce all’altro reale la sua oscura autorità.

Basta che prendiamo un significante come insegna di questa onnipotenza, cioè di questo potere tutto in potenza, di questa nascita della possibilità, perché abbiate il tratto unario che, colmando l’invisibile marchio che il soggetto riceve dal significante, aliena questo soggetto nella prima identificazione, quella che forma l’ideale dell’io. [6]


Il luogo dell’Altro diventa dunque il luogo in cui il soggetto gli conferisce il potere assoluto e tutta la sua onnipotenza: nel rapporto primario madre-bambino, contrariamente a quanto comunemente ritenuto, l’onnipotenza che serve sta tutta dal lato dell’Altro, della madre, e non da quello del bambino. 


Il Significante


Quella di significante è una nozione fondamentale per Lacan dal momento che, come abbiamo visto, il soggetto è l’effetto dell’azione del significante, e di conseguenza, come dice Lacan, "il significante è ciò che rappresenta un soggetto per un altro significante".

Possiamo sintetizzare gli effetti dell’azione del significante sul soggetto attraverso i seguenti punti:

  1. La divisione soggettiva, che va considerata come una divisione discontinua, e corrispondente alla Negazione (Verneinung) di Freud: un soggetto - come abbiamo visto - si può definire solo a partire da ciò che non è, si può affermare solo a partire da una negazione, ci si può costituire come soggetti solo a partire da una divisione radicale;
  2. Se il significante è ciò che rappresenta Il soggetto per un altro significante, ne consegue che il soggetto è sempre dipendente dall’altro, ossia dal proprio simile;
  3. Il soggetto non si conosce se non attraverso il significante che lo rappresenta;
  4. Il soggetto è alienato non solo nell’immagine speculare in cui si identifica, ma anche nel significante che lo rappresenta;
  5. Il soggetto si coglie - anzi si sorprende - “nella sua ineffabile e stupida esistenza”[7] (Lacan) solo nella interruzione, nel taglio, nella coupure, della catena significante, nella interruzione della sfilata dei soliti significanti.
  6. Il soggetto, per questo, possiamo dire, è sempre almeno tra due significanti, è dunque un soggetto intermedio. Ecco come a proposito si esprime Lacan:


Perché la nostra caccia non sia vana, vana per noi analisti, bisogna ricondurre tutto alla funzione di taglio, di coupure, nel discorso, e la più forte è quella che fa da barra fra il significante e il significato. È qui che si sorprende il soggetto che ci interessa perché, annodandosi nella significazione, eccolo posto all’insegna del preconscio. Col che si arriverebbe al paradosso di concepire che il discorso nella seduta analitica non vale se non in quanto esso inciampa o persino si interrompe […][8].



E dopo un po’ aggiunge:



Solo questo taglio della catena significante verifica la struttura del soggetto come discontinuità nel reale. Se la linguistica propone che si veda nel significante il determinante del significato, l’analisi rivela la verità di questo rapporto col fare dei buchi del senso i determinanti del discorso.[9]



È proprio a questo punto che Lacan chiarisce, ancora una volta, la famosa e controversa frase di Freud: Wo Es war, soll Ich werden che traduce così: dove Es era, il soggetto deve avvenire, intendendo che il soggetto può arrivare ad essere solo a partire da un taglio, il taglio che, abolendo il dove un istante prima era in quanto Es, può ora venire ad essere in quanto un Io, in quanto cioè soggetto: “Io posso venire all’essere con lo sparire del mio detto.”[10]


Il desiderio


Tutto quello di cui abbiamo detto finora, ciò di cui si tratta quando parliamo di soggetto, di significante e di desiderio e di come in psicoanalisi[11] - soprattutto nella psicoanalisi lacaniana[12] - entrano in rapporto tra di loro, lo ritroviamo nel famoso Grafo del desiderio, attraverso il quale Lacan ci mostra infatti come si articola l’esperienza umana della soggettività, come si costituisce il soggetto umano, come i bisogni si alienano nel desiderio per effetto della domanda, e quindi cosa succede tra il soggetto e l’Altro sul piano dei tre registri del reale, dell’immaginario, del simbolico, ma anche in che modo la linguistica entra in relazione con la psicoanalisi.

Lacan si serve della teoria del grafo perché, in quanto figura topologica, permette di rendersi conto, quasi a colpo d’occhio, di ciò che avrebbe bisogno di molte parole per essere descritto, dal momento che il grafo raffigura percorsi di congiunzione e di direzioni tra gli elementi considerati.

Nondimeno il grafo del desiderio, oltre che descrivere come si articola la soggettività umana, la sua struttura, ci dice anche come funziona la pratica analitica, permettendo all’analista di rendersi conto del luogo da cui egli, in un dato momento, sta operando.

Possiamo dire perciò che il grafo permette di comprendere la struttura della psicoanalisi in quanto prassi. In questo senso possiamo considerare il grafo del desiderio una sorta di mappa etica¸ tanto dell’esperienza umana, quanto dell’esperienza psicoanalitica.

Per comprendere il grafo nella sua articolazione completa (Figura 4) bisogna partire da quella che Lacan indica come la cellula elementare del grafo, vale a dire dal grafo II (Figura 2), in quanto - proprio come avviene per le cellule vere e proprie - non solo ne rappresenta l’architrave fondamentale, ma anche la sua origine.           

La cellula elementare è quella del livello dei bisogni che, come vediamo, possono soddisfarsi solo se l’Altro (A) occupa, sul piano simbolico, il luogo di dominio A, in modo tale da stabilire, sul piano immaginario, una relazione di padronanza con l’io (moi) del soggetto.

Questo vuol dire che esiste una relazione tra il livello dei bisogni, cioè lo stato di necessità, e la relazione immaginaria, la quale però, come si vede, può sussistere solo nella misura in cui è supportata da una cornice simbolica i cui vertici sono quelli che si vedono nella figura, e cioè: $   (il soggetto diviso, barrato, da cui parte la domanda), A  (l’Altro destinatario della domanda), s (A) (il significante dell’Altro che si produce) e I (A) (l’identificazione conclusiva con l’Altro).

In questo schema è possibile rendersi conto della struttura della domanda del bisogno e della relazione immaginaria, non solo nell’esperienza umana, ma anche in quelle pratiche terapeutiche che operano sotto suggestione e che per questo sono dell’ordine delle psicoterapie: il soggetto si rivolge all’Altro riconoscendolo in posizione di “padrone”, con un effetto di significazione dell’Altro, s(A), che va a concludersi con l’identificazione con esso I(A).

Nella misura in cui riconosciamo all’Altro cui ci rivolgiamo la posizione di “padrone” - vale a dire di grande Altro (come lo designa Lacan) - l’effetto di significazione dell’Altro che si produce è sempre quello della identificazione con esso, in quanto ritenuto l’Io ideale, cioè l’Uno, che costituisce quello che Lacan definisce il “tratto unario”, vale a dire ciò che va a colmare il marchio lasciato dalla divisione soggettiva.

Ora, finché le cose girano in questo modo, finché l’Altro risponde assumendo su di sé la funzione di dominio che il soggetto gli attribuisce, vale a dire, finché risponde da una posizione di padronanza, eserciterà sempre un’azione di suggestione sul soggetto con l’effetto di una significazione idealizzante verso sé stesso.

Quest'azione di padronanza si produce come effetto del “privilegio” che il grande Altro si assume in quanto colui che risponde al bisogno del soggetto per soddisfarlo: si tratta dunque del fatto che egli opera sul piano del soddisfacimento del bisogno.

 E infatti, è qui, a questo livello, che la madre può assicurare al proprio bambino il primo accudimento, di fatto assumendo il “privilegio” di soddisfare i suoi bisogni poiché gli dà quello che ella ha (il buon latte). Ma questo è anche il livello delle psicoterapie in cui il terapeuta parimenti dà al suo paziente quello che ha (il Sapere). È quello che succede quando lo psicoanalista si identifica con il Sapere che il paziente gli suppone.

Un bambino deve diventare un soggetto, per questo non può permanere per sempre nel regime dei bisogni: la madre li frustrerà attraverso la domanda, poiché ella non vi risponderà più dando al bambino l’oggetto particolare del bisogno, ma gli domanderà cosa vuole, mettendolo in questo modo di fronte, non più al bisogno, ma ad un desiderio.

Se infatti, invece di sodisfare il bisogno che la madre ritiene di aver compreso (“so io di cosa ha bisogno mio figlio”), lo interpella domandandogli: “cosa vuoi?”, sta di fatto riconoscendogli un desiderio, sta riconoscendolo soggetto di desiderio e non più di bisogno, lo sta portando, attraverso la domanda, dal registro passivo dei bisogni a quello attivo del desiderio: bisogno-domanda-desiderio.

 La domanda, dunque, è la funzione chiave del desiderio, è la chiave che apre la porta al cammino da compiere per diventare un soggetto, un soggetto di desiderio, un  soggetto, anzi, che coincide con il proprio desiderio, e non più con i propri bisogni, grazie alla loro frustrazione ad opera della domanda: “il desiderio si abbozza nel margine in cui la domanda si strappa dal bisogno”.[13]

Il desiderio nasce dunque come effetto strutturale della domanda sul bisogno, ragion per cui, come ellitticamente fa notare Lacan, “il desiderio è articolato per questo non è articolabile”  [14],  per dire che, dal momento che il desiderio, benché determinato dalla domanda, dalla domanda non potrà più essere riacciuffato perché si colloca, vale la pena ripeterlo, sempre nel campo dell’al dilà della domanda.

Ora, se è determinato dalla domanda dell’Altro, allora il desiderio umano è il desiderio dell’Altro, dove il “del”, come chiarisce Lacan, va inteso in senso genitivo[15], il che vuol dire che il desiderio si articola sempre nel luogo dell’Altro.

Per questo la psicoanalisi è una cura che include, implica, sottintende sempre che si svolga nel luogo dell’Altro, per questo non è possibile analizzarsi da soli, per questo, se il desiderio umano è il desiderio dell’Altro, è impossibile conoscere del tutto il proprio desiderio e per questo, infine, che esso ci sfugge continuamente al punto che dire “io desidero” assume piuttosto il carattere della finzione.

Se non possiamo arrivare a sapere cosa veramente desideriamo, nondimeno abbiamo bisogno di causare il desiderio nell’Altro, affinché l’Altro ci riconosca come desideranti, come cioè soggetti di desiderio. Per questo Il desiderio è la struttura che costituisce la nostra soggettività, una struttura di mancanza che sta alla base del legame sociale e dello scambio simbolico tra le persone: il desiderio è cura, è linfa, è vita, è la matrice stessa dell’amore. La vita umana non sarebbe possibile senza il desiderio. 


Se invece il bisogno non riceve la sua frustrazione ad opera della domanda proveniente dall’Altro, vale a dire se l'Altro risponde alla domanda del bisogno piuttosto che frustrarla, continuerà, in funzione di padrone, a dominare sull’asse immaginario i(a)-moi, che assumerà la prevalenza del funzionamento soggettivo, nella parte bassa del grafo.

L'Altro non si costituirà dunque nella sua finzione terza, facendo così mancare l'azione di punteggiatura, di taglio, di capitonaggio della ripetizione infinita dei soliti significanti, con l’effetto di prodursi quella circolazione infinita della domanda, che Lacan chiama il cerchio infernale della domanda, un giro senza via di uscita, poiché l’Altro, decaduto dal luogo del simbolico (A), non potrà più più incarnare quel potere discrezionale di ascoltatore, di cui parla Lacan, e in virtù del quale potrà, come abbiamo detto, punteggiare il discorso del soggetto, dandovi la sua battuta d’arresto, perché è sempre colui che ascolta, non colui che parla, che stabilisce la punteggiatura al discorso del soggetto.

In questa prima raffigurazione del grafo, A possiede dunque il potere di comandare e di decidere sulla direzione della significazione: se mantiene l’apertura sul livello dei bisogni favorirà la suggestione immaginaria e il giro senza uscita della domanda, lo slittamento metonimico senza fine della significazione dell'Altro o, al contrario, le identificazioni "solide" all'Uno dell'Ideale dell'Io, vale a dire la fissazione del soggetto al suo  tratto unario, se invece chiuderà la porta del bisogno per aprire quella del desiderio, allora potrà far pervenire al soggetto il suo messaggio e dunque l’accesso al simbolico.

Per questo, per Lacan, il luogo dell’Altro è il luogo del tesoro dei significanti, vale a dire il luogo da cui l’Altro emette il messaggio, punteggia il discorso che si produce in s(A), fornisce i significanti di cui dispone e, di conseguenza, anche  il luogo dal quale opera lo psicoanalista, il luogo dove si producono l’inconscio, il sintomo e anche la domanda d’analisi. È questo il luogo da cui si origina il discorso dell’isterica.


Il fantasma


Ritorniamo al desiderio, per seguirne la via che Lacan ci mostra nel grafo 3.

Vediamo che il desiderio non segue la via dell’asse immaginario, della ripetizione infinita, dello slittamento metonimico della significazione, o delle identificazioni pietrificate, ma si incammina verso altro e verso l’alto, verso il nuovo, verso la metafora, verso il simbolico, per terminare, come vediamo dalla figura, nel fantasma.

Se, come abbiamo visto, il desiderio è l’effetto strutturale della domanda sul bisogno, che è effetto di perdita, allora - come dice Lacan - il desiderio è la metonimia della mancanza ed è esso stesso metonimico, ma, a differenza del bisogno che, anche se nell’apparente veste del nuovo, si sposta sempre verso l’uguale, verso il medesimo, , il desiderio cerca sempre altro, cerca e produce sempre l’inedito.

Ora, se il soggetto è dunque soggetto di desiderio, vale a dire, come abbiamo visto, soggetto mancante-ad-essere poiché il desiderio è struttura di mancanza, è la metonimia della mancanza,  allora dobbiamo evidentemente porci la questione: come fa il soggetto a sostenersi su una struttura di mancanza quale è il desiderio, su questo abisso di cui non sa nulla e che per giunta si articola nel luogo dell’Altro?

Lacan ci dimostra che il soggetto si sostiene nel proprio desiderio attraverso il Fantasma, attraverso il fantasma fondamentale, anzi - precisa Lacan - attraverso l'uso fondamentale che il soggetto fa del proprio fantasma, volendo intendere che il modo attraverso cui ci serviamo del nostro fantasma prevale sulla struttura e sui contenuti che lo costituiscono.

Nel grafo 3 (figura 3), che non a caso ha la forma di un punto interrogativo, potete notare, in alto a destra, che Lacan colloca il desiderio (indicandolo con la lettera d minuscola) in posizione intermedio tra le due linee che designano rispettivamente il soggetto e l’Altro nella loro reciproca relazione di domanda (che vuoi?). Possiamo inoltre notare che le due linee prendono il loro avvio dal luogo dell’Altro (A), il luogo in cui si articola il desiderio. Il desiderio è dunque intermedio tra il soggetto e l’Altro.

Sempre nel grafo vediamo che le due linee vanno a congiungersi, a terminare in una formula:

In questa formula, che è precisamente la formula del fantasma, nel fantasma dunque, il Soggetto, ormai barrato, cerca (desidera) il proprio oggetto. Ecco perché è il fantasma che sostiene il soggetto nel proprio desiderio, perché è solo in esso che il soggetto lo ritrova.

Solo nel fantasma, non nella realtà. Come del resto aveva capito anche Freud quando ci dice che il sogno è l’appagamento allucinatorio del desiderio, dove appagamento allucinatorio significa appunto appagamento fantasmatico. E infatti, quando nel sogno si sta per raggiungere il nocciolo, il reale del desiderio, ecco che il soggetto si sveglia, perché il desiderio è come se presentasse due facce, una immaginaria, l’altra reale, e il reale del desiderio non entra nel sogno, non può entrarvi.

Il fantasma è dunque collocato, nel grafo, in alto a sinistra, a conclusione del giro ad uncino della domanda, a mo’ di chiusura, di tappo, in funzione di annodamento, delle due linee, tra le quali corre il desiderio in relazione alla domanda.

Per poter comprendere, in psicoanalisi, oltre che la nozione di fantasma, anche perché Lacan lo colloca, nel grafo, a chiusura delle due linee della domanda, e cioè perché, per Lacan, è il fantasma che sostiene il soggetto nel proprio desiderio, e perché ne articola la formula in quel modo (il Soggetto barrato che insiste su a piccolo attraverso il punzone), dobbiamo fare un passo indietro e riprendere il passaggio dove abbiamo detto che il desiderio è quell’effetto strutturale della domanda sul bisogno, che è effetto di mancanza.

Dunque, se il desiderio è struttura di mancanza è perché il soggetto, per costituirsi come desiderante, anzi come desiderio, ha perso qualcosa, ha perso l’oggetto particolare del bisogno.

Il che vuol dire che il soggetto, per poter guadagnare lo statuto di soggetto di desiderio, deve perdere l’oggetto particolare del bisogno.

Di conseguenza, l’oggetto del bisogno, in quanto perduto per sempre, resta ormai alle spalle del soggetto assumendo così la funzione di oggetto causa del desiderio.

Il fantasma può essere allora visto come il tentativo di rimediare alla perdita dell’oggetto, restaurandolo come oggetto del soddisfacimento, e dunque riposizionandolo dalle spalle di nuovo di di fronte al soggetto, da oggetto causa del desiderio a oggetto del suo soddisfacimento, da oggetto perduto a oggetto ritrovato:

 Nel fantasma, l’oggetto causa diventa dunque, illusoriamente, nuovamente oggetto di soddisfacimento del desiderio, ma solo nel fantasma, in quanto, nella realtà, l'oggetto, esattamente come si dilegua un miraggio, scompare come oggetto di soddisfacimento per riassumere la funzione di oggetto causa, ed è per questo che il desiderio assume il carattere dell'evanescenza: perché gli viene continuamente sottratto il suo oggetto.

È grazie a questa manovra di spostamento dell’oggetto che il fantasma può fare da supporto al soggetto nel suo desiderio:


Diciamo che il fantasma, nel suo uso fondamentale[16], è ciò grazie a cui il soggetto si regge a livello del proprio desiderio evanescente, evanescente perché la stessa soddisfazione della domanda gli sottrae il suo oggetto.[17]


Il fantasma così articolato può allora assumere anche la funzione che permette al soggetto di immaginare come l’Altro lo suppone: il fantasma è ciò che supporta il soggetto sia come desiderante che come desiderato, ma è anche il modo attraverso cui il soggetto ritiene di poter entrare in relazione con l’Altro, in quanto riconosciuto come mancante. Per questo, nel grafo, Lacan colloca il fantasma tra il Soggetto mancante e la significazione dell'Altro, sulla quale il fantasma esercita la sua azione di interferenza: il fantasma interferisce con il significato dell’Atro, e del mondo attraverso cui il soggetto vive, per cui, tra gli umani, non è possibile alcuna relazione diretta con il mondo se non quella mediata dal fantasma.

In conclusione, la formula del fantasma si può tradurre con la seguente affermazione: il Soggetto desidera l’altro, dunque il rapporto del soggetto con l’altro e con il mondo in cui vive è un rapporto di desiderio tramite il fantasma, tramite l’uso fondamentale che il soggetto fa del proprio fantasma.

L’esperienza del soggetto in analisi è allora essenzialmente quella di poter essere condotto ad una relazione di desiderio con l’Altro, nuova, inedita, in quanto al di là del proprio fantasma.

[1]J. Lacan, La significazione del fallo, in Scritti, vol. II, Einaudi, Torino, 1966, pag. 687

[2] Ivi, pag. 688

[3] Ibid. 

[4] Appare dunque superata la formula filosofica della Verità in quanto adaequatio rei et intellectus, vale a dire in quanto «corrispondenza tra realtà ed intelletto», secondo Tommaso d'Aquino: non è alla realtà che si aggancia la Verità alla Prola, ma la Parola, per questo, siccome la parola mente, ecco che la Verità mente.

[5] Lacan definisce oscura questa autorità poiché si tratta di un Uno, di un Significante Padrone, di unS1 che non può avvalersi di un S2 che lo chiarisca, altrimenti non potrebbe più essere un Uno, vale a dire quel tratto unario da cui deriva l’autorità che il soggetto gli conferisce, e che serve a colmare l’invisibile marchio che il soggetto riceve dal significante, alienandolo nella prima identificazione, quella che forma l’Ideale dell’io, vale a dire per supporsi, attraverso di essa, anche lui un Uno come l’Uno dell’Altro I(A).

[6] J. Lacan, la sovversione del soggetto e la dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano, in Scritti, vol. II, Einaudi, Torino, 1966, pag. 810. 

[7]. Lacan J., Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi in Scritti, vol. II, Einaudi, Torino, 1966, pag. 545.

[8] Lacan J., la sovversione del soggetto e la dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano, in Scritti, vol. II, Einaudi, Torino, 1966, pag. 803

[9] Ibid. 

[10] Ivi, pag. 804

[11] Più che capire cosa sia il desiderio”, possiamo forse capire di cosa si tratta quando parliamo di desiderio, dal momento che il desiderio ha la caratteristica della ineffabilità in quanto ciò che non entra nella parola, ciò di cui non si può dire. Non esiste una parola per definire il desiderio, e, dunque, per definirlo occorrerebbe una parola che non sia dell’ordine della parola, il che è impossibile.

[12] In effetti basterebbe in psicoanalisi in quanto il concetto di desiderio è quello, a prescindere da Lacan e dunque valido per ogni orientamento psicoanalitico. Questo vale anche per altri concetti richiamati da Lacan, avendoli egli solo messi in chiaro, e collocati al loro posto, ricordandone l’uso corretto che ogni psicoanalista che si richiami a Freud dovrebbe farne nella propria pratica.

[13] Ivi, pag. 816

[14] Ivi, pag. 807

[15] Ivi, pag. 817

[16] Per Lacan più che un fantasma fondamentale in ragione del testo che vi è iscritto, conta l’uso fondamentale che ne fa il soggetto.

[17] Lacan J. La direzione della cura e i principi del suo potere in Scritti, vol. II, Einaudi, pag. 633.

Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 17 maggio 2026
Il fondamento di ogni relazione umana - che sia tale da permettere un autentico scambio dialettico interpersonale - è il riconoscimento dell'Altro come essere separato, dotato di un desiderio suo proprio e di una volontà autonoma. Il riconoscimento cioè che l'Altro è un altro da sé e non un altro di sé. Tuttavia, nei diversi contesti umani, questo riconoscimento dell'alterità dell'Altro non è garantita, non è scontatta. Perché? Perché spesso ci ritroviamo in relazioni nelle quali facciamo la dolorosa esperienza di non essere ascoltati, di non essere tenuti in debita considerazione, di non essere riconosciuti come soggetti dotati di una propria autonomia di pensiero? La psicoanalisi può mostrarcene le ragioni ed offrirci la possibilità di comprendere come e perché possano stabilirsi tali dinamiche, quali ne siano la logica e la struttura, e perché possono essere definite come perverse, allargando così il campo delle Perversioni da quello di certi comportamenti sessuali a quello di relazioni interpersonali caratterizzate dal rifiuto sistematico di riconoscere nella'Altro una soggettività sua propria, distinta e separata da sé. E' il Padre della Psicoanalisi, Sigmund Freud, ad individuare per primo il meccanismo centrale della perversione come Verleugnung, ossia, in italiano, come "diniego", "ripudio". Per Freud, il perverso è colui che si rifiuta di accettare la realtà della "castrazione", ovvero l'esistenza di un limite, di una mancanza, di una diversità irriducibile tra sé e l'Altro. La Verleugnung non è una semplice negazione, è di più, è una "doppia negazione": 𝑁𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑖 𝑚𝑎𝑛𝑐𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎, 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑠𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑒 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑚𝑒 𝑙𝑒 𝑎𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑚𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑖𝑜. È una posizione categorica e irriducibile di disconoscimento della realtà, e della verità oggettiva. Una posizione che, per essere sostenuta e conservata nella sua operazione di diniego, deve servirsi - questo è un punto importante - della scissione inconscia dell'Io, ossia della separazione e del disconoscimento di quella parte di sé che non può non riconoscere come stanno effettivamente le cose. Il diniego non è dell'ordine del delirio, non è una falsa verità, è l'odio per la verità e l'odio, prima che nei confronti dell'Altro e della sua verità, nei confronti di quella parte di sé che, riconoscendo la verità vera, non può ammetterla, ma solo trattenerla come una traccia crepuscolare. J acques Lacan riprende e approfondisce l'intuizione freudiana, spostando il focus dalla castrazione individuale a quella dell'Altro (il partner, la società, il linguaggio stesso). I l perverso non tollera che l'Altro sia "bucato" , mancante. Perché? Perché se l'Altro è incompleto e ha un proprio desiderio, allora può porre un limite al godimento del soggetto. Il perverso, invece, mira a un godimento assoluto, senza ostacoli. Non sopporta che il proprio godimento possa essere interdetto o messo in discussione dal desiderio dell'Altro. La sua missione diventa quindi quella di "tappare il buco" nell'Altro , di renderlo un partner completo, uno strumento prevedibile e funzionale al proprio godimento. Qui cogliamo la differenza cruciale con la struttura nevrotica. Se il perverso non tiene in alcun conto il desiderio dell'Altro, il nevrotico, al contrario, ne è talmente dominato da sottomettervisi completamente, al punto di dimenticare il proprio. Il nevrotico soffre immensamente del desiderio dell'Altro: lo riconosce, se ne fa carico, vi accondiscende o vi si ribella, ma non ne nega mai l'esistenza. Se la posizione del perverso nei confronti della mancanza dell'Altro è della d oppia negazione , quella del nevrotico è di un doppio riconoscimento : sia del desiderio dell'Altro, che della propria sofferenza nel temere di non potervi aderire del tutto. Tuttavia, questo doppio riconoscimento, per quanto doloroso, apre a una dialettica possibile con l'Altro. Nel preverso, invece, il diniego radicale delle ragioni dell'Altro chiude ad ogni possibile dialogo. Se il nevrotico è in una relazione dialettica infinita con l'Altro, il perverso se ne tira radicalmente fuori: valgono solo le sue ragioni. Il perverso non nega semplicemente la volontà dell'Altro, nega la validità stessa della sua esistenza come soggetto pensante e desiderante. In questo modo, il perverso confonde e fa vacillare la realtà dell'interlocutore, imponendo la propria come l'unica verità possibile. Questo è il cuore della posizione di godimento del perverso: l'annullamento della differenza. Una posizione che può sfociare in vere e proprie tragedie, come il fenomeno dello Stalking o dei femminicidi, nei quali viene soppressa, non la volontà dell'Altro, ma l'Altro stesso in quanto soggetto di una volontà diversa e intollerabile E tuttavia, spesso, la relazione perversa non è unilaterale, ma si nutre di una complicità inconscia. I due partner creano un "patto diabolico" in cui entrambi collaborano per distruggere la castrazione, la mancanza, in sé stessi e nell'altro. Il desiderio, che nasce dalla mancanza e fonda l'amore, viene sostituito dai godimenti complementari ldei due partner: Il godimento di chi plagia si incastra perfettamente con il godimento di chi si lascia plagiare, in un gioco che scongiura il rischio evidentemente più temuto, quello di amare davvero, ovvero di accettare l'incompletezza reciproca. In conclusione, la perversione non è solo una categoria diagnostica, ma una modalità relazionale che si basa sul disconoscimento della separazione fondamentale tra sé e l'Altro. È perverso ogni atteggiamento, individuale o collettivo, che neghi la legittimità delle istanze altrui per proteggere un godimento soggettivo. La Storia offre esempi terrificanti di questa logica: l'Inquisizione, le crociate, i totalitarismi. Sono tutti sistemi che si fondano sull'imposizione di un'unica Verità e sulla sistematica, violenta eliminazione di ogni posizione discordante. Sono la manifestazione di un rifiuto radicale di quella differenza che, invece, è il fondamento stesso dell'amore e della vita.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 10 maggio 2026
La tesi più radicale e spesso fraintesa di Jacques Lacan è quella che egli riassume nel celebre aforisma: 𝑛𝑜𝑛 𝑐'𝑒̀ 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. Questo non significa, banalmente, che gli esseri umani non facciano sesso tra di loro o che non vi siamo atti sessuali. Significa qualcosa di molto più profondo, ossia che non esiste una formula, un codice naturale che possa scrivere la relazione tra un sesso e l'altro, che possa prestabilirla una volta per tutte, che possa predeterminarne l'armonia, garantirne il funzionamento ottimale e il successo. Non esiste una matematica del sesso umano, una sua scrittura, tanto nella biologia, quanto nell'inconscio stesso. A differenza degli animali, guidati dall'istinto che crea un rapporto fisso e funzionale alla specie, l'essere umano, essendo immerso nel linguaggio, ha perso per sempre questa bussola biologica. Siamo 𝑝𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎, e questo ha due conseguenze fondamentali. In primo luogo, 𝐼𝑙 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒: non ci accoppiamo, mettiamo in scena una fantasia. Non desideriamo l'Altro in sé, ma l'oggetto causa del nostro desiderio ((𝑜𝑔𝑔𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑎)) che presumiamo l'Altro possegga. Ogni atto sessuale non è un incontro tra due nature che si completano, ma un complesso dialogo tra due mondi inconsci, due fantasie che solo per un breve istante possono sperare di sovrapporsi, senza mai combaciare del tutto. Il sesso allo 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑢𝑟𝑜 è impossibile perché la parola si è insinuata tra noi e il reale del corpo, rendendo ogni esperienza irrimediabilmente soggettiva e filtrata dal significato. In secondo luogo, i rispettivi godimenti non sono complementari. Non esiste un godimento "della coppia" che nasca dalla fusione di due metà. Esiste il godimento di un soggetto e il godimento di un altro soggetto. L'idea di 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑢𝑛𝑜 è l'illusione per eccellenza. Prova ne è la persistenza dell'autoerotismo: una parte del godimento del corpo resta sempre privata, solitaria, non condivisibile e non traducibile nel linguaggio dell'Altro, irrimediabilmente esclusa dalla dialettica discorsiva dell'amore. 𝑂 𝑠𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎 𝑜 𝑠𝑖 𝑔𝑜𝑑𝑒, potremmo dire, estremizzando i due registri, del reale del corpo e del simbolico del linguaggio È il 𝑔𝑜𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑈𝑛𝑜, che resiste all'ingresso nel legame a due. A questo punto, cosa riempie il vuoto lasciato dall'assenza di un 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 scritto dalla natura? 𝐋'𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞. Lacan afferma che 𝑙'𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑝𝑒𝑟𝑖𝑠𝑐𝑒 𝑎𝑙𝑙'𝑎𝑠𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. L'amore è il discorso, l'invenzione, la costruzione poetica con cui tentiamo di dare un senso a questo 𝑛𝑜𝑛-𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜. È il legame che si sforza di creare un ponte sull'abisso che separa due godimenti. Mentre il sesso rivela la disgiunzione fondamentale, l'amore è la promessa (sempre illusoria, ma necessaria) che un'unione sia possibile, che il godimento dell'Altro possa essere compreso e condiviso, che da due si possa davvero diventare Uno. Amare, in questa prospettiva, diventa un atto etico di straordinaria complessità. Non significa trovare 𝑙'𝑎𝑙𝑡𝑟𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑙𝑎 di Aristofane che ci completa. Amare significa tollerare la crepa che ci divide dall'Altro, accettare che l'Altro rimarrà sempre un mistero, con un nucleo di godimento inaccessibile. Amare significa amare la mancanza dell'Altro (𝑎𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 ℎ𝑎, dice Lacan), significa saperci fare con il reale del sesso, ossia vivere la sessualità non con la pretesa di una fusione totale, ma con la consapevolezza della distanza, trovando una meraviglia proprio in quel tentativo, sempre rinnovato e sempre parzialmente mancato, di toccare l'irraggiungibile alterità dell'Altro. Perché questa coesistenza di unione (l'amore) e disgiunzione (il sesso) sia possibile e sostenibile in una coppia, occorre che entrambi i partner dispongano di un Significante speciale, che presiede a tutti i significanti, e che Lacan chiama il 𝐅𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐢𝐦𝐛𝐨𝐥𝐢𝐜𝐨, vale a dire quell'iscrizione etica che orienta il desiderio e disciplina il godimento. L'amore diventa allora quella meravigliosa e talvolta infernale invenzione che ci permette di 𝑓𝑎𝑟 𝑓𝑖𝑛𝑡𝑎" 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑎, e in questo far finta si gioca tutta la ricchezza, la tragedia e la bellezza della vita umana. @follower Per approfondire: https://www.egidioerrico.com/cosa-la-psicoanalisi-ha-da-dire-sullamore-e-sul-sesso
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 9 maggio 2026
La madre porta con sé il segreto indicibiledel significato del proprio bambino
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 23 aprile 2026
IL DESIDERIO È SEMPRE PER UN CORPO, L'AMORE È SEMPRE PER UN NOME, IL NOME DI QUEL CORPO . Il titolo, sebbene non sia una citazione letterale di Lacan, è una sintesi del suo insegnamento sulla complessa dialettica tra amore e desiderio. Approfondiamo l’argomento, mantenendoci all’interno della teoria lacaniana. L'aforisma del titolo si scompone in due movimenti principali che si unificano nel finale. 1. Il Desiderio è sempre per un Corpo. Per Lacan, il desiderio (désir) non è né il bisogno (biologico, che può essere soddisfatto, come la fame) né la domanda (la richiesta articolata all'Altro, che è sempre una domanda d'amore). Il desiderio nasce proprio dallo scarto tra il bisogno e la domanda. È un resto, un'eccedenza, ed è per sua natura inconscio, indistruttibile e metonimico: scivola incessantemente da un oggetto all'altro senza mai trovare un appagamento definitivo. Cosa significa che è per un corpo? In primo luogo che il desiderio non si rivolge alla persona colta nella sua totalità, ma è innescato da un "oggetto parziale", quello che Lacan chiama “oggetto piccolo a” (objet petit a). Questo non è un oggetto reale che si può possedere, non è un oggetto meta del desiderio, ma ne è la causa fantasmatica. Il corpo dell'altro diventa il luogo, il palcoscenico, in cui immaginiamo di poter trovare questo oggetto perduto: uno sguardo, una voce, un seno, un certo modo di muoversi. Il corpo è il supporto materiale del nostro fantasma fondamentale. In secondo luogo che il desiderio si muove prevalentemente nel registro dell'Immaginario. Desideriamo l'immagine dell'altro, il corpo come Gestalt, come forma che promette una completezza che a noi manca. È una relazione duale: "io" desidero "quel corpo" perché immagino che possa colmare la mia mancanza (manque-à-être). Infine perché, in quanto legato all'oggetto parziale e all'immagine, il corpo del desiderio è, per il suo carattere metonimico, intercambiabile . Finito l'incanto di un corpo, il desiderio può facilmente spostarsi su un altro che sembra incarnare meglio, o in modo nuovo, l'objet petit a. Il desiderio è seriale. In sintesi, con la prima parte dell'aforisma volio dire che il desiderio è radicato nella pulsione, si aggancia a frammenti del corpo dell'altro e opera in una logica di consumo e sostituzione, senza mai raggiungere una vera soddisfazione. 2. L'amore è sempre per un Nome, il Nome di quel Corpo. Qui la prospettiva cambia radicalmente. L' amore , a differenza del desiderio, si colloca nel registro del Simbolico . Il "Nome" non è da intendersi come il semplice nome anagrafico, ma ha una precisa valenza simbolica: è il modo attraverso cui i nostri genitori hanno deciso come saremo riconosciuti nella nostra singolaritàtà e insostituibilità. È la funzione simbolica che iscrive un soggetto in un ordine, in una genealogia, in una storia. Il Nome rappresenta l'unicità irriducibile del soggetto, la sua particolarità assoluta all'interno del linguaggio e della cultura di appartenenza. Il Nome è ciò che fa di un esistenza biologica un essere umano, che imprime alla nuda vita il carattere dell'eternità : di ognuno di noi muore il corpo, ma non il Nome. Quel Nome che fa di un individuo quel soggetto e non un altro. Amare qualcuno significa amare questa sua singolarità, questo suo "Nome": l ’amore è sempre per un nome , dice Lacan. L'amore è il movimento che permette di superare la visione dell'altro come mero corpo-oggetto per riconoscerlo come soggetto. Si ama la sua mancanza, la sua "castrazione" simbolica, la sua finitezza. Come dice Lacan, amare è dare ciò che non si ha . Si offre la propria mancanza alla mancanza dell'altro, creando un legame che non si basa sul possesso ma sul riconoscimento reciproco di un'incompletezza. Si ama il Il Nome di quel Corpo vuole indicare la congiunzione cruciale dell'amore a quel corpo e solo a quel corpo. L'amore non è un'astrazione platonica. È l'atto che salda la singolarità simbolica (il Nome) a un corpo particolare e contingente . L'amore opera una sorta di "miracolo": fa sì che tra tutti i corpi desiderabili del mondo, uno solo diventi insostituibile. Perché? Perché quel corpo diventa il significante del Nome che amiamo. Il corpo cessa di essere un oggetto intercambiabile e diventa l'incarnazione necessaria di quella soggettività unica. L'aforisma descrive dunque la funzione dell'amore come ciò che àncora il desiderio e che, come dice Lacan, lo umanizza. Senza amore, il desiderio è condannato a un'erranza infinita, a una ricerca senza fine del corpo perfetto che possa incarnare l'objet a , una ricerca destinata al fallimento e alla ripetizione. È la logica del Don Giovanni: ogni corpo è desiderabile ma nessuno è indispensabile. L'amore interviene a interrompere questa catena metonimica. Opera una metafora : la sostituzione di un significante con un altro. Il corpo dell'amato viene elevato a significante dell'unicità assoluta del soggetto. L'amore dice: " Desidero questo corpo non perché ha questo o quel frammento che cattura la mia pulsione, ma perché è il corpo di questo Nome, di questa persona unica che per me non ha eguali ". In questo modo, l'amore non nega il desiderio, ma lo riorienta, lo stabilizza. Permette di desiderare sempre lo stesso corpo, non per abitudine, ma perché in quel corpo si continua a incontrare il mistero e l'unicità del Nome amato.  L'amore è ciò che permette il passaggio dal desiderio di un corpo al desiderio di quel corpo, il corpo che porta con sé il segno indelebile di un Nome.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 20 aprile 2026
Accostarsi alla clinica psicoanalitica, in particolare quella di orientamento lacaniano, non può, a mio avviso, prescindere da una comprensione approfondita di alcuni concetti fondamentali: Divisione Soggettiva, Desiderio, Fantasma Fondamentale, Pulsione, Ripetizione, Godimento. Questi termini non solo devono essere esplorati singolarmente, evidenziandone le specificità e i caratteri distintivi, ma è cruciale che vengano anche analizzati nelle loro interrelazioni strutturali e dinamiche. Solo così potremo evitare confusioni e comprendere come questi elementi concorrono alla definizione delle tre strutture psicopatologiche: Nevrosi, Perversione e Psicosi. L’incontro di oggi si propone di chiarire questi concetti, affinché possano fungere da fondamenta solide per una conoscenza più ampia e articolata della clinica psicoanalitica. Divisione Soggettiva Al cuore della psicoanalisi lacaniana non c'è una teoria astratta e conclusa, ma una domanda radicale e aperta sulla sofferenza umana . Una domanda che parte da un'esperienza che tutti, in qualche modo, conosciamo: perché siamo così spesso attraversati dalla dolorosa sensazione di essere divisi, lacerati? Perché spesso ci sorprendiamo per una parola che non pensavamo di pronunciare, per un gesto, un’azione che non ci aspettavamo di compiere o per una decisione che mai avremmo voluto prendere? Perché siamo così spesso attraversati dalla sensazione che ciò che diciamo di noi stessi non esaurisca mai completamente ciò che siamo, o meglio, ciò che pensiamo di essere? Per Cartesio io sono dove penso di essere, anzi io sono perché penso. Questa certezza dell’essere in quanto pensante, questa coincidenza assoluta dell’Io con il suo pensiero, e con il soggetto in cui ognuno si riconosce come essere, dominerà il pensiero moderno per circa trecento anni, ossia dal 1600 fino alla fine del 1800, quando il genio di Freud, con la scoperta dell’inconscio, non darà un colpo decisivo al cogito cartesiano. Forse vale la pena di soffermarci un attimo su questa linea evolutiva, perché in essa possiamo ravvisare le radici della nascita della psicoanalisi, ossia un percorso che va da un soggetto padrone di sé a un soggetto "parlato" e diviso, un’evoluzione cruciale nella storia del pensiero occidentale: il progressivo decentramento del soggetto rispetto al pensiero e al linguaggio, il passaggio graduale dalla certezza all'incertezza, dalla trasparenza all'opacità del soggetto. Un passaggio che si compie in tre tappe fondamentali. 1. Cartesio: Il Soggetto della Certezza e del Pensiero Trasparente Il punto di partenza è il soggetto cartesiano . Con il suo celebre Cogito ergo sum ("Penso, dunque sono"), Cartesio fonda l'esistenza del soggetto sulla sua capacità di pensare: sul piano del pensiero , il soggetto è il padrone assoluto del proprio pensiero . L'"Io" è una sostanza pensante ( res cogitans ), pienamente cosciente e trasparente a se stessa. Il pensiero è ciò che definisce il soggetto e ne garantisce la certezza. S ul piano del linguaggio , il soggetto che parla è sempre preceduto dal pensiero, il soggetto dice sempre quello che pensa e pensa sempre quello che dice: Il linguaggio allora assume un valore secondario rispetto al pensiero, è uno strumento che serve a comunicare un pensiero che si è già formato, chiaro e distinto, nella mente del soggetto. È un'espressione controllata e assolutamente consapevole della coscienza. In sintesi, per Cartesio l'equazione è: Io penso → Io sono . Il soggetto precede e domina sia il pensiero che il linguaggio, avendo di entrambi piena padronanza. 2. Freud: la Frattura del Soggetto e l'emergere dell'Inconscio Con Freud, questo edificio di certezze crolla . La scoperta dell'inconscio rappresenta la prima, grande ferita narcisistica al soggetto cartesiano: il soggetto non è più padrone in casa propria . Il pensiero cosciente (l'Io) è solo la punta di un iceberg. La vera forza motrice sono i pensieri inconsci , i desideri e le pulsioni che sfuggono al suo controllo. Il soggetto è "agito" da un pensiero che non conosce . Il linguaggio, allora, smette di essere uno strumento docile e diventa la via d'accesso privilegiata all'inconscio : lapsus, sogni, motti di spirito non sono errori, ma manifestazioni di una verità del soggetto che la coscienza ignora . Il linguaggio tradisce il soggetto, ma nel tradirlo, lo rivela. L'equazione freudiana è più complessa: Io sono dove un pensiero inconscio si manifesta . Il soggetto è decentrato tra conscio e inconscio. 3. Lacan: Il Soggetto come effetto del linguaggio Jacques Lacan porta la rivoluzione freudiana alle sue estreme conseguenze , integrandola con la linguistica strutturale. Se per Freud l'inconscio si esprime attraverso il linguaggio, per Lacan l'inconscio è strutturato come un linguaggio . Lacan rovescia radicalmente Cartesio: "Io penso dove non sono, dunque sono dove non penso" . Il pensiero non appartiene al soggetto; il soggetto emerge nel "luogo dell'Altro ", cioè nella struttura preesistente del linguaggio e delle sue leggi. Il soggetto non esiste prima del linguaggio , ma è un suo effetto . Entrando nel linguaggio (l'ordine simbolico), l'essere vivente viene "mortificato", diviso, e si costituisce come soggetto mancante, barrato (scritto $). Non siamo noi a parlare il linguaggio, ma è il linguaggio che ci parla. Il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante. Per Lacan, l'equazione definitiva è: Il linguaggio parla → Io sono (come effetto diviso) . Tutto l’insegnamento lacaniano ruota intorno alla questione del soggetto diviso in quanto effetto del linguaggio . Attraverso di esso Lacan ne cerca le ragioni, le formula, le argomenta, le mette in logica fino ad arrivare a stabilire che l’entità radicale e irriducibile della struttura del Soggetto umano non è la sintesi, ma la divisione , offrendoci al tempo stesso una mappa per esplorarla, per comprenderla e per studiarne le diverse implicazioni nella sofferenza psichica e nella clinica. L’Ordine del Simbolico e il Linguaggio 1. Da una parte , c'è il mondo in cui viviamo: l'universo del Simbolico . È il mondo del linguaggio, delle regole sociali, delle aspettative degli altri e delle nostre stesse parole. È il patto che ci rende esseri umani in una comunità. Il con-tratto che sottoscriviamo per ottenere il diritto di essere ammessi nella civiltà . Il trattino col quale ho scomposto il termine contratto è per sottolineare che gli esseri umani sono nel simbolico con tratto: questo tratto è la parola e dunque Il contratto si fonda sulla parola: un tratto che non si limita a descrivere, ma lega . È l'atto con cui il dire diventa un vincolo. È esattamente questo che Lacan vuole intendere quando dice che il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante: Il significante , per Lacan, va inteso infatti come il tratto della parola e tra le parole. Non è semplicemente la parola nel suo uso comune. È, prima di tutto, un tratto, un marchio, un'iscrizione. Lacan lo chiama trait unaire (tratto unario). È un segno che non ha un significato intrinseco, ma che serve a produrlo , e a differenziare, a marcare una differenza. Proprio come il "tratto" di una firma su un contratto . In altri termini, la parola che rappresenta un soggetto è un tratto (il primo significante, S1) che, per poterlo rappresentare, deve necessariamente legarsi a un altro tratto (un altro significante, S2), un altro soggetto. Il soggetto, allora, non è la fonte di questo legame, ma il suo effetto . Emerge proprio da questo contratto tra parole, in quello spazio vuoto che la catena dei significanti crea e al tempo stesso designa . Il contratto, quindi, non è qualcosa che il soggetto stipula, ma è l'atto stesso che lo costituisce ." Questo è il lato del Simbolico, dove il Soggetto si costituisce in quanto tale sotto la legge del Significante, dove il Soggetto, avendo subito la castrazione ad opera del Significante, è mancante-a-essere e dunque attraversato dal desiderio. L’Ordine del Reale e il Corpo 2. Dall'altra parte , c'è ciò che al mondo del linguaggio sfugge e si sottrae al significante. Ripensiamo al linguaggio come una rete fatta dalle parole tenute insieme dai significanti che la percorrono in lungo e in largo : con essa peschiamo le cose del mondo in cui viviamo, diamo loro un senso, un nome e in questo modo, dal mondo in cui viviamo, attraverso il linguaggio, ritagliamo, costruiamo la realtà che ci riguarda. La rete del linguaggio ha però dei buchi: c'è sempre qualcosa che essa non riesce a catturare, ma che comunque lascia intravedere, che rivela in qualche modo come l’Altra cosa , come l’ impossibile a dirsi . Questo impossibile è il Reale , che non è la "realtà", ma ciò che nella realtà non entra : il buco nella realtà simbolica che ci costruiamo con le parole e sottomettiamo alla legge del significante . Questa rete delle parole lungo la quale camminano i significanti, con i buchi che i significanti non riescono a coprire è esattamente quello che chiamiamo il Campo freudiano . Ossia il Campo dell’esperienza umana, e dunque anche il campo in cui opera la Psicoanalisi. Un Ponte: L’Immaginario Esiste un terzo registro, quello dell’ Immaginario , ma voglio tenerlo per ora in disparte perché lo ritroveremo più avanti come quel velo, quella “toppa” attraverso cui cerchiamo di mettere riparo alla spaccatura attraverso cui ci dividiamo tra il Simbolico ed il Reale, il registro attraverso cui cerchiamo di congiungere il mondo del linguaggio (Simbolico) a quello dell’impossibile a dirsi Reale). È il registro delle immagini, delle identificazione, dell'ego. È il regno della forma, della fusione, della rivalità e della relazione speculare (io/altro). Si forma a partire dallo "stadio dello specchio", dove il bambino si identifica con la propria immagine, creando un'illusione di totalità. Il Soggetto del Desiderio: La Mancanza-a-Essere È proprio da questa fessura insanabile che scaturiscono due delle forze più potenti della nostra vita : il desiderio, che punta al simbolico e al liguaggio, e il godimento, che punta al reale, al corpo, alla pilsione . Questa divisione si manifesta nella tensione costante tra ciò che possiamo esprimere a parole, il registro del Simbolico , e un'esperienza più profonda e inafferrabile che ci sfugge, il Reale . Il desiderio, in quest'ottica, non è la semplice ricerca di un oggetto, ma è l'espressione stessa di questa mancanza costitutiva: desiderare, per Lacan, significa essere intrinsecamente incompleti, essere mancanti-a-essere, come lui dice. Questo apre ad un paradosso, che Lacan, prende da Sartre: per essere occorre riconoscersi nella propria mancanza ad essere, che ci aliena dal nostro esistere in quanto pieni. Essere ci impedisce di riconoscersi nel nostro esistere. Allo stesso tempo, questa condizione è la radice della nostra sofferenza. Per diventare un "soggetto che desidera", è necessario accettare una perdita originaria, un concetto che Lacan, sulla scia di Freud, definisce " castrazione simbolica ". Non si tratta di un evento fisico, ma dell'abbandono dell'illusione infantile di essere completi. In fondo, il percorso per diventare esseri umani consapevoli implica proprio questo passaggio: nasciamo come organismi biologicamente "pieni", ma per acquisire una coscienza di noi stessi in quanto “esseri” dobbiamo barattare quella pienezza istintiva con una condizione di "mancanza-ad-essere ". Questa Divisione Soggettiva non è un'idea astratta, ma si rivela costantemente in quegli "inciampi" che costellano la nostra vita quotidiana : un lapsus, un sogno incomprensibile o un improvviso vuoto di memoria. Ad esempio, quando una persona in analisi ci dice "ora non mi viene in mente più nulla", non sta tanto opponendo resistenza, quanto piuttosto mostrando la sua fessura soggettiva, una porta che si apre sull'inconscio come l'impossibile da dire: è un punto di rottura, di interruzione, un taglio, una coupure, della catena sanicante, dove ci sorprende il soggetto che veramente siamo, ma che non conosciamo. Di fronte a questi "buchi", l'approccio della psicoanalisi lacaniana si distingue nettamente da altre terapie. L'obiettivo non è quello di "tappare la falla" o rafforzare l'Io per creare un'illusione di completezza, ma piuttosto di aiutare la persona a navigare l'esistenza proprio a partire da quella mancanza. Si tratta di imparare a "farsene qualcosa", a trovare una nuova posizione che trasformi quella crepa da fonte di paralisi a motore della propria vita. Questo processo si svolge nella dialettica del linguaggio , dove però le nostre parole non riescono mai a contenere pienamente il desiderio che le muove. Proprio per questo, il soggetto non può nominarlo fino in fondo e si rivolge all'Altro – l'analista, la società – sperando che sia lui a riconoscerlo e a dargli un senso, in un dialogo in cui si parla senza sapere del tutto cosa si sta dicendo, né chi sia veramente quell'Altro al quale si sta dicendo. Il Soggetto del Godimento: La Pulsione Se dal lato del Simbolico troviamo il soggetto del desiderio, radicato nel linguaggio, dall'altro, nel campo del Reale, il discorso cambia radicalmente. Qui, dove si manifesta " il buco del Rreale nel Sapere del Simbolico", il soggetto e la sua domanda perdono di significato, quasi si annullano, per lasciare spazio alla Pulsione, che Lacan designa con la formula ($◇D) . In questa dimensione , il corpo non è più un'unità, ma un insieme di zone erogene, di orifizi che diventano luoghi di taglio . È qui che il soggetto si confronta con la propria mancanza costitutiva, emergendo come quella “ entità acefala ", che è la Pulsione , ossia il soggetto senza testa e senza domanda, che, come la coda di una lucertola che, sebbene recisa, continua a muoversi, agisce senza un'intenzione chiara, in un ciclo che non mira a colmare un vuoto . Si trova in uno spazio tanto lontano dalla parola, da non sospettare di essere lui, lì, a "parlare" attraverso il suo corpo. Quindi possiamo dire che, mentre il soggetto del desiderio parla senza sapere quello che dice, il soggetto della pulsione parla senza saper che è lui a parlare. Questo soggetto è costantemente alla ricerca dell'oggetto perduto del corpo, l' oggetto del godimento . Si tratta degli oggetti parziali freudiani (orale, anale), ai quali Lacan aggiunge lo sguardo, la voce e, infine, il "niente". Il paradosso tragico è che questa ricerca è destinata a fallire, perché l'oggetto che il soggetto cerca è il soggetto stesso, in quanto parte perduta del proprio corpo: “ E' il soggetto in quanto oggetto perduto del soggetto, che il soggetto cerca in quanto oggetto perduto del corpo” (A. Eddelsztein). È in questi "buchi" del corpo, in questa apparente mancanza, che si colloca il Godimento del corpo sganciato dal simbolico e dall’immaginario: non si accede più al godimento della parola, non si accede più al godimento dell’Altro, il godimento rimane godimento della pulsione nel corpo, senza argine, senza fine, distruttivo: la pulsione di morte, l’al di là del principio di piacere è proprio questo godimento fine a se stesso che non vuole sapere altro se non di ripetersi. Questo tipo di godimento non va inteso come semplice piacere o soddisfazione, e nemmeno come sofferenza. È piuttosto il luogo vuoto in cui il soggetto si annida, facendosi inconsapevolmente l'oggetto che desidera ma che non può mai possedere , poiché un soggetto non può ritrovarsi da solo come oggetto. Da qui nasce il ciclo incessante della ripetizione, che rappresenta il godimento del punto più intimo e problematico del suo essere. Lo scopo della psicoanalisi è quello di smuovere il soggetto da questo godimento mortifero per aprirlo alla possibilità di un desiderio nuovo . In sintesi, sia a livello del desiderio (nel linguaggio) sia a livello del godimento (nel corpo), il soggetto si costituisce e si definisce sempre nel suo rapporto con l' oggetto piccolo (a) , che funge da causa del desiderio o da oggetto parziale della pulsione. Il Soggetto in Bilico: Tra il Desiderio e la Pulsione Al cuore del pensiero di Jacques Lacan troviamo quindi un soggetto profondamente diviso , costantemente in bilico tra due forze potenti e opposte: il Desiderio e la Pulsione . Ma come può l'individuo sostenersi su questa frattura costitutiva, senza precipitare nell'angoscia? Da un lato, c'è l'abisso del Desiderio , una mancanza fondamentale che ci spinge a interrogarci e a rivolgerci all'Altro attraverso il linguaggio . Dall'altro, c'è il vuoto della Pulsione , una forza che emerge dal corpo e ci spinge incessantemente verso un godimento enigmatico , che Lacan chiama Jouissance. L'essere umano è irriducibilmente teso tra queste due logiche eterogenee. La risposta di Lacan a come il soggetto riesca a non frammentarsi si sviluppa lungo tutto il suo insegnamento e si fonda su due "stampelle" fondamentali, due costruzioni psichiche che offrono un sostegno su ciascun versante di questa divisione. Le Due Stampelle del Soggetto 1. Il Fantasma Fondamentale ($ <> a): La Cornice del Desiderio. Sul versante del linguaggio e del rapporto con l'Altro, la stampella è il Fantasma Fondamentale . Se il desiderio è un abisso, il fantasma è la cornice, la finestra che il soggetto costruisce per affacciarsi su quel vuoto senza caderci dentro . È una sorta di "sceneggiatura" inconscia che fornisce una risposta immaginaria alla domanda fondamentale: "Che cosa vuole l'Altro da me?" (Che vuoi?). La celebre formula lacaniana $ <> a descrive proprio questo: mette in relazione il soggetto diviso ( $ ) con l'oggetto piccolo a ( a ), ovvero l'oggetto-causa del desiderio, un resto inassimilabile. Nel fantasma, questo oggetto viene collocato illusoriamente nel luogo di un possibile ritrovamento, di una soddisfazione immaginaria. Sebbene l'oggetto a non possa mai essere veramente posseduto (è causa, non meta), questa finzione dà consistenza al desiderio, gli conferisce una realtà psichica e permette al soggetto di orientarsi nel mondo e di amare . Questa è la logica alloerotica: un rapporto con l'Altro mediato dal linguaggio e dall'immaginario. 2 . La Pulsione: Il Circuito del Godimento. Sul versante del corpo, la logica è completamente diversa: non è relazionale, ma solitaria . A differenza del desiderio, la pulsione non cerca un oggetto per colmare una mancanza. Al contrario, essa gira a vuoto attorno a un oggetto irrimediabilmente perduto. Il suo scopo non è il piacere o la soddisfazione, ma la Jouissance (il Godimento). Si tratta di una soddisfazione paradossale, spesso intrisa di sofferenza, che deriva dalla ripetizione stessa di questo circuito . È un godimento che si nutre del fallimento nel raggiungere l'oggetto, un moto perpetuo attorno a un vuoto. Un godimento che gira all’infinito esclusivamente nel reale del corpo, attraverso la pulsione e la sua ripetizione, non arginato dal simbolico, né rivolto all’Altro immaginario. Una coazione a ripetersi che, paradossalmente, si soddisfa della sua insoddisfazione, come dimostra la S ublimazione. La logica della pulsione è quindi autoerotica e autistica . Il godimento è sempre individuale, non condivisibile. Questo porta alla celebre massima di Lacan: " Non c'è rapporto sessuale ". Non significa che gli atti sessuali non avvengano, ma che non esiste una formula, una norma simbolica che possa unire e armonizzare il godimento di due soggetti in un "Tutto ". L'incontro sessuale è sempre un incontro tra due solitudini, tra due fantasmi. La pulsione, con la sua inesorabile ripetizione, è dunque l'altra stampella che sostiene il soggetto sul vuoto del proprio godimento. I l Soggetto Diviso: un Funambolo tra Due Abissi L'immagine che ne emerge è quella di un funambolo che cammina su una corda tesa. · Da un lato, si protende verso l'Altro, sostenuto dalla finzione del fantasma, alla ricerca di un senso e di un legame . · Dall'altro, è ripiegato su se stesso dalla pulsione, incatenato alla ripetizione di un godimento solitario che sancisce l'impossibilità di una fusione completa. Vivere significa navigare costantemente tra la ricerca di significato nel legame con l'Altro e l'incontro con il non-senso di un godimento che ci isola. Un Dialogo Incessante tra Linguaggio e Corpo. Questa divisione, tuttavia, non implica una separazione netta. Esiste uno scambio continuo tra il Simbolico (linguaggio) e il Reale (corpo): 1.Dal linguaggio al corpo: I significanti si "incarnano", producendo effetti sul corpo. La figura clinica che lo rappresenta è il sintomo isterico , dove un conflitto psichico si "converte" in una manifestazione somatica. 2. Dal corpo al linguaggio: La pulsione, radicata nel reale del corpo, "sessualizza" il pensiero e la parola. L'emblema di questo processo è il sintomo ossessivo , dove la sessualità impregna la catena significante. Il significante avvolge l’isterica nel corpo e l’ossessivo nel pensiero. Questa interdipendenza ci porta a una conclusione fondamentale: nell'essere umano, non esiste una sessualità "pura" o istintiva, così come non esiste un pensiero che non sia, in qualche modo, toccato dalla pulsione . Il significante e la pulsione hanno irrimediabilmente allontanato l'essere parlante dalla sua presunta animalità originaria. L'illusione di un rapporto di "solo sesso" si scontra con il fatto che, per l'essere umano, il sesso è sempre mediato dalle parole, dai fantasmi e dall'impossibilità di un rapporto senza resti. Conclusione: La Direzione della Cura e l'Etica dell'Atto Analitico Siamo partiti, nel nostro percorso, da un'evidenza clinica tanto radicale quanto ineludibile: la divisione del soggetto . Abbiamo visto come l'essere umano sia costitutivamente in bilico, teso tra l'universo del Simbolico – il campo della parola, della domanda e del desiderio rivolto all'Altro – e l'irruzione del Reale, la dimensione acefala della pulsione, della ripetizione e di quel godimento solitario e non condivisibile che Lacan chiama Jouissance . Ma giunti a questo punto, la domanda si impone con urgenza: quali sono le implicazioni di questa divisione fondamentale per la nostra pratica? Se il soggetto è spaccato, può la posizione dell'analista rimanere monolitica, uguale a se stessa? La risposta è, necessariamente, no. La direzione della cura non è una tecnica standardizzata, ma una posizione etica che deve sapersi modulare a seconda del versante della divisione soggettiva in cui si trova a operare. 1. Sul versante del Simbolico , nel regno della dialettica del desiderio, l'analista è convocato nel luogo del transfert come Soggetto Supposto Sapere . L'analizzante si rivolge a lui con una domanda di senso, sperando che l'Altro possa finalmente nominare, riconoscere e interpretare il suo desiderio. Infatti, qui, il nostro strumento principe è l' interpretazione , in particolare quella metaforica , che apre a nuove catene significanti. Ma è un'arte sottile: il nostro compito non è "dare un troppo di senso", non è tappare il buco con un sapere posticcio che andrebbe solo a suturare la ferita e a rafforzare l'Io. Al contrario, l'interpretazione deve mirare a preservare quello spazio vuoto, quell'intervallo tra un significante e l'altro, perché è solo in quella fessura che il soggetto dell'inconscio può finalmente emergere, sorprendersi e farsi sentire , può cioè venir fuori quel soggetto come Altra cosa , rispetto a quello che si suppone essere. Per questo l’interpretazione deve essere sempre anche metonimica . 2. Ma quando ci spostiamo sul versante del Reale , dove vige la logica ferrea della pulsione di ripetizione, il registro cambia drasticamente. Qui non c'è più una domanda di sapere, ma un circuito di godimento che si auto-sostiene nel suo stesso fallimento. Il transfert, di conseguenza, non si istituisce più sul sapere, ma si configura come un transfert sul godimento . L'analista non è più colui che sa, ma colui che - lungi dall’essere solo il sembiante dell’oggetto piccolo a - lo incarna, suo malgrado, facendone, non più l’oggetto causa del desiderio, ma l’oggetto reale di quel godimento mortifero . In questo contesto, l'interpretazione metaforica perde la sua efficacia; non c'è più un senso da svelare, ma un ciclo da interrompere [1] È qui che interviene l' atto analitico nella sua funzione più pura: quella del taglio . L'atto non è una parola, ma un'azione che opera una cesura nel reale , che spezza la catena della ripetizione e separa il soggetto da quel godimento che lo imprigiona . Che si tratti di una scansione della seduta, di un silenzio o di un intervento spiazzante, l'atto mira a introdurre una discontinuità là dove regnava la coazione a ripetere. [ Vediamo dunque come il transfert lacaniano, in entrambe le sue modulazioni, si fondi sempre su una logica di separazione e alienazione , e mai di identificazione o di semplice ripetizione speculare. L'obiettivo non è conformare il soggetto a un modello, ma permettergli di separarsi da ciò che lo aliena: che sia l'Altro del Simbolico o l'oggetto del godimento nel Reale. In conclusione, dirigere una cura significa saper danzare su questa faglia soggettiva , sapendo quando interpretare per aprire al desiderio e quando tagliare per arginare il godimento . La pratica della psicoanalisi non è il frutto di una tecnica bene appresa e bene applicata, ma un’etica che ci impone di non essere mai uguali a noi stessi, proprio perché il soggetto che abbiamo di fronte non è mai uno, ma irriducibilmente diviso. [1] Perché mantenere la posizione di sembiante di oggetto a come causa del desiderio e non di incarnarlo come oggetto a di godimento nel reale, è fondamentale nella "direzione della cura"? Perché solo se l'analista, attraverso il suo silenzio, le sue domande e le sue interpretazioni, si posiziona deliberatamente nel luogo enigmatico della parvenza, della finzione, del sembiante appunto, dell’oggetto piccolo a, senza incarnarlo realmente, solo se lascia questo posto vuoto, può diventare il perno del transfert: l'analizzante può proiettare sull'analista la funzione di "colui che sa" e, soprattutto, di "colui che possiede" quell'oggetto prezioso (agalma, come lo chiama Lacan nel Simposio di Platone) che si presume possa colmare la propria mancanza. Occupando la posizione di sembiante dell'oggetto a, l'analista provoca il desiderio di sapere (l'analizzante è spinto a parlare, a produrre associazioni, sogni e lapsus nel tentativo di capire e "carpire" dall’analista il segreto del proprio desiderio), non soddisfa la domanda (l'analista non risponde mai direttamente alla domanda d'amore o di soddisfazione dell'analizzante), permette all’analizzante di "attraversare il fantasma" (lo scopo finale della cura lacaniana è permettere al soggetto di "attraversare il suo fantasma fondamentale", ovvero di confrontarsi con la logica inconscia che struttura il suo desiderio e la sua sofferenza, e di separarsi dall'alienazione in questo oggetto a).
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Freud ha dimostrato che la perversione è un non volerne sapere nulla, ma proprio nulla, della castrazione. Una doppia negazione dunque: "non è vero che non c'è il fallo lì dove non posso fare a meno di volere che ci sia". Freud ha chiamato " Verleugnung " questo meccanismo di rigetto, di ripudio della realtà della castrazione. Lacan, riprendendo la questione dal punto di vista della " castrazione della madre ", mette in rilievo come il perverso non tolleri che l'Altro sia "bucato" , sia mancante cioè proprio di quello che gli serve per assicurarsi il proprio godimento, un godimento che egli deve necessariamente prelevare "nel luogo dell'Altro", e che non sopporta possa essere interdetto dalle ragioni dell'Altro, in buona sostanza, non tollera che il proprio godimento possa trovare un limite nel desiderio dell'Altro. Il perverso è dunque colui che si serve della "Verleugnung" (diniego, doppia negazione) per impedire che il desiderio dell'Altro interrompa il proprio godimento , come dire: "il tuo desiderio si oppone al mio interesse? Disturba la stabilità della mia posizione e la certezza delle mie convinzioni? Bene, neanche mi chiedo il perché, faccio prima a rigettarlo di sana pianta, non ne tengo alcun conto, per il semplicissimo motivo che esiste una sola posizione, la mia." In altre parole il perverso non riconosce la differenza dell'Altro , per questo è, appunto, "indifferente" alle ragioni dell'Altro - laddove invece il nevrotico ne soffre - è indifferente alla realtà. Non dice, all'Altro, "è vero che tu non sei d'accordo con me, ma non lo sopporto" - che è invece la posizione del nevrotico, ovvero sia il riconoscimento che l'Altro sta dicendo qualcosa di diverso che lui non sopporta, sia il riconoscimento che lui non lo sopporta, un "doppio riconoscimento", dunque, che aprirebbe comunque ad una dialettica - ma dice, più radicalmente: "non è vero che tu non sei d'accordo con me", confondendo e facendo spesso vacillare la realtà nell 'Altro! Una "doppia negazione", appunto, come a dire che nell'universo mondo non c'è che una sola verità, la sua! E' esattamente questa la posizione di godimento del perverso. Per questo, possiamo dire, che qualsiasi comportamento tendente a disconoscere le istanze altrui, quando queste costituiscono un limite al godimento soggettivo, può essere considerato un comportamento di perversità , come può esserlo, per esempio, in una coppia, quello di un partner che si rifiuti di prendere atto del desiderio dell'altro di volersi, per esempio, separare: si rifiuta di prenderne atto per continuare a farlo sussistere nel ruolo dì partner anche se questi se ne dichiara fuori. E' il caso dello stalking, che infatti è un comportamento perverso. In altre parole, il rapporto perverso non può essere interrotto , poiché si fonda sulla complicità inconscia, di distruggere la castrazione in ciascuno dei partner, di distruggere cioè il desiderio come causa del legame della coppia per sostituirlo con il godimento, in maniera da s congiurare il rischi, insopportabile per il perverso, di poter amare, il rischio, per i p due partner bloccati dal patto perverso, di innamorarsi l'uno dell'altro. Occorre cioè che il godimento nel plagiare l'Altro si incastri con il godimento dell'Altro a farsi plagiare. Da questo patto diabolico, dalla complicità perversa all'interno di una coppia - ma anche all'interno di un gruppo, di un'Associazione, di un'Istituzione, di una Setta - a collaborare attivamente per costruire e difendere la sola Verità possibile, ossia che non vi è nessuna castrazione in ciascuno, non è dunque possibile uscirne , prima di tutto perché l'angoscia che si scatenerebbe in seguito a una tale ipotesi entra a far parte sin dall'inizio dello stesso patto perverso, anzi ne costituisce il cemento, e poi anche perché il rischio di ritorsioni, terribili, anche omicide, è altissimo per chi voglia tirarsi fuori dal gioco, poiché rompere il patto perverso significa infliggere la pena insopportabile della castrazione. Molti femminicidi ne sono un esempio, e, nella Storia, la santa Inquisizione, i roghi, le Crociate ne sono altri. Quali azioni di stalking sistematici possono esserci piu delle "crociate" anche moderne contro tutte le posizioni discordanti da ciò che è ritenuta l'unica verità vera da imporre anche sotto minaccia di morte? In conclusione, è perverso ogni atteggiamento, posizione o comportamento che si basi sul disconoscimento di quella separazione tra gli esseri che di fatto è già data per avvenuta in qualsiasi contesto umano, e che è posta a fondamento dell'amore e della vita.