LA MIA ESPERIENZA DI SUPERVISORE

Egidio T. Errico • 10 novembre 2019

Sull'importanza della supervisione nella pratica psicoanalitica

 

Praticando la psicoanalisi ornai da molti anni, mi accade spesso - come del resto anche a molti colleghi di analoga, lunga esperienza clinica - di ricevere, da parte di giovani colleghi per lo più informazione - sia presso Scuole di formazione psicoanalitica che si ispirano al modello formativo dell’IPA (International Psychoanalytical Association), siapresso Istituti che si riconoscono invece nell’insegnamento lacaniano - richieste di “supervisioni”, o di “controllo” (come i lacaniani preferiscono chiamare le supervisioni), di casi clinici di pazienti seguiti in terapia psicoanalitica.

 

Il momento della supervisione, o del “controllo” -vale a dire l’esperienza di sottoporre un proprio caso clinico, al fine di verificarne il corretto andamento, ad un collega generalmente più esperto - è infatti, insieme a quelli della propria analisi e del cosiddetto training “scolastico”, riconosciuto - da parte ormai di quasitutte le Scuole di formazione per psicoanalisti - fondamentale ed ineludibile nelpercorso formativo di chiunque desideri diventare psicoanalista.

 

Ritengo utile riportare in questo breve scritto il miopensiero sull’argomento, sia perché non mi pare se ne scriva molto, sia perchéritengo utile dare una testimonianza di quelli che possono essere, almenosecondo me e sulla base della mia esperienza, gli aspetti più salienti checaratterizzano la pratica della supervisione, sia dalla parte di chi laconduce, sia da quella di chi la riceve, soprattutto in termini di vantaggi edi rischi.

 

Una prima questione riguarda l’ambito dellalegittimità che un analista può o meno riconoscersi anche come supervisore.Basta essere un analista per ritenersi anche in grado di condurre un percorsodi supervisione ad un collega, o occorre che abbia anche altri requisiti? Come dicevoall’inizio, nella mia esperienza, un motivo, forse uno tra quelli principali, percui mi giungono richieste di supervisioni, è il riconoscimento di una certa consuetudinenella pratica della psicoanalisi, di essere cioè un analista di lungaesperienza clinica. Quello della comprovata esperienza è un requisitoeffettivamente basilare per accreditare un analista anche come supervisore,tanto è vero che questo, insieme alla dimostrata capacità di analista, è unodei criteri che molte Scuole per per psicoanalisti, soprattutto quelle che siriconoscono nei canoni formativi stabiliti dall’IPA, utilizzano per “certificare”alcuni come analisti supervisori e da proporre, anche tassativamente, per lesupervisioni dei loro allievi.

 

Tuttavia, aldi là dei riconoscimenti ufficiali delle Scuole di appartenenza, vorreiproporre la questione da un’altra angolatura, da un’altra prospettiva, da unaltro vertice, quello dell’etica. Vale a dire: quella della supervisione è una praticache un analista può avere l’opportunità di condurre nei confronti di un suocollega, a prescindere dai riconoscimenti scolastici, a prescindere dall’essereo meno un supervisore “certificato”, ma semplicemente perché gliene è statafatta richiesta sulla base di un riconoscimento e di un desiderio soggettivi. Pensoinfatti che, al pari della pratica analitica, anche quella della supervisionefaccia parte dell’etica di uno psicoanalista: se non possiamo sottrarci allarichiesta di aiuto da parte di un paziente, possiamo forse farlo nei confrontidi un collega più giovane, meno esperto o alle prime armi, che ci chieda unparere sulla sua pratica o su un caso clinico che sta seguendo e in cui sentedi incontrare delle difficoltà? Il che corrisponde evidentemente, dalla parte dell’analistache sente il bisogno di un aiuto, alla possibilità di poter scegliere ilproprio supervisore più sulla base di un riconoscimento soggettivo, e che muovada un desiderio, piuttosto che sulla base di soli criteri di certificazioneoggettiva del supervisore. In altri termini, la sola certificazione oggettivanon può bastare: un percorso di supervisione presenta aspetti etici e“transferali” per certi versi sovrapponibili a quelli di un’analisi che, pur trattandosiovviamente di una situazione radicalmente diverse da quella di un’analisi, fannosì che non si possa prescindere, anche nel caso di una supervisione, da una sceltache sia il più possibile libera da imposizioni di scuola, e dunque rispettosadel diritto di poter scegliere i supervisore che si desidera.

 

La seduta di supervisione è conforme alla sedutaanalitica.

 

Se dunque la supervisione sui propri casi èfondamentale per la formazione di uno psicoanalista, lo è allo stesso modo, amio avviso, anche per chi, essendo già psicoanalista, può vantare ormai una certaconsuetudine con la pratica della psicoterapia psicoanalitica.

 

Freud raccomandava agli psicoanalisti di sottoporsidi tanto in tanto ad un percorso ulteriore di analisi personale: auspicava che nesentissero l’utilità, se non addirittura la necessità, non solo al fine dimantenere una certa consuetudine con il proprio inconscio, ma anche per affrontarequegli eventuali nodi problematici, o quei conflitti, a loro tempo nonsufficientemente analizzati, o ancora inediti, e che, se lasciati a loro stessi,avrebbero potuto fare da ostacola al lavoro con i propri pazienti.

 

Analogamente, ritengo che sia altrettantoauspicabile che ogni psicoanalista senta il bisogno, o l’utilità, diconfrontarsi anche, ogni tanto, con un collega su qualcuno dei propri casiclinici, soprattutto se dovesse incontrarvi delle difficoltà, al fine di poter verificare,attraverso il parere di un osservatore esterno, l’andamento di quella cura,coglierne aspetti clinici che potrebbero essergli sfuggiti, ma anche poternesapere di più su come egli si pone nel lavoro con i propri pazienti e come siimplica nel loro inconscio.

 

Insomma, se ogni tanto una tranche di analisipersonale consentirebbe all’analista di saperne sempre qualcosa di nuovo sulproprio inconscio, periodi anche brevi di supervisione con un collega gli permetterebberodi saperne di più su sull’inconscio dei propri analizzanti, e su come egli vi lavora.

 

Nondimeno, penso che anche l’analista supervisore sitroverebbe, dal canto suo, a trarre, evidentemente, innegabili benefici dalconfronto con un collega che dovesse chiedergli una supervisione.

 

In altre parole, mi sono andato sempre piùconvincendo che, pur fondando la sua efficacia su di una struttura di relazioneirriducibilmente asimmetrica - in questo del tutto conforme a quelladell’analisi - quella della supervisione sia comunque un’esperienza dicrescita, un’occasione di arricchimento e di sapere, per entrambi i soggetti coinvolti,quale che sia il versante su cui essi si dispongano, se quello di chi allasupervisione si sottopone, o se quello di chi la conduce.

 

La supervisione è dunque utile per un analista, nonsolo quando la richieda, ma anche quando la conduca, esattamente come l’esperienzadell’analisi che, se è ineludibile per il futuro analista come percorso personale(sappiamo che si diventa psicoanalisti soltanto attraverso la propria analisi),è anche utile che un analista la pratichi quando le venga richiesta, e non soloin quanto mezzo per guadagnarsi da vivere, ma soprattutto perché un analistache non abbia pazienti in analisi difficilmente potrebbe riconoscersi in quantotale.

 

Insomma, seguire dei colleghi in supervisione puòessere un bene per un analista, per la maturazione della sua esperienza, almenoquanto seguire dei pazienti, dal momento che la supervisione si svolgeattraverso un percorso che è di per sé piuttosto conforme a quello della cura psicoanalitica:entrambi hanno a che fare con l’inconscio in azione; in entrambi accadel’inconscio .

 

Intendo dire che, a mio avviso, il percorso dellasupervisione, pur implicando comunque un livello anche intellettuale dell’esperienza,pur essendo un percorso anche di apprendimento, tuttavia, dal momento che l’oggetto di cui tratta è, per come dire, la verifica di come l’analista lavorasull’inconscio del suo paziente, è inevitabile che sia anche il luogo in cuil’inconscio si disvela.

 

La supervisione come luogo del desiderio dell’analistae dell’articolazione diacronica dell’inconscio.

 

Certo, la supervisione è, e deve rimanere, sempre unpercorso distinto e separato da quello psicoanalitico, e tuttavia l’inconscio vifa comunque il suo ingresso, anche se ovviamente un ingresso di tipo diverso, complicato, possiamo dire, in quanto, non essendo rivelato direttamente dal paziente incui si manifesta, ma riferito da un analista ad un altro, implicainevitabilmente l’inconscio di entrambi.

 

In altre parole, la supervisione, trattando dell’inconsciodi un paziente presente solo nella narrazione che se ne fa in supervisione - diun paziente in effige, direbbe Freud - di un inconscio dunque che non puòesser più colto nel suo momento evenemenziale, come ciò che staaccadendo nel qui e ora della seduta, ma che può cogliersi soltanto come giàaccaduto , può esser vista, se ci riflettiamo, anche come un luogo particolaredi quello che Lacan chiama il desiderio dell’analista . Anzi, possiamodire che la supervisione è il desiderio dell’analista , dal momento cheessa sussiste, ha motivo di essere, solo nella misura in cui un analista avvertail bisogno di dire qualcosa di un suo analizzante a qualcuno. E da cosa può nascere,in un analista, una tale necessità se non da un desiderio ? Vale a direda quella particolare posizione etica dello psicoanalista in virtù della qualeegli non può tanto facilmente sottrarsi all’esigenza di dar conto ad un altro diquello che combina con il suo analizzante, di voler verificare, con un terzo, di essere effettivamente nel dirittodi rispondere come analista ad un paziente che gli ha chiesto di essere aiutatomediante la cura dell’analisi: posizione che Lacan individua appunto come l’unicache permetta che lì ci sia dell’analista e che chiama appunto il desideriodell’analista . Se l’esperienza dell’analisi è sostenuta dal desideriodell’analista , quella della supervisione è il luogo della sua verifica, delsuo riconoscimento e della sua interpretazione. Del resto, il desiderio èsempre rivolto a qualcuno ed è sempre desiderio di riconoscimento, e dunque lasupervisione, in quanto luogo della verifica di ciò che un analista è chiamatoa sostenere attraverso il suo desiderio di analista, vale a dire un’analisi, effettivamentecostituisce, sul piano simbolico, il luogo in cui un analista può vedersiriconosciuto, e sostenuto, nel proprio desiderio in quanto analista, da quell’Altrosimbolico del riconoscimento che è il supervisore.

 

Se lasupervisione è non solo il luogo in cui l’inconscio viene raccontato, maanche quello in cui possiamo cogliere, da una posizione terza, come iltransfert dell’analizzante si implica nel desiderio dell’analista, essa non è tuttavia- a mio avviso - il luogo della interpretazione dell’inconscio del paziente,almeno non di quella interpretazione che l’analista formula al suo pazientenello spazio e nel tempo della seduta analitica. O almeno, per meglio dire,non può essere il luogo in cui l’interpretazione che si può fare dell’inconsciodel paziente possa essere dello stesso ordine di quella che l’analista formulanell’ hic et nunc della seduta con il suo paziente.

 

Certo,se serve, il supervisore non dovrebbe sottrarsi a dare anche una sua possibileinterpretazione di quello che sembra appartenere all’inconscio del paziente sucui si sta lavorando, ma, voglio dire, quello della supervisione non è comunqueil luogo in cui l’inconscio di cui si tratta possa essere interpretato con glistessi effetti della interpretazione che l’analista formulerebbe al suopaziente nel tempo della seduta analitica.

 

L’ interpretazione analitica ha infatti senso, e soprattuttoefficacia, solo se comunicata al paziente sotto transfert, e dunque non può esserepredisposta in supervisione, se non in ipotesi, in quanto, quello dellasupervisione, è sempre un tempo altro rispetto q quello della seduta analitica.

 

Insomma, l’inconscio del paziente può essereinterpretato solo nel momento in cui accade, e in supervisione, come abbiamogià detto, si tratta di un inconscio sempre già accaduto.

 

Di conseguenza, se quello della seduta è il luogo incui l’inconscio dell’analizzante deve essere colto nella sincronia del suoaccadimento per essere interpretato, quello della supervisione è il luogo incui può esser ripreso per essere articolato nella sua prospettiva diacronica.

 

Come supervisore, soprattutto dei colleghi piùgiovani, ho sempre cercato perciò di avvertirli del valore solo orientativo eipotetico, dunque non predittivo, delle interpretazioni che avessimopotuto formulare sul materiale presentato durante l’ora della supervisione, tantopiù che un giovane collega, soprattutto se ancora inesperto o, come si dice,ancora in formazione, come si sa, tende a fare come fa il suo supervisore ,ad imitarlo, e dunque a servirsi di quello che emerge in supervisione come materiale pret a porter per la seduta successiva con il suo paziente.

 

Insomma, quello della supervisione non può diventare,a mio avviso, il luogo in cui si possa preparare l’interpretazione giusta da formulare poi al paziente. L’inconscio non può essere previsto in anticipo,e nessuna interpretazione può essere efficace, come dicevo, se non quandoformulata nel momento stesso in cui l’inconscio si manifesta attraverso qualcunadelle sue formazioni: un sogno, un lapsus, un atto mancato, un inciampo deldiscorso. Sappiamo anzi che qualsiasi atto analitico prestabilito in anticipo nonsarebbe che un modo per ostacolare, e non per favorire, il lavoro dell’analisi.La supervisione non può essere dunque il luogo in cui un analista possa venir indirizzato dal supervisore alla giusta formulazione della risposta o della interpretazioneda dare al proprio analizzante, essendo invece, più correttamente, il luogo incui l’analista viene aiutato a poter egli, da solo con il suo paziente, arrivarea formulare il suo giusto intervento, a partire dalla parola detta dalpaziente e non dalla parola appresa dal proprio supervisore.

 

Se mi soffermo su questo aspetto, magari coninsistenza, è perché, attraverso la mia esperienza di supervisore, ho avuto piùvolte modo di rendermi conto che il giovane collega, analogamente a quello cheavviene in una seduta analitica da parte dell’analizzante nei confronti del suoanalista, cerca di mettere anche il supervisore nella posizione di SoggettoSupposto Sapere, di colui che già sa quale potrà essere la risposta giusta,l’interpretazione corretta da dare al paziente nella prossima seduta : non sarebbe ovviamente di nessun aiuto, anzi sarebbe oltremodo dannoso per ilgiovane collega, se il supervisore, identificandosi con la figura, idealizzata,di chi sa già in anticipo cosa sia giusto fare con il paziente, finisseper accettare di mettersi nella posizione di colui che del paziente sa dipiù dell’analista , rischio possibile, perché posizione che stimolafortemente il narcisismo e l’onnipotenza inconscia del supervisore.

 



L’umiltà del supervisore.

 

Mi sono altresì andato sempre più convincendo che,per condurre una supervisione senza cadere nella trappola del proprio narcisismo,ogni supervisore dovrebbe dotarsi ogni volta di una buona dose di umiltà .

 

Ritengo, infatti, che un supervisore non dovrebbe prendersitroppo sul serio , non dovrebbe arroccarsi troppo nel ruolo di chi ormai sacome si fa col paziente, non dovrebbe identificarsi troppo con colui chesa tutto e, soprattutto, con chi ne sa sempre una di più del suo collega .

 

Il prefisso super, anzi, a mio avviso, non rendebene, a questo punto, il vero senso di una supervisione, piuttosto, trae ininganno, poiché il supervisore non opera da una posizione di superiorità, quanto,piuttosto, da una posizione a latere, esterna, rispetto alla situazioneanalitica che gli viene sottoposta. Meglio sarebbe allora se sostituissimo iltermine di supervisione con quello di “ intervisione” , secondo me piùattinente a quella che è in realtà la logica della supervisione. Quello di “controllo”,adottato dai lacaniani, è già un compromesso migliore.

 

In altre parole, io credo che nessun percorso disupervisione possa proficuamente avviarsi se non tenendo bene a mente che, inquanto supervisori, non possiamo saperne di più degli analisti circa i casiche essi ci sottopongono.

 

Ancora, in quanto supervisore cerco di evitare di prendermi anche per l’analista, o per un docente. Dico prendermi, scrivendoloin corsivo, per giocare con l’ambiguità del termine, vale a dire persottolineare che, pur sapendo di non essere né l’analista, né un docente, potrei,inconsciamente, farmi carico anche di funzioni come quella analitica, o didattica, funzioni queste che non sarebbero proprie della supervisione. Insomma, perquanto come supervisore so di svolgere una funzione che è anche molto prossima ,o simile a quella dell’analista o dell’insegnante, so anche che essa nonpuò coincidervi, né con l’una, né con l’altra, essendo, quella del supervisore,una funzione di altro tipo, una funzione terza rispetto alla coppia analitica.

 

Tuttavia, penso anche che, in quanto supervisore,non sarebbe neanche giusto che io non mi rendessi disponibile ad intervenire,se posso dir così, soprattutto se si tratta di giovani colleghi ancora informazione, anche in senso didattico, vale a dire a dare qualchechiarimento in ordine a questioni di teoria o di tecnica della psicoanalisi,oppure, se è il caso, a soffermarmi anche su quelle questioni più propriamenteattinenti alle aree problematiche o sintomatiche del collega che dovesseroemergere durante la nostra seduta di supervisione, tanto più se mi dovessero sembraretali da interferire o embricarsi in qualche modo con quelle del paziente.

 

Non sarebbe infatti generoso, e dunque neanche corretto,o utile, a mio avviso, attenersi rigidamente soltanto alla funzione disupervisore, precludendo al giovane collega la possibilità - il diritto direi -di chiedere chiarimenti anche di ordine tecnico, o di riferire delle difficoltàche dovesse riconoscere più come sue che del paziente, senza per questo pensareche mi stia automaticamente sostituendo al suo analista o ai suoi docenti.

 

Insomma, come supervisore sento anche di dovermiassumere la responsabilità di decidere, di volta in volta, se può essere opportunoe utile, ai fini del nostro lavoro, affrontare in supervisione eventualiquestioni più di carattere personale, o se non sia piuttosto il caso diriservarle comunque alla rispettiva analisi, nel caso questa fosse ancora incorso.

 



La supervisione come luogo in cui l’inconscio sistoricizza e l’Altro vi fa il suo ingresso.

 

La mia esperienza di supervisore che, come dicevo siprotrae ormai da qualche decennio, mi ha consentito di conoscere, da un verticeosservativo privilegiato, molti giovani colleghi, soprattutto ancora informazione, dal momento che la supervisione offre la straordinaria possibilitàdi cogliere un analista nella immediatezza del lavoro con il proprioanalizzante.

 

Più volte, infatti, ho avuto la percezione che illavoro con l’analizzante continuasse anche durante la seduta di supervisione, senzainterruzione con quello nella seduta analitica: una sorta di continuitàtemporale, anche perché, come ho già detto, l’inconscio del paziente, che nellaseduta analitica si coglie nella sincronia del suo accadere, in quelladella supervisione viene ripreso e riarticolato nella diacronia, inquanto ormai accaduto. La supervisione può dunque in questo senso esserconsiderata come il luogo dove si ricostruisce la storia dell’analizzanteattraverso il suo inconscio, vale a dire, il luogo in cui l’inconscio si storicizza. In questo senso, per dirlo in altro modo, lo spazio della supervisione è quelloin cui l’ immaginario , che spesso pure imbriglia l’analista nell’hic etnunc della seduta analitica con il suo analizzante, deve lasciare il posto al simbolico. Perché, anche se quella che si porta in supervisione è una sedutagià avvenuta, per il fatto stesso però che se ne parla ad un altro analista - ein un luogo avvertito per lo più come il luogo in cui, rispetto ad una difficoltào ad una stagnazione, qualcosa di nuovo dovrà pur accadere - quella stessaseduta, per quanto già avvenuta, è come se si riattualizzasse e ritrovassenella supervisione il luogo dove il processo viene rimesso nuovamente, ancora, in movimento, il luogo in cui, per il racconto che se ne fa, e per come losi fa, la seduta, per quanto già accaduta è come se accadesse di nuovo. Laseduta analitica trova allora nella supervisione il luogo dove essa vieneripresa attraverso un discorso nuovo, inedito, in quanto si tratta del discorsoin cui l’Altro¸ il terzo, vi fa il suo ingresso.

 

Penso che un giovane analista, soprattutto se informazione - ma a questo punto direi anche chiunque sia già analista “navigato”- possa avvertire il beneficio di una supervisione già per il sol fatto disapere che qualcuno, un altro, un collega, il supervisore appunto, abbiaaccettato di prendersi cura del suo lavoro di terapeuta, di supervisionarlo, vale a dire di rendersi disponibile come figura di riferimento su cui poterfare affidamento in quanto figura terza rispetto alla coppia analitica in cui èimplicato.

 



Il supervisore come metafora paterna

 

Il supervisore allora, può esser visto come quella figuraterza che svolge la funzione simbolica di altro rispetto alla coppiaanalista-paziente, quell’ Altro , quella figura terza su cuil’analista sa di poter contare.

 

Per un analista, impegnato nel lavoro con il suo analizzante,sapere di poter contare sull’ Altro significa, nel nostro campo, non solosapere di poter contare su qualcuno che egli suppone ne sappia tecnicamente di più, ma anche, e direi soprattutto, di poter disporre di una figura che, inquanto terza e neutrale, gli permette di evitare di immergersi tropponella dualità della relazione con il suo paziente: vale a dire una figura terza,che si costituisce in quanto opaca , non sul piano del rispecchiamento immaginario,ma in quanto su quello dello scambio simbolico.

 

Da questa prospettiva, il supervisore sarebbe dunqueil terzo che fonda l’ordine simbolico rispetto a quello immaginarioproprio della dualità della coppia analitica . Ordine simbolico che, affiancandosi,anzi, verticalizzandosi su quello immaginario, proprio della relazioneduale, impedirebbe che quest’ultima si attesti come l’unica dimensionepossibile del lavoro analitico, dal momento che sappiamo quanto è importante che,in analisi, si installi invece quella dimensione cosiddetta della terzeità ,vale a dire a quella funzione che rende l’analisi conforme alla situazione edipicae che l’analista deve saper costituire e curare. È infatti quest’ultima, quelladella terzeità , vale a dire quella simbolica, la dimensione propria deltransfert, l’unica che rende possibile un’analisi, laddove quella duale,speculare, è invece la dimensione della suggestione, motivo per cui, mentrequesta tenderebbe alla stagnazione, la dimensione simbolica provvederebbe alrilancio del processo, in quanto consente l’interpretazione, l’interpretazioneanalitica, sotto transfert, che si riconosce efficace perché l’analizzante lasente provenire, come dice Lacan, da dove egli non se l’aspetta.

 

Ilsupervisore serve, allora, proprio a favorire che l’analista, internalizzandol’esperienza della supervisione come funzione terza propria dell’ordinesimbolico, arrivi più agevolmente a sottrarsi alle fascinazioni delladimensione immaginaria/speculare, narcisistica dunque, cui l’analizzante tendea sospingerlo, per rispondere invece anche dal registro simbolico, che è il soloche, come abbiamo visto, consentirebbe l’interpretazione analitica.

 

In altre parole, una buona supervisione permetterebbeall’analista di riuscire a potersi muovere con minori difficoltà - e minori resistenze- tra i due piani, quello materno (duale/immaginario) e quello paterno (terzo/simbolico),della relazione con il proprio analizzante.

 

Penso quindi cheil vero effetto di una buona supervisione sia quello che consenta, soprattuttoal giovane in formazione, una buona introiezione dell’ordine simbolicocome modulatore terzo della relazione con il proprio paziente, chealtrimenti rischierebbe di stagnare nelle secche dell’immaginario, e dunque diconseguenza una buona disidentificazione da tutte quelle figure, tipichedella cura immaginaria, cui il bisogno del paziente lo sospingerebbe (genitori,educatori, psicoterapeuti eccetera).

 

È questo effetto, della introiezione del terzo ,e delle disidentificazioni immaginarie che, a mio avviso, fa della supervisionel’esperienza formativa cardine, un’esperienza che non ha dunque tanto a chevedere con l’apprendimento di una tecnica, quanto piuttosto con l’assunzione diuna funzione, quella che permette ad un analista di costituirsi appunto anchein senso terzo con il suo paziente.

 

Insomma, il supervisore si troverebbe a svolgere lafunzione simbolica del Padre nella situazione edipica, quella figuraterza che vieta cioè il godimento immaginario, l’incesto , nellarelazione duale madre-bambino, se questa dovesse procedere troppo come tale e senzaalcun limite alla sua dimensione fusionale. Non a caso Gaddini definì lafigura del supervisore la metafora paterna dell’analista al lavoro.

 

Devo dire di aver tenuto sempre presente questoinsegnamento, perché lo condivido, e di averlo fatto mio: ho sempre cercato diindentificarmi, nella mia pratica di supervisore, con la metafora paterna dicui parla Gaddini, di prendermi come Padre rispetto alla coppiaanalista-analizzando, che come tale, rappresenterebbe invece, la metafora dellarelazione madre-bambino

 

In altri termini, possiamo dire che la supervisioneè il significante della funzione paterna, nella misura in cui la terapiaanalitica è il significante delle cure materne.

 

Se il supervisore è la metafora paterna, allora, comeun padre può dirsi un buon padre se sa intervenire, non per sostituirsi allamadre, ma per sostenerla nel prendere la giusta distanza dal figlio che ancoradipende da lei, un buon supervisore può dirsi tale se sa di non potersisostituire al suo collega nella cura del paziente, ma di doverlo aiutare atrovare la giusta posizione e la giusta distanza da stabilire con lui.

 

In questo senso ho sempre cercato di evitare dimettermi al posto del giovane collega nella cura del suo paziente, per occupareinvece il posto di quel terzo esterno al campo della cura, assicurando allostesso tempo una presenza ed una vicinanza che non fosse però avvertita mai comeingerenza nella cura, la quale deve restare sempre esclusivamente a carico dell’analista.

 

Ritengo infatti che altra funzione cardine delsupervisore sia quella di aiutare l’analista a riconoscersi come tale, vale adire a riconoscersi come colui che, più che saper mettere in pratica, più omeno correttamente, una tecnica adeguata, sappia mantenere la giusta posizionecon il proprio paziente, intendendo con giusta posizione quella che si fonda,da una parte, su un’etica precisa ( saper stare e saperci fare col paziente )e, dall’altra, sulla capacità di ascolto ( dare spazio alla parola delpaziente piuttosto che alla propria ), anche perché nessuna tecnica puòessere corretta ed efficace se non quella che proceda lungo i due binari appuntodell’etica e dell’ascolto.

 



La funzione etica e la capacità di ascoltodell’analista.

 

Direttrici ineludibili, quella dell’etica e quella dell’ascolto,in quanto proprie della posizione di ogni analista al lavoro, quali che siano isuoi orientamenti teorico-clinici o gli indirizzi della sua Scuola diappartenenza. A mio avviso, che sia freudiano, kleiniano, bioniano, winnicottianoo lacaniano, un analista è tenuto evidentemente a muoversi sempre e solo nelcampo tracciato dai concetti fondamentali della psicoanalisi, campo del quale l’eticae l’ascolto ne costituiscono il terreno di fondo.

 

Anche alla luce della mia esperienza dipsicoanalista e di supervisore, sono convinto che sia proprio in questadimensione di campo che i diversi orientamenti e di indirizzo degli analistitrovino il loro terreno comune, e di conseguenza che un supervisore di unorientamento possa condurre una supervisione anche ad un collega di orientamentodiverso, e anche, molte volte - se è in grado di rispettarlo - ancora piùproficuamente di una supervisione ad uno del suo stesso orientamento.

 

È proprio a partire da questa posizione, di padrebenevolo , ma anche sufficientemente autorevole , attento, ma anchedisposto, se è il caso, a chiudere un occhio , sorvolando su qualcheimprecisione tecnica o di metodo - anche per consentire al giovane analista dipotersene rendere conto da solo - che ho potuto costruire il mio modo di stare in supervisione, il mio metodo di supervisore e, soprattutto, di poterriconoscere, tollerare e comprendere le ansie, sia quelle proprie e singolaridi ciascun giovane analista in supervisione, sia quelle piuttosto comuni econdivise, come, soprattutto, l’apprensione per la perdita del proprio analizzante.

 


 

Quando l’analista perde il paziente.

 

Quella di poter perdere il paziente è forse la più grandepaura dei giovani colleghi, soprattutto se ancora in formazione, seconda solo aquella di non riuscire più a trovarne. Di conseguenza, questauesta paura è anche ciò che maggiormente mi impegnanel lavoro di supervisione, prima di tutto perché ho sempre sentito il dovere, inquesti casi, di assicurare al giovane collega anche un sostegno adeguato ediscreto, e poi perché, evidentemente, può essere abbastanza difficile lavorarebene, e aiutare a lavorare bene - lavorare psicoanaliticamente intendo - se si èin preda all’ansia che il paziente con cui si è impegnati sul doppio frontedella cura e della supervisione abbia deciso di interrompere la terapia.

 

Quando un analistain supervisione e ancora agli inizi della sua professione, perde il propriopaziente perché interrompe la cura, si ritrova a dover fare i conti con un’esperienzaabbandonica che lo investe traumaticamente su due diversi registri: quellodella sua pratica di terapeuta, e quella del suo percorso formativo. Non è perniente facile, per un giovane analista, elaborare una tale, doppia, interruzione,di un’analisi che stava conducendo e della relativa supervisione a cuiquell’analisi stava sottoponendo.

 

Al di là della ferita narcisistica propria di ogniabbandono, il giovane analista può sentirsi il solo, unico, responsabile diquella interruzione, rielaborandone di conseguenza l’esperienza in termini difallimento, ma soprattutto assegnandovi il significato, per così dire, di unadoppia bocciatura, sia da parte del paziente e sia anche da parte delsupervisore.

 

Sappiamo che le supervisioni fanno parte del percorsoformativo di ogni giovane terapeuta che desideri essere riconosciuto in futuro comepsicoanalista dalla Scuola che ha scelto di frequentare.

 

Il titolo di abilitazione alla professione di psicoterapeuta,che in Italia è reso obbligatorio per legge, non è solo un titolo che autorizzalegalmente ad una pratica, ma rappresenta anche il riconoscimento simbolico dell’Altro (quell’Altro che riunisce in sé il proprio analista, i proprisupervisori, i propri docenti, la Scuola o la Società scientifica diriferimento), un riconoscimento simbolico che ha il valore di una iniziazione e di una certificazione aduna pratica cui ci si sente legittimati più tramite questo riconoscimento simbolicoche per il conseguimento del titolo conseguito .

 

È per questo che, in particolare le supervisioni,tendono ad essere vissute, più che come esperienze formative e di apprendimentoin sé e per sé, soprattutto come il momento della verifica e del giudizio delle proprie capacità di futuro analista. In altri termini, l’esperienza dellasupervisione è fortemente investita del significato di un riconoscimentosimbolico della propria identità di analista e dunque di una legittimazione alla pratica della psicoanalisi da parte del proprio supervisore.

 

Di conseguenza, l’interruzione della terapia oggettodi supervisione, indipendentemente dalle ragioni vere che abbiano potuto causarla,anche se queste, come il più delle volte accade, dovessero stare tutte dallaparte del paziente, espone comunque il giovane terapeuta al vissuto di colpa, riconoscendoseneegli l’unico responsabile, e dunque rielaborando l’interruzione come l’effettodi un errore che, se fosse stato più bravo, avrebbe potuto evitare, e la supervisione ora come il luogo delgiudizio e della sanzione.

 

La supervisione allora, senza per questo avere lapretesa di sostituirsi all’analisi personale, semmai affiancandovisi, deve nondimenopotersi offrire anche come il luogo dell’elaborazione dell’esperienza abbandonica,lavorando soprattutto sulle ragioni che possono esser riconosciute dal lato delpaziente, per rimandare all’analisi personale il lavoro su quelle che possono ritrovarsidal versante dell’analista.

 

Tanto più che le difficoltà che il giovane analistapuò incontrare nel lavoro con un analizzante, più che di ordine tecnico, sonoper lo più di ordine fantasmatico.

 

Voglio dire che mi sono andato sempre piùconvincendo che gli errori dell’analista appartengono di più al suofantasma che alle sue supposte incapacità di tecniche. Spesso, infatti, èproprio la fantasia inconscia dell’analista di non essere sufficientementebravo, e neanche sufficientemente capace di seguire un analizzante per tutta ladurata del suo percorso, ad influenzare di conseguenza il buon andamento dellacura stessa e a favorire inconsapevolmente proprio l’interruzione temuta,soprattutto se il fantasma del terapeuta di non essere in grado di condurre laterapia trova il suo corrispettivo in quello speculare dell’analizzantedi non essere in grado di sostenere la cura o di non poter meritare una guarigione.

 

Insomma, le interruzioni andrebbero considerate, evidentemente,più in relazione alle complesse vicissitudini del transfert e delcontrotransfert, che in relazione a supposte incapacità o lacune del terapeuta,le quali, tra l’altro, se pure esistenti, non è affatto detto che siano poiproprio quelle ad aver causato effettivamente l’interruzione di quella terapia.

 

Per questo, ritengo che, come supervisori, dovremmolavorare con i nostri giovani colleghi che ci richiedono una supervisione, persmontare il nesso interruzione/errore dell’analista, che è sempre riduttivorispetto alla complessità dei fattori in gioco, spesso, come ho detto, piùdell’ordine del fantasma, o delle implicazioni transfert/controtransfert, che diquello della tecnica, anche perché, come ci ricorda Winnicott: i pazientisono buoni e perdonano molti errori ai loro analisti.

 

Imparare a creare dentro di sé un vuoto di parole edi sapere.

 

Ho sempre visto nelle parole di Winnicott non certo unasorta di autorizzazione a commettere errori - tanto i nostri pazienti ciperdonano tutto - quanto, piuttosto, l’invito rivolto agli analisti a nondare eccessiva importanza alla tecnica, e al sapere teorico, a scapito del saperstare e del saperci fare con il proprio paziente. Posizione questa deltutto sovrapponibile a quella di Lacan quando, con il suo abituale stile provocatorio,avverte gli analisti di non preoccuparsi eccessivamente di comprendere ,dal momento che si comprende sempre solo quello che già si sa , mentre unanalista deve essere invece interessato a quello che ancora non si sa, dunque a quello che non comprende.

 

Per dirlo in altro modo, l’analista dovrebbe esseresufficientemente empatico ed etico al tempo stesso, e soprattutto dovrebbesaper porre l’ascolto al primo posto del lavoro con il suo paziente, facendosilenzio dentro di sé, quel silenzio che non ha niente a che vedere con lostarsene semplicemente zitto, quanto piuttosto col saper ricreare dentro di sé quelvuoto di parole e di sapere come spazio che viene offerto alla parola delpaziente e al suo ascolto.

 

Sappiamo quanto sia importante che un analistasappia tacere: importante non solo perché è tacendo che si dà spazioalla parola dell’altro, ma anche perché l’azione dell’analista si avvale delpotere della parola, potere che proprio il silenzio rafforza nella parola. Perquesto in supervisione cerco di incoraggiare gli allievi a saper tacere, affinchéla parola che poi rivolgono al paziente abbia potuto acquistare il suo potere, siain altri termini potuta diventare una parola efficace.

 

Per questo vedo la supervisione soprattutto comequell’esperienza che, piuttosto che trasmettere saperi teorici e abilitàtecniche, deve essere in grado di favorire, nel giovane terapeuta, la possibilitàdi un saper stare e di un saperci fare col proprio paziente. In altre parole, concepiscola supervisione come il luogo in cui un giovane terapeuta possa arrivare a riconoscersicome analista nello spazio interno, nel suo fantasma direi, nel suo desiderio,piuttosto che esercitarne la funzione attraverso il sistema delle competenze edelle abilità tecniche apprese.

 

Nella mia pratica di supervisore cerco dunque di prestarela massima attenzione a come un giovane si pone con il suo analizzante, vale adire alla posizione che in quanto analista è in grado di assumere emantenere con lui, in altri termini, a come egli riesca a costruire, curaree proteggere quella dimensione strutturale e costitutiva del lavoro analitico chepossiamo indicare come luogo della cura , da alcuni definito come settinginterno dell’analista.

 

La supervisione dovrebbe potersi configurare allora comequella sorta di contenitore emotivo pensante in grado di mettere l’analistaal lavoro , non solo su ciò che attiene al paziente, ma anche, e forsesoprattutto, su sé stesso, affinché sia sempre consapevole, avvertito, percosì dire, prima di tutto del suo modo di stare con il paziente: se troppo vicino,se troppo distante, se particolarmente apprensivo, se eccessivamente interventista o troppo interpretativo e saturante , ecc., e poi certo, anche, sucome egli utilizza la tecnica e il sapere di cui dispone.

 

I nostri giovani colleghi provengono dall’Universitàessendo, tutti, o psicologi o psichiatri. Essi posseggono quindi un sapereuniversitario il quale, se pure costituisce una base fondamentale da cuipartire, tuttavia li pone anche nell’equivoco che più si sa e si conosce,sul piano della teoria e della tecnica, e più ci si potrà sentire garantiti coni propri pazienti, più ci si sentirà al sicuro, nella propria pratica, soprattuttonei confronti delle insidie e degli imprevisti cui ci si sente esposti.

 

La cultura di oggi, e la diffusione crescente dipratiche psicoterapeutiche comportamentiste, performative,strategico-addestrative, all’interno di una visione della cura della salutementale che si basa sulla iper valutazione delle capacità tecniche operazionalie delle competenze degli operatori, favorisce fortemente, nei giovanianalisti in formazione, la costruzione del binomio sapere/bravura e, diconseguenza, contribuisce anche alla idealizzazione delle conoscenze teoriche edelle tecniche a scapito di quel saper stare nella clinica che, nelnostro campo, è clinica essenzialmente della relazione con il soggetto,relazione da costruire con ogni singolo paziente, uno per uno, a partire dalla singolarità della sua domanda e delle sue istanze, piuttosto che da un modelloprestabilito di salute e di dispositivo di cura applicabile allo stesso modo a chiunque.

 

Noi dobbiamo allora, come supervisori, e anche comeinsegnanti o formatori, cercare di evitare che nei giovani colleghi il sapereprevalga sul saper fare, la teoria sulla pratica, la tecnica sull’etica.

 

Tanto più che sappiamo, soprattutto in quantosupervisori, che i giovani finiscono spessoper utilizzare le conoscenze teoriche e tecniche, più che come strumenti per ilpaziente, come strumenti per difendersene.

 

Il lavoro della supervisione dovrebbe essere allora taleda aiutare il collega a saper lasciare fuori dalla stanza d’analisi il propriosapere universitario per entrarvi invece, come dice Bion, senza memoria esenza desiderio , intendendo per desiderio, non quello soggettivo di ogniterapeuta e che è alla base della nostra motivazione di fondo a costituircicome analisti e a lavorare psicoanaliticamente, ma il desiderio di far andarele cose come noi vorremmo, in base ai nostri modelli, e non come sarebbe piùutile che andassero secondo le prospettive, le istanze, le necessità e ildesiderio di ogni singolo paziente.

 

Freud è stato chiaro su questo: “noi (psicoanalisti)ci siamo decisamente rifiutati di fare del malato che si mette nelle nostremani in cerca di aiuto una nostra proprietà privata, di decidere il suo destino,di imporgli i nostri ideali e di plasmarlo a nostra immagine e somiglianza perfar piacere a noi stessi. ( Vie della terapia psicoanalitica , Opere, vol.9, p. 24, Boringhieri)

 

Sempre Freud, avendolo appreso dall’isterica ,ci ha insegnato inoltre che la psicoanalisi è la pratica dell’ascolto, piuttostoche del fare. Fu infatti quella straordinaria giovane donna, l’isterica Emmy von N. che, con il suo celebre “ non mi tocchi, stia zitto, facciaparlare me” , chiese a Freud di essere ascoltata, e Freud l’ascoltò. Freud capìil discorso dell’isterica e seppe passare dalla posizione di colui che parla,che impone, che fa alla posizione di colui che ascolta , inaugurandoin questo modo la nascita della psicoanalisi come pratica dell’ascolto diquello che il paziente ha da dire, e tracciandone anche la via per il metodo eil suo sviluppo.

 

Per questo ho sempre cercato di trasmettere al collegain supervisione il sentimento che il suo analizzante è il portatore di unadomanda che chiede di essere ascoltata e che il suo stesso sintomo, ciòattraverso cui egli ha dato inizio alla sua analisi, deve essere consideratocome una domanda che va accolta e decifrata, piuttosto che un disturbo daeliminare, come vorrebbero le altre terapie non psicoanalitiche.

 

Oggi, invece, molti dei giovani che seguiamo in supervisionesembrano ossessionati più dal risolvere che dall’ascoltare, più dal fare che dal lasciar fare , più dal sapere che dal saperci fare ,più dal " che dico? " che dal " che dice? "

 

Insomma, la mia attenzione, la mia preoccupazione, insupervisione vanno costantemente nella direzione di cercare di aiutare e il giovaneanalista a passare, dalla posizione di chi ritiene di dover badare al fare e atrovare la tecnica più efficace, a quella di colui che ascolta, come seppe fareFreud con l’isterica.

 

Vorrei concludere azzardando, se posso permettermi forseun po’ provocatoriamente, che, in fondo, vedo il supervisore come quella figurache, se da una parte si costituisce come punto di riferimento per il suo collega,dall’altra lo è nella misura in cui sa disporsi, per così dire, dalla partedell’isterica , dalla parte dell’analizzante, ricordando che la terapiapsicoanalitica è sempre una terapia dalla parte del paziente, per cui il suocompito è quello di saper far giungere al collega che ha in supervisione lastessa istanza che Emmy fece giungere a Freud: aspetti, stia zitto, non sipreoccupi di fare questo o quello col suo analizzante, lo ascolti!

 

Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 17 maggio 2026
Il fondamento di ogni relazione umana - che sia tale da permettere un autentico scambio dialettico interpersonale - è il riconoscimento dell'Altro come essere separato, dotato di un desiderio suo proprio e di una volontà autonoma. Il riconoscimento cioè che l'Altro è un altro da sé e non un altro di sé. Tuttavia, nei diversi contesti umani, questo riconoscimento dell'alterità dell'Altro non è garantita, non è scontatta. Perché? Perché spesso ci ritroviamo in relazioni nelle quali facciamo la dolorosa esperienza di non essere ascoltati, di non essere tenuti in debita considerazione, di non essere riconosciuti come soggetti dotati di una propria autonomia di pensiero? La psicoanalisi può mostrarcene le ragioni ed offrirci la possibilità di comprendere come e perché possano stabilirsi tali dinamiche, quali ne siano la logica e la struttura, e perché possono essere definite come perverse, allargando così il campo delle Perversioni da quello di certi comportamenti sessuali a quello di relazioni interpersonali caratterizzate dal rifiuto sistematico di riconoscere nella'Altro una soggettività sua propria, distinta e separata da sé. E' il Padre della Psicoanalisi, Sigmund Freud, ad individuare per primo il meccanismo centrale della perversione come Verleugnung, ossia, in italiano, come "diniego", "ripudio". Per Freud, il perverso è colui che si rifiuta di accettare la realtà della "castrazione", ovvero l'esistenza di un limite, di una mancanza, di una diversità irriducibile tra sé e l'Altro. La Verleugnung non è una semplice negazione, è di più, è una "doppia negazione": 𝑁𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑖 𝑚𝑎𝑛𝑐𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎, 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑠𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑒 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑚𝑒 𝑙𝑒 𝑎𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑚𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑖𝑜. È una posizione categorica e irriducibile di disconoscimento della realtà, e della verità oggettiva. Una posizione che, per essere sostenuta e conservata nella sua operazione di diniego, deve servirsi - questo è un punto importante - della scissione inconscia dell'Io, ossia della separazione e del disconoscimento di quella parte di sé che non può non riconoscere come stanno effettivamente le cose. Il diniego non è dell'ordine del delirio, non è una falsa verità, è l'odio per la verità e l'odio, prima che nei confronti dell'Altro e della sua verità, nei confronti di quella parte di sé che, riconoscendo la verità vera, non può ammetterla, ma solo trattenerla come una traccia crepuscolare. J acques Lacan riprende e approfondisce l'intuizione freudiana, spostando il focus dalla castrazione individuale a quella dell'Altro (il partner, la società, il linguaggio stesso). I l perverso non tollera che l'Altro sia "bucato" , mancante. Perché? Perché se l'Altro è incompleto e ha un proprio desiderio, allora può porre un limite al godimento del soggetto. Il perverso, invece, mira a un godimento assoluto, senza ostacoli. Non sopporta che il proprio godimento possa essere interdetto o messo in discussione dal desiderio dell'Altro. La sua missione diventa quindi quella di "tappare il buco" nell'Altro , di renderlo un partner completo, uno strumento prevedibile e funzionale al proprio godimento. Qui cogliamo la differenza cruciale con la struttura nevrotica. Se il perverso non tiene in alcun conto il desiderio dell'Altro, il nevrotico, al contrario, ne è talmente dominato da sottomettervisi completamente, al punto di dimenticare il proprio. Il nevrotico soffre immensamente del desiderio dell'Altro: lo riconosce, se ne fa carico, vi accondiscende o vi si ribella, ma non ne nega mai l'esistenza. Se la posizione del perverso nei confronti della mancanza dell'Altro è della d oppia negazione , quella del nevrotico è di un doppio riconoscimento : sia del desiderio dell'Altro, che della propria sofferenza nel temere di non potervi aderire del tutto. Tuttavia, questo doppio riconoscimento, per quanto doloroso, apre a una dialettica possibile con l'Altro. Nel preverso, invece, il diniego radicale delle ragioni dell'Altro chiude ad ogni possibile dialogo. Se il nevrotico è in una relazione dialettica infinita con l'Altro, il perverso se ne tira radicalmente fuori: valgono solo le sue ragioni. Il perverso non nega semplicemente la volontà dell'Altro, nega la validità stessa della sua esistenza come soggetto pensante e desiderante. In questo modo, il perverso confonde e fa vacillare la realtà dell'interlocutore, imponendo la propria come l'unica verità possibile. Questo è il cuore della posizione di godimento del perverso: l'annullamento della differenza. Una posizione che può sfociare in vere e proprie tragedie, come il fenomeno dello Stalking o dei femminicidi, nei quali viene soppressa, non la volontà dell'Altro, ma l'Altro stesso in quanto soggetto di una volontà diversa e intollerabile E tuttavia, spesso, la relazione perversa non è unilaterale, ma si nutre di una complicità inconscia. I due partner creano un "patto diabolico" in cui entrambi collaborano per distruggere la castrazione, la mancanza, in sé stessi e nell'altro. Il desiderio, che nasce dalla mancanza e fonda l'amore, viene sostituito dai godimenti complementari ldei due partner: Il godimento di chi plagia si incastra perfettamente con il godimento di chi si lascia plagiare, in un gioco che scongiura il rischio evidentemente più temuto, quello di amare davvero, ovvero di accettare l'incompletezza reciproca. In conclusione, la perversione non è solo una categoria diagnostica, ma una modalità relazionale che si basa sul disconoscimento della separazione fondamentale tra sé e l'Altro. È perverso ogni atteggiamento, individuale o collettivo, che neghi la legittimità delle istanze altrui per proteggere un godimento soggettivo. La Storia offre esempi terrificanti di questa logica: l'Inquisizione, le crociate, i totalitarismi. Sono tutti sistemi che si fondano sull'imposizione di un'unica Verità e sulla sistematica, violenta eliminazione di ogni posizione discordante. Sono la manifestazione di un rifiuto radicale di quella differenza che, invece, è il fondamento stesso dell'amore e della vita.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 10 maggio 2026
La tesi più radicale e spesso fraintesa di Jacques Lacan è quella che egli riassume nel celebre aforisma: 𝑛𝑜𝑛 𝑐'𝑒̀ 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. Questo non significa, banalmente, che gli esseri umani non facciano sesso tra di loro o che non vi siamo atti sessuali. Significa qualcosa di molto più profondo, ossia che non esiste una formula, un codice naturale che possa scrivere la relazione tra un sesso e l'altro, che possa prestabilirla una volta per tutte, che possa predeterminarne l'armonia, garantirne il funzionamento ottimale e il successo. Non esiste una matematica del sesso umano, una sua scrittura, tanto nella biologia, quanto nell'inconscio stesso. A differenza degli animali, guidati dall'istinto che crea un rapporto fisso e funzionale alla specie, l'essere umano, essendo immerso nel linguaggio, ha perso per sempre questa bussola biologica. Siamo 𝑝𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎, e questo ha due conseguenze fondamentali. In primo luogo, 𝐼𝑙 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒: non ci accoppiamo, mettiamo in scena una fantasia. Non desideriamo l'Altro in sé, ma l'oggetto causa del nostro desiderio ((𝑜𝑔𝑔𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑎)) che presumiamo l'Altro possegga. Ogni atto sessuale non è un incontro tra due nature che si completano, ma un complesso dialogo tra due mondi inconsci, due fantasie che solo per un breve istante possono sperare di sovrapporsi, senza mai combaciare del tutto. Il sesso allo 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑢𝑟𝑜 è impossibile perché la parola si è insinuata tra noi e il reale del corpo, rendendo ogni esperienza irrimediabilmente soggettiva e filtrata dal significato. In secondo luogo, i rispettivi godimenti non sono complementari. Non esiste un godimento "della coppia" che nasca dalla fusione di due metà. Esiste il godimento di un soggetto e il godimento di un altro soggetto. L'idea di 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑢𝑛𝑜 è l'illusione per eccellenza. Prova ne è la persistenza dell'autoerotismo: una parte del godimento del corpo resta sempre privata, solitaria, non condivisibile e non traducibile nel linguaggio dell'Altro, irrimediabilmente esclusa dalla dialettica discorsiva dell'amore. 𝑂 𝑠𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎 𝑜 𝑠𝑖 𝑔𝑜𝑑𝑒, potremmo dire, estremizzando i due registri, del reale del corpo e del simbolico del linguaggio È il 𝑔𝑜𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑈𝑛𝑜, che resiste all'ingresso nel legame a due. A questo punto, cosa riempie il vuoto lasciato dall'assenza di un 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 scritto dalla natura? 𝐋'𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞. Lacan afferma che 𝑙'𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑝𝑒𝑟𝑖𝑠𝑐𝑒 𝑎𝑙𝑙'𝑎𝑠𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. L'amore è il discorso, l'invenzione, la costruzione poetica con cui tentiamo di dare un senso a questo 𝑛𝑜𝑛-𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜. È il legame che si sforza di creare un ponte sull'abisso che separa due godimenti. Mentre il sesso rivela la disgiunzione fondamentale, l'amore è la promessa (sempre illusoria, ma necessaria) che un'unione sia possibile, che il godimento dell'Altro possa essere compreso e condiviso, che da due si possa davvero diventare Uno. Amare, in questa prospettiva, diventa un atto etico di straordinaria complessità. Non significa trovare 𝑙'𝑎𝑙𝑡𝑟𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑙𝑎 di Aristofane che ci completa. Amare significa tollerare la crepa che ci divide dall'Altro, accettare che l'Altro rimarrà sempre un mistero, con un nucleo di godimento inaccessibile. Amare significa amare la mancanza dell'Altro (𝑎𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 ℎ𝑎, dice Lacan), significa saperci fare con il reale del sesso, ossia vivere la sessualità non con la pretesa di una fusione totale, ma con la consapevolezza della distanza, trovando una meraviglia proprio in quel tentativo, sempre rinnovato e sempre parzialmente mancato, di toccare l'irraggiungibile alterità dell'Altro. Perché questa coesistenza di unione (l'amore) e disgiunzione (il sesso) sia possibile e sostenibile in una coppia, occorre che entrambi i partner dispongano di un Significante speciale, che presiede a tutti i significanti, e che Lacan chiama il 𝐅𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐢𝐦𝐛𝐨𝐥𝐢𝐜𝐨, vale a dire quell'iscrizione etica che orienta il desiderio e disciplina il godimento. L'amore diventa allora quella meravigliosa e talvolta infernale invenzione che ci permette di 𝑓𝑎𝑟 𝑓𝑖𝑛𝑡𝑎" 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑎, e in questo far finta si gioca tutta la ricchezza, la tragedia e la bellezza della vita umana. @follower Per approfondire: https://www.egidioerrico.com/cosa-la-psicoanalisi-ha-da-dire-sullamore-e-sul-sesso
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 9 maggio 2026
La madre porta con sé il segreto indicibiledel significato del proprio bambino
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 23 aprile 2026
IL DESIDERIO È SEMPRE PER UN CORPO, L'AMORE È SEMPRE PER UN NOME, IL NOME DI QUEL CORPO . Il titolo, sebbene non sia una citazione letterale di Lacan, è una sintesi del suo insegnamento sulla complessa dialettica tra amore e desiderio. Approfondiamo l’argomento, mantenendoci all’interno della teoria lacaniana. L'aforisma del titolo si scompone in due movimenti principali che si unificano nel finale. 1. Il Desiderio è sempre per un Corpo. Per Lacan, il desiderio (désir) non è né il bisogno (biologico, che può essere soddisfatto, come la fame) né la domanda (la richiesta articolata all'Altro, che è sempre una domanda d'amore). Il desiderio nasce proprio dallo scarto tra il bisogno e la domanda. È un resto, un'eccedenza, ed è per sua natura inconscio, indistruttibile e metonimico: scivola incessantemente da un oggetto all'altro senza mai trovare un appagamento definitivo. Cosa significa che è per un corpo? In primo luogo che il desiderio non si rivolge alla persona colta nella sua totalità, ma è innescato da un "oggetto parziale", quello che Lacan chiama “oggetto piccolo a” (objet petit a). Questo non è un oggetto reale che si può possedere, non è un oggetto meta del desiderio, ma ne è la causa fantasmatica. Il corpo dell'altro diventa il luogo, il palcoscenico, in cui immaginiamo di poter trovare questo oggetto perduto: uno sguardo, una voce, un seno, un certo modo di muoversi. Il corpo è il supporto materiale del nostro fantasma fondamentale. In secondo luogo che il desiderio si muove prevalentemente nel registro dell'Immaginario. Desideriamo l'immagine dell'altro, il corpo come Gestalt, come forma che promette una completezza che a noi manca. È una relazione duale: "io" desidero "quel corpo" perché immagino che possa colmare la mia mancanza (manque-à-être). Infine perché, in quanto legato all'oggetto parziale e all'immagine, il corpo del desiderio è, per il suo carattere metonimico, intercambiabile . Finito l'incanto di un corpo, il desiderio può facilmente spostarsi su un altro che sembra incarnare meglio, o in modo nuovo, l'objet petit a. Il desiderio è seriale. In sintesi, con la prima parte dell'aforisma volio dire che il desiderio è radicato nella pulsione, si aggancia a frammenti del corpo dell'altro e opera in una logica di consumo e sostituzione, senza mai raggiungere una vera soddisfazione. 2. L'amore è sempre per un Nome, il Nome di quel Corpo. Qui la prospettiva cambia radicalmente. L' amore , a differenza del desiderio, si colloca nel registro del Simbolico . Il "Nome" non è da intendersi come il semplice nome anagrafico, ma ha una precisa valenza simbolica: è il modo attraverso cui i nostri genitori hanno deciso come saremo riconosciuti nella nostra singolaritàtà e insostituibilità. È la funzione simbolica che iscrive un soggetto in un ordine, in una genealogia, in una storia. Il Nome rappresenta l'unicità irriducibile del soggetto, la sua particolarità assoluta all'interno del linguaggio e della cultura di appartenenza. Il Nome è ciò che fa di un esistenza biologica un essere umano, che imprime alla nuda vita il carattere dell'eternità : di ognuno di noi muore il corpo, ma non il Nome. Quel Nome che fa di un individuo quel soggetto e non un altro. Amare qualcuno significa amare questa sua singolarità, questo suo "Nome": l ’amore è sempre per un nome , dice Lacan. L'amore è il movimento che permette di superare la visione dell'altro come mero corpo-oggetto per riconoscerlo come soggetto. Si ama la sua mancanza, la sua "castrazione" simbolica, la sua finitezza. Come dice Lacan, amare è dare ciò che non si ha . Si offre la propria mancanza alla mancanza dell'altro, creando un legame che non si basa sul possesso ma sul riconoscimento reciproco di un'incompletezza. Si ama il Il Nome di quel Corpo vuole indicare la congiunzione cruciale dell'amore a quel corpo e solo a quel corpo. L'amore non è un'astrazione platonica. È l'atto che salda la singolarità simbolica (il Nome) a un corpo particolare e contingente . L'amore opera una sorta di "miracolo": fa sì che tra tutti i corpi desiderabili del mondo, uno solo diventi insostituibile. Perché? Perché quel corpo diventa il significante del Nome che amiamo. Il corpo cessa di essere un oggetto intercambiabile e diventa l'incarnazione necessaria di quella soggettività unica. L'aforisma descrive dunque la funzione dell'amore come ciò che àncora il desiderio e che, come dice Lacan, lo umanizza. Senza amore, il desiderio è condannato a un'erranza infinita, a una ricerca senza fine del corpo perfetto che possa incarnare l'objet a , una ricerca destinata al fallimento e alla ripetizione. È la logica del Don Giovanni: ogni corpo è desiderabile ma nessuno è indispensabile. L'amore interviene a interrompere questa catena metonimica. Opera una metafora : la sostituzione di un significante con un altro. Il corpo dell'amato viene elevato a significante dell'unicità assoluta del soggetto. L'amore dice: " Desidero questo corpo non perché ha questo o quel frammento che cattura la mia pulsione, ma perché è il corpo di questo Nome, di questa persona unica che per me non ha eguali ". In questo modo, l'amore non nega il desiderio, ma lo riorienta, lo stabilizza. Permette di desiderare sempre lo stesso corpo, non per abitudine, ma perché in quel corpo si continua a incontrare il mistero e l'unicità del Nome amato.  L'amore è ciò che permette il passaggio dal desiderio di un corpo al desiderio di quel corpo, il corpo che porta con sé il segno indelebile di un Nome.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 20 aprile 2026
Accostarsi alla clinica psicoanalitica, in particolare quella di orientamento lacaniano, non può, a mio avviso, prescindere da una comprensione approfondita di alcuni concetti fondamentali: Divisione Soggettiva, Desiderio, Fantasma Fondamentale, Pulsione, Ripetizione, Godimento. Questi termini non solo devono essere esplorati singolarmente, evidenziandone le specificità e i caratteri distintivi, ma è cruciale che vengano anche analizzati nelle loro interrelazioni strutturali e dinamiche. Solo così potremo evitare confusioni e comprendere come questi elementi concorrono alla definizione delle tre strutture psicopatologiche: Nevrosi, Perversione e Psicosi. L’incontro di oggi si propone di chiarire questi concetti, affinché possano fungere da fondamenta solide per una conoscenza più ampia e articolata della clinica psicoanalitica. Divisione Soggettiva Al cuore della psicoanalisi lacaniana non c'è una teoria astratta e conclusa, ma una domanda radicale e aperta sulla sofferenza umana . Una domanda che parte da un'esperienza che tutti, in qualche modo, conosciamo: perché siamo così spesso attraversati dalla dolorosa sensazione di essere divisi, lacerati? Perché spesso ci sorprendiamo per una parola che non pensavamo di pronunciare, per un gesto, un’azione che non ci aspettavamo di compiere o per una decisione che mai avremmo voluto prendere? Perché siamo così spesso attraversati dalla sensazione che ciò che diciamo di noi stessi non esaurisca mai completamente ciò che siamo, o meglio, ciò che pensiamo di essere? Per Cartesio io sono dove penso di essere, anzi io sono perché penso. Questa certezza dell’essere in quanto pensante, questa coincidenza assoluta dell’Io con il suo pensiero, e con il soggetto in cui ognuno si riconosce come essere, dominerà il pensiero moderno per circa trecento anni, ossia dal 1600 fino alla fine del 1800, quando il genio di Freud, con la scoperta dell’inconscio, non darà un colpo decisivo al cogito cartesiano. Forse vale la pena di soffermarci un attimo su questa linea evolutiva, perché in essa possiamo ravvisare le radici della nascita della psicoanalisi, ossia un percorso che va da un soggetto padrone di sé a un soggetto "parlato" e diviso, un’evoluzione cruciale nella storia del pensiero occidentale: il progressivo decentramento del soggetto rispetto al pensiero e al linguaggio, il passaggio graduale dalla certezza all'incertezza, dalla trasparenza all'opacità del soggetto. Un passaggio che si compie in tre tappe fondamentali. 1. Cartesio: Il Soggetto della Certezza e del Pensiero Trasparente Il punto di partenza è il soggetto cartesiano . Con il suo celebre Cogito ergo sum ("Penso, dunque sono"), Cartesio fonda l'esistenza del soggetto sulla sua capacità di pensare: sul piano del pensiero , il soggetto è il padrone assoluto del proprio pensiero . L'"Io" è una sostanza pensante ( res cogitans ), pienamente cosciente e trasparente a se stessa. Il pensiero è ciò che definisce il soggetto e ne garantisce la certezza. S ul piano del linguaggio , il soggetto che parla è sempre preceduto dal pensiero, il soggetto dice sempre quello che pensa e pensa sempre quello che dice: Il linguaggio allora assume un valore secondario rispetto al pensiero, è uno strumento che serve a comunicare un pensiero che si è già formato, chiaro e distinto, nella mente del soggetto. È un'espressione controllata e assolutamente consapevole della coscienza. In sintesi, per Cartesio l'equazione è: Io penso → Io sono . Il soggetto precede e domina sia il pensiero che il linguaggio, avendo di entrambi piena padronanza. 2. Freud: la Frattura del Soggetto e l'emergere dell'Inconscio Con Freud, questo edificio di certezze crolla . La scoperta dell'inconscio rappresenta la prima, grande ferita narcisistica al soggetto cartesiano: il soggetto non è più padrone in casa propria . Il pensiero cosciente (l'Io) è solo la punta di un iceberg. La vera forza motrice sono i pensieri inconsci , i desideri e le pulsioni che sfuggono al suo controllo. Il soggetto è "agito" da un pensiero che non conosce . Il linguaggio, allora, smette di essere uno strumento docile e diventa la via d'accesso privilegiata all'inconscio : lapsus, sogni, motti di spirito non sono errori, ma manifestazioni di una verità del soggetto che la coscienza ignora . Il linguaggio tradisce il soggetto, ma nel tradirlo, lo rivela. L'equazione freudiana è più complessa: Io sono dove un pensiero inconscio si manifesta . Il soggetto è decentrato tra conscio e inconscio. 3. Lacan: Il Soggetto come effetto del linguaggio Jacques Lacan porta la rivoluzione freudiana alle sue estreme conseguenze , integrandola con la linguistica strutturale. Se per Freud l'inconscio si esprime attraverso il linguaggio, per Lacan l'inconscio è strutturato come un linguaggio . Lacan rovescia radicalmente Cartesio: "Io penso dove non sono, dunque sono dove non penso" . Il pensiero non appartiene al soggetto; il soggetto emerge nel "luogo dell'Altro ", cioè nella struttura preesistente del linguaggio e delle sue leggi. Il soggetto non esiste prima del linguaggio , ma è un suo effetto . Entrando nel linguaggio (l'ordine simbolico), l'essere vivente viene "mortificato", diviso, e si costituisce come soggetto mancante, barrato (scritto $). Non siamo noi a parlare il linguaggio, ma è il linguaggio che ci parla. Il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante. Per Lacan, l'equazione definitiva è: Il linguaggio parla → Io sono (come effetto diviso) . Tutto l’insegnamento lacaniano ruota intorno alla questione del soggetto diviso in quanto effetto del linguaggio . Attraverso di esso Lacan ne cerca le ragioni, le formula, le argomenta, le mette in logica fino ad arrivare a stabilire che l’entità radicale e irriducibile della struttura del Soggetto umano non è la sintesi, ma la divisione , offrendoci al tempo stesso una mappa per esplorarla, per comprenderla e per studiarne le diverse implicazioni nella sofferenza psichica e nella clinica. L’Ordine del Simbolico e il Linguaggio 1. Da una parte , c'è il mondo in cui viviamo: l'universo del Simbolico . È il mondo del linguaggio, delle regole sociali, delle aspettative degli altri e delle nostre stesse parole. È il patto che ci rende esseri umani in una comunità. Il con-tratto che sottoscriviamo per ottenere il diritto di essere ammessi nella civiltà . Il trattino col quale ho scomposto il termine contratto è per sottolineare che gli esseri umani sono nel simbolico con tratto: questo tratto è la parola e dunque Il contratto si fonda sulla parola: un tratto che non si limita a descrivere, ma lega . È l'atto con cui il dire diventa un vincolo. È esattamente questo che Lacan vuole intendere quando dice che il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante: Il significante , per Lacan, va inteso infatti come il tratto della parola e tra le parole. Non è semplicemente la parola nel suo uso comune. È, prima di tutto, un tratto, un marchio, un'iscrizione. Lacan lo chiama trait unaire (tratto unario). È un segno che non ha un significato intrinseco, ma che serve a produrlo , e a differenziare, a marcare una differenza. Proprio come il "tratto" di una firma su un contratto . In altri termini, la parola che rappresenta un soggetto è un tratto (il primo significante, S1) che, per poterlo rappresentare, deve necessariamente legarsi a un altro tratto (un altro significante, S2), un altro soggetto. Il soggetto, allora, non è la fonte di questo legame, ma il suo effetto . Emerge proprio da questo contratto tra parole, in quello spazio vuoto che la catena dei significanti crea e al tempo stesso designa . Il contratto, quindi, non è qualcosa che il soggetto stipula, ma è l'atto stesso che lo costituisce ." Questo è il lato del Simbolico, dove il Soggetto si costituisce in quanto tale sotto la legge del Significante, dove il Soggetto, avendo subito la castrazione ad opera del Significante, è mancante-a-essere e dunque attraversato dal desiderio. L’Ordine del Reale e il Corpo 2. Dall'altra parte , c'è ciò che al mondo del linguaggio sfugge e si sottrae al significante. Ripensiamo al linguaggio come una rete fatta dalle parole tenute insieme dai significanti che la percorrono in lungo e in largo : con essa peschiamo le cose del mondo in cui viviamo, diamo loro un senso, un nome e in questo modo, dal mondo in cui viviamo, attraverso il linguaggio, ritagliamo, costruiamo la realtà che ci riguarda. La rete del linguaggio ha però dei buchi: c'è sempre qualcosa che essa non riesce a catturare, ma che comunque lascia intravedere, che rivela in qualche modo come l’Altra cosa , come l’ impossibile a dirsi . Questo impossibile è il Reale , che non è la "realtà", ma ciò che nella realtà non entra : il buco nella realtà simbolica che ci costruiamo con le parole e sottomettiamo alla legge del significante . Questa rete delle parole lungo la quale camminano i significanti, con i buchi che i significanti non riescono a coprire è esattamente quello che chiamiamo il Campo freudiano . Ossia il Campo dell’esperienza umana, e dunque anche il campo in cui opera la Psicoanalisi. Un Ponte: L’Immaginario Esiste un terzo registro, quello dell’ Immaginario , ma voglio tenerlo per ora in disparte perché lo ritroveremo più avanti come quel velo, quella “toppa” attraverso cui cerchiamo di mettere riparo alla spaccatura attraverso cui ci dividiamo tra il Simbolico ed il Reale, il registro attraverso cui cerchiamo di congiungere il mondo del linguaggio (Simbolico) a quello dell’impossibile a dirsi Reale). È il registro delle immagini, delle identificazione, dell'ego. È il regno della forma, della fusione, della rivalità e della relazione speculare (io/altro). Si forma a partire dallo "stadio dello specchio", dove il bambino si identifica con la propria immagine, creando un'illusione di totalità. Il Soggetto del Desiderio: La Mancanza-a-Essere È proprio da questa fessura insanabile che scaturiscono due delle forze più potenti della nostra vita : il desiderio, che punta al simbolico e al liguaggio, e il godimento, che punta al reale, al corpo, alla pilsione . Questa divisione si manifesta nella tensione costante tra ciò che possiamo esprimere a parole, il registro del Simbolico , e un'esperienza più profonda e inafferrabile che ci sfugge, il Reale . Il desiderio, in quest'ottica, non è la semplice ricerca di un oggetto, ma è l'espressione stessa di questa mancanza costitutiva: desiderare, per Lacan, significa essere intrinsecamente incompleti, essere mancanti-a-essere, come lui dice. Questo apre ad un paradosso, che Lacan, prende da Sartre: per essere occorre riconoscersi nella propria mancanza ad essere, che ci aliena dal nostro esistere in quanto pieni. Essere ci impedisce di riconoscersi nel nostro esistere. Allo stesso tempo, questa condizione è la radice della nostra sofferenza. Per diventare un "soggetto che desidera", è necessario accettare una perdita originaria, un concetto che Lacan, sulla scia di Freud, definisce " castrazione simbolica ". Non si tratta di un evento fisico, ma dell'abbandono dell'illusione infantile di essere completi. In fondo, il percorso per diventare esseri umani consapevoli implica proprio questo passaggio: nasciamo come organismi biologicamente "pieni", ma per acquisire una coscienza di noi stessi in quanto “esseri” dobbiamo barattare quella pienezza istintiva con una condizione di "mancanza-ad-essere ". Questa Divisione Soggettiva non è un'idea astratta, ma si rivela costantemente in quegli "inciampi" che costellano la nostra vita quotidiana : un lapsus, un sogno incomprensibile o un improvviso vuoto di memoria. Ad esempio, quando una persona in analisi ci dice "ora non mi viene in mente più nulla", non sta tanto opponendo resistenza, quanto piuttosto mostrando la sua fessura soggettiva, una porta che si apre sull'inconscio come l'impossibile da dire: è un punto di rottura, di interruzione, un taglio, una coupure, della catena sanicante, dove ci sorprende il soggetto che veramente siamo, ma che non conosciamo. Di fronte a questi "buchi", l'approccio della psicoanalisi lacaniana si distingue nettamente da altre terapie. L'obiettivo non è quello di "tappare la falla" o rafforzare l'Io per creare un'illusione di completezza, ma piuttosto di aiutare la persona a navigare l'esistenza proprio a partire da quella mancanza. Si tratta di imparare a "farsene qualcosa", a trovare una nuova posizione che trasformi quella crepa da fonte di paralisi a motore della propria vita. Questo processo si svolge nella dialettica del linguaggio , dove però le nostre parole non riescono mai a contenere pienamente il desiderio che le muove. Proprio per questo, il soggetto non può nominarlo fino in fondo e si rivolge all'Altro – l'analista, la società – sperando che sia lui a riconoscerlo e a dargli un senso, in un dialogo in cui si parla senza sapere del tutto cosa si sta dicendo, né chi sia veramente quell'Altro al quale si sta dicendo. Il Soggetto del Godimento: La Pulsione Se dal lato del Simbolico troviamo il soggetto del desiderio, radicato nel linguaggio, dall'altro, nel campo del Reale, il discorso cambia radicalmente. Qui, dove si manifesta " il buco del Rreale nel Sapere del Simbolico", il soggetto e la sua domanda perdono di significato, quasi si annullano, per lasciare spazio alla Pulsione, che Lacan designa con la formula ($◇D) . In questa dimensione , il corpo non è più un'unità, ma un insieme di zone erogene, di orifizi che diventano luoghi di taglio . È qui che il soggetto si confronta con la propria mancanza costitutiva, emergendo come quella “ entità acefala ", che è la Pulsione , ossia il soggetto senza testa e senza domanda, che, come la coda di una lucertola che, sebbene recisa, continua a muoversi, agisce senza un'intenzione chiara, in un ciclo che non mira a colmare un vuoto . Si trova in uno spazio tanto lontano dalla parola, da non sospettare di essere lui, lì, a "parlare" attraverso il suo corpo. Quindi possiamo dire che, mentre il soggetto del desiderio parla senza sapere quello che dice, il soggetto della pulsione parla senza saper che è lui a parlare. Questo soggetto è costantemente alla ricerca dell'oggetto perduto del corpo, l' oggetto del godimento . Si tratta degli oggetti parziali freudiani (orale, anale), ai quali Lacan aggiunge lo sguardo, la voce e, infine, il "niente". Il paradosso tragico è che questa ricerca è destinata a fallire, perché l'oggetto che il soggetto cerca è il soggetto stesso, in quanto parte perduta del proprio corpo: “ E' il soggetto in quanto oggetto perduto del soggetto, che il soggetto cerca in quanto oggetto perduto del corpo” (A. Eddelsztein). È in questi "buchi" del corpo, in questa apparente mancanza, che si colloca il Godimento del corpo sganciato dal simbolico e dall’immaginario: non si accede più al godimento della parola, non si accede più al godimento dell’Altro, il godimento rimane godimento della pulsione nel corpo, senza argine, senza fine, distruttivo: la pulsione di morte, l’al di là del principio di piacere è proprio questo godimento fine a se stesso che non vuole sapere altro se non di ripetersi. Questo tipo di godimento non va inteso come semplice piacere o soddisfazione, e nemmeno come sofferenza. È piuttosto il luogo vuoto in cui il soggetto si annida, facendosi inconsapevolmente l'oggetto che desidera ma che non può mai possedere , poiché un soggetto non può ritrovarsi da solo come oggetto. Da qui nasce il ciclo incessante della ripetizione, che rappresenta il godimento del punto più intimo e problematico del suo essere. Lo scopo della psicoanalisi è quello di smuovere il soggetto da questo godimento mortifero per aprirlo alla possibilità di un desiderio nuovo . In sintesi, sia a livello del desiderio (nel linguaggio) sia a livello del godimento (nel corpo), il soggetto si costituisce e si definisce sempre nel suo rapporto con l' oggetto piccolo (a) , che funge da causa del desiderio o da oggetto parziale della pulsione. Il Soggetto in Bilico: Tra il Desiderio e la Pulsione Al cuore del pensiero di Jacques Lacan troviamo quindi un soggetto profondamente diviso , costantemente in bilico tra due forze potenti e opposte: il Desiderio e la Pulsione . Ma come può l'individuo sostenersi su questa frattura costitutiva, senza precipitare nell'angoscia? Da un lato, c'è l'abisso del Desiderio , una mancanza fondamentale che ci spinge a interrogarci e a rivolgerci all'Altro attraverso il linguaggio . Dall'altro, c'è il vuoto della Pulsione , una forza che emerge dal corpo e ci spinge incessantemente verso un godimento enigmatico , che Lacan chiama Jouissance. L'essere umano è irriducibilmente teso tra queste due logiche eterogenee. La risposta di Lacan a come il soggetto riesca a non frammentarsi si sviluppa lungo tutto il suo insegnamento e si fonda su due "stampelle" fondamentali, due costruzioni psichiche che offrono un sostegno su ciascun versante di questa divisione. Le Due Stampelle del Soggetto 1. Il Fantasma Fondamentale ($ <> a): La Cornice del Desiderio. Sul versante del linguaggio e del rapporto con l'Altro, la stampella è il Fantasma Fondamentale . Se il desiderio è un abisso, il fantasma è la cornice, la finestra che il soggetto costruisce per affacciarsi su quel vuoto senza caderci dentro . È una sorta di "sceneggiatura" inconscia che fornisce una risposta immaginaria alla domanda fondamentale: "Che cosa vuole l'Altro da me?" (Che vuoi?). La celebre formula lacaniana $ <> a descrive proprio questo: mette in relazione il soggetto diviso ( $ ) con l'oggetto piccolo a ( a ), ovvero l'oggetto-causa del desiderio, un resto inassimilabile. Nel fantasma, questo oggetto viene collocato illusoriamente nel luogo di un possibile ritrovamento, di una soddisfazione immaginaria. Sebbene l'oggetto a non possa mai essere veramente posseduto (è causa, non meta), questa finzione dà consistenza al desiderio, gli conferisce una realtà psichica e permette al soggetto di orientarsi nel mondo e di amare . Questa è la logica alloerotica: un rapporto con l'Altro mediato dal linguaggio e dall'immaginario. 2 . La Pulsione: Il Circuito del Godimento. Sul versante del corpo, la logica è completamente diversa: non è relazionale, ma solitaria . A differenza del desiderio, la pulsione non cerca un oggetto per colmare una mancanza. Al contrario, essa gira a vuoto attorno a un oggetto irrimediabilmente perduto. Il suo scopo non è il piacere o la soddisfazione, ma la Jouissance (il Godimento). Si tratta di una soddisfazione paradossale, spesso intrisa di sofferenza, che deriva dalla ripetizione stessa di questo circuito . È un godimento che si nutre del fallimento nel raggiungere l'oggetto, un moto perpetuo attorno a un vuoto. Un godimento che gira all’infinito esclusivamente nel reale del corpo, attraverso la pulsione e la sua ripetizione, non arginato dal simbolico, né rivolto all’Altro immaginario. Una coazione a ripetersi che, paradossalmente, si soddisfa della sua insoddisfazione, come dimostra la S ublimazione. La logica della pulsione è quindi autoerotica e autistica . Il godimento è sempre individuale, non condivisibile. Questo porta alla celebre massima di Lacan: " Non c'è rapporto sessuale ". Non significa che gli atti sessuali non avvengano, ma che non esiste una formula, una norma simbolica che possa unire e armonizzare il godimento di due soggetti in un "Tutto ". L'incontro sessuale è sempre un incontro tra due solitudini, tra due fantasmi. La pulsione, con la sua inesorabile ripetizione, è dunque l'altra stampella che sostiene il soggetto sul vuoto del proprio godimento. I l Soggetto Diviso: un Funambolo tra Due Abissi L'immagine che ne emerge è quella di un funambolo che cammina su una corda tesa. · Da un lato, si protende verso l'Altro, sostenuto dalla finzione del fantasma, alla ricerca di un senso e di un legame . · Dall'altro, è ripiegato su se stesso dalla pulsione, incatenato alla ripetizione di un godimento solitario che sancisce l'impossibilità di una fusione completa. Vivere significa navigare costantemente tra la ricerca di significato nel legame con l'Altro e l'incontro con il non-senso di un godimento che ci isola. Un Dialogo Incessante tra Linguaggio e Corpo. Questa divisione, tuttavia, non implica una separazione netta. Esiste uno scambio continuo tra il Simbolico (linguaggio) e il Reale (corpo): 1.Dal linguaggio al corpo: I significanti si "incarnano", producendo effetti sul corpo. La figura clinica che lo rappresenta è il sintomo isterico , dove un conflitto psichico si "converte" in una manifestazione somatica. 2. Dal corpo al linguaggio: La pulsione, radicata nel reale del corpo, "sessualizza" il pensiero e la parola. L'emblema di questo processo è il sintomo ossessivo , dove la sessualità impregna la catena significante. Il significante avvolge l’isterica nel corpo e l’ossessivo nel pensiero. Questa interdipendenza ci porta a una conclusione fondamentale: nell'essere umano, non esiste una sessualità "pura" o istintiva, così come non esiste un pensiero che non sia, in qualche modo, toccato dalla pulsione . Il significante e la pulsione hanno irrimediabilmente allontanato l'essere parlante dalla sua presunta animalità originaria. L'illusione di un rapporto di "solo sesso" si scontra con il fatto che, per l'essere umano, il sesso è sempre mediato dalle parole, dai fantasmi e dall'impossibilità di un rapporto senza resti. Conclusione: La Direzione della Cura e l'Etica dell'Atto Analitico Siamo partiti, nel nostro percorso, da un'evidenza clinica tanto radicale quanto ineludibile: la divisione del soggetto . Abbiamo visto come l'essere umano sia costitutivamente in bilico, teso tra l'universo del Simbolico – il campo della parola, della domanda e del desiderio rivolto all'Altro – e l'irruzione del Reale, la dimensione acefala della pulsione, della ripetizione e di quel godimento solitario e non condivisibile che Lacan chiama Jouissance . Ma giunti a questo punto, la domanda si impone con urgenza: quali sono le implicazioni di questa divisione fondamentale per la nostra pratica? Se il soggetto è spaccato, può la posizione dell'analista rimanere monolitica, uguale a se stessa? La risposta è, necessariamente, no. La direzione della cura non è una tecnica standardizzata, ma una posizione etica che deve sapersi modulare a seconda del versante della divisione soggettiva in cui si trova a operare. 1. Sul versante del Simbolico , nel regno della dialettica del desiderio, l'analista è convocato nel luogo del transfert come Soggetto Supposto Sapere . L'analizzante si rivolge a lui con una domanda di senso, sperando che l'Altro possa finalmente nominare, riconoscere e interpretare il suo desiderio. Infatti, qui, il nostro strumento principe è l' interpretazione , in particolare quella metaforica , che apre a nuove catene significanti. Ma è un'arte sottile: il nostro compito non è "dare un troppo di senso", non è tappare il buco con un sapere posticcio che andrebbe solo a suturare la ferita e a rafforzare l'Io. Al contrario, l'interpretazione deve mirare a preservare quello spazio vuoto, quell'intervallo tra un significante e l'altro, perché è solo in quella fessura che il soggetto dell'inconscio può finalmente emergere, sorprendersi e farsi sentire , può cioè venir fuori quel soggetto come Altra cosa , rispetto a quello che si suppone essere. Per questo l’interpretazione deve essere sempre anche metonimica . 2. Ma quando ci spostiamo sul versante del Reale , dove vige la logica ferrea della pulsione di ripetizione, il registro cambia drasticamente. Qui non c'è più una domanda di sapere, ma un circuito di godimento che si auto-sostiene nel suo stesso fallimento. Il transfert, di conseguenza, non si istituisce più sul sapere, ma si configura come un transfert sul godimento . L'analista non è più colui che sa, ma colui che - lungi dall’essere solo il sembiante dell’oggetto piccolo a - lo incarna, suo malgrado, facendone, non più l’oggetto causa del desiderio, ma l’oggetto reale di quel godimento mortifero . In questo contesto, l'interpretazione metaforica perde la sua efficacia; non c'è più un senso da svelare, ma un ciclo da interrompere [1] È qui che interviene l' atto analitico nella sua funzione più pura: quella del taglio . L'atto non è una parola, ma un'azione che opera una cesura nel reale , che spezza la catena della ripetizione e separa il soggetto da quel godimento che lo imprigiona . Che si tratti di una scansione della seduta, di un silenzio o di un intervento spiazzante, l'atto mira a introdurre una discontinuità là dove regnava la coazione a ripetere. [ Vediamo dunque come il transfert lacaniano, in entrambe le sue modulazioni, si fondi sempre su una logica di separazione e alienazione , e mai di identificazione o di semplice ripetizione speculare. L'obiettivo non è conformare il soggetto a un modello, ma permettergli di separarsi da ciò che lo aliena: che sia l'Altro del Simbolico o l'oggetto del godimento nel Reale. In conclusione, dirigere una cura significa saper danzare su questa faglia soggettiva , sapendo quando interpretare per aprire al desiderio e quando tagliare per arginare il godimento . La pratica della psicoanalisi non è il frutto di una tecnica bene appresa e bene applicata, ma un’etica che ci impone di non essere mai uguali a noi stessi, proprio perché il soggetto che abbiamo di fronte non è mai uno, ma irriducibilmente diviso. [1] Perché mantenere la posizione di sembiante di oggetto a come causa del desiderio e non di incarnarlo come oggetto a di godimento nel reale, è fondamentale nella "direzione della cura"? Perché solo se l'analista, attraverso il suo silenzio, le sue domande e le sue interpretazioni, si posiziona deliberatamente nel luogo enigmatico della parvenza, della finzione, del sembiante appunto, dell’oggetto piccolo a, senza incarnarlo realmente, solo se lascia questo posto vuoto, può diventare il perno del transfert: l'analizzante può proiettare sull'analista la funzione di "colui che sa" e, soprattutto, di "colui che possiede" quell'oggetto prezioso (agalma, come lo chiama Lacan nel Simposio di Platone) che si presume possa colmare la propria mancanza. Occupando la posizione di sembiante dell'oggetto a, l'analista provoca il desiderio di sapere (l'analizzante è spinto a parlare, a produrre associazioni, sogni e lapsus nel tentativo di capire e "carpire" dall’analista il segreto del proprio desiderio), non soddisfa la domanda (l'analista non risponde mai direttamente alla domanda d'amore o di soddisfazione dell'analizzante), permette all’analizzante di "attraversare il fantasma" (lo scopo finale della cura lacaniana è permettere al soggetto di "attraversare il suo fantasma fondamentale", ovvero di confrontarsi con la logica inconscia che struttura il suo desiderio e la sua sofferenza, e di separarsi dall'alienazione in questo oggetto a).
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Freud ha dimostrato che la perversione è un non volerne sapere nulla, ma proprio nulla, della castrazione. Una doppia negazione dunque: "non è vero che non c'è il fallo lì dove non posso fare a meno di volere che ci sia". Freud ha chiamato " Verleugnung " questo meccanismo di rigetto, di ripudio della realtà della castrazione. Lacan, riprendendo la questione dal punto di vista della " castrazione della madre ", mette in rilievo come il perverso non tolleri che l'Altro sia "bucato" , sia mancante cioè proprio di quello che gli serve per assicurarsi il proprio godimento, un godimento che egli deve necessariamente prelevare "nel luogo dell'Altro", e che non sopporta possa essere interdetto dalle ragioni dell'Altro, in buona sostanza, non tollera che il proprio godimento possa trovare un limite nel desiderio dell'Altro. Il perverso è dunque colui che si serve della "Verleugnung" (diniego, doppia negazione) per impedire che il desiderio dell'Altro interrompa il proprio godimento , come dire: "il tuo desiderio si oppone al mio interesse? Disturba la stabilità della mia posizione e la certezza delle mie convinzioni? Bene, neanche mi chiedo il perché, faccio prima a rigettarlo di sana pianta, non ne tengo alcun conto, per il semplicissimo motivo che esiste una sola posizione, la mia." In altre parole il perverso non riconosce la differenza dell'Altro , per questo è, appunto, "indifferente" alle ragioni dell'Altro - laddove invece il nevrotico ne soffre - è indifferente alla realtà. Non dice, all'Altro, "è vero che tu non sei d'accordo con me, ma non lo sopporto" - che è invece la posizione del nevrotico, ovvero sia il riconoscimento che l'Altro sta dicendo qualcosa di diverso che lui non sopporta, sia il riconoscimento che lui non lo sopporta, un "doppio riconoscimento", dunque, che aprirebbe comunque ad una dialettica - ma dice, più radicalmente: "non è vero che tu non sei d'accordo con me", confondendo e facendo spesso vacillare la realtà nell 'Altro! Una "doppia negazione", appunto, come a dire che nell'universo mondo non c'è che una sola verità, la sua! E' esattamente questa la posizione di godimento del perverso. Per questo, possiamo dire, che qualsiasi comportamento tendente a disconoscere le istanze altrui, quando queste costituiscono un limite al godimento soggettivo, può essere considerato un comportamento di perversità , come può esserlo, per esempio, in una coppia, quello di un partner che si rifiuti di prendere atto del desiderio dell'altro di volersi, per esempio, separare: si rifiuta di prenderne atto per continuare a farlo sussistere nel ruolo dì partner anche se questi se ne dichiara fuori. E' il caso dello stalking, che infatti è un comportamento perverso. In altre parole, il rapporto perverso non può essere interrotto , poiché si fonda sulla complicità inconscia, di distruggere la castrazione in ciascuno dei partner, di distruggere cioè il desiderio come causa del legame della coppia per sostituirlo con il godimento, in maniera da s congiurare il rischi, insopportabile per il perverso, di poter amare, il rischio, per i p due partner bloccati dal patto perverso, di innamorarsi l'uno dell'altro. Occorre cioè che il godimento nel plagiare l'Altro si incastri con il godimento dell'Altro a farsi plagiare. Da questo patto diabolico, dalla complicità perversa all'interno di una coppia - ma anche all'interno di un gruppo, di un'Associazione, di un'Istituzione, di una Setta - a collaborare attivamente per costruire e difendere la sola Verità possibile, ossia che non vi è nessuna castrazione in ciascuno, non è dunque possibile uscirne , prima di tutto perché l'angoscia che si scatenerebbe in seguito a una tale ipotesi entra a far parte sin dall'inizio dello stesso patto perverso, anzi ne costituisce il cemento, e poi anche perché il rischio di ritorsioni, terribili, anche omicide, è altissimo per chi voglia tirarsi fuori dal gioco, poiché rompere il patto perverso significa infliggere la pena insopportabile della castrazione. Molti femminicidi ne sono un esempio, e, nella Storia, la santa Inquisizione, i roghi, le Crociate ne sono altri. Quali azioni di stalking sistematici possono esserci piu delle "crociate" anche moderne contro tutte le posizioni discordanti da ciò che è ritenuta l'unica verità vera da imporre anche sotto minaccia di morte? In conclusione, è perverso ogni atteggiamento, posizione o comportamento che si basi sul disconoscimento di quella separazione tra gli esseri che di fatto è già data per avvenuta in qualsiasi contesto umano, e che è posta a fondamento dell'amore e della vita.