IL DESIDERIO DEL NARCISISTA: UNA PROSPETTIVA CLINICA ALLA LUCE DELL'INSEGNAMENTO LACANIANO

Egidio T. Errico • 19 ottobre 2019

Relazione presentata alla I giornata di studi sul Narcisismo presso l'Istituto per gli Studi Filosofici a Napoli e organizzata dalla Sezione Regionale della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica il 19 ottobre 2019

SOCIETA’ ITALIANA DI PSICOTERAPIA PSICOANALITICA


Il desiderio del narcisista: una prospettiva clinica alla luce dell’insegnamento di Lacan


Egidio T. Errico


1. Introduzione.


Quello del Narcisismo è un tema complesso in psicoanalisi, e controverso, non solo per la difficoltà che presenta per il suo inquadramento teorico e clinico, ma anche perché sembra che esistano, oggi, diverse teorie psicoanalitiche del narcisismo. Per esempio, alcuni ritengono che il narcisismo sia una condizione, un modo di essere che può attraversare qualsiasi situazione umana e psicopatologica, altri sostengono invece che si tratti piuttosto di una categoria diagnostica a sé stante , un preciso disturbo della Personalità, il cosiddetto Disturbo Narcisistico di Personalità, spesso accostato al cosiddetto Disturbo Borderline di Personalità, diagnosi infatti oggi molto frequenti, tanto in psichiatria, quanto in diversi indirizzi psicoanalitici, al punto di esser diventate due contenitori in cui va a finirci di tutto, soprattutto quando non si sa se il paziente in questione sia un nevrotico o uno psicotico.

Limitandoci invece a Freud e al cosiddetto Campo freudiano, che attiene, in particolare, agli sviluppi freudiani e alla prospettiva lacaniana, entro cui ci muoveremo oggi, riteniamo che non sia possibile pensare al narcisismo come ad una categoria nosografica a sé stante, poiché, in questa prospettiva, la diagnosi psicoanalitica , a differenza per esempio di quella psichiatrica, non è una diagnosi fenomenologica, dal momento che non si basa sull’osservazione del fenomeno “sintomo”, bensì sull’ascolto del paziente, sull’ascolto di quello che egli ha da dire, un ascolto che dura nel tempo. Per questo, se la diagnosi fenomenologica, derivando dall’osservazione del sintomo nel qui e ora dell’incontro, può esser considerata una diagnosi sincronica, quella psicoanalitica, cui si arriva attraverso l’ascolto del paziente nel tempo, è inveceuna diagnosi diacronica. È per questo che la clinica psicoanalitica permette di renderci conto che, per esempio, un paziente inizialmente ritenuto nevrotico, nel tempo, possa invece rivelarsi psicotico, o viceversa. Ed è per questo che diciamo che in psicoanalisi non non si tratta mai di diagnosi fenomenologica, bensì di struttura, dal momento che il procedimento analitico, al di là di ciò che appare attraverso il detto e il sintomo del paziente, punta alla struttura inconscia del soggetto, e cioè a quello che il paziente non dice, o dice in altro modo, attraverso i sogni, i lapsus, e attraverso le libere associazioni.

Ora, le strutture inconsce di cui si tratta in psicoanalisi, si riducono in effetti alle tre diverse organizzazioni psicopatologiche della nevrosi, della perversione e della psicosi, le quali, se pure possono presentare sintomatologie comuni, sul piano strutturale son ben distinte tra di loro in relazione al diverso regime difensivo nei confronti della castrazione: della Verneinung /rimozione (nevrosi), della Verleugnung /diniego (perversioni), della Verwerfung / forclusione (psicosi).

Per questo, in psicoanalisi, i modi attraverso cui il soggetto si organizza sul piano delle propria struttura psichica, i suoi modi di essere, di entrare in relazione col mondo in cui vive, e dunque anche di soffrire, rappresentano - possiamo dire - niente altro che gli effetti dei diversi modi attraverso cui ha potuto fare i conti con la castrazione originaria, nei termini della difesa adottata. E dunque il narcisismo dovrebbe essere considerato come una difesa ben organizzata nei confronti della castrazione e che può riguardare qualsiasi struttura psichica. In altri termini - nell'accezione freudiana, e soprattutto lacaniana - il Narcisismo è una difesa, un sintomo, un possibile modo di esprimersi della soggettività umana,  più che una struttura psicopatologica a sé stante.

Non può diventare psicotico chi vuole , dice infatti Lacan, con ciò intendendo appunto che o si è nevrotici, o perversi o psicotici, o non si è niente di tutto questo, né vi è continuità tra le diverse strutture, anche se, come abbiamo detto, esistono sintomi comuni o simili nelle diverse condizioni, cosa che ha indotto molti a supporre, erroneamente, l’esistenza di forme psicopatologiche intermedie tra le nevrosi e le psicosi, oppure che un nevrotico possa diventare psicotico e viceversa.

Il narcisismo, come abbiamo visto, non è dunque una struttura patologica a sé stante, in più rispetto alle nevrosi e alle psicosi, o intermedia tra le due, ma un sintomo o una posizione soggettiva , per lo più tattica o di difesa, che può riguardarle entrambe, come può riguardare qualsiasi condizione della vita di tutti i giorni, e che bisogna saper riconoscere quando quello che chiamiamo narcisismo è il sintomo di una psicosi . Quindi esistono un narcisismo patologico - e in questo caso la patologia di cui si tratta è la psicosi essendone quello che chiamiamo narcisismo il sintomo - e un narcisismo nevrotico o sano , in quanto espressione di una particolare posizione del soggetto in relazione a sé e all’altro.

A mio avviso, quelle di Disturbo Borderline e di Disturbo Narcisistico di Personalità sono categorie diagnostiche “scelte” per evitare di nominare la psicosi, dal momento che una diagnosi di psicosi è imbarazzante e socialmente compromettente poiché comunemente confusa con la follia, ma la verità è che non tutti gli psicotici sono anche folli, come non tutti i folli sono anche psicotici . Il narcisista grave è spesso uno psicotico ma non un folle , anzi è tutt’altro che folle: il narcisista colpisce infatti proprio per la lucidità, la razionalità, la logica dei suoi ragionamenti, ma anche per il suo apparente equilibrio , il suo fascino, e per il successo nella vita, nel lavoro, con i suoi partner, successo che spesso esibisce senza posa, perché il narcisista ama essere ammirato e invidiato. I narcisisti, dice Freud, affascinano e seducono come possono sedurre certe belle donne e i gatti persiani : appaiono completi, appagati e autosufficienti [1]. Però, se il narcisista non è folle, può diventarlo se il suo narcisismo dovesse entrare in crisi, se dovesse iniziare a vacillare per qualcosa che va storto, e dunque non dovesse più proteggerlo dalla sua follia. Il narcisista grave è spesso uno psicotico che trova nel narcisismo il riparo dalla sua follia .


2. Il narcisismo in Freud.


Nessuna riflessione sul narcisismo in psicoanalisi, soprattutto nella prospettiva lacaniana, può prescindere dallo studio che ne ha fatto Freud, in particolare attraverso il suo famoso scritto del 1914 Zur Einführung des Narzissmus : Introduzione al Narcisismo , la cui traduzione corretta è però: Per introdurre il Narcisismo .

Gli altri riferimenti freudiani al narcisismo di cui ho tenuto conto, oltre che Introduzione al Narcisismo del 1914, sono: la nota del 1910 che trovate a pag. 460 de I tre saggi sulla sessualità del 1905; Lutto e malinconia del1916; e poi anche Psicologia delle masse e analisi dell’Io del 1921 e Il disagio della civiltà del1929.


2.1. I tre saggi sulla sessualità : nota del 1910.


Freud parla per la prima volta di Narcisismo nel 1910, in una nota che aggiunge ad un passaggio de I tre saggi della sessualità del 1905. In questa nota Freud vede il narcisismo come quella condizione in cui un soggetto, omosessuale, viene a sentirsi amato come è amato dalla propria madre . [2]

Nel 1910, il narcisismo è dunque la via che per Freud conduce alcuni alla omosessualità, e quindi l’omosessualità è una possibile manifestazione del narcisismo, narcisismo qui inteso come il modo attraverso cui alcuni, identificandosi con la donna, cercano altri “ simili alla loro persona che li vogliano amare come li ha amati la loro madre” . Si tratta di un passaggio, a mio avviso, molto importante perché in esso Freud vede il narcisismo in termini di identificazione del soggetto con la propria madre, e a come egli è stato da lei amato , accezione che sarà ripresa in seguito da molti teorici del narcisismo, come per esempio H. Kohut.


2.2 Introduzione al Narcisismo (1914).


Successivamente, nel 1914, Freud si cimenta in un’opera particolarmente impegnativa, Introduzione al Narcisismo, che, da quello che ne sappiamo, per quanto da lui ritenuta importante e particolarmente difficile , non lo soddisferà mai abbastanza.

In questo lavoro Freud organizza il suo discorso sul narcisismo attraverso quello sulla libido dell’Io: fa del narcisismo un destino della libido , facendolo ruotare intorno a tre variabili: l’Io in quanto variabile dipendente dalle altre due: l’Ideale - nelle due declinazioni dell’Io Ideale e dell’Ideale dell’Io - e l’Oggetto. Più l’Io investe sull’Oggetto, più lo rende grandioso, più lo idealizza e più impoverisce sé stesso, e viceversa.

L’Io è qui descritto da Freud come un organismo ameboide dotato di pseudopodi, quelle propaggini digitiformi sulla loro superficie, che possono ora spingersi verso l’esterno ora retrarsi di nuovo [3].

La libido funziona allo stesso modo degli pseudopodi : appartiene all’Io e va verso l’oggetto, ma può anche ritornare di nuovo sull’Io che viene investito al posto dell’oggetto. Parliamo dunque di libido dell’Io sia nel senso oggettivo, quando ricade di nuovo sull’Io, sia nel senso soggettivo, quando partendo dall’Io si dirige verso l’oggetto.

Il narcisismo che ritroviamo dunque in Introduzione al Narcisismo è in relazione alla teoria della libido e di come essa si ripartisce tra l’Io e i suoi oggetti di investimento. Freud descrive in maniera molto meticolosa le diverse condizioni psicopatologiche, e della vita quotidiana, nelle quali si realizzano le condizioni del narcisismo: le psicosi , il dolore fisico , l’ipocondria e la vita amorosa.

In questo scritto Freud parla ora di Ideale dell’Io, ora di io Ideale, ma in effetti si tratta di due concetti diversi. Seguendo anche la lettura che ne fa Lacan, possiamo riconoscere in Freud il riferimento all’Io Ideale quando l’Io viene trattato come l’oggetto ideale con cui il soggetto si identifica sul piano immaginario, e vedere l’Ideale dell’Io come quel principio ispiratore e armonizzante con cui il soggetto si identifica invece sul piano simbolico.

Il narcisismo è dunque quella condizione dell’essere che può realizzarsi solo a patto che non vi siano differenze tra l’Io e l’oggetto , tra sé e l’altro, vale a dire attraverso identificazioni reciproche e speculari , condizione cui l’essere umano tende naturalmente: non esiste situazione più basilare e ricercata tra gli esseri umani come quella del narcisismo, in quanto riproduce l’armonia della identificazione primaria con la madre e con il modo attraverso cui ella ci ha amati. Esiste dunque un narcisismo di base, costitutivo e fisiologico della persona, che presiede alla cura e all’amore di sé .

Il narcisismo, dunque, comporta anche benessere e armonia, ed è per questo che, spesso, per far funzionare le cose, per ottenere la pace, gli esseri umani cercano soluzioni narcisistiche , fanno in modo cioè di adattarsi tra di loro, di cancellare le differenze intersoggettive, illudendosi, in questo modo, di realizzare quelle condizioni di armonia che le relazioni narcisistiche sembrano garantire in quanto sottomesse all’ideale dell’Io. Occorre però che l’ideale dell’Io funzioni come un significante unificatore e rassicurante, affinché le traballanti relazioni narcisistiche, che di per sé tendono invece verso l’aggressività, mantengano la loro coesione pacificante, almeno fino a quando l’Ideale dell’Io non cada, non venga meno. Se l’Ideale dell’Io viene meno, allora il narcisismo è pronto a mostrare l’altro suo volto, quello che, piuttosto che alla vita, spinge alla distruttività e alla morte. Bisogna riconoscere con Green che, effettivamente, esistono un Narcisismo di vita e un Narcisismo di morte. [4]

Anche le nevrosi presentano dunque un aspetto narcisistico e d’altra parte Freud ha messo in evidenza il vantaggio secondario che il nevrotico trae dal piacere di lamentarsi senza posa. Ogni sofferenza nevrotica comporta dunque una quota di narcisismo, perché essere nevrotici significa, per Freud, non sapere che cosa si desidera, e un tale vuoto di sapere, come anche Lacan ci ricorda attraverso tutto il suo insegnamento, oltre che fonte di sofferenza, è anche causa di grande instabilità nel soggetto, una instabilità molto difficile da sopportare e che di conseguenza può spingere a soluzioni narcisistiche , sintomatiche, di difesa, tattiche. Il narcisismo dunque, nell’accezione freudiana, è una posizione tattica del soggetto, un modo per tenersi, per sostenersi, per affrontare meglio il disagio della propria esistenza nevrotica , o il disagio esistenziale o anche quello proprio della condizione umana in generale. Insomma, uno stato nevrotico, ma anche ogni situazione di precarietà o di disagio soggettivo può disporre ad un disordine narcisistico, ed è per questo che ritroviamo il narcisismo, soprattutto oggi, come il modo prevalente di essere dell’uomo post-moderno in rapporto a sé e agli altri.


2.3. Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) e Il disagio della civiltà (1929).


Molte situazioni di vita, non solo individuali, ma anche di relazione e di gruppo, presentano dunque il loro versante narcisistico . Prima di tutto le relazioni amorose, di coppia, possono attestarsi sul tranquillizzante versante narcisistico, del rispecchiamento reciproco . Ma anche, per esempio, quei gruppi ossessionati dall’unanimità delle decisioni, dal dover essere sempre tutti d’accordo in maniera da poter stare insieme apparentemente in pace, sotto l’insegna l’Ideale dell’Io, incarnato per esempio in un Capo, in una Ideologia, ma anche nel sistema delle regole che quel gruppo si dà e che sistematicamente vengono messe a punto con ossessiva meticolosità. Spesso questi gruppi, pur apparentemente armonici e stabili, rischiano però di autodistruggersi, in quanto i funzionamenti su base prevalentemente narcisistica non vanno molto lontano dal momento che il confronto e lo scambio dialettico sono soffocati: molti devono sottomettersi alle decisioni di pochi, o di quell’Uno che incarna l’Ideale dell’Io . Parafrasando Freud, possiamo dire che, quando un gruppo è sempre d'accordo su tutto, all'unanimità, si può star sicuri che uno pensa (e decide) anche per gli altri. Il narcisismo è sempre un sacrificio del desiderio soggettivo, è il sacrificio del godimento del singolo, in nome del godimento del gruppo . Il narcisismo comporta sempre una perdita di godimento. Questo sacrificio alla lunga non paga, è mortifero, è causa di aggressività distruttiva.

Il modello dei gruppi che funzionano lungo il versante narcisistico lo ritroviamo proprio in Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io del 1921, dove le masse si appiattiscono sotto la direzione di un Capo che incarna appunto l'Ideale dell’Io. Freud si rese però evidentemente conto che tale modello si può riprodurre solo a patto delle unificazioni delle masse che si sottomettono all’Ideale dell’Io. È il modello dei regimi autoritari che sfruttano lo scivolamento narcisistico delle relazioni sociali.

E infatti, più tardi, sembra che Freud abbia voluto come correggere il modello di Psicologia delle masse proponendo con Il disagio della Civiltà del 1929, quello dei gruppi che ammettono invece, anzi riconoscono perché inevitabile, il dissenso interno, sostituendo l'egemonia dell'Ideale dell’Io con quella del Super-Io. Il gruppo non può funzionare in totale armonia, ma deve fare i conti con una quota ineliminabile di disagio, dovuto all’impossibilità di ciascuno di aderire del tutto alle esigenze imposte dalla civiltà . Il desiderio, per esempio, è sempre soggettivo, e non può uniformarsi mai del tutto a quello collettivo. Il desiderio dell’uomo è il vero disagio della civiltà . Disagio da tollerare, anzi da favorire, se si vuole proteggere non solo i diritti della collettività, ma anche del singolo. Le democrazie evolute sono proprio il tentativo di rendere possibile questo compromesso.


2.4 Lutto e melanconia (1916)


In Lutto e melanconia del 1916, Freud rivede il narcisismo come effetto dell’identificazione speculare con l’altro nel momento in cui viene a mancare , nel momento della sua perdita. Il melanconico si identifica con l’oggetto perduto che, a differenza di quello che avviene nel lutto, egli trattiene a sé: l’ombra dell’oggetto ricade sull’Io [5] , dice Freud, per descrivere la condizione drammatica e senza via d’uscita della soluzione narcisistica del malinconico. Un altro volto ancora del narcisismo: al di là di quello affascinante e seduttivo del narcisista che si identifica con l’oggetto idealizzato pensandolo ritrovato, ecco il versante oscuro e doloroso del narcisismo del melanconico, che si identifica con l’oggetto idealizzato pensandolo perduto .


3. Il narcisismo per Lacan: il registro dell’Immaginario.


Lacan non parla di narcisismo, lo sostituisce con il termine di Immaginario , uno dei tre registri, insieme a quello del Simbolico e del Reale, dell’esperienza umana, e che deriva direttamente dal famoso stadio dello specchio , quel momento della vita del bambino in cui egli, ancora sostenuto e accudito dalla madre, riflettendosi nello specchio, scambia la sua immagine riflessa per l’altro di sé con cui si identifica come un io [6] . In questo senso, per Lacan, l’acquisizione del proprio io proviene dall’esterno, dallo specchio nel quale il bambino si riflette, avviene dunque attraverso un processo prima di alienazione e poi di identificazione narcisistica con l’immagine riflessa di sé . Per Lacan, dunque, l’Io è la vera costruzione narcisistica del soggetto ; è la struttura narcisistica per eccellenza, effetto della serie delle identificazioni che il soggetto stabilirà man mano, nel corso della sua vita, con i suoi interlocutori: l’Io è la paranoia originaria del soggetto .

Il narcisismo è dunque, per Lacan, la dimensione immaginaria dell’essere umano che, in quanto tale, è ciò che lo integra, lo fa sentire uno, unito e coeso , ma è uno dei possibili modi attraverso cui il soggetto costituisce i suoi legami sociali e il suo modo di stare al mondo . Per Lacan non esiste un narcisismo inteso come struttura a sé stante, come disturbo di Personalità, anzi, per Lacan, non esiste neanche la struttura stessa della Personalità, essendo per lui, quello di Personalità, un concetto puramente immaginario, per cui parlare di Personalità Narcisistica è tautologico, in quanto la personalità stessa è la figura narcisistica del soggetto, la sua dimensione immaginaria .

Se la dimensione immaginaria è costitutiva del soggetto in quanto tale, deve esserlo però annodandosi anche alle altre due dimensioni, del Simbolico e del Reale. Quando si è immersi invece prevalentemente nel registro dell’immaginaria, a scapito degli altri due, il resto del mondo non esiste più, l’Altro vero e proprio, in quanto distinto da me, non esiste: esiste solo l’altro nel quale mi rispecchio, l’altro speculare, l’altro di me e non l’Altro da me. Lacan scrive l’altro speculare, l’altro dell’ asse immaginario, con la a minuscola, per scrivere l’Altro in quanto tale, l’Altro non del riflesso speculare, ma l’Altro dello scambio simbolico, con la A maiuscola.

Nella relazione immaginaria il mondo, l’altro, può esser preso in considerazione solo nella misura in cui entra nella sfera del nostro immaginario , del narcisismo, se preferite continuare ad usare questo termine, il che significa che l’altro viene ridotto soltanto ad una immagine virtuale, spogliato e destituito di tutte quelle caratteristiche che possono renderlo Altro da me , prima di tutto quella di mancare di ciò che in lui io cerco e che mi aspetto che lui sia disposto a darmi. L’altro speculare non deve mancare di nulla . Il narcisismo è la condizione per eccellenza della mancanza di ogni mancanza . L’altro è preso quindi in considerazione solo se in grado di incarnare l’Ideale dell’Io che armonizza, fa sentire a posto e mette al riparo da ogni mancanza, vale a dire protegge dal desiderio , in quanto il desiderio ha la struttura della mancanza , è, come dice Lacan, la metonimia della mancanza e dunque non può trovare luogo nel narcisista. Ecco la risposta al titolo della relazione di oggi: il narcisista e il suo desiderio. Qual è il desiderio del narcisista? Quello di non avere alcun desiderio . Per questo, possiamo dire che la relazione immaginaria è anche una difesa particolarmente riuscita nei confronti del desiderio che, per Lacan, non entra nel piano dell’immaginario essendo il desiderio dell’ordine del reale. L’opzione narcisistica è quindi una difesa soprattutto nei confronti del reale del desiderio soggettivo .


3.1 Il narcisismo come il diniego della castrazione.


Permettetemi di soffermarmi ancora un po’ sulla questione del desiderio: il rapporto del soggetto con il proprio desiderio è la questione centrale nella clinica psicoanalitica. La psicoanalisi è la clinica del desiderio umano [7] e quello che noi chiamiamo narcisista soffre perché non può permettersi di riconoscersi nel suo desiderio, nella sua mancanza, e per questo si specchia nella sua immagine riflessa nell’altro, per non scoprire di essere mancante di qualcosa da poterne fare la base del proprio desiderio. La condizione narcisistica è il rifugio del soggetto nella dimensione speculare dell’esperienza con l’altro al fine di riprodurre la dimensione fusionale, narcisistica appunto, del rapporto primario con la madre, dove non mancava nulla e tutti i bisogni erano soddisfatti.

Il narcisismo è insomma l’organizzazione soggettiva del diniego della castrazione dell’altro . Il narcisista non può riconoscere che l’altro sia mancante di qualcosa, sia castrato . Diciamo che il narcisista non sopporta tanto la propria castrazione, quanto quella dell’altro. È l’altro che non può mancare di nulla, che non può venire meno alle aspettative che il narcisista ripone su di lui: la rabbia narcisistica è l’impossibilità di tollerare la frustrazione della castrazione dell’altro. Per questo il narcisismo è la condizione dell’ antiamore : la relazione di amore, come sappiamo, è, al contrario della relazione narcisistica, la condizione che si nutre della mancanza in quanto condizione di desiderio, di attesa, e non del soddisfacimento immediato del bisogno, che è invece la necessità irrinunciabile del narcisista. L’amore significa dare quello che non si ha, dice Lacan, laddove l’amore narcisistico pretende che l’altro sia in grado di avere sempre qualcosa da dare e che sia esattamente quello che il narcisista si aspetta.

Il narcisista dunque non può fare i conti con il limite a cui la castrazione condiziona ogni essere umano facendone soggetto di desiderio, in grado cioè di riconoscere e accettare il senso della rinuncia, dell’attesa, dell’importanza di procrastinare un bisogno, dell’utilità, talvolta, di anteporre un no al sì. In altre parole, il narcisista funziona prevalentemente secondo la logica del godimento, che si oppone a quella del desiderio . Attraverso il godimento non è possibile però stabilire legami sociali, se non in apparenza: il godimento è sempre dell’uno e non esistono relazioni di godimento. Esistono relazioni di desiderio, relazioni d’amore, non di godimento. È il desiderio che apre all’Altro e alla relazione erotica con il mondo, non il godimento . Le relazioni immaginarie sono dunque relazioni in cui il soggetto non si rapporta che con sé stesso attraverso l’altro, per questo il narcisista è solo anche in presenza dell’altro. Il narcisista vive il paradosso di sentirsi solo anche in presenza dell’altro e di sentirsene invece invaso anche in sua assenza .


3.2 Il linguaggio del narcisismo.


Nelle relazioni immaginarie quindi il legame sociale è virtuale in quanto il soggetto, come abbiamo visto, fa legame con l’altro, ma per fare in effetti legame con sé stesso, di conseguenza tende a servirsi della dimensione immaginaria del linguaggio, vale a dire di quella modalità discorsiva che serve, non a comunicare dialetticamente con l’Altro, ma, al contrario, ad impedirlo, per comunicare invece al fine di sedurre, di manipolare e per provocare nell’altro la parola che aspetta di sentirsi dire. Il narcisista parla all’altro per parlare a sé stesso.

Anche nella dimensione della cura, il narcisista tende ad utilizzare lo spettro immaginario del linguaggio , e dunque a convocare l’analista sul piano della comunicazione che si svolge lungo l’asse immaginario, che è, per Lacan, il linguaggio proprio della psicoterapia e di quelle analisi che si basano sull’empatia e sul rispecchiamento immaginario. In questi casi, un effetto auspicabile, possibile, di un’analisi sarà proprio quello dello spostamento del discorso dal piano immaginario a quello simbolico , che è invece il linguaggio dell’analisi vera e propria, in quanto luogo del transfert e dunque dell’incontro con l’Altro, che, come dice Lacan, avviene sempre al di là del muro del linguaggio immaginario [8].


3.3 Clinica del narcisismo.


Sul piano della clinica, in quanto dispositivo che si oppone alla castrazione, nell’accezione lacaniana, come del resto - lo abbiamo visto - in quella freudiana, la struttura narcisistica è dell’ordine dunque della psicosi.

Sappiamo che la psicosi si distingue dalla nevrosi in quanto ciò che, a differenza di quest’ultima, si organizza a partire dal rifiuto della Bejahung della castrazione materna e dunque, di conseguenza, dalla mancata iscrizione, nel luogo dell’Altro, del Nome-del-Padre , con il quale Lacan designa la funzione paterna, che, appunto, nella psicosi è perciò forclusa.

Per Lacan, il Nome-del-Padre è il significante che presiede all’ordine simbolico e permette la tenuta del soggetto annodando tra di loro i tre registri dell’esperienza: il reale , il s imbolico e l’ immaginario. Il NP è un significante fondamentale, un significante padrone - si dice - perché permette anche la tenuta discorsiva, vale a dire l’articolazione significante di senso compiuto e fa da limite al godimento. Di conseguenza, quando il NP è forcluso, viene meno il nodo che tiene insieme i tre registri, il che, nella clinica, può essere causa, e in maniera variamente combinata tra di loro, di almeno tre possibili evenienze: a) lo scatenamento della psicosi in senso Schreberiano , b) la disarticolazione significante del discorso, c) la perdita del limite al godimento, a meno che qualcosa non vi faccia da nodo sostitutivo, un qualcosa che può essere un sintomo, un’organizzazione sintomatica, un comportamento o qualsiasi altro modo d'essere purché in grado di svolgere una funzione suppletiva del NP forcluso.

Il sintomo, che nelle strutture psicotiche serve ad evitare uno scatenamento psicotico, può essere anche molto simile a un sintomo nevrotico, per esempio un comportamento ossessivo, o fobico evitante, o isterico, ma, a differenza di quello nevrotico che, come sappiamo, è una formazione dell’inconscio e dunque qualcosa dell’ordine simbolico e come tale interpretabile , il sintomo che deve fare da tenuta ai tre registri per evitare che si scateni una psicosi, è un sintomo di supplenza di quel significante forcluso che è il Nome-del-Padre , e come tale non ha alcuna valenza simbolica, non rimanda a nulla se non a se stesso, non è interpretabile, ma serve unicamente ad assicurare la tenuta del soggetto contro il rischio psicotico [9].

Ecco perché, come dicevamo, nella prospettiva lacaniana, il narcisismo grave non può essere considerato come una struttura psicopatologica a sé stante: non si tratta né di un Io strutturato narcisisticamente perché contenitore per esempio di una “libido desessualizzata” , come dice Green[10] , né di un disturbo di Personalità alla Kernberg [11] : la clinica dimostra piuttosto che l’organizzazione narcisistica attraverso cui un soggetto si relaziona a sé e agli altri, nel mondo in cui vive, è invece un sintomo, il suo sintomo, non la sua malattia, essendo la sua malattia la psicosi da cui il sintomo narcisismo lo protegge . L’organizzazione narcisistica può fare da sintomo suppletivo della mancanza del NP, per questo il narcisismo è ciò che tiene in piedi uno psicotico, lo fa apparire addirittura sano : evita che gli si scateni la psicosi.

La clinica psicoanalitica del narcisismo è dunque, a pieno titolo, la clinica psicoanalitica delle psicosi , una clinica che non procede, come nelle nevrosi, sotto transfert , che è la dimensione dell’analisi vera e propria, ma una clinica sotto suggestione, che è la dimensione della psicoterapia. In altre parole, quello che avviene nell’analisi di un narcisista è qualcosa di molto diverso da quello che avviene con un paziente nevrotico: nel primo caso avremo un transfert immaginario¸ nel secondo caso un transfert simbolico , per cui dobbiamo riservare, correttamente, il termine di psicoanalisi a quest’ultimo, lasciando al primo quello di psicoterapia, e tener presente che, se pure un narcisista avesse modo di varcare la soglia dello studio di uno psicoanalista, potrà anche per lungo tempo impegnarlo in un lavoro che sarà più dell'ordine della psicoterapia, che della psicoanalisi, e che quando dovesse accadergli il passaggio alla dimensione del transfert, e dunque all'analisi vera e propria, allora molto probabilmente, se non perché guarito, sarà stato perché avrà potuto intanto sufficientemente liberarsi della propria prigione narcisistica, almeno quanto basti per poter iniziare ora, finalmente, un'analisi.



[1] “Specialmente quando sviluppandosi le donne acquistano in bellezza, interviene in esse una sorta di autosufficienza che le compensa dei sacrifici che la società impone loro... (...). Il narcisismo di una persona suscita una grande attrazione su tutti coloro i quali, avendo rinunciato alla totalità del proprio narcisismo, sono alla ricerca di un amore oggettuale; l’attrattiva del bambino poggia in buona parte sul suo narcisismo, sulla sua autosufficienza e inaccessibilità, al pari del fascino di alcune bestie che sembrano non occuparsi di noi, come i gatti e i grandi animali da preda.” In S. Freud, Introduzione al Narcisismo, Opere , vol. VII, Boringhieri, Torino, pag. 459.

[2] “in tutti i casi studiati di omosessualità, abbiamo constatato che le persone in seguito invertite, cioè quelle che diventeranno omosessuali, attraversano negli anni dell’infanzia vera e propria una fase di fissazione intensa ma breve sulla donna, perlopiù la madre. Dopo averla superata, si identificano con la donna e assumono sé stessi come oggetto sessuale, vale a dire partendo dal narcisismo, quindi partendo dal narcisismo cercano uomini giovani e simili alla loro persona che li vogliano amare come li ha amati la loro madre.” Tre Saggi sulla Teoria Sessuale , S. Freud, cit. , vol. IV, p. 46 0.

[3] “Ci formiamo così il concetto di un investimento libidico originario dell’Io di cui una parte è ceduta in seguito agli oggetti, ma che in sostanza persiste e ha con gli investimenti d’oggetto la stessa relazione che il corpo di un organismo ameboide ha con gli pseudopodi che emette. Introduzione.” Introduzione al Narcisismo , S. Freud , cit., vol. VII, p. 445 .

[4] A. Green. Narcisismo di vita e narcisismo di morte. Ed. Borla, Roma. 1985

[5] “L’ombra dell’oggetto cade così sull’Io che d’ora in avanti poté esser giudicato da un’istanza particolare come un oggetto e precisamente come l’oggetto abbandonato. In questo modo la perdita dell’oggetto si era trasformata in una perdita dell’Io, e il conflitto fra l’Io e la persona amata in un dissidio fra l’attività critica dell’Io e l’Io alterato dall’identificazione.” Lutto e melanconia , S. Freud , cit., vol. VIII, p. 108 .

[6] “l’assunzione giubilatoria della propria immagine speculare da parte di quell’essere ancora immerso nell’impotenza motrice e nella dipendenza del nutrimento che è il bambino in questo stadio infans, ci sembra perciò manifestare in una situazione esemplare la matrice simbolica in cui l’io si precipita in una forma primordiale.” J. Lacan, Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io (1949) in Scritti (1966) , Einaudi, Torino 1974 p. 88.

[7] “Non vi sviluppo una psicologia, un discorso su quella realtà irreale che si chiama psiche, ma un discorso su una prassi che merita un nome: erotologia. Si tratta del desiderio.” J. Lacan, in L’angoscia, 1961-1963 Il seminario, Libro X, Biblioteca Einaudi, Torino 2007, p. 18

[8] “L’analisi deve mirare al passaggio di una vera parola, che congiunga il soggetto a un altro soggetto, dall’altra parte del muro del linguaggio. È la relazione ultima del soggetto con un Altro vero, con l’Altro che dà la risposta che non si aspetta, a definire il punto terminale dell’analisi.” J. Lacan, in L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi 1954-55, Il seminario, Libro II, Biblioteca Einaudi, Torino 2006, p. 284

[9] Di qui il ricorso a sintomi , anche molto variegati, originali, spesso bizzarri, vere creazioni soggettive, destinati comunque ad assumere la funzione di Nomi del Padre sostitutivi e tali da “tappare” Il buco lasciato dalla Verwerfung del NP.

[10] A. Green. Ibidem , pag. 190

[11] O. F. Kernberg, Aggressività, disturbi della personalità e perversioni. Raffaello Cortina Editore, Milano, 1993

Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 17 maggio 2026
Il fondamento di ogni relazione umana - che sia tale da permettere un autentico scambio dialettico interpersonale - è il riconoscimento dell'Altro come essere separato, dotato di un desiderio suo proprio e di una volontà autonoma. Il riconoscimento cioè che l'Altro è un altro da sé e non un altro di sé. Tuttavia, nei diversi contesti umani, questo riconoscimento dell'alterità dell'Altro non è garantita, non è scontatta. Perché? Perché spesso ci ritroviamo in relazioni nelle quali facciamo la dolorosa esperienza di non essere ascoltati, di non essere tenuti in debita considerazione, di non essere riconosciuti come soggetti dotati di una propria autonomia di pensiero? La psicoanalisi può mostrarcene le ragioni ed offrirci la possibilità di comprendere come e perché possano stabilirsi tali dinamiche, quali ne siano la logica e la struttura, e perché possono essere definite come perverse, allargando così il campo delle Perversioni da quello di certi comportamenti sessuali a quello di relazioni interpersonali caratterizzate dal rifiuto sistematico di riconoscere nella'Altro una soggettività sua propria, distinta e separata da sé. E' il Padre della Psicoanalisi, Sigmund Freud, ad individuare per primo il meccanismo centrale della perversione come Verleugnung, ossia, in italiano, come "diniego", "ripudio". Per Freud, il perverso è colui che si rifiuta di accettare la realtà della "castrazione", ovvero l'esistenza di un limite, di una mancanza, di una diversità irriducibile tra sé e l'Altro. La Verleugnung non è una semplice negazione, è di più, è una "doppia negazione": 𝑁𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑖 𝑚𝑎𝑛𝑐𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎, 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑠𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑒 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑚𝑒 𝑙𝑒 𝑎𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑚𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑖𝑜. È una posizione categorica e irriducibile di disconoscimento della realtà, e della verità oggettiva. Una posizione che, per essere sostenuta e conservata nella sua operazione di diniego, deve servirsi - questo è un punto importante - della scissione inconscia dell'Io, ossia della separazione e del disconoscimento di quella parte di sé che non può non riconoscere come stanno effettivamente le cose. Il diniego non è dell'ordine del delirio, non è una falsa verità, è l'odio per la verità e l'odio, prima che nei confronti dell'Altro e della sua verità, nei confronti di quella parte di sé che, riconoscendo la verità vera, non può ammetterla, ma solo trattenerla come una traccia crepuscolare. J acques Lacan riprende e approfondisce l'intuizione freudiana, spostando il focus dalla castrazione individuale a quella dell'Altro (il partner, la società, il linguaggio stesso). I l perverso non tollera che l'Altro sia "bucato" , mancante. Perché? Perché se l'Altro è incompleto e ha un proprio desiderio, allora può porre un limite al godimento del soggetto. Il perverso, invece, mira a un godimento assoluto, senza ostacoli. Non sopporta che il proprio godimento possa essere interdetto o messo in discussione dal desiderio dell'Altro. La sua missione diventa quindi quella di "tappare il buco" nell'Altro , di renderlo un partner completo, uno strumento prevedibile e funzionale al proprio godimento. Qui cogliamo la differenza cruciale con la struttura nevrotica. Se il perverso non tiene in alcun conto il desiderio dell'Altro, il nevrotico, al contrario, ne è talmente dominato da sottomettervisi completamente, al punto di dimenticare il proprio. Il nevrotico soffre immensamente del desiderio dell'Altro: lo riconosce, se ne fa carico, vi accondiscende o vi si ribella, ma non ne nega mai l'esistenza. Se la posizione del perverso nei confronti della mancanza dell'Altro è della d oppia negazione , quella del nevrotico è di un doppio riconoscimento : sia del desiderio dell'Altro, che della propria sofferenza nel temere di non potervi aderire del tutto. Tuttavia, questo doppio riconoscimento, per quanto doloroso, apre a una dialettica possibile con l'Altro. Nel preverso, invece, il diniego radicale delle ragioni dell'Altro chiude ad ogni possibile dialogo. Se il nevrotico è in una relazione dialettica infinita con l'Altro, il perverso se ne tira radicalmente fuori: valgono solo le sue ragioni. Il perverso non nega semplicemente la volontà dell'Altro, nega la validità stessa della sua esistenza come soggetto pensante e desiderante. In questo modo, il perverso confonde e fa vacillare la realtà dell'interlocutore, imponendo la propria come l'unica verità possibile. Questo è il cuore della posizione di godimento del perverso: l'annullamento della differenza. Una posizione che può sfociare in vere e proprie tragedie, come il fenomeno dello Stalking o dei femminicidi, nei quali viene soppressa, non la volontà dell'Altro, ma l'Altro stesso in quanto soggetto di una volontà diversa e intollerabile E tuttavia, spesso, la relazione perversa non è unilaterale, ma si nutre di una complicità inconscia. I due partner creano un "patto diabolico" in cui entrambi collaborano per distruggere la castrazione, la mancanza, in sé stessi e nell'altro. Il desiderio, che nasce dalla mancanza e fonda l'amore, viene sostituito dai godimenti complementari ldei due partner: Il godimento di chi plagia si incastra perfettamente con il godimento di chi si lascia plagiare, in un gioco che scongiura il rischio evidentemente più temuto, quello di amare davvero, ovvero di accettare l'incompletezza reciproca. In conclusione, la perversione non è solo una categoria diagnostica, ma una modalità relazionale che si basa sul disconoscimento della separazione fondamentale tra sé e l'Altro. È perverso ogni atteggiamento, individuale o collettivo, che neghi la legittimità delle istanze altrui per proteggere un godimento soggettivo. La Storia offre esempi terrificanti di questa logica: l'Inquisizione, le crociate, i totalitarismi. Sono tutti sistemi che si fondano sull'imposizione di un'unica Verità e sulla sistematica, violenta eliminazione di ogni posizione discordante. Sono la manifestazione di un rifiuto radicale di quella differenza che, invece, è il fondamento stesso dell'amore e della vita.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 10 maggio 2026
La tesi più radicale e spesso fraintesa di Jacques Lacan è quella che egli riassume nel celebre aforisma: 𝑛𝑜𝑛 𝑐'𝑒̀ 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. Questo non significa, banalmente, che gli esseri umani non facciano sesso tra di loro o che non vi siamo atti sessuali. Significa qualcosa di molto più profondo, ossia che non esiste una formula, un codice naturale che possa scrivere la relazione tra un sesso e l'altro, che possa prestabilirla una volta per tutte, che possa predeterminarne l'armonia, garantirne il funzionamento ottimale e il successo. Non esiste una matematica del sesso umano, una sua scrittura, tanto nella biologia, quanto nell'inconscio stesso. A differenza degli animali, guidati dall'istinto che crea un rapporto fisso e funzionale alla specie, l'essere umano, essendo immerso nel linguaggio, ha perso per sempre questa bussola biologica. Siamo 𝑝𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎, e questo ha due conseguenze fondamentali. In primo luogo, 𝐼𝑙 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒: non ci accoppiamo, mettiamo in scena una fantasia. Non desideriamo l'Altro in sé, ma l'oggetto causa del nostro desiderio ((𝑜𝑔𝑔𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑎)) che presumiamo l'Altro possegga. Ogni atto sessuale non è un incontro tra due nature che si completano, ma un complesso dialogo tra due mondi inconsci, due fantasie che solo per un breve istante possono sperare di sovrapporsi, senza mai combaciare del tutto. Il sesso allo 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑢𝑟𝑜 è impossibile perché la parola si è insinuata tra noi e il reale del corpo, rendendo ogni esperienza irrimediabilmente soggettiva e filtrata dal significato. In secondo luogo, i rispettivi godimenti non sono complementari. Non esiste un godimento "della coppia" che nasca dalla fusione di due metà. Esiste il godimento di un soggetto e il godimento di un altro soggetto. L'idea di 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑢𝑛𝑜 è l'illusione per eccellenza. Prova ne è la persistenza dell'autoerotismo: una parte del godimento del corpo resta sempre privata, solitaria, non condivisibile e non traducibile nel linguaggio dell'Altro, irrimediabilmente esclusa dalla dialettica discorsiva dell'amore. 𝑂 𝑠𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎 𝑜 𝑠𝑖 𝑔𝑜𝑑𝑒, potremmo dire, estremizzando i due registri, del reale del corpo e del simbolico del linguaggio È il 𝑔𝑜𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑈𝑛𝑜, che resiste all'ingresso nel legame a due. A questo punto, cosa riempie il vuoto lasciato dall'assenza di un 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 scritto dalla natura? 𝐋'𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞. Lacan afferma che 𝑙'𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑝𝑒𝑟𝑖𝑠𝑐𝑒 𝑎𝑙𝑙'𝑎𝑠𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. L'amore è il discorso, l'invenzione, la costruzione poetica con cui tentiamo di dare un senso a questo 𝑛𝑜𝑛-𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜. È il legame che si sforza di creare un ponte sull'abisso che separa due godimenti. Mentre il sesso rivela la disgiunzione fondamentale, l'amore è la promessa (sempre illusoria, ma necessaria) che un'unione sia possibile, che il godimento dell'Altro possa essere compreso e condiviso, che da due si possa davvero diventare Uno. Amare, in questa prospettiva, diventa un atto etico di straordinaria complessità. Non significa trovare 𝑙'𝑎𝑙𝑡𝑟𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑙𝑎 di Aristofane che ci completa. Amare significa tollerare la crepa che ci divide dall'Altro, accettare che l'Altro rimarrà sempre un mistero, con un nucleo di godimento inaccessibile. Amare significa amare la mancanza dell'Altro (𝑎𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 ℎ𝑎, dice Lacan), significa saperci fare con il reale del sesso, ossia vivere la sessualità non con la pretesa di una fusione totale, ma con la consapevolezza della distanza, trovando una meraviglia proprio in quel tentativo, sempre rinnovato e sempre parzialmente mancato, di toccare l'irraggiungibile alterità dell'Altro. Perché questa coesistenza di unione (l'amore) e disgiunzione (il sesso) sia possibile e sostenibile in una coppia, occorre che entrambi i partner dispongano di un Significante speciale, che presiede a tutti i significanti, e che Lacan chiama il 𝐅𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐢𝐦𝐛𝐨𝐥𝐢𝐜𝐨, vale a dire quell'iscrizione etica che orienta il desiderio e disciplina il godimento. L'amore diventa allora quella meravigliosa e talvolta infernale invenzione che ci permette di 𝑓𝑎𝑟 𝑓𝑖𝑛𝑡𝑎" 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑎, e in questo far finta si gioca tutta la ricchezza, la tragedia e la bellezza della vita umana. @follower Per approfondire: https://www.egidioerrico.com/cosa-la-psicoanalisi-ha-da-dire-sullamore-e-sul-sesso
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 9 maggio 2026
La madre porta con sé il segreto indicibiledel significato del proprio bambino
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 23 aprile 2026
IL DESIDERIO È SEMPRE PER UN CORPO, L'AMORE È SEMPRE PER UN NOME, IL NOME DI QUEL CORPO . Il titolo, sebbene non sia una citazione letterale di Lacan, è una sintesi del suo insegnamento sulla complessa dialettica tra amore e desiderio. Approfondiamo l’argomento, mantenendoci all’interno della teoria lacaniana. L'aforisma del titolo si scompone in due movimenti principali che si unificano nel finale. 1. Il Desiderio è sempre per un Corpo. Per Lacan, il desiderio (désir) non è né il bisogno (biologico, che può essere soddisfatto, come la fame) né la domanda (la richiesta articolata all'Altro, che è sempre una domanda d'amore). Il desiderio nasce proprio dallo scarto tra il bisogno e la domanda. È un resto, un'eccedenza, ed è per sua natura inconscio, indistruttibile e metonimico: scivola incessantemente da un oggetto all'altro senza mai trovare un appagamento definitivo. Cosa significa che è per un corpo? In primo luogo che il desiderio non si rivolge alla persona colta nella sua totalità, ma è innescato da un "oggetto parziale", quello che Lacan chiama “oggetto piccolo a” (objet petit a). Questo non è un oggetto reale che si può possedere, non è un oggetto meta del desiderio, ma ne è la causa fantasmatica. Il corpo dell'altro diventa il luogo, il palcoscenico, in cui immaginiamo di poter trovare questo oggetto perduto: uno sguardo, una voce, un seno, un certo modo di muoversi. Il corpo è il supporto materiale del nostro fantasma fondamentale. In secondo luogo che il desiderio si muove prevalentemente nel registro dell'Immaginario. Desideriamo l'immagine dell'altro, il corpo come Gestalt, come forma che promette una completezza che a noi manca. È una relazione duale: "io" desidero "quel corpo" perché immagino che possa colmare la mia mancanza (manque-à-être). Infine perché, in quanto legato all'oggetto parziale e all'immagine, il corpo del desiderio è, per il suo carattere metonimico, intercambiabile . Finito l'incanto di un corpo, il desiderio può facilmente spostarsi su un altro che sembra incarnare meglio, o in modo nuovo, l'objet petit a. Il desiderio è seriale. In sintesi, con la prima parte dell'aforisma volio dire che il desiderio è radicato nella pulsione, si aggancia a frammenti del corpo dell'altro e opera in una logica di consumo e sostituzione, senza mai raggiungere una vera soddisfazione. 2. L'amore è sempre per un Nome, il Nome di quel Corpo. Qui la prospettiva cambia radicalmente. L' amore , a differenza del desiderio, si colloca nel registro del Simbolico . Il "Nome" non è da intendersi come il semplice nome anagrafico, ma ha una precisa valenza simbolica: è il modo attraverso cui i nostri genitori hanno deciso come saremo riconosciuti nella nostra singolaritàtà e insostituibilità. È la funzione simbolica che iscrive un soggetto in un ordine, in una genealogia, in una storia. Il Nome rappresenta l'unicità irriducibile del soggetto, la sua particolarità assoluta all'interno del linguaggio e della cultura di appartenenza. Il Nome è ciò che fa di un esistenza biologica un essere umano, che imprime alla nuda vita il carattere dell'eternità : di ognuno di noi muore il corpo, ma non il Nome. Quel Nome che fa di un individuo quel soggetto e non un altro. Amare qualcuno significa amare questa sua singolarità, questo suo "Nome": l ’amore è sempre per un nome , dice Lacan. L'amore è il movimento che permette di superare la visione dell'altro come mero corpo-oggetto per riconoscerlo come soggetto. Si ama la sua mancanza, la sua "castrazione" simbolica, la sua finitezza. Come dice Lacan, amare è dare ciò che non si ha . Si offre la propria mancanza alla mancanza dell'altro, creando un legame che non si basa sul possesso ma sul riconoscimento reciproco di un'incompletezza. Si ama il Il Nome di quel Corpo vuole indicare la congiunzione cruciale dell'amore a quel corpo e solo a quel corpo. L'amore non è un'astrazione platonica. È l'atto che salda la singolarità simbolica (il Nome) a un corpo particolare e contingente . L'amore opera una sorta di "miracolo": fa sì che tra tutti i corpi desiderabili del mondo, uno solo diventi insostituibile. Perché? Perché quel corpo diventa il significante del Nome che amiamo. Il corpo cessa di essere un oggetto intercambiabile e diventa l'incarnazione necessaria di quella soggettività unica. L'aforisma descrive dunque la funzione dell'amore come ciò che àncora il desiderio e che, come dice Lacan, lo umanizza. Senza amore, il desiderio è condannato a un'erranza infinita, a una ricerca senza fine del corpo perfetto che possa incarnare l'objet a , una ricerca destinata al fallimento e alla ripetizione. È la logica del Don Giovanni: ogni corpo è desiderabile ma nessuno è indispensabile. L'amore interviene a interrompere questa catena metonimica. Opera una metafora : la sostituzione di un significante con un altro. Il corpo dell'amato viene elevato a significante dell'unicità assoluta del soggetto. L'amore dice: " Desidero questo corpo non perché ha questo o quel frammento che cattura la mia pulsione, ma perché è il corpo di questo Nome, di questa persona unica che per me non ha eguali ". In questo modo, l'amore non nega il desiderio, ma lo riorienta, lo stabilizza. Permette di desiderare sempre lo stesso corpo, non per abitudine, ma perché in quel corpo si continua a incontrare il mistero e l'unicità del Nome amato.  L'amore è ciò che permette il passaggio dal desiderio di un corpo al desiderio di quel corpo, il corpo che porta con sé il segno indelebile di un Nome.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 20 aprile 2026
Accostarsi alla clinica psicoanalitica, in particolare quella di orientamento lacaniano, non può, a mio avviso, prescindere da una comprensione approfondita di alcuni concetti fondamentali: Divisione Soggettiva, Desiderio, Fantasma Fondamentale, Pulsione, Ripetizione, Godimento. Questi termini non solo devono essere esplorati singolarmente, evidenziandone le specificità e i caratteri distintivi, ma è cruciale che vengano anche analizzati nelle loro interrelazioni strutturali e dinamiche. Solo così potremo evitare confusioni e comprendere come questi elementi concorrono alla definizione delle tre strutture psicopatologiche: Nevrosi, Perversione e Psicosi. L’incontro di oggi si propone di chiarire questi concetti, affinché possano fungere da fondamenta solide per una conoscenza più ampia e articolata della clinica psicoanalitica. Divisione Soggettiva Al cuore della psicoanalisi lacaniana non c'è una teoria astratta e conclusa, ma una domanda radicale e aperta sulla sofferenza umana . Una domanda che parte da un'esperienza che tutti, in qualche modo, conosciamo: perché siamo così spesso attraversati dalla dolorosa sensazione di essere divisi, lacerati? Perché spesso ci sorprendiamo per una parola che non pensavamo di pronunciare, per un gesto, un’azione che non ci aspettavamo di compiere o per una decisione che mai avremmo voluto prendere? Perché siamo così spesso attraversati dalla sensazione che ciò che diciamo di noi stessi non esaurisca mai completamente ciò che siamo, o meglio, ciò che pensiamo di essere? Per Cartesio io sono dove penso di essere, anzi io sono perché penso. Questa certezza dell’essere in quanto pensante, questa coincidenza assoluta dell’Io con il suo pensiero, e con il soggetto in cui ognuno si riconosce come essere, dominerà il pensiero moderno per circa trecento anni, ossia dal 1600 fino alla fine del 1800, quando il genio di Freud, con la scoperta dell’inconscio, non darà un colpo decisivo al cogito cartesiano. Forse vale la pena di soffermarci un attimo su questa linea evolutiva, perché in essa possiamo ravvisare le radici della nascita della psicoanalisi, ossia un percorso che va da un soggetto padrone di sé a un soggetto "parlato" e diviso, un’evoluzione cruciale nella storia del pensiero occidentale: il progressivo decentramento del soggetto rispetto al pensiero e al linguaggio, il passaggio graduale dalla certezza all'incertezza, dalla trasparenza all'opacità del soggetto. Un passaggio che si compie in tre tappe fondamentali. 1. Cartesio: Il Soggetto della Certezza e del Pensiero Trasparente Il punto di partenza è il soggetto cartesiano . Con il suo celebre Cogito ergo sum ("Penso, dunque sono"), Cartesio fonda l'esistenza del soggetto sulla sua capacità di pensare: sul piano del pensiero , il soggetto è il padrone assoluto del proprio pensiero . L'"Io" è una sostanza pensante ( res cogitans ), pienamente cosciente e trasparente a se stessa. Il pensiero è ciò che definisce il soggetto e ne garantisce la certezza. S ul piano del linguaggio , il soggetto che parla è sempre preceduto dal pensiero, il soggetto dice sempre quello che pensa e pensa sempre quello che dice: Il linguaggio allora assume un valore secondario rispetto al pensiero, è uno strumento che serve a comunicare un pensiero che si è già formato, chiaro e distinto, nella mente del soggetto. È un'espressione controllata e assolutamente consapevole della coscienza. In sintesi, per Cartesio l'equazione è: Io penso → Io sono . Il soggetto precede e domina sia il pensiero che il linguaggio, avendo di entrambi piena padronanza. 2. Freud: la Frattura del Soggetto e l'emergere dell'Inconscio Con Freud, questo edificio di certezze crolla . La scoperta dell'inconscio rappresenta la prima, grande ferita narcisistica al soggetto cartesiano: il soggetto non è più padrone in casa propria . Il pensiero cosciente (l'Io) è solo la punta di un iceberg. La vera forza motrice sono i pensieri inconsci , i desideri e le pulsioni che sfuggono al suo controllo. Il soggetto è "agito" da un pensiero che non conosce . Il linguaggio, allora, smette di essere uno strumento docile e diventa la via d'accesso privilegiata all'inconscio : lapsus, sogni, motti di spirito non sono errori, ma manifestazioni di una verità del soggetto che la coscienza ignora . Il linguaggio tradisce il soggetto, ma nel tradirlo, lo rivela. L'equazione freudiana è più complessa: Io sono dove un pensiero inconscio si manifesta . Il soggetto è decentrato tra conscio e inconscio. 3. Lacan: Il Soggetto come effetto del linguaggio Jacques Lacan porta la rivoluzione freudiana alle sue estreme conseguenze , integrandola con la linguistica strutturale. Se per Freud l'inconscio si esprime attraverso il linguaggio, per Lacan l'inconscio è strutturato come un linguaggio . Lacan rovescia radicalmente Cartesio: "Io penso dove non sono, dunque sono dove non penso" . Il pensiero non appartiene al soggetto; il soggetto emerge nel "luogo dell'Altro ", cioè nella struttura preesistente del linguaggio e delle sue leggi. Il soggetto non esiste prima del linguaggio , ma è un suo effetto . Entrando nel linguaggio (l'ordine simbolico), l'essere vivente viene "mortificato", diviso, e si costituisce come soggetto mancante, barrato (scritto $). Non siamo noi a parlare il linguaggio, ma è il linguaggio che ci parla. Il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante. Per Lacan, l'equazione definitiva è: Il linguaggio parla → Io sono (come effetto diviso) . Tutto l’insegnamento lacaniano ruota intorno alla questione del soggetto diviso in quanto effetto del linguaggio . Attraverso di esso Lacan ne cerca le ragioni, le formula, le argomenta, le mette in logica fino ad arrivare a stabilire che l’entità radicale e irriducibile della struttura del Soggetto umano non è la sintesi, ma la divisione , offrendoci al tempo stesso una mappa per esplorarla, per comprenderla e per studiarne le diverse implicazioni nella sofferenza psichica e nella clinica. L’Ordine del Simbolico e il Linguaggio 1. Da una parte , c'è il mondo in cui viviamo: l'universo del Simbolico . È il mondo del linguaggio, delle regole sociali, delle aspettative degli altri e delle nostre stesse parole. È il patto che ci rende esseri umani in una comunità. Il con-tratto che sottoscriviamo per ottenere il diritto di essere ammessi nella civiltà . Il trattino col quale ho scomposto il termine contratto è per sottolineare che gli esseri umani sono nel simbolico con tratto: questo tratto è la parola e dunque Il contratto si fonda sulla parola: un tratto che non si limita a descrivere, ma lega . È l'atto con cui il dire diventa un vincolo. È esattamente questo che Lacan vuole intendere quando dice che il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante: Il significante , per Lacan, va inteso infatti come il tratto della parola e tra le parole. Non è semplicemente la parola nel suo uso comune. È, prima di tutto, un tratto, un marchio, un'iscrizione. Lacan lo chiama trait unaire (tratto unario). È un segno che non ha un significato intrinseco, ma che serve a produrlo , e a differenziare, a marcare una differenza. Proprio come il "tratto" di una firma su un contratto . In altri termini, la parola che rappresenta un soggetto è un tratto (il primo significante, S1) che, per poterlo rappresentare, deve necessariamente legarsi a un altro tratto (un altro significante, S2), un altro soggetto. Il soggetto, allora, non è la fonte di questo legame, ma il suo effetto . Emerge proprio da questo contratto tra parole, in quello spazio vuoto che la catena dei significanti crea e al tempo stesso designa . Il contratto, quindi, non è qualcosa che il soggetto stipula, ma è l'atto stesso che lo costituisce ." Questo è il lato del Simbolico, dove il Soggetto si costituisce in quanto tale sotto la legge del Significante, dove il Soggetto, avendo subito la castrazione ad opera del Significante, è mancante-a-essere e dunque attraversato dal desiderio. L’Ordine del Reale e il Corpo 2. Dall'altra parte , c'è ciò che al mondo del linguaggio sfugge e si sottrae al significante. Ripensiamo al linguaggio come una rete fatta dalle parole tenute insieme dai significanti che la percorrono in lungo e in largo : con essa peschiamo le cose del mondo in cui viviamo, diamo loro un senso, un nome e in questo modo, dal mondo in cui viviamo, attraverso il linguaggio, ritagliamo, costruiamo la realtà che ci riguarda. La rete del linguaggio ha però dei buchi: c'è sempre qualcosa che essa non riesce a catturare, ma che comunque lascia intravedere, che rivela in qualche modo come l’Altra cosa , come l’ impossibile a dirsi . Questo impossibile è il Reale , che non è la "realtà", ma ciò che nella realtà non entra : il buco nella realtà simbolica che ci costruiamo con le parole e sottomettiamo alla legge del significante . Questa rete delle parole lungo la quale camminano i significanti, con i buchi che i significanti non riescono a coprire è esattamente quello che chiamiamo il Campo freudiano . Ossia il Campo dell’esperienza umana, e dunque anche il campo in cui opera la Psicoanalisi. Un Ponte: L’Immaginario Esiste un terzo registro, quello dell’ Immaginario , ma voglio tenerlo per ora in disparte perché lo ritroveremo più avanti come quel velo, quella “toppa” attraverso cui cerchiamo di mettere riparo alla spaccatura attraverso cui ci dividiamo tra il Simbolico ed il Reale, il registro attraverso cui cerchiamo di congiungere il mondo del linguaggio (Simbolico) a quello dell’impossibile a dirsi Reale). È il registro delle immagini, delle identificazione, dell'ego. È il regno della forma, della fusione, della rivalità e della relazione speculare (io/altro). Si forma a partire dallo "stadio dello specchio", dove il bambino si identifica con la propria immagine, creando un'illusione di totalità. Il Soggetto del Desiderio: La Mancanza-a-Essere È proprio da questa fessura insanabile che scaturiscono due delle forze più potenti della nostra vita : il desiderio, che punta al simbolico e al liguaggio, e il godimento, che punta al reale, al corpo, alla pilsione . Questa divisione si manifesta nella tensione costante tra ciò che possiamo esprimere a parole, il registro del Simbolico , e un'esperienza più profonda e inafferrabile che ci sfugge, il Reale . Il desiderio, in quest'ottica, non è la semplice ricerca di un oggetto, ma è l'espressione stessa di questa mancanza costitutiva: desiderare, per Lacan, significa essere intrinsecamente incompleti, essere mancanti-a-essere, come lui dice. Questo apre ad un paradosso, che Lacan, prende da Sartre: per essere occorre riconoscersi nella propria mancanza ad essere, che ci aliena dal nostro esistere in quanto pieni. Essere ci impedisce di riconoscersi nel nostro esistere. Allo stesso tempo, questa condizione è la radice della nostra sofferenza. Per diventare un "soggetto che desidera", è necessario accettare una perdita originaria, un concetto che Lacan, sulla scia di Freud, definisce " castrazione simbolica ". Non si tratta di un evento fisico, ma dell'abbandono dell'illusione infantile di essere completi. In fondo, il percorso per diventare esseri umani consapevoli implica proprio questo passaggio: nasciamo come organismi biologicamente "pieni", ma per acquisire una coscienza di noi stessi in quanto “esseri” dobbiamo barattare quella pienezza istintiva con una condizione di "mancanza-ad-essere ". Questa Divisione Soggettiva non è un'idea astratta, ma si rivela costantemente in quegli "inciampi" che costellano la nostra vita quotidiana : un lapsus, un sogno incomprensibile o un improvviso vuoto di memoria. Ad esempio, quando una persona in analisi ci dice "ora non mi viene in mente più nulla", non sta tanto opponendo resistenza, quanto piuttosto mostrando la sua fessura soggettiva, una porta che si apre sull'inconscio come l'impossibile da dire: è un punto di rottura, di interruzione, un taglio, una coupure, della catena sanicante, dove ci sorprende il soggetto che veramente siamo, ma che non conosciamo. Di fronte a questi "buchi", l'approccio della psicoanalisi lacaniana si distingue nettamente da altre terapie. L'obiettivo non è quello di "tappare la falla" o rafforzare l'Io per creare un'illusione di completezza, ma piuttosto di aiutare la persona a navigare l'esistenza proprio a partire da quella mancanza. Si tratta di imparare a "farsene qualcosa", a trovare una nuova posizione che trasformi quella crepa da fonte di paralisi a motore della propria vita. Questo processo si svolge nella dialettica del linguaggio , dove però le nostre parole non riescono mai a contenere pienamente il desiderio che le muove. Proprio per questo, il soggetto non può nominarlo fino in fondo e si rivolge all'Altro – l'analista, la società – sperando che sia lui a riconoscerlo e a dargli un senso, in un dialogo in cui si parla senza sapere del tutto cosa si sta dicendo, né chi sia veramente quell'Altro al quale si sta dicendo. Il Soggetto del Godimento: La Pulsione Se dal lato del Simbolico troviamo il soggetto del desiderio, radicato nel linguaggio, dall'altro, nel campo del Reale, il discorso cambia radicalmente. Qui, dove si manifesta " il buco del Rreale nel Sapere del Simbolico", il soggetto e la sua domanda perdono di significato, quasi si annullano, per lasciare spazio alla Pulsione, che Lacan designa con la formula ($◇D) . In questa dimensione , il corpo non è più un'unità, ma un insieme di zone erogene, di orifizi che diventano luoghi di taglio . È qui che il soggetto si confronta con la propria mancanza costitutiva, emergendo come quella “ entità acefala ", che è la Pulsione , ossia il soggetto senza testa e senza domanda, che, come la coda di una lucertola che, sebbene recisa, continua a muoversi, agisce senza un'intenzione chiara, in un ciclo che non mira a colmare un vuoto . Si trova in uno spazio tanto lontano dalla parola, da non sospettare di essere lui, lì, a "parlare" attraverso il suo corpo. Quindi possiamo dire che, mentre il soggetto del desiderio parla senza sapere quello che dice, il soggetto della pulsione parla senza saper che è lui a parlare. Questo soggetto è costantemente alla ricerca dell'oggetto perduto del corpo, l' oggetto del godimento . Si tratta degli oggetti parziali freudiani (orale, anale), ai quali Lacan aggiunge lo sguardo, la voce e, infine, il "niente". Il paradosso tragico è che questa ricerca è destinata a fallire, perché l'oggetto che il soggetto cerca è il soggetto stesso, in quanto parte perduta del proprio corpo: “ E' il soggetto in quanto oggetto perduto del soggetto, che il soggetto cerca in quanto oggetto perduto del corpo” (A. Eddelsztein). È in questi "buchi" del corpo, in questa apparente mancanza, che si colloca il Godimento del corpo sganciato dal simbolico e dall’immaginario: non si accede più al godimento della parola, non si accede più al godimento dell’Altro, il godimento rimane godimento della pulsione nel corpo, senza argine, senza fine, distruttivo: la pulsione di morte, l’al di là del principio di piacere è proprio questo godimento fine a se stesso che non vuole sapere altro se non di ripetersi. Questo tipo di godimento non va inteso come semplice piacere o soddisfazione, e nemmeno come sofferenza. È piuttosto il luogo vuoto in cui il soggetto si annida, facendosi inconsapevolmente l'oggetto che desidera ma che non può mai possedere , poiché un soggetto non può ritrovarsi da solo come oggetto. Da qui nasce il ciclo incessante della ripetizione, che rappresenta il godimento del punto più intimo e problematico del suo essere. Lo scopo della psicoanalisi è quello di smuovere il soggetto da questo godimento mortifero per aprirlo alla possibilità di un desiderio nuovo . In sintesi, sia a livello del desiderio (nel linguaggio) sia a livello del godimento (nel corpo), il soggetto si costituisce e si definisce sempre nel suo rapporto con l' oggetto piccolo (a) , che funge da causa del desiderio o da oggetto parziale della pulsione. Il Soggetto in Bilico: Tra il Desiderio e la Pulsione Al cuore del pensiero di Jacques Lacan troviamo quindi un soggetto profondamente diviso , costantemente in bilico tra due forze potenti e opposte: il Desiderio e la Pulsione . Ma come può l'individuo sostenersi su questa frattura costitutiva, senza precipitare nell'angoscia? Da un lato, c'è l'abisso del Desiderio , una mancanza fondamentale che ci spinge a interrogarci e a rivolgerci all'Altro attraverso il linguaggio . Dall'altro, c'è il vuoto della Pulsione , una forza che emerge dal corpo e ci spinge incessantemente verso un godimento enigmatico , che Lacan chiama Jouissance. L'essere umano è irriducibilmente teso tra queste due logiche eterogenee. La risposta di Lacan a come il soggetto riesca a non frammentarsi si sviluppa lungo tutto il suo insegnamento e si fonda su due "stampelle" fondamentali, due costruzioni psichiche che offrono un sostegno su ciascun versante di questa divisione. Le Due Stampelle del Soggetto 1. Il Fantasma Fondamentale ($ <> a): La Cornice del Desiderio. Sul versante del linguaggio e del rapporto con l'Altro, la stampella è il Fantasma Fondamentale . Se il desiderio è un abisso, il fantasma è la cornice, la finestra che il soggetto costruisce per affacciarsi su quel vuoto senza caderci dentro . È una sorta di "sceneggiatura" inconscia che fornisce una risposta immaginaria alla domanda fondamentale: "Che cosa vuole l'Altro da me?" (Che vuoi?). La celebre formula lacaniana $ <> a descrive proprio questo: mette in relazione il soggetto diviso ( $ ) con l'oggetto piccolo a ( a ), ovvero l'oggetto-causa del desiderio, un resto inassimilabile. Nel fantasma, questo oggetto viene collocato illusoriamente nel luogo di un possibile ritrovamento, di una soddisfazione immaginaria. Sebbene l'oggetto a non possa mai essere veramente posseduto (è causa, non meta), questa finzione dà consistenza al desiderio, gli conferisce una realtà psichica e permette al soggetto di orientarsi nel mondo e di amare . Questa è la logica alloerotica: un rapporto con l'Altro mediato dal linguaggio e dall'immaginario. 2 . La Pulsione: Il Circuito del Godimento. Sul versante del corpo, la logica è completamente diversa: non è relazionale, ma solitaria . A differenza del desiderio, la pulsione non cerca un oggetto per colmare una mancanza. Al contrario, essa gira a vuoto attorno a un oggetto irrimediabilmente perduto. Il suo scopo non è il piacere o la soddisfazione, ma la Jouissance (il Godimento). Si tratta di una soddisfazione paradossale, spesso intrisa di sofferenza, che deriva dalla ripetizione stessa di questo circuito . È un godimento che si nutre del fallimento nel raggiungere l'oggetto, un moto perpetuo attorno a un vuoto. Un godimento che gira all’infinito esclusivamente nel reale del corpo, attraverso la pulsione e la sua ripetizione, non arginato dal simbolico, né rivolto all’Altro immaginario. Una coazione a ripetersi che, paradossalmente, si soddisfa della sua insoddisfazione, come dimostra la S ublimazione. La logica della pulsione è quindi autoerotica e autistica . Il godimento è sempre individuale, non condivisibile. Questo porta alla celebre massima di Lacan: " Non c'è rapporto sessuale ". Non significa che gli atti sessuali non avvengano, ma che non esiste una formula, una norma simbolica che possa unire e armonizzare il godimento di due soggetti in un "Tutto ". L'incontro sessuale è sempre un incontro tra due solitudini, tra due fantasmi. La pulsione, con la sua inesorabile ripetizione, è dunque l'altra stampella che sostiene il soggetto sul vuoto del proprio godimento. I l Soggetto Diviso: un Funambolo tra Due Abissi L'immagine che ne emerge è quella di un funambolo che cammina su una corda tesa. · Da un lato, si protende verso l'Altro, sostenuto dalla finzione del fantasma, alla ricerca di un senso e di un legame . · Dall'altro, è ripiegato su se stesso dalla pulsione, incatenato alla ripetizione di un godimento solitario che sancisce l'impossibilità di una fusione completa. Vivere significa navigare costantemente tra la ricerca di significato nel legame con l'Altro e l'incontro con il non-senso di un godimento che ci isola. Un Dialogo Incessante tra Linguaggio e Corpo. Questa divisione, tuttavia, non implica una separazione netta. Esiste uno scambio continuo tra il Simbolico (linguaggio) e il Reale (corpo): 1.Dal linguaggio al corpo: I significanti si "incarnano", producendo effetti sul corpo. La figura clinica che lo rappresenta è il sintomo isterico , dove un conflitto psichico si "converte" in una manifestazione somatica. 2. Dal corpo al linguaggio: La pulsione, radicata nel reale del corpo, "sessualizza" il pensiero e la parola. L'emblema di questo processo è il sintomo ossessivo , dove la sessualità impregna la catena significante. Il significante avvolge l’isterica nel corpo e l’ossessivo nel pensiero. Questa interdipendenza ci porta a una conclusione fondamentale: nell'essere umano, non esiste una sessualità "pura" o istintiva, così come non esiste un pensiero che non sia, in qualche modo, toccato dalla pulsione . Il significante e la pulsione hanno irrimediabilmente allontanato l'essere parlante dalla sua presunta animalità originaria. L'illusione di un rapporto di "solo sesso" si scontra con il fatto che, per l'essere umano, il sesso è sempre mediato dalle parole, dai fantasmi e dall'impossibilità di un rapporto senza resti. Conclusione: La Direzione della Cura e l'Etica dell'Atto Analitico Siamo partiti, nel nostro percorso, da un'evidenza clinica tanto radicale quanto ineludibile: la divisione del soggetto . Abbiamo visto come l'essere umano sia costitutivamente in bilico, teso tra l'universo del Simbolico – il campo della parola, della domanda e del desiderio rivolto all'Altro – e l'irruzione del Reale, la dimensione acefala della pulsione, della ripetizione e di quel godimento solitario e non condivisibile che Lacan chiama Jouissance . Ma giunti a questo punto, la domanda si impone con urgenza: quali sono le implicazioni di questa divisione fondamentale per la nostra pratica? Se il soggetto è spaccato, può la posizione dell'analista rimanere monolitica, uguale a se stessa? La risposta è, necessariamente, no. La direzione della cura non è una tecnica standardizzata, ma una posizione etica che deve sapersi modulare a seconda del versante della divisione soggettiva in cui si trova a operare. 1. Sul versante del Simbolico , nel regno della dialettica del desiderio, l'analista è convocato nel luogo del transfert come Soggetto Supposto Sapere . L'analizzante si rivolge a lui con una domanda di senso, sperando che l'Altro possa finalmente nominare, riconoscere e interpretare il suo desiderio. Infatti, qui, il nostro strumento principe è l' interpretazione , in particolare quella metaforica , che apre a nuove catene significanti. Ma è un'arte sottile: il nostro compito non è "dare un troppo di senso", non è tappare il buco con un sapere posticcio che andrebbe solo a suturare la ferita e a rafforzare l'Io. Al contrario, l'interpretazione deve mirare a preservare quello spazio vuoto, quell'intervallo tra un significante e l'altro, perché è solo in quella fessura che il soggetto dell'inconscio può finalmente emergere, sorprendersi e farsi sentire , può cioè venir fuori quel soggetto come Altra cosa , rispetto a quello che si suppone essere. Per questo l’interpretazione deve essere sempre anche metonimica . 2. Ma quando ci spostiamo sul versante del Reale , dove vige la logica ferrea della pulsione di ripetizione, il registro cambia drasticamente. Qui non c'è più una domanda di sapere, ma un circuito di godimento che si auto-sostiene nel suo stesso fallimento. Il transfert, di conseguenza, non si istituisce più sul sapere, ma si configura come un transfert sul godimento . L'analista non è più colui che sa, ma colui che - lungi dall’essere solo il sembiante dell’oggetto piccolo a - lo incarna, suo malgrado, facendone, non più l’oggetto causa del desiderio, ma l’oggetto reale di quel godimento mortifero . In questo contesto, l'interpretazione metaforica perde la sua efficacia; non c'è più un senso da svelare, ma un ciclo da interrompere [1] È qui che interviene l' atto analitico nella sua funzione più pura: quella del taglio . L'atto non è una parola, ma un'azione che opera una cesura nel reale , che spezza la catena della ripetizione e separa il soggetto da quel godimento che lo imprigiona . Che si tratti di una scansione della seduta, di un silenzio o di un intervento spiazzante, l'atto mira a introdurre una discontinuità là dove regnava la coazione a ripetere. [ Vediamo dunque come il transfert lacaniano, in entrambe le sue modulazioni, si fondi sempre su una logica di separazione e alienazione , e mai di identificazione o di semplice ripetizione speculare. L'obiettivo non è conformare il soggetto a un modello, ma permettergli di separarsi da ciò che lo aliena: che sia l'Altro del Simbolico o l'oggetto del godimento nel Reale. In conclusione, dirigere una cura significa saper danzare su questa faglia soggettiva , sapendo quando interpretare per aprire al desiderio e quando tagliare per arginare il godimento . La pratica della psicoanalisi non è il frutto di una tecnica bene appresa e bene applicata, ma un’etica che ci impone di non essere mai uguali a noi stessi, proprio perché il soggetto che abbiamo di fronte non è mai uno, ma irriducibilmente diviso. [1] Perché mantenere la posizione di sembiante di oggetto a come causa del desiderio e non di incarnarlo come oggetto a di godimento nel reale, è fondamentale nella "direzione della cura"? Perché solo se l'analista, attraverso il suo silenzio, le sue domande e le sue interpretazioni, si posiziona deliberatamente nel luogo enigmatico della parvenza, della finzione, del sembiante appunto, dell’oggetto piccolo a, senza incarnarlo realmente, solo se lascia questo posto vuoto, può diventare il perno del transfert: l'analizzante può proiettare sull'analista la funzione di "colui che sa" e, soprattutto, di "colui che possiede" quell'oggetto prezioso (agalma, come lo chiama Lacan nel Simposio di Platone) che si presume possa colmare la propria mancanza. Occupando la posizione di sembiante dell'oggetto a, l'analista provoca il desiderio di sapere (l'analizzante è spinto a parlare, a produrre associazioni, sogni e lapsus nel tentativo di capire e "carpire" dall’analista il segreto del proprio desiderio), non soddisfa la domanda (l'analista non risponde mai direttamente alla domanda d'amore o di soddisfazione dell'analizzante), permette all’analizzante di "attraversare il fantasma" (lo scopo finale della cura lacaniana è permettere al soggetto di "attraversare il suo fantasma fondamentale", ovvero di confrontarsi con la logica inconscia che struttura il suo desiderio e la sua sofferenza, e di separarsi dall'alienazione in questo oggetto a).
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Il transfert è il rilesso nel paziente dell'etica dello psicoanalista
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Il Soggetto dell'enunciazione e il soggetto dell'enunciato
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Freud ha dimostrato che la perversione è un non volerne sapere nulla, ma proprio nulla, della castrazione. Una doppia negazione dunque: "non è vero che non c'è il fallo lì dove non posso fare a meno di volere che ci sia". Freud ha chiamato " Verleugnung " questo meccanismo di rigetto, di ripudio della realtà della castrazione. Lacan, riprendendo la questione dal punto di vista della " castrazione della madre ", mette in rilievo come il perverso non tolleri che l'Altro sia "bucato" , sia mancante cioè proprio di quello che gli serve per assicurarsi il proprio godimento, un godimento che egli deve necessariamente prelevare "nel luogo dell'Altro", e che non sopporta possa essere interdetto dalle ragioni dell'Altro, in buona sostanza, non tollera che il proprio godimento possa trovare un limite nel desiderio dell'Altro. Il perverso è dunque colui che si serve della "Verleugnung" (diniego, doppia negazione) per impedire che il desiderio dell'Altro interrompa il proprio godimento , come dire: "il tuo desiderio si oppone al mio interesse? Disturba la stabilità della mia posizione e la certezza delle mie convinzioni? Bene, neanche mi chiedo il perché, faccio prima a rigettarlo di sana pianta, non ne tengo alcun conto, per il semplicissimo motivo che esiste una sola posizione, la mia." In altre parole il perverso non riconosce la differenza dell'Altro , per questo è, appunto, "indifferente" alle ragioni dell'Altro - laddove invece il nevrotico ne soffre - è indifferente alla realtà. Non dice, all'Altro, "è vero che tu non sei d'accordo con me, ma non lo sopporto" - che è invece la posizione del nevrotico, ovvero sia il riconoscimento che l'Altro sta dicendo qualcosa di diverso che lui non sopporta, sia il riconoscimento che lui non lo sopporta, un "doppio riconoscimento", dunque, che aprirebbe comunque ad una dialettica - ma dice, più radicalmente: "non è vero che tu non sei d'accordo con me", confondendo e facendo spesso vacillare la realtà nell 'Altro! Una "doppia negazione", appunto, come a dire che nell'universo mondo non c'è che una sola verità, la sua! E' esattamente questa la posizione di godimento del perverso. Per questo, possiamo dire, che qualsiasi comportamento tendente a disconoscere le istanze altrui, quando queste costituiscono un limite al godimento soggettivo, può essere considerato un comportamento di perversità , come può esserlo, per esempio, in una coppia, quello di un partner che si rifiuti di prendere atto del desiderio dell'altro di volersi, per esempio, separare: si rifiuta di prenderne atto per continuare a farlo sussistere nel ruolo dì partner anche se questi se ne dichiara fuori. E' il caso dello stalking, che infatti è un comportamento perverso. In altre parole, il rapporto perverso non può essere interrotto , poiché si fonda sulla complicità inconscia, di distruggere la castrazione in ciascuno dei partner, di distruggere cioè il desiderio come causa del legame della coppia per sostituirlo con il godimento, in maniera da s congiurare il rischi, insopportabile per il perverso, di poter amare, il rischio, per i p due partner bloccati dal patto perverso, di innamorarsi l'uno dell'altro. Occorre cioè che il godimento nel plagiare l'Altro si incastri con il godimento dell'Altro a farsi plagiare. Da questo patto diabolico, dalla complicità perversa all'interno di una coppia - ma anche all'interno di un gruppo, di un'Associazione, di un'Istituzione, di una Setta - a collaborare attivamente per costruire e difendere la sola Verità possibile, ossia che non vi è nessuna castrazione in ciascuno, non è dunque possibile uscirne , prima di tutto perché l'angoscia che si scatenerebbe in seguito a una tale ipotesi entra a far parte sin dall'inizio dello stesso patto perverso, anzi ne costituisce il cemento, e poi anche perché il rischio di ritorsioni, terribili, anche omicide, è altissimo per chi voglia tirarsi fuori dal gioco, poiché rompere il patto perverso significa infliggere la pena insopportabile della castrazione. Molti femminicidi ne sono un esempio, e, nella Storia, la santa Inquisizione, i roghi, le Crociate ne sono altri. Quali azioni di stalking sistematici possono esserci piu delle "crociate" anche moderne contro tutte le posizioni discordanti da ciò che è ritenuta l'unica verità vera da imporre anche sotto minaccia di morte? In conclusione, è perverso ogni atteggiamento, posizione o comportamento che si basi sul disconoscimento di quella separazione tra gli esseri che di fatto è già data per avvenuta in qualsiasi contesto umano, e che è posta a fondamento dell'amore e della vita.