La formazione degli psicoanalisti

Dott. Egidio T. Errico • 30 luglio 2020

La formazione degli psicoanalisti  

Vorrei mettere a confronto le diverse modalità della formazione degli psicoanalisti, in particolare tra le Scuole psicoanalitiche "classiche" e quelle invece ad orientamento lacaniano, al fine di dare un aiuto ai giovani colleghi che desiderano diventare psicoanalisti a potersi orientare con maggiore consapevolezza  nella scelta del percorso formativo da intraprendere.

Nelle Associazioni Psicoanalitiche classiche, quelle per intenderci che si riconoscono nei principi e nei canoni stabiliti dalla International Psychoanalytic Association (IPA), la formazione degli psicoanalisti deve seguire un percorso ben definito, rigorosamente tracciato da norme precise e da tutta una serie di parametri che ne scandiscano tappe, frequenza partecipativa e durata, norme che valgono ovviamente nella stessa misura, e senza eccezioni, per tutti indistintamente, come, se non di più, di una qualsiasi scuola che affidi ad una ferrea disciplina la garanzia del rigore di studio e di apprendimento preteso dai suoi allievi..

Il tragitto formativo è dunque istituzionalmente predefinito e rigidamente standardizzato. Esso si compone di tre assi di percorso, ciascuno dei quali  altrettanto rigidamente normato, e che devono compiersi per lo più contemporaneamente, avere una durata minima che vale per tutti allo stesso modo e rispettare tutta una serie di condizioni formali, come le incompatibilità tra le diverse figure formative (analista, supervisori, docenti, monte ore, frequenza ecc.:

1) l'asse dell' analisi cosiddetta didattica, una vera e propria analisi personale che deve però rispondere a precisi criteri: a) essere svolta solo con un analista, cosiddetto "didatta",  scelto tra una rosa di analisti abilitati e designati dall'Istituto; b) avere una frequenza di sedute settimanali prestabilite e generalmente, a seconda dei diversi Istituti, non inferiori alle tre o quattro a settimana; c) durare un certo numero di anni, anche questo prestabilito dai vari Istituti, ma che in genere è di almeno quattro;

2) l'asse delle supervisioni, anche queste rigidamente normate in tutti i loro aspetti di numero, durata, frequenza e addirittura di sedute che il paziente portato in supervisione deve fare con l'allievo in supervisione;

3) l'asse del cosiddetto training , vale a dire la partecipazione ad un corso teorico-clinico di insegnamento dei vari aspetti della cultura psicoanalitica in genere, del pensiero di Freud e dei suoi seguaci, degli orientamenti psicoanalitici più rappresentativi, della teoria e della tecnica psicoanalitica, eccetera, anche questo rigorosamente definito da orari, frequenze, e per la durata per lo più di almeno quattro anni. Il training generalmente è variamente affiancato, e integrato, a seconda dei diversi Istituti, da esperienze di tirocinio annuale presso Servizi pubblici di Salute mentale o affini, dalla partecipazione a gruppi cosiddetti "esperienziali", da eventuali seminari di approfondimento, nonché dalla partecipazione -per lo più obbligatoria- a convegni, giornate di studio o altre iniziative scientifiche organizzate dalle diverse Associazioni cui l'Istituto formativo fa riferimento, e da eventuali altri eventi ancora, a seconda dei vari Istituti. Il tutto al fine di favorire nell'allievo la costruzione di quel sapere sulla psicoanalisi che ogni futuro psicoanalista dovrebbe possedere e padroneggiare.

In Italia, e solo in Italia, inoltre, essendo tutti gli Istituti di formazione per psicoanalisti diventati ormai anche Istituti legalmente riconosciuti dal Ministero della Università e Ricerca (MIUR) come Scuole di specializzazione per l'esercizio della psicoterapia - cioè idonee a rilasciare quel titolo di Specialista in psicoterapia che Italia è obbligatorio aver conseguito per praticare la psicoterapia- alle norme già previste dall'Istituto, si aggiungono quelle ulteriormente richieste dal MIUR: ulteriori materie di insegnamento, ulteriori ore di tirocinio annuale, ulteriori regole di partecipazione ai tirocini, ulteriori requisiti per i docenti, eccetera.

Tutto questo insieme di norme e di standard formativi deve in più integrarsi anche anche con una serie di norme di incompatibilità tra le diverse figure formative e le diverse esperienze dell'allievo: incompatibilità che sono stabilite proprio al fine di garantire i massimi livelli di "purezza" della formazione del candidato, e di evitare quindi possibili, inaccettabili, contaminazioni tra i diversi momenti formativi. In altre parole, un'attenzione maniacale a "proteggere" l'allievo, come se fosse un bambino, dal "trauma" che gli deriverebbe dallo scoprire, e dal dover sopportare, che, per esempio, il proprio analista può, in altri momenti, essere anche un suo insegnante. Ragion per cui in genere viene stabilito, più o meno da tutti gli Istituti di formazione psicoanalitica, e tranne piccole variazioni tra Istituto e Istituto, che:
-l'analista di un allievo non può esserne anche il docente;
-l'analista di un allievo non può esserne neanche il supervisore, non solo durante l'intero corso dell'analisi, il che potrebbe al limite avere pure una sua logico, ma, in molti casi, neanche dopo che l'analisi si sia conclusa;
-il supervisore non può essere anche relatore della tesi di specializzazione dello stesso allievo;
-il momento della analisi deve essere rigidamente separato dal momento della supervisione (le due esperienze non si possono "contaminare" tra loro);
-l'esperienza dell'analisi, quella della supervisione e quella dell'insegnamento devono essere altrettanto distinte tra di loro e le figure dell'analista, del supervisore, del docente e del tutor di classe (dove previsto) o individuale (dove previsto) non possono mai coincidere per lo stesso allievo.
Spesso diventa un vero rompicapo evitare che uno stesso psicoanalista dell'Istituto di training si ritrovi a ricoprire incarichi che poi, a norma di regolamento, risultino tra di loro incompatibili, anche perché, essendo la mole di incarichi possibili, superiore al numero dei docenti disponibili, il rischio di incompatibilità è sempre molto alto.

La necessità di garantire la supposta "purezza" dei singoli momenti formativi in maniera che non si contaminino tra di loro, facendone, di ciascuno, una sorta di "compartimento stagno", richiede, da parte degli Organi societari preposti, un continuo lavoro di verifica, adeguamento, controllo e monitoraggio del funzionamento, del rispetto e dell'efficacia degli standard formativi prestabiliti, con un dispendio enorme di tempo e di energie.

Di conseguenza, negli Istituti di formazione per psicoanalisti organizzati secondo gli standard e i criteri descritti, finisce per instaurarsi, nella vita societaria, un funzionamento sempre più ossessivamente concentrato sugli aspetti formali, sulle regole, sulla ottimizzazione continua degli standard formativi, più che sui contenuti di sapere, in quanto ci si convince sempre più che la corretta formazione di uno psicoanalista possa essere garantita più dagli aspetti formali che da quelli di contenuto, e cioè, per dirla in altro modo, più dalle regole regolative che da quelle costitutive.

Dal momento però che quello di standard è un concetto puramente teorico - e immaginario - in quanto, come l'esperienza dimostra, la sua applicazione pratica lascia sempre fuori qualcosa, esso presenterà sempre una falla, un "cavicchio", attraverso il quale passerà comunque quell'elemento di impurità che lo standard avrebbe avuto la pretesa di impedire. E dunque, di qui, il via a ulteriori aggiustamenti e perfezionamenti di quello standard che ha dimostrato la sua debolezza, perfezionato il quale ne eccone pronto pronto un altro a mostrare il suo limite o la sua imperfezione, ripetendosi così all'infinito il lavoro della continua messa appunto di norme e regolamenti.

Questo modo  di concepire la corretta formazione degli analisti, lungi evidentemente dal garantire molto sul piano formativo, affidato com'è a standard di ordine quantitativo, è nella mia percezione piuttosto un sintomo: il sintomo di quella malattia che si chiama la malattia della Idealità. Le Società Psicoanalitiche che si riconoscono nell'IPA ne sono a mio avviso, e per esperienza personale, profondamente affette, in quanto il sintomo dell'Idealità è fortemente sostenuto dall'idea di essere le dirette discendenti del Padre Freud che le ha fondate suggerendone i principi,  tanto è vero che si sono sempre considerate le depositarie uniche del Sapere psicoanalitico così come direttamente trasmesso da Freud, e dunque le sole depositarie del Canone formativo ideale. Non a caso, si sono sempre definite "freudiane ortodosse": è stato proprio questo il motivo per cui, un po' di anni fa, fu radiato, da una di queste chiese ortodosse del freudismo, un certo dottor Jacques Lacan, che ortodosso non riusciva proprio ad essere. Lacan infatti si manifestò come un eretico sovversivo, nel proporre la necessità di un provvidenziale ritorno a Freud, visto che, paradossalmente, proprio l'ossessione per l'ortodossia, come sempre accade, di fatto finisce per irrigidire, più che per correttamente incarnare e trasmettere, lo spirito e il senso delle posizioni di pensiero che pure quell'ortodossia pensa di garantire. 

Le istituzioni formative e di scuola che funzionano secondo i principi dell'idealità e dell'ortodossia dimostrano a ben vedere che la struttura che le costituisce  è  essenzialmente paranoica: tutto ciò che emerge come posizione divergente, novità o eccezione alla regola è vissuto come in senso persecutorio, in minaccia alla purezza dell'ideologia a cui ci si ispira, e quindi da rigettare e bollare come eresia. 

Questa ossessione per l'ortodossia, e per la continua messa a punto degli standard formativi, non ha niente a che vedere con Freud, non è lui ad aver raccomandato tali rigidità. Freud si è limitato piuttosto a raccomandare quanto fosse importante che chi volesse fare il mestiere di analista si sottoponesse ad un'analisi personale e di guardarsi da quelli che invece si improvvisavano come analisti, che definì selvaggi. Furono invece i cosiddetti Psicologi dell'Io che, in Nord America, a partire dagli anni cinquanta, e in particolare dal lavoro del 1951 di K. R. Eissler intitolato L'effetto della struttura dell'Io sulla tecnica psicoanalitica e che tratta dei corretti parametri della psicoanalisi, che cominciarono a richiamare sempre di più l'attenzione per gli standard e per gli aspetti formali, ma non solo relativi alla corretta formazione degli psicoanalisti, quanto e soprattutto finalizzati a garantire la purezza della psicoanalisi in quanto cura, ossia a separare l'oro puro della psicoanalisi dal bronzo della psicoterapia, anche in questo caso prelevando una raccomandazione di Freud per farne un principio ideologico assoluto che potesse essere garantito mediante una serie di parametri rigidissimi e puramente formali (numero di sedute, uso o meno del lettino, precisi criteri di setting, ecc.). 

E' chiaro che i criteri che presiedono alla supposta purezza della psicoanalisi in quanto cura siano ormai del tutto sovrapponibili, nella loro rigidità e nell'ossessione per gli aspetti formali, ai  criteri che presiedono alla purezza della formazione degli psicoanalisti! Solo se si rispettano tali parametri si è nella psicoanalisi pura, tanto come cura, tanto come formazione.

Sarà Lacan, l'eretico, lo "scomunicato", a liberare gli analisti che lo hanno seguito - oggi ben più di coloro che sono rimasti fedeli alla ortodossia - da queste illusioni idealizzanti, che  portano il paziente - e anche  il futuro analista - soltanto ad una sorta di "ortopedizzazione" idealizzata degli assetti di funzionamento dell'Io e non al ricongiungimento con la singolarità della propria posizione soggettiva nei confronti dell'inconscio e del desiderio, così come operano in ciascuno, al di là di ogni standardizzazione preventiva.

Lacan, rifacendosi pienamente a Freud è stato chiaro su questo: non è l'Io con le sue funzioni, ma il soggetto con il proprio desiderio, il vero "oggetto" della psicoanalisi , in quanto è da lì, dal proprio desiderio rimosso, e "dimenticato", e non dall'Io, che l'essere umano parla e soffre.

Gli analisti, invece - imboccando di conseguenza la strada della deriva da Freud, e non quella del solco da lui tracciato -, hanno erroneamente visto nel famoso enunciato di Freud: " Wo Es war, soll Ich werden" la raccomandazione a lavorare sull'Io, come apparato, e dunque a lavorare sulle sue funzioni e sull'insieme dei suoi meccanismi di difesa, oggettivandolo come "organo da curare" per potenziarne le funzioni, come infatti vediamo attraverso le "tecniche" dei sostenitori della Ego psychology, e attraverso quelle dei cosiddetti post-freudiani, i quali, continuando in questa direzione, si sono progressivamente spinti fino al limite delle psicoterapie cognitiviste, e finanche delle cosiddette neuroscienze, cioè fino a quanto di più lontano ci sia dalla psicoanalisi di Freud.
In altre parole, la psicoanalisi dei post-freudiani si è andata sempre più configurando come un insieme di tecniche finalizzate a rafforzare l'Io del paziente, piuttosto che analizzarne l'inconscio come luogo del desiderio rimosso e delle pulsioni irrapresentabili.

Lacan si oppone invece, come si sa, a questa deriva e restituisce la frase al suo vero significato: nota che Freud omette a Ich l'articolo, non parla cioè dell'Io, come istanza o come funzione, ma di Io come soggetto. Freud non dice: "soll das Ich werden", ma: "soll Ich werden", non dice: "dove era Es deve diventare l'Io", ma dice: "dove era l'Es devo diventare Io". Il che cambia tutta la prospettiva del lavoro analitico: in quanto analisti non dobbiamo lavorare affinché l'Io si sostituisca all'Es , ma affinché Io mi possa soggettivare sul mio Es, sulle mie pulsioni , in particolare sulla pulsione di morte , facendovi i conti alla men peggio, in quanto soggetto e non in quanto un io. Questa è l'analisi freudiana, dalla quale le correnti post freudiane si sono sempre più allontanate, e alla quale noi, in quanto analisti che si ispirano a Freud, dobbiamo invece ritornare.

Lacan inizia così, proprio dalla "scomunica" subita, il percorso del suo ritorno a Freud.

Se teniamo presente la diffusione a livello mondiale del movimento di psicoanalisti che si è costituito intorno a lui e al suo insegnamento, non possiamo certo dire che Lacan non sia stato creduto, tant'è che è stato infatti riconosciuto come il grande psicoanalista del " ritorno a Freud ".

Conseguentemente, anche il percorso formativo degli analisti che vogliono esercitare la loro pratica all'interno del cosiddetto Campo freudiano - il campo cioè di quella pratica analitica indicata da Lacan come la psicoanalisi del soggetto dell'inconscio e che Freud ci ha consegnato attraverso la corretta lettura della frase "Wo Es war, soll Ich werden"- è allora radicalmente diverso da quello stabilito dall'IPA.

La formazione degli psicoanalisti lacaniani  - o di coloro che comunque riconoscono nell'insegnamento di Lacan la direzione corretta per ritrovare la psicoanalisi che Freud ci ha trasmesso, in quanto psicoanalisi dell'inconscio e non dell'Io - non può dunque né mirare  al rafforzamento in un "Io psicoanalitico", né  porsi l'obiettivo di favorire una "identità" psicoanalitica conforme alle aspettative della Scuola in questione e tale da permettere a coloro che l'abbiamo frequentata di riconoscersi attraverso il "titolo" di cui si viene investiti. 

La formazione dello psicoanalista lacaniano, piuttosto, procede, possiamo dire, per "via di togliere": passa inevitabilmente attraverso la messa in discussione di qualsiasi sapere universitario in cui ci si possa più o meno identificare, e significa non promuoversi come un soggetto "istituzionalizzato", ma, al contrario, potersi consentire quel procedimento di messa in discussione di sé e di disidentificazione dal sapere che ci si attribuisce e dalle istituzioni in cui si aderisce, - processo che Lacan chiama di di "destituzione soggettiva" - dal momento che la materia di cui si tratta è l'inconscio, vale a dire ciò che, per definizione, manca e sfugge a qualsiasi pretesa conoscitiva, a qualsiasi pretesa di competenza, prestabilite, ma che, al contrario, richiede la possibilità, per l'analista che voglia interessarsene, di sostenersi come "soggetto di non sapere", come soggetto vuoto, come soggetto scarto, solo supposto nel suo sapere e in grado di lasciarsi sussistere, nell'orizzonte del transfert, come un mero significante ("un significante qualunque", lo definirà Lacan). A questo deve mirare la formazione dello psicoanalista lacaniano, soprattutto attraverso la sua analisi personale. Lo psicoanalista lacaniano è colui che deve saper vacillare nelle proprie certezze di sapere e identitarie, saperle opportunamente mettere da parte, pur sapendo costituire, proprio su tale destabilizzazione, la stabilità della sua posizione di analista, la capacità di tenere - e con rigore - la barra della direzione della cura, vale a dire i cardini della sua prassi, cardini che sono etici dunque, e non di sapere. Per Lacan non è l'acquisizione di conoscenze e competenze tecniche alla base della formazione di un analista vero, ma la possibilità di costituirsi come soggetto etico. Che significa? Significa essere un soggetto che si sostiene sul proprio desiderio, su quello che Lacan chiama perciò il desiderio dell'analista, che è il desiderio di accogliere e far spazio all'inconscio del paziente, affinché sia lui  a trovare la propria via d'uscita dalla sofferenza che lo attanaglia, e non l'analista a indicargliela, quindi un desiderio, quello dell'analista, che è più forte del desiderio di guarire (quello del medico), del desiderio di educare (quello del pedagogo), del desiderio di insegnare (quello del maestro). 

Di conseguenza, l'analisi dello psicoanalista lacaniano della Scuola, pur nel rigore di analisi dell'inconscio, non è affidata a regole minuziose e standardizzate uguali per tutti e stabilite "dall'alto", ma ad una esperienza soggettiva di percorso che rispetta, accoglie e riconosce i tempi e i modi di portarla avanti di ciascuno, di uno per uno, a patto che sia posta al centro del percorso formativo nella Scuola, in quanto: " non si diventa analisti se non attraverso la propria analisi condotta fino in fondo".

E qui " propria analisi " significa davvero propria analisi: l'analisi che ognuno si "merita" in termini di frequenza e durata e non l'analisi con tempi e modi stabiliti dalle gerarchie istituzionali. Propria analisi non significa però, in nessun caso, arbitrarietà e improvvisazione secondo le opportunità e le convenienze personali e secondo il principio che "ognuno fa come gli pare". Propria analisi significa essere nell'unica esperienza analitica possibile: quella sostenuta dal proprio desiderio, desiderio che non può che muovere da dove si soffre e che è di per sé l'unico garante di quell'etica soggettiva che può fare del proprio percorso formativo in percorso "rigoroso", sia pure non standardizzato.

Quello che si richiede, dunque, non è la subordinazione a standard rigidamente prestabiliti, ma che l'analizzando, detto ora analizzante in quanto è lui che in effetti lavora sul proprio inconscio, riesca a dimostrare, e a convincere, attraverso una procedura particolare e impegnativa detta passe - che è una procedura di testimonianza pubblicamente resa ai colleghi, soprattutto a quelli che stanno più indietro, e non a coloro che stanno più avanti - del perché egli si possa ora dichiarare analista, perché cioè dalla posizione di analizzante può dire di essere passato a quella di analista.

Un percorso formativo dunque che -riprendendo il titolo dell'articolo scritto sull'argomento da Romildo Do Rego Barros (La Psicoanalisi n. 35 , 2004) è sì " senza standard, ma non senza principi ".

Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 17 maggio 2026
Il fondamento di ogni relazione umana - che sia tale da permettere un autentico scambio dialettico interpersonale - è il riconoscimento dell'Altro come essere separato, dotato di un desiderio suo proprio e di una volontà autonoma. Il riconoscimento cioè che l'Altro è un altro da sé e non un altro di sé. Tuttavia, nei diversi contesti umani, questo riconoscimento dell'alterità dell'Altro non è garantita, non è scontatta. Perché? Perché spesso ci ritroviamo in relazioni nelle quali facciamo la dolorosa esperienza di non essere ascoltati, di non essere tenuti in debita considerazione, di non essere riconosciuti come soggetti dotati di una propria autonomia di pensiero? La psicoanalisi può mostrarcene le ragioni ed offrirci la possibilità di comprendere come e perché possano stabilirsi tali dinamiche, quali ne siano la logica e la struttura, e perché possono essere definite come perverse, allargando così il campo delle Perversioni da quello di certi comportamenti sessuali a quello di relazioni interpersonali caratterizzate dal rifiuto sistematico di riconoscere nella'Altro una soggettività sua propria, distinta e separata da sé. E' il Padre della Psicoanalisi, Sigmund Freud, ad individuare per primo il meccanismo centrale della perversione come Verleugnung, ossia, in italiano, come "diniego", "ripudio". Per Freud, il perverso è colui che si rifiuta di accettare la realtà della "castrazione", ovvero l'esistenza di un limite, di una mancanza, di una diversità irriducibile tra sé e l'Altro. La Verleugnung non è una semplice negazione, è di più, è una "doppia negazione": 𝑁𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑖 𝑚𝑎𝑛𝑐𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎, 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑠𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑒 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑚𝑒 𝑙𝑒 𝑎𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑚𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑖𝑜. È una posizione categorica e irriducibile di disconoscimento della realtà, e della verità oggettiva. Una posizione che, per essere sostenuta e conservata nella sua operazione di diniego, deve servirsi - questo è un punto importante - della scissione inconscia dell'Io, ossia della separazione e del disconoscimento di quella parte di sé che non può non riconoscere come stanno effettivamente le cose. Il diniego non è dell'ordine del delirio, non è una falsa verità, è l'odio per la verità e l'odio, prima che nei confronti dell'Altro e della sua verità, nei confronti di quella parte di sé che, riconoscendo la verità vera, non può ammetterla, ma solo trattenerla come una traccia crepuscolare. J acques Lacan riprende e approfondisce l'intuizione freudiana, spostando il focus dalla castrazione individuale a quella dell'Altro (il partner, la società, il linguaggio stesso). I l perverso non tollera che l'Altro sia "bucato" , mancante. Perché? Perché se l'Altro è incompleto e ha un proprio desiderio, allora può porre un limite al godimento del soggetto. Il perverso, invece, mira a un godimento assoluto, senza ostacoli. Non sopporta che il proprio godimento possa essere interdetto o messo in discussione dal desiderio dell'Altro. La sua missione diventa quindi quella di "tappare il buco" nell'Altro , di renderlo un partner completo, uno strumento prevedibile e funzionale al proprio godimento. Qui cogliamo la differenza cruciale con la struttura nevrotica. Se il perverso non tiene in alcun conto il desiderio dell'Altro, il nevrotico, al contrario, ne è talmente dominato da sottomettervisi completamente, al punto di dimenticare il proprio. Il nevrotico soffre immensamente del desiderio dell'Altro: lo riconosce, se ne fa carico, vi accondiscende o vi si ribella, ma non ne nega mai l'esistenza. Se la posizione del perverso nei confronti della mancanza dell'Altro è della d oppia negazione , quella del nevrotico è di un doppio riconoscimento : sia del desiderio dell'Altro, che della propria sofferenza nel temere di non potervi aderire del tutto. Tuttavia, questo doppio riconoscimento, per quanto doloroso, apre a una dialettica possibile con l'Altro. Nel preverso, invece, il diniego radicale delle ragioni dell'Altro chiude ad ogni possibile dialogo. Se il nevrotico è in una relazione dialettica infinita con l'Altro, il perverso se ne tira radicalmente fuori: valgono solo le sue ragioni. Il perverso non nega semplicemente la volontà dell'Altro, nega la validità stessa della sua esistenza come soggetto pensante e desiderante. In questo modo, il perverso confonde e fa vacillare la realtà dell'interlocutore, imponendo la propria come l'unica verità possibile. Questo è il cuore della posizione di godimento del perverso: l'annullamento della differenza. Una posizione che può sfociare in vere e proprie tragedie, come il fenomeno dello Stalking o dei femminicidi, nei quali viene soppressa, non la volontà dell'Altro, ma l'Altro stesso in quanto soggetto di una volontà diversa e intollerabile E tuttavia, spesso, la relazione perversa non è unilaterale, ma si nutre di una complicità inconscia. I due partner creano un "patto diabolico" in cui entrambi collaborano per distruggere la castrazione, la mancanza, in sé stessi e nell'altro. Il desiderio, che nasce dalla mancanza e fonda l'amore, viene sostituito dai godimenti complementari ldei due partner: Il godimento di chi plagia si incastra perfettamente con il godimento di chi si lascia plagiare, in un gioco che scongiura il rischio evidentemente più temuto, quello di amare davvero, ovvero di accettare l'incompletezza reciproca. In conclusione, la perversione non è solo una categoria diagnostica, ma una modalità relazionale che si basa sul disconoscimento della separazione fondamentale tra sé e l'Altro. È perverso ogni atteggiamento, individuale o collettivo, che neghi la legittimità delle istanze altrui per proteggere un godimento soggettivo. La Storia offre esempi terrificanti di questa logica: l'Inquisizione, le crociate, i totalitarismi. Sono tutti sistemi che si fondano sull'imposizione di un'unica Verità e sulla sistematica, violenta eliminazione di ogni posizione discordante. Sono la manifestazione di un rifiuto radicale di quella differenza che, invece, è il fondamento stesso dell'amore e della vita.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 10 maggio 2026
La tesi più radicale e spesso fraintesa di Jacques Lacan è quella che egli riassume nel celebre aforisma: 𝑛𝑜𝑛 𝑐'𝑒̀ 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. Questo non significa, banalmente, che gli esseri umani non facciano sesso tra di loro o che non vi siamo atti sessuali. Significa qualcosa di molto più profondo, ossia che non esiste una formula, un codice naturale che possa scrivere la relazione tra un sesso e l'altro, che possa prestabilirla una volta per tutte, che possa predeterminarne l'armonia, garantirne il funzionamento ottimale e il successo. Non esiste una matematica del sesso umano, una sua scrittura, tanto nella biologia, quanto nell'inconscio stesso. A differenza degli animali, guidati dall'istinto che crea un rapporto fisso e funzionale alla specie, l'essere umano, essendo immerso nel linguaggio, ha perso per sempre questa bussola biologica. Siamo 𝑝𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎, e questo ha due conseguenze fondamentali. In primo luogo, 𝐼𝑙 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒: non ci accoppiamo, mettiamo in scena una fantasia. Non desideriamo l'Altro in sé, ma l'oggetto causa del nostro desiderio ((𝑜𝑔𝑔𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑎)) che presumiamo l'Altro possegga. Ogni atto sessuale non è un incontro tra due nature che si completano, ma un complesso dialogo tra due mondi inconsci, due fantasie che solo per un breve istante possono sperare di sovrapporsi, senza mai combaciare del tutto. Il sesso allo 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑢𝑟𝑜 è impossibile perché la parola si è insinuata tra noi e il reale del corpo, rendendo ogni esperienza irrimediabilmente soggettiva e filtrata dal significato. In secondo luogo, i rispettivi godimenti non sono complementari. Non esiste un godimento "della coppia" che nasca dalla fusione di due metà. Esiste il godimento di un soggetto e il godimento di un altro soggetto. L'idea di 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑢𝑛𝑜 è l'illusione per eccellenza. Prova ne è la persistenza dell'autoerotismo: una parte del godimento del corpo resta sempre privata, solitaria, non condivisibile e non traducibile nel linguaggio dell'Altro, irrimediabilmente esclusa dalla dialettica discorsiva dell'amore. 𝑂 𝑠𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎 𝑜 𝑠𝑖 𝑔𝑜𝑑𝑒, potremmo dire, estremizzando i due registri, del reale del corpo e del simbolico del linguaggio È il 𝑔𝑜𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑈𝑛𝑜, che resiste all'ingresso nel legame a due. A questo punto, cosa riempie il vuoto lasciato dall'assenza di un 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 scritto dalla natura? 𝐋'𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞. Lacan afferma che 𝑙'𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑝𝑒𝑟𝑖𝑠𝑐𝑒 𝑎𝑙𝑙'𝑎𝑠𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. L'amore è il discorso, l'invenzione, la costruzione poetica con cui tentiamo di dare un senso a questo 𝑛𝑜𝑛-𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜. È il legame che si sforza di creare un ponte sull'abisso che separa due godimenti. Mentre il sesso rivela la disgiunzione fondamentale, l'amore è la promessa (sempre illusoria, ma necessaria) che un'unione sia possibile, che il godimento dell'Altro possa essere compreso e condiviso, che da due si possa davvero diventare Uno. Amare, in questa prospettiva, diventa un atto etico di straordinaria complessità. Non significa trovare 𝑙'𝑎𝑙𝑡𝑟𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑙𝑎 di Aristofane che ci completa. Amare significa tollerare la crepa che ci divide dall'Altro, accettare che l'Altro rimarrà sempre un mistero, con un nucleo di godimento inaccessibile. Amare significa amare la mancanza dell'Altro (𝑎𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 ℎ𝑎, dice Lacan), significa saperci fare con il reale del sesso, ossia vivere la sessualità non con la pretesa di una fusione totale, ma con la consapevolezza della distanza, trovando una meraviglia proprio in quel tentativo, sempre rinnovato e sempre parzialmente mancato, di toccare l'irraggiungibile alterità dell'Altro. Perché questa coesistenza di unione (l'amore) e disgiunzione (il sesso) sia possibile e sostenibile in una coppia, occorre che entrambi i partner dispongano di un Significante speciale, che presiede a tutti i significanti, e che Lacan chiama il 𝐅𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐢𝐦𝐛𝐨𝐥𝐢𝐜𝐨, vale a dire quell'iscrizione etica che orienta il desiderio e disciplina il godimento. L'amore diventa allora quella meravigliosa e talvolta infernale invenzione che ci permette di 𝑓𝑎𝑟 𝑓𝑖𝑛𝑡𝑎" 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑎, e in questo far finta si gioca tutta la ricchezza, la tragedia e la bellezza della vita umana. @follower Per approfondire: https://www.egidioerrico.com/cosa-la-psicoanalisi-ha-da-dire-sullamore-e-sul-sesso
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 9 maggio 2026
La madre porta con sé il segreto indicibiledel significato del proprio bambino
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 23 aprile 2026
IL DESIDERIO È SEMPRE PER UN CORPO, L'AMORE È SEMPRE PER UN NOME, IL NOME DI QUEL CORPO . Il titolo, sebbene non sia una citazione letterale di Lacan, è una sintesi del suo insegnamento sulla complessa dialettica tra amore e desiderio. Approfondiamo l’argomento, mantenendoci all’interno della teoria lacaniana. L'aforisma del titolo si scompone in due movimenti principali che si unificano nel finale. 1. Il Desiderio è sempre per un Corpo. Per Lacan, il desiderio (désir) non è né il bisogno (biologico, che può essere soddisfatto, come la fame) né la domanda (la richiesta articolata all'Altro, che è sempre una domanda d'amore). Il desiderio nasce proprio dallo scarto tra il bisogno e la domanda. È un resto, un'eccedenza, ed è per sua natura inconscio, indistruttibile e metonimico: scivola incessantemente da un oggetto all'altro senza mai trovare un appagamento definitivo. Cosa significa che è per un corpo? In primo luogo che il desiderio non si rivolge alla persona colta nella sua totalità, ma è innescato da un "oggetto parziale", quello che Lacan chiama “oggetto piccolo a” (objet petit a). Questo non è un oggetto reale che si può possedere, non è un oggetto meta del desiderio, ma ne è la causa fantasmatica. Il corpo dell'altro diventa il luogo, il palcoscenico, in cui immaginiamo di poter trovare questo oggetto perduto: uno sguardo, una voce, un seno, un certo modo di muoversi. Il corpo è il supporto materiale del nostro fantasma fondamentale. In secondo luogo che il desiderio si muove prevalentemente nel registro dell'Immaginario. Desideriamo l'immagine dell'altro, il corpo come Gestalt, come forma che promette una completezza che a noi manca. È una relazione duale: "io" desidero "quel corpo" perché immagino che possa colmare la mia mancanza (manque-à-être). Infine perché, in quanto legato all'oggetto parziale e all'immagine, il corpo del desiderio è, per il suo carattere metonimico, intercambiabile . Finito l'incanto di un corpo, il desiderio può facilmente spostarsi su un altro che sembra incarnare meglio, o in modo nuovo, l'objet petit a. Il desiderio è seriale. In sintesi, con la prima parte dell'aforisma volio dire che il desiderio è radicato nella pulsione, si aggancia a frammenti del corpo dell'altro e opera in una logica di consumo e sostituzione, senza mai raggiungere una vera soddisfazione. 2. L'amore è sempre per un Nome, il Nome di quel Corpo. Qui la prospettiva cambia radicalmente. L' amore , a differenza del desiderio, si colloca nel registro del Simbolico . Il "Nome" non è da intendersi come il semplice nome anagrafico, ma ha una precisa valenza simbolica: è il modo attraverso cui i nostri genitori hanno deciso come saremo riconosciuti nella nostra singolaritàtà e insostituibilità. È la funzione simbolica che iscrive un soggetto in un ordine, in una genealogia, in una storia. Il Nome rappresenta l'unicità irriducibile del soggetto, la sua particolarità assoluta all'interno del linguaggio e della cultura di appartenenza. Il Nome è ciò che fa di un esistenza biologica un essere umano, che imprime alla nuda vita il carattere dell'eternità : di ognuno di noi muore il corpo, ma non il Nome. Quel Nome che fa di un individuo quel soggetto e non un altro. Amare qualcuno significa amare questa sua singolarità, questo suo "Nome": l ’amore è sempre per un nome , dice Lacan. L'amore è il movimento che permette di superare la visione dell'altro come mero corpo-oggetto per riconoscerlo come soggetto. Si ama la sua mancanza, la sua "castrazione" simbolica, la sua finitezza. Come dice Lacan, amare è dare ciò che non si ha . Si offre la propria mancanza alla mancanza dell'altro, creando un legame che non si basa sul possesso ma sul riconoscimento reciproco di un'incompletezza. Si ama il Il Nome di quel Corpo vuole indicare la congiunzione cruciale dell'amore a quel corpo e solo a quel corpo. L'amore non è un'astrazione platonica. È l'atto che salda la singolarità simbolica (il Nome) a un corpo particolare e contingente . L'amore opera una sorta di "miracolo": fa sì che tra tutti i corpi desiderabili del mondo, uno solo diventi insostituibile. Perché? Perché quel corpo diventa il significante del Nome che amiamo. Il corpo cessa di essere un oggetto intercambiabile e diventa l'incarnazione necessaria di quella soggettività unica. L'aforisma descrive dunque la funzione dell'amore come ciò che àncora il desiderio e che, come dice Lacan, lo umanizza. Senza amore, il desiderio è condannato a un'erranza infinita, a una ricerca senza fine del corpo perfetto che possa incarnare l'objet a , una ricerca destinata al fallimento e alla ripetizione. È la logica del Don Giovanni: ogni corpo è desiderabile ma nessuno è indispensabile. L'amore interviene a interrompere questa catena metonimica. Opera una metafora : la sostituzione di un significante con un altro. Il corpo dell'amato viene elevato a significante dell'unicità assoluta del soggetto. L'amore dice: " Desidero questo corpo non perché ha questo o quel frammento che cattura la mia pulsione, ma perché è il corpo di questo Nome, di questa persona unica che per me non ha eguali ". In questo modo, l'amore non nega il desiderio, ma lo riorienta, lo stabilizza. Permette di desiderare sempre lo stesso corpo, non per abitudine, ma perché in quel corpo si continua a incontrare il mistero e l'unicità del Nome amato.  L'amore è ciò che permette il passaggio dal desiderio di un corpo al desiderio di quel corpo, il corpo che porta con sé il segno indelebile di un Nome.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 20 aprile 2026
Accostarsi alla clinica psicoanalitica, in particolare quella di orientamento lacaniano, non può, a mio avviso, prescindere da una comprensione approfondita di alcuni concetti fondamentali: Divisione Soggettiva, Desiderio, Fantasma Fondamentale, Pulsione, Ripetizione, Godimento. Questi termini non solo devono essere esplorati singolarmente, evidenziandone le specificità e i caratteri distintivi, ma è cruciale che vengano anche analizzati nelle loro interrelazioni strutturali e dinamiche. Solo così potremo evitare confusioni e comprendere come questi elementi concorrono alla definizione delle tre strutture psicopatologiche: Nevrosi, Perversione e Psicosi. L’incontro di oggi si propone di chiarire questi concetti, affinché possano fungere da fondamenta solide per una conoscenza più ampia e articolata della clinica psicoanalitica. Divisione Soggettiva Al cuore della psicoanalisi lacaniana non c'è una teoria astratta e conclusa, ma una domanda radicale e aperta sulla sofferenza umana . Una domanda che parte da un'esperienza che tutti, in qualche modo, conosciamo: perché siamo così spesso attraversati dalla dolorosa sensazione di essere divisi, lacerati? Perché spesso ci sorprendiamo per una parola che non pensavamo di pronunciare, per un gesto, un’azione che non ci aspettavamo di compiere o per una decisione che mai avremmo voluto prendere? Perché siamo così spesso attraversati dalla sensazione che ciò che diciamo di noi stessi non esaurisca mai completamente ciò che siamo, o meglio, ciò che pensiamo di essere? Per Cartesio io sono dove penso di essere, anzi io sono perché penso. Questa certezza dell’essere in quanto pensante, questa coincidenza assoluta dell’Io con il suo pensiero, e con il soggetto in cui ognuno si riconosce come essere, dominerà il pensiero moderno per circa trecento anni, ossia dal 1600 fino alla fine del 1800, quando il genio di Freud, con la scoperta dell’inconscio, non darà un colpo decisivo al cogito cartesiano. Forse vale la pena di soffermarci un attimo su questa linea evolutiva, perché in essa possiamo ravvisare le radici della nascita della psicoanalisi, ossia un percorso che va da un soggetto padrone di sé a un soggetto "parlato" e diviso, un’evoluzione cruciale nella storia del pensiero occidentale: il progressivo decentramento del soggetto rispetto al pensiero e al linguaggio, il passaggio graduale dalla certezza all'incertezza, dalla trasparenza all'opacità del soggetto. Un passaggio che si compie in tre tappe fondamentali. 1. Cartesio: Il Soggetto della Certezza e del Pensiero Trasparente Il punto di partenza è il soggetto cartesiano . Con il suo celebre Cogito ergo sum ("Penso, dunque sono"), Cartesio fonda l'esistenza del soggetto sulla sua capacità di pensare: sul piano del pensiero , il soggetto è il padrone assoluto del proprio pensiero . L'"Io" è una sostanza pensante ( res cogitans ), pienamente cosciente e trasparente a se stessa. Il pensiero è ciò che definisce il soggetto e ne garantisce la certezza. S ul piano del linguaggio , il soggetto che parla è sempre preceduto dal pensiero, il soggetto dice sempre quello che pensa e pensa sempre quello che dice: Il linguaggio allora assume un valore secondario rispetto al pensiero, è uno strumento che serve a comunicare un pensiero che si è già formato, chiaro e distinto, nella mente del soggetto. È un'espressione controllata e assolutamente consapevole della coscienza. In sintesi, per Cartesio l'equazione è: Io penso → Io sono . Il soggetto precede e domina sia il pensiero che il linguaggio, avendo di entrambi piena padronanza. 2. Freud: la Frattura del Soggetto e l'emergere dell'Inconscio Con Freud, questo edificio di certezze crolla . La scoperta dell'inconscio rappresenta la prima, grande ferita narcisistica al soggetto cartesiano: il soggetto non è più padrone in casa propria . Il pensiero cosciente (l'Io) è solo la punta di un iceberg. La vera forza motrice sono i pensieri inconsci , i desideri e le pulsioni che sfuggono al suo controllo. Il soggetto è "agito" da un pensiero che non conosce . Il linguaggio, allora, smette di essere uno strumento docile e diventa la via d'accesso privilegiata all'inconscio : lapsus, sogni, motti di spirito non sono errori, ma manifestazioni di una verità del soggetto che la coscienza ignora . Il linguaggio tradisce il soggetto, ma nel tradirlo, lo rivela. L'equazione freudiana è più complessa: Io sono dove un pensiero inconscio si manifesta . Il soggetto è decentrato tra conscio e inconscio. 3. Lacan: Il Soggetto come effetto del linguaggio Jacques Lacan porta la rivoluzione freudiana alle sue estreme conseguenze , integrandola con la linguistica strutturale. Se per Freud l'inconscio si esprime attraverso il linguaggio, per Lacan l'inconscio è strutturato come un linguaggio . Lacan rovescia radicalmente Cartesio: "Io penso dove non sono, dunque sono dove non penso" . Il pensiero non appartiene al soggetto; il soggetto emerge nel "luogo dell'Altro ", cioè nella struttura preesistente del linguaggio e delle sue leggi. Il soggetto non esiste prima del linguaggio , ma è un suo effetto . Entrando nel linguaggio (l'ordine simbolico), l'essere vivente viene "mortificato", diviso, e si costituisce come soggetto mancante, barrato (scritto $). Non siamo noi a parlare il linguaggio, ma è il linguaggio che ci parla. Il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante. Per Lacan, l'equazione definitiva è: Il linguaggio parla → Io sono (come effetto diviso) . Tutto l’insegnamento lacaniano ruota intorno alla questione del soggetto diviso in quanto effetto del linguaggio . Attraverso di esso Lacan ne cerca le ragioni, le formula, le argomenta, le mette in logica fino ad arrivare a stabilire che l’entità radicale e irriducibile della struttura del Soggetto umano non è la sintesi, ma la divisione , offrendoci al tempo stesso una mappa per esplorarla, per comprenderla e per studiarne le diverse implicazioni nella sofferenza psichica e nella clinica. L’Ordine del Simbolico e il Linguaggio 1. Da una parte , c'è il mondo in cui viviamo: l'universo del Simbolico . È il mondo del linguaggio, delle regole sociali, delle aspettative degli altri e delle nostre stesse parole. È il patto che ci rende esseri umani in una comunità. Il con-tratto che sottoscriviamo per ottenere il diritto di essere ammessi nella civiltà . Il trattino col quale ho scomposto il termine contratto è per sottolineare che gli esseri umani sono nel simbolico con tratto: questo tratto è la parola e dunque Il contratto si fonda sulla parola: un tratto che non si limita a descrivere, ma lega . È l'atto con cui il dire diventa un vincolo. È esattamente questo che Lacan vuole intendere quando dice che il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante: Il significante , per Lacan, va inteso infatti come il tratto della parola e tra le parole. Non è semplicemente la parola nel suo uso comune. È, prima di tutto, un tratto, un marchio, un'iscrizione. Lacan lo chiama trait unaire (tratto unario). È un segno che non ha un significato intrinseco, ma che serve a produrlo , e a differenziare, a marcare una differenza. Proprio come il "tratto" di una firma su un contratto . In altri termini, la parola che rappresenta un soggetto è un tratto (il primo significante, S1) che, per poterlo rappresentare, deve necessariamente legarsi a un altro tratto (un altro significante, S2), un altro soggetto. Il soggetto, allora, non è la fonte di questo legame, ma il suo effetto . Emerge proprio da questo contratto tra parole, in quello spazio vuoto che la catena dei significanti crea e al tempo stesso designa . Il contratto, quindi, non è qualcosa che il soggetto stipula, ma è l'atto stesso che lo costituisce ." Questo è il lato del Simbolico, dove il Soggetto si costituisce in quanto tale sotto la legge del Significante, dove il Soggetto, avendo subito la castrazione ad opera del Significante, è mancante-a-essere e dunque attraversato dal desiderio. L’Ordine del Reale e il Corpo 2. Dall'altra parte , c'è ciò che al mondo del linguaggio sfugge e si sottrae al significante. Ripensiamo al linguaggio come una rete fatta dalle parole tenute insieme dai significanti che la percorrono in lungo e in largo : con essa peschiamo le cose del mondo in cui viviamo, diamo loro un senso, un nome e in questo modo, dal mondo in cui viviamo, attraverso il linguaggio, ritagliamo, costruiamo la realtà che ci riguarda. La rete del linguaggio ha però dei buchi: c'è sempre qualcosa che essa non riesce a catturare, ma che comunque lascia intravedere, che rivela in qualche modo come l’Altra cosa , come l’ impossibile a dirsi . Questo impossibile è il Reale , che non è la "realtà", ma ciò che nella realtà non entra : il buco nella realtà simbolica che ci costruiamo con le parole e sottomettiamo alla legge del significante . Questa rete delle parole lungo la quale camminano i significanti, con i buchi che i significanti non riescono a coprire è esattamente quello che chiamiamo il Campo freudiano . Ossia il Campo dell’esperienza umana, e dunque anche il campo in cui opera la Psicoanalisi. Un Ponte: L’Immaginario Esiste un terzo registro, quello dell’ Immaginario , ma voglio tenerlo per ora in disparte perché lo ritroveremo più avanti come quel velo, quella “toppa” attraverso cui cerchiamo di mettere riparo alla spaccatura attraverso cui ci dividiamo tra il Simbolico ed il Reale, il registro attraverso cui cerchiamo di congiungere il mondo del linguaggio (Simbolico) a quello dell’impossibile a dirsi Reale). È il registro delle immagini, delle identificazione, dell'ego. È il regno della forma, della fusione, della rivalità e della relazione speculare (io/altro). Si forma a partire dallo "stadio dello specchio", dove il bambino si identifica con la propria immagine, creando un'illusione di totalità. Il Soggetto del Desiderio: La Mancanza-a-Essere È proprio da questa fessura insanabile che scaturiscono due delle forze più potenti della nostra vita : il desiderio, che punta al simbolico e al liguaggio, e il godimento, che punta al reale, al corpo, alla pilsione . Questa divisione si manifesta nella tensione costante tra ciò che possiamo esprimere a parole, il registro del Simbolico , e un'esperienza più profonda e inafferrabile che ci sfugge, il Reale . Il desiderio, in quest'ottica, non è la semplice ricerca di un oggetto, ma è l'espressione stessa di questa mancanza costitutiva: desiderare, per Lacan, significa essere intrinsecamente incompleti, essere mancanti-a-essere, come lui dice. Questo apre ad un paradosso, che Lacan, prende da Sartre: per essere occorre riconoscersi nella propria mancanza ad essere, che ci aliena dal nostro esistere in quanto pieni. Essere ci impedisce di riconoscersi nel nostro esistere. Allo stesso tempo, questa condizione è la radice della nostra sofferenza. Per diventare un "soggetto che desidera", è necessario accettare una perdita originaria, un concetto che Lacan, sulla scia di Freud, definisce " castrazione simbolica ". Non si tratta di un evento fisico, ma dell'abbandono dell'illusione infantile di essere completi. In fondo, il percorso per diventare esseri umani consapevoli implica proprio questo passaggio: nasciamo come organismi biologicamente "pieni", ma per acquisire una coscienza di noi stessi in quanto “esseri” dobbiamo barattare quella pienezza istintiva con una condizione di "mancanza-ad-essere ". Questa Divisione Soggettiva non è un'idea astratta, ma si rivela costantemente in quegli "inciampi" che costellano la nostra vita quotidiana : un lapsus, un sogno incomprensibile o un improvviso vuoto di memoria. Ad esempio, quando una persona in analisi ci dice "ora non mi viene in mente più nulla", non sta tanto opponendo resistenza, quanto piuttosto mostrando la sua fessura soggettiva, una porta che si apre sull'inconscio come l'impossibile da dire: è un punto di rottura, di interruzione, un taglio, una coupure, della catena sanicante, dove ci sorprende il soggetto che veramente siamo, ma che non conosciamo. Di fronte a questi "buchi", l'approccio della psicoanalisi lacaniana si distingue nettamente da altre terapie. L'obiettivo non è quello di "tappare la falla" o rafforzare l'Io per creare un'illusione di completezza, ma piuttosto di aiutare la persona a navigare l'esistenza proprio a partire da quella mancanza. Si tratta di imparare a "farsene qualcosa", a trovare una nuova posizione che trasformi quella crepa da fonte di paralisi a motore della propria vita. Questo processo si svolge nella dialettica del linguaggio , dove però le nostre parole non riescono mai a contenere pienamente il desiderio che le muove. Proprio per questo, il soggetto non può nominarlo fino in fondo e si rivolge all'Altro – l'analista, la società – sperando che sia lui a riconoscerlo e a dargli un senso, in un dialogo in cui si parla senza sapere del tutto cosa si sta dicendo, né chi sia veramente quell'Altro al quale si sta dicendo. Il Soggetto del Godimento: La Pulsione Se dal lato del Simbolico troviamo il soggetto del desiderio, radicato nel linguaggio, dall'altro, nel campo del Reale, il discorso cambia radicalmente. Qui, dove si manifesta " il buco del Rreale nel Sapere del Simbolico", il soggetto e la sua domanda perdono di significato, quasi si annullano, per lasciare spazio alla Pulsione, che Lacan designa con la formula ($◇D) . In questa dimensione , il corpo non è più un'unità, ma un insieme di zone erogene, di orifizi che diventano luoghi di taglio . È qui che il soggetto si confronta con la propria mancanza costitutiva, emergendo come quella “ entità acefala ", che è la Pulsione , ossia il soggetto senza testa e senza domanda, che, come la coda di una lucertola che, sebbene recisa, continua a muoversi, agisce senza un'intenzione chiara, in un ciclo che non mira a colmare un vuoto . Si trova in uno spazio tanto lontano dalla parola, da non sospettare di essere lui, lì, a "parlare" attraverso il suo corpo. Quindi possiamo dire che, mentre il soggetto del desiderio parla senza sapere quello che dice, il soggetto della pulsione parla senza saper che è lui a parlare. Questo soggetto è costantemente alla ricerca dell'oggetto perduto del corpo, l' oggetto del godimento . Si tratta degli oggetti parziali freudiani (orale, anale), ai quali Lacan aggiunge lo sguardo, la voce e, infine, il "niente". Il paradosso tragico è che questa ricerca è destinata a fallire, perché l'oggetto che il soggetto cerca è il soggetto stesso, in quanto parte perduta del proprio corpo: “ E' il soggetto in quanto oggetto perduto del soggetto, che il soggetto cerca in quanto oggetto perduto del corpo” (A. Eddelsztein). È in questi "buchi" del corpo, in questa apparente mancanza, che si colloca il Godimento del corpo sganciato dal simbolico e dall’immaginario: non si accede più al godimento della parola, non si accede più al godimento dell’Altro, il godimento rimane godimento della pulsione nel corpo, senza argine, senza fine, distruttivo: la pulsione di morte, l’al di là del principio di piacere è proprio questo godimento fine a se stesso che non vuole sapere altro se non di ripetersi. Questo tipo di godimento non va inteso come semplice piacere o soddisfazione, e nemmeno come sofferenza. È piuttosto il luogo vuoto in cui il soggetto si annida, facendosi inconsapevolmente l'oggetto che desidera ma che non può mai possedere , poiché un soggetto non può ritrovarsi da solo come oggetto. Da qui nasce il ciclo incessante della ripetizione, che rappresenta il godimento del punto più intimo e problematico del suo essere. Lo scopo della psicoanalisi è quello di smuovere il soggetto da questo godimento mortifero per aprirlo alla possibilità di un desiderio nuovo . In sintesi, sia a livello del desiderio (nel linguaggio) sia a livello del godimento (nel corpo), il soggetto si costituisce e si definisce sempre nel suo rapporto con l' oggetto piccolo (a) , che funge da causa del desiderio o da oggetto parziale della pulsione. Il Soggetto in Bilico: Tra il Desiderio e la Pulsione Al cuore del pensiero di Jacques Lacan troviamo quindi un soggetto profondamente diviso , costantemente in bilico tra due forze potenti e opposte: il Desiderio e la Pulsione . Ma come può l'individuo sostenersi su questa frattura costitutiva, senza precipitare nell'angoscia? Da un lato, c'è l'abisso del Desiderio , una mancanza fondamentale che ci spinge a interrogarci e a rivolgerci all'Altro attraverso il linguaggio . Dall'altro, c'è il vuoto della Pulsione , una forza che emerge dal corpo e ci spinge incessantemente verso un godimento enigmatico , che Lacan chiama Jouissance. L'essere umano è irriducibilmente teso tra queste due logiche eterogenee. La risposta di Lacan a come il soggetto riesca a non frammentarsi si sviluppa lungo tutto il suo insegnamento e si fonda su due "stampelle" fondamentali, due costruzioni psichiche che offrono un sostegno su ciascun versante di questa divisione. Le Due Stampelle del Soggetto 1. Il Fantasma Fondamentale ($ <> a): La Cornice del Desiderio. Sul versante del linguaggio e del rapporto con l'Altro, la stampella è il Fantasma Fondamentale . Se il desiderio è un abisso, il fantasma è la cornice, la finestra che il soggetto costruisce per affacciarsi su quel vuoto senza caderci dentro . È una sorta di "sceneggiatura" inconscia che fornisce una risposta immaginaria alla domanda fondamentale: "Che cosa vuole l'Altro da me?" (Che vuoi?). La celebre formula lacaniana $ <> a descrive proprio questo: mette in relazione il soggetto diviso ( $ ) con l'oggetto piccolo a ( a ), ovvero l'oggetto-causa del desiderio, un resto inassimilabile. Nel fantasma, questo oggetto viene collocato illusoriamente nel luogo di un possibile ritrovamento, di una soddisfazione immaginaria. Sebbene l'oggetto a non possa mai essere veramente posseduto (è causa, non meta), questa finzione dà consistenza al desiderio, gli conferisce una realtà psichica e permette al soggetto di orientarsi nel mondo e di amare . Questa è la logica alloerotica: un rapporto con l'Altro mediato dal linguaggio e dall'immaginario. 2 . La Pulsione: Il Circuito del Godimento. Sul versante del corpo, la logica è completamente diversa: non è relazionale, ma solitaria . A differenza del desiderio, la pulsione non cerca un oggetto per colmare una mancanza. Al contrario, essa gira a vuoto attorno a un oggetto irrimediabilmente perduto. Il suo scopo non è il piacere o la soddisfazione, ma la Jouissance (il Godimento). Si tratta di una soddisfazione paradossale, spesso intrisa di sofferenza, che deriva dalla ripetizione stessa di questo circuito . È un godimento che si nutre del fallimento nel raggiungere l'oggetto, un moto perpetuo attorno a un vuoto. Un godimento che gira all’infinito esclusivamente nel reale del corpo, attraverso la pulsione e la sua ripetizione, non arginato dal simbolico, né rivolto all’Altro immaginario. Una coazione a ripetersi che, paradossalmente, si soddisfa della sua insoddisfazione, come dimostra la S ublimazione. La logica della pulsione è quindi autoerotica e autistica . Il godimento è sempre individuale, non condivisibile. Questo porta alla celebre massima di Lacan: " Non c'è rapporto sessuale ". Non significa che gli atti sessuali non avvengano, ma che non esiste una formula, una norma simbolica che possa unire e armonizzare il godimento di due soggetti in un "Tutto ". L'incontro sessuale è sempre un incontro tra due solitudini, tra due fantasmi. La pulsione, con la sua inesorabile ripetizione, è dunque l'altra stampella che sostiene il soggetto sul vuoto del proprio godimento. I l Soggetto Diviso: un Funambolo tra Due Abissi L'immagine che ne emerge è quella di un funambolo che cammina su una corda tesa. · Da un lato, si protende verso l'Altro, sostenuto dalla finzione del fantasma, alla ricerca di un senso e di un legame . · Dall'altro, è ripiegato su se stesso dalla pulsione, incatenato alla ripetizione di un godimento solitario che sancisce l'impossibilità di una fusione completa. Vivere significa navigare costantemente tra la ricerca di significato nel legame con l'Altro e l'incontro con il non-senso di un godimento che ci isola. Un Dialogo Incessante tra Linguaggio e Corpo. Questa divisione, tuttavia, non implica una separazione netta. Esiste uno scambio continuo tra il Simbolico (linguaggio) e il Reale (corpo): 1.Dal linguaggio al corpo: I significanti si "incarnano", producendo effetti sul corpo. La figura clinica che lo rappresenta è il sintomo isterico , dove un conflitto psichico si "converte" in una manifestazione somatica. 2. Dal corpo al linguaggio: La pulsione, radicata nel reale del corpo, "sessualizza" il pensiero e la parola. L'emblema di questo processo è il sintomo ossessivo , dove la sessualità impregna la catena significante. Il significante avvolge l’isterica nel corpo e l’ossessivo nel pensiero. Questa interdipendenza ci porta a una conclusione fondamentale: nell'essere umano, non esiste una sessualità "pura" o istintiva, così come non esiste un pensiero che non sia, in qualche modo, toccato dalla pulsione . Il significante e la pulsione hanno irrimediabilmente allontanato l'essere parlante dalla sua presunta animalità originaria. L'illusione di un rapporto di "solo sesso" si scontra con il fatto che, per l'essere umano, il sesso è sempre mediato dalle parole, dai fantasmi e dall'impossibilità di un rapporto senza resti. Conclusione: La Direzione della Cura e l'Etica dell'Atto Analitico Siamo partiti, nel nostro percorso, da un'evidenza clinica tanto radicale quanto ineludibile: la divisione del soggetto . Abbiamo visto come l'essere umano sia costitutivamente in bilico, teso tra l'universo del Simbolico – il campo della parola, della domanda e del desiderio rivolto all'Altro – e l'irruzione del Reale, la dimensione acefala della pulsione, della ripetizione e di quel godimento solitario e non condivisibile che Lacan chiama Jouissance . Ma giunti a questo punto, la domanda si impone con urgenza: quali sono le implicazioni di questa divisione fondamentale per la nostra pratica? Se il soggetto è spaccato, può la posizione dell'analista rimanere monolitica, uguale a se stessa? La risposta è, necessariamente, no. La direzione della cura non è una tecnica standardizzata, ma una posizione etica che deve sapersi modulare a seconda del versante della divisione soggettiva in cui si trova a operare. 1. Sul versante del Simbolico , nel regno della dialettica del desiderio, l'analista è convocato nel luogo del transfert come Soggetto Supposto Sapere . L'analizzante si rivolge a lui con una domanda di senso, sperando che l'Altro possa finalmente nominare, riconoscere e interpretare il suo desiderio. Infatti, qui, il nostro strumento principe è l' interpretazione , in particolare quella metaforica , che apre a nuove catene significanti. Ma è un'arte sottile: il nostro compito non è "dare un troppo di senso", non è tappare il buco con un sapere posticcio che andrebbe solo a suturare la ferita e a rafforzare l'Io. Al contrario, l'interpretazione deve mirare a preservare quello spazio vuoto, quell'intervallo tra un significante e l'altro, perché è solo in quella fessura che il soggetto dell'inconscio può finalmente emergere, sorprendersi e farsi sentire , può cioè venir fuori quel soggetto come Altra cosa , rispetto a quello che si suppone essere. Per questo l’interpretazione deve essere sempre anche metonimica . 2. Ma quando ci spostiamo sul versante del Reale , dove vige la logica ferrea della pulsione di ripetizione, il registro cambia drasticamente. Qui non c'è più una domanda di sapere, ma un circuito di godimento che si auto-sostiene nel suo stesso fallimento. Il transfert, di conseguenza, non si istituisce più sul sapere, ma si configura come un transfert sul godimento . L'analista non è più colui che sa, ma colui che - lungi dall’essere solo il sembiante dell’oggetto piccolo a - lo incarna, suo malgrado, facendone, non più l’oggetto causa del desiderio, ma l’oggetto reale di quel godimento mortifero . In questo contesto, l'interpretazione metaforica perde la sua efficacia; non c'è più un senso da svelare, ma un ciclo da interrompere [1] È qui che interviene l' atto analitico nella sua funzione più pura: quella del taglio . L'atto non è una parola, ma un'azione che opera una cesura nel reale , che spezza la catena della ripetizione e separa il soggetto da quel godimento che lo imprigiona . Che si tratti di una scansione della seduta, di un silenzio o di un intervento spiazzante, l'atto mira a introdurre una discontinuità là dove regnava la coazione a ripetere. [ Vediamo dunque come il transfert lacaniano, in entrambe le sue modulazioni, si fondi sempre su una logica di separazione e alienazione , e mai di identificazione o di semplice ripetizione speculare. L'obiettivo non è conformare il soggetto a un modello, ma permettergli di separarsi da ciò che lo aliena: che sia l'Altro del Simbolico o l'oggetto del godimento nel Reale. In conclusione, dirigere una cura significa saper danzare su questa faglia soggettiva , sapendo quando interpretare per aprire al desiderio e quando tagliare per arginare il godimento . La pratica della psicoanalisi non è il frutto di una tecnica bene appresa e bene applicata, ma un’etica che ci impone di non essere mai uguali a noi stessi, proprio perché il soggetto che abbiamo di fronte non è mai uno, ma irriducibilmente diviso. [1] Perché mantenere la posizione di sembiante di oggetto a come causa del desiderio e non di incarnarlo come oggetto a di godimento nel reale, è fondamentale nella "direzione della cura"? Perché solo se l'analista, attraverso il suo silenzio, le sue domande e le sue interpretazioni, si posiziona deliberatamente nel luogo enigmatico della parvenza, della finzione, del sembiante appunto, dell’oggetto piccolo a, senza incarnarlo realmente, solo se lascia questo posto vuoto, può diventare il perno del transfert: l'analizzante può proiettare sull'analista la funzione di "colui che sa" e, soprattutto, di "colui che possiede" quell'oggetto prezioso (agalma, come lo chiama Lacan nel Simposio di Platone) che si presume possa colmare la propria mancanza. Occupando la posizione di sembiante dell'oggetto a, l'analista provoca il desiderio di sapere (l'analizzante è spinto a parlare, a produrre associazioni, sogni e lapsus nel tentativo di capire e "carpire" dall’analista il segreto del proprio desiderio), non soddisfa la domanda (l'analista non risponde mai direttamente alla domanda d'amore o di soddisfazione dell'analizzante), permette all’analizzante di "attraversare il fantasma" (lo scopo finale della cura lacaniana è permettere al soggetto di "attraversare il suo fantasma fondamentale", ovvero di confrontarsi con la logica inconscia che struttura il suo desiderio e la sua sofferenza, e di separarsi dall'alienazione in questo oggetto a).
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Il Soggetto dell'enunciazione e il soggetto dell'enunciato
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 15 giugno 2025
Freud ha dimostrato che la perversione è un non volerne sapere nulla, ma proprio nulla, della castrazione. Una doppia negazione dunque: "non è vero che non c'è il fallo lì dove non posso fare a meno di volere che ci sia". Freud ha chiamato " Verleugnung " questo meccanismo di rigetto, di ripudio della realtà della castrazione. Lacan, riprendendo la questione dal punto di vista della " castrazione della madre ", mette in rilievo come il perverso non tolleri che l'Altro sia "bucato" , sia mancante cioè proprio di quello che gli serve per assicurarsi il proprio godimento, un godimento che egli deve necessariamente prelevare "nel luogo dell'Altro", e che non sopporta possa essere interdetto dalle ragioni dell'Altro, in buona sostanza, non tollera che il proprio godimento possa trovare un limite nel desiderio dell'Altro. Il perverso è dunque colui che si serve della "Verleugnung" (diniego, doppia negazione) per impedire che il desiderio dell'Altro interrompa il proprio godimento , come dire: "il tuo desiderio si oppone al mio interesse? Disturba la stabilità della mia posizione e la certezza delle mie convinzioni? Bene, neanche mi chiedo il perché, faccio prima a rigettarlo di sana pianta, non ne tengo alcun conto, per il semplicissimo motivo che esiste una sola posizione, la mia." In altre parole il perverso non riconosce la differenza dell'Altro , per questo è, appunto, "indifferente" alle ragioni dell'Altro - laddove invece il nevrotico ne soffre - è indifferente alla realtà. Non dice, all'Altro, "è vero che tu non sei d'accordo con me, ma non lo sopporto" - che è invece la posizione del nevrotico, ovvero sia il riconoscimento che l'Altro sta dicendo qualcosa di diverso che lui non sopporta, sia il riconoscimento che lui non lo sopporta, un "doppio riconoscimento", dunque, che aprirebbe comunque ad una dialettica - ma dice, più radicalmente: "non è vero che tu non sei d'accordo con me", confondendo e facendo spesso vacillare la realtà nell 'Altro! Una "doppia negazione", appunto, come a dire che nell'universo mondo non c'è che una sola verità, la sua! E' esattamente questa la posizione di godimento del perverso. Per questo, possiamo dire, che qualsiasi comportamento tendente a disconoscere le istanze altrui, quando queste costituiscono un limite al godimento soggettivo, può essere considerato un comportamento di perversità , come può esserlo, per esempio, in una coppia, quello di un partner che si rifiuti di prendere atto del desiderio dell'altro di volersi, per esempio, separare: si rifiuta di prenderne atto per continuare a farlo sussistere nel ruolo dì partner anche se questi se ne dichiara fuori. E' il caso dello stalking, che infatti è un comportamento perverso. In altre parole, il rapporto perverso non può essere interrotto , poiché si fonda sulla complicità inconscia, di distruggere la castrazione in ciascuno dei partner, di distruggere cioè il desiderio come causa del legame della coppia per sostituirlo con il godimento, in maniera da s congiurare il rischi, insopportabile per il perverso, di poter amare, il rischio, per i p due partner bloccati dal patto perverso, di innamorarsi l'uno dell'altro. Occorre cioè che il godimento nel plagiare l'Altro si incastri con il godimento dell'Altro a farsi plagiare. Da questo patto diabolico, dalla complicità perversa all'interno di una coppia - ma anche all'interno di un gruppo, di un'Associazione, di un'Istituzione, di una Setta - a collaborare attivamente per costruire e difendere la sola Verità possibile, ossia che non vi è nessuna castrazione in ciascuno, non è dunque possibile uscirne , prima di tutto perché l'angoscia che si scatenerebbe in seguito a una tale ipotesi entra a far parte sin dall'inizio dello stesso patto perverso, anzi ne costituisce il cemento, e poi anche perché il rischio di ritorsioni, terribili, anche omicide, è altissimo per chi voglia tirarsi fuori dal gioco, poiché rompere il patto perverso significa infliggere la pena insopportabile della castrazione. Molti femminicidi ne sono un esempio, e, nella Storia, la santa Inquisizione, i roghi, le Crociate ne sono altri. Quali azioni di stalking sistematici possono esserci piu delle "crociate" anche moderne contro tutte le posizioni discordanti da ciò che è ritenuta l'unica verità vera da imporre anche sotto minaccia di morte? In conclusione, è perverso ogni atteggiamento, posizione o comportamento che si basi sul disconoscimento di quella separazione tra gli esseri che di fatto è già data per avvenuta in qualsiasi contesto umano, e che è posta a fondamento dell'amore e della vita.