Cosa la psicoanalisi ha da dire sull’amore e sul sesso

Egidio T. Errico • 19 aprile 2021

CONVERSAZIONI PSICOANALITICHE: WEBINAR  17/04/2021       

Cosa la psicoanalisi ha da dire sull’amore e sul sesso.

Oggi affronteremo un argomento che da sempre non smette d’essere al centro dell’interesse, anzi dell’apprensione, di tutti: parleremo infatti dell’amore, del sesso, ma anche dell’uomo, della donna, di cosa significa essere uomo, di cosa significa essere donna, di cosa significa il rapporto tra un uomo e una donna e perché, come sembra, si tratta di un rapporto che non sempre, anzi, quasi mai, possiamo dire, funzioni come ci aspetteremmo.
   La psicoanalisi può dir molto sull’amore e sul sesso perché i pazienti, che in analisi vengono per curarsi, quale che sia il sintomo che li affligge finiscono sempre per parlare di amore, di sesso, delle difficoltà che possono incontrare con l’Altro, in particolare con l’Altro dell’amore, con l’Altro amato. Parlar d’amore, infatti non si fa che questo nel discorso analitico, dice Lacan, aggiungendo: parlar d’amore è in sé un godimento[1]. L’analisi è dunque un non finir di parlar d’amore, evidentemente perché la salute mentale dipende soprattutto dalla possibilità di amare e di essere amati: "io sono qui perché non so amare e sento di non poter essere amato", mi diceva un analizzante, in analisi perché convinto della sua impossibilità di dare e ricevere amore.
   Del resto, non a caso, la psicoanalisi, come dice Lacan, è una erotologia, con ciò intendendo che al centro del suo interesse, e della sua pratica, vi è proprio l’amore, poiché il soggetto soffre nel suo desiderio, anzi il soggetto è il suo stesso desiderio e dunque la salute mentale non è, come si crede e come promettono molte terapie, una questione legata alla possibilità di ritrovare una felicità perduta, ma qualcosa che ha a che fare con la possibilità di desiderare, e dunque di amare e di essere amati.
    E infatti, l’amore di cui parliamo suppone, dal nostro punto di vista, quella particolare posizione del soggetto nei confronti dell’Altro che, con Sergio Benvenuto, potremmo definire di apertura erotica verso il mondo, vale a dire quella posizione senza la quale l’amore tra un uomo e una donna non sarebbe possibile, non sarebbe possibile il discorso d’amore, e cioè quel legame causato dal desiderio e complicato dalla sessualità, perché, come vedremo, la sessualità è in effetti l’inevitabile complicazione tra due persone che, desiderandosi, sentono di amarsi.
   Possiamo dire, infatti, che l’amore tra un uomo e una donna è quel particolare legame sociale messo in causa dal desiderio e complicato dalla sessualità, il che significa, per dirla in altri termini, che l’amore può finanche costituirsi come una gioiosa esperienza dell’essere verso se stesso e verso l’Altro, a patto che sappia sopravvivere all’urto ineludibile della sessualità - del reale del sesso - vale a dire alla spinta del godimento, che è il tentativo di fare Uno con l’Altro, il che, come vedremo, è impossibile. È impossibile fare di due un Uno: che due possano fondere i rispettivi godimenti in uno, è dell’ordine solo dell’immaginario, cioè è solo nel fantasma degli amanti.
 
È proprio in quanto, necessariamente, i partner restano due, che è completamente falso considerare questo «rapporto sessuale» come incluso in un eros, che sarebbe caratterizzato da non so quale appetito universale di fusione in uno (…) Se c'è qualcosa che non fa uno, è evidentemente la stretta sessuale.[2]
 
Desiderio e domanda d’amore.
   Non esiste amore che non sia causato e sostenuto dal desiderio. Un amore senza desiderio è un amore morto dice Lacan, il che significa che non è possibile amare se prima non si è soggetti di desiderio, se non ci si riconosce nel proprio desiderio. Cosa significa? Lacan dice che il desiderio è la metonimia della mancanza, che desiderare significa cioè essere mancanti, e dunque non si può desiderare se non si è disposti a riconoscere la propria mancanza, che ci manca sempre qualcosa, che siamo, come dice Lacan, soggetti mancanti-a-essere. Se non sappiamo renderci mancanti non possiamo amare, e dunque si può amare solo attraverso la propria castrazione.
   Capite allora perché, in un’epoca, come la nostra, sottomessa all’imperativo che bisogna avere tutto, che bisogna non essere mancanti di nulla, che si deve godere piuttosto che desiderare, sia tanto difficile amare, tanto difficile, ma anche tanto desiderato, poiché, come dicevamo, per l’essere umano è impossibile rinunciare all’amore senza soffrirne, dal momento che il godimento può dare la felicità dell’attimo, ma è solo il desiderio che condurrà ad un amore che duri nel tempo.
   L’essere umano, nelle questioni che lo riguardano, soprattutto in quanto essere sociale, in quanto soggetto - aperto cioè al rapporto con l’Altro - deve dunque riconoscere di essere afflitto da una mancanza fondamentale, una mancanza che deve saper coltivare, piuttosto che riempire con tutto ciò che può, con i gadget - come si dice - vale a dire con gli oggetti di consumo illusoriamente ritenuti oggetti del soddisfacimento del desiderio. Il desiderio che serve all’amore non è un desiderio che possa essere soddisfatto, ma, al contrario, deve essere continuamente causato, ed è l’amore stesso che  continuamente lo causa, poiché il desiderio è ciò che mette in causa il soggetto in quel discorso rivolto all’Altro che è l’amore.
 
L’analisi dimostra che nella sua essenza l’amore è narcisistico, e denuncia che la sostanza del preteso oggettuale - tutte ciance - è di fatto quel che, nel desiderio, è resto, cioè causa, e lo sostiene con la sua insoddisfazione, anzi con la sua impossibilità.[3]
 
  Ma perché l'essere umano si costituisce come tale solo nella sua mancanza radicale e perché questa va protetta e addirittura coltivata - mi viene da dire - come un giardino fiorito?
   Per effetto della parola dell’Altro, che ci raggiunge separandoci dal corpo della madre per introdurci nell'ordine sociale e nel linguaggio, siamo irrimediabilmente destinati a perdere qualcosa del legame originariamente narcisistico con la madre e, dunque, a essere radicalmente e strutturalmente mancanti. Per questo saremo, di conseguenza, alla continua ricerca di ciò che abbiamo perduto, di quell'oggetto prezioso originariamente condiviso tra noi e la madre, cui Lacan darà il nome di oggetto piccolo (a).
   Ora, il desiderio è proprio questa tensione di continua ricerca di ciò di cui ci sentiamo mancanti a causa della perdita originaria, è ciò che va alla ricerca dell’oggetto perduto per sempre e che mai più potrà essere ritrovato - per questo il desiderio è sempre insoddisfatto -, e dunque, il desiderio è struttura di mancanza, che, in quanto tale, sarà la base, anzi - come dice Lacan - la faglia da cui partirà la domanda d'amore.
   Senza desiderio non può esserci domanda d’amore e senza domanda d’amore nessun amore potrà mai essere possibile, perché l’amore è ciò che si domanda. Cosa si domanda? Niente altro che amore, l’amore non domanda che amore, amore in quanto segno di mancanza. Lacan dice che l’amore non domanda quello che l’Altro ha, ma il segno della sua mancanza. La domanda d’amore scaturisce quindi da una mancanza, ed è domanda di mancare all’Altro. Amare è donare la propria mancanza, amare è mancare l’Altro: ti manco? Mi manchi!
 
…l’amore domanda l’amore. Non cessa di domandarlo. Lo domanda… ancora. Ancora è il nome proprio della faglia da cui nell’Altro parte la domanda d’amore.[4]
 
   La domanda d’amore è una domanda infinita, e sono soprattutto le donne a fare dell’amore una domanda infinita: Ancora. Ancora scandisce anche le analisi di molte donne, analisi che infatti tendono all’infinito e che perciò dovrebbero far sì che la domanda d’amore trovi anche un suo limite, quando diventa un troppo, trovi un Basta in sostituzione dell’Ancora. Negli uomini, invece, è spesso il Basta e non l’Ancora che vorrebbe contrassegnare la loro domanda d’amore, per questo, contrariamente a molte analisi femminili, quelle degli uomini dovrebbero invece puntare all’apertura della domanda d’amore, a far accadere un Ancora, piuttosto che a chiudersi in un Basta

   Ora, se la domanda d’amore, da una parte, è resa possibile dalla parola che ci ha raggiunti e separati dal corpo incestuoso della madre, introducendoci nel linguaggio che ci imbriglia e fa “muro” poiché è soprattutto circolazione della parola tra i simili, dall’altra, essendo rivolta all’Altro che in quanto mancante si ritrova solo al di là del muro del linguaggio, incontra non l’Altro, ma il muro del linguaggio. L’amour incontra l’a-mur, dice Lacan, il che significa che l’amore incontra il linguaggio, non come modo per comunicare e intendersi, ma come struttura di separazione, poiché il linguaggio separa il soggetto dal corpo da cui proviene, cioè dal luogo del godimento incestuoso. L’esperienza dell’amore implica dunque sempre una separazione, anzi un tradimento, il tradimento dell’amore per il corpo materno, cui il narcisista invece vorrebbe mantenersi fedele. Il narcisismo è la vera fedeltà, assoluta, all’amore materno, laddove l’amore non narcisistico né è il tradimento, ne segnala la separazione.

   Per questo, quando ci innamoriamo vorremmo poter fare Uno con l’Altro, vale a dire, vorremmo evitare un tradimento e, anzi, ci illudiamo di ritrovare nell'Altro quello che abbiamo originariamente perduto per sempre, il legame con il corpo materno, che l'Altro però non può darci se non in "sostituzione", e dunque in maniera sempre insoddisfacente.
 
L’amore è impotente, benché reciproco, perché ignora di non essere altro che il desiderio di essere Uno, il che ci conduce all’impossibilità di stabilire la loro, “d’eux”, relazione: “d’eux” di chi? – loro due, due sessi.[5]

   In altre parole, noi ci innamoriamo dell'Altro quando, per qualche ragione (puramente immaginaria) e per come ci appare, pensiamo - immaginiamo appunto - che egli possegga proprio quello che abbiamo perduto, quello che non abbiamo più, quello di cui manchiamo: per questo possiamo dire che l'innamoramento avviene sempre lungo la via del narcisismo.
   Solo che, dopo questa iniziale illusione narcisistica, siamo destinati ad accorgerci, prima o poi, che anche l'Altro è a sua volta mancante, e proprio di quello che noi cerchiamo: lì dove pensiamo egli serbi per noi quello che a noi manca, il prezioso oggetto perduto, lì invece troviamo un... buco! Cosa che farà dire a Lacan che l'amore è dare quello che non si ha e che non esiste Altro dell'Altro.
  Questa scoperta mette a dura prova l'amore, perché apre all'esperienza della delusione: "ecco, non sei quello che mi aspettavo", "mi deludi", "non mi soddisfi veramente", "non mi capisci veramente" eccetera, tutte frasi che vogliono dire: "in fondo non mi dai quello che da te mi aspettavo e di cui ho bisogno". Frasi che sono dell'ordine dell'appello: le frasi che frequentemente si ripetono i partner dopo l'idillio iniziale della luna di miele dell'innamoramento.
   A questo punto, al punto della delusione, le vie possibili sono due: o quella di continuare a pretendere che l'Altro debba comunque darci quello che ci manca, costringendolo a soddisfare tutti i nostri desideri così come ce lo siamo aspettato: "devi cambiare!" (amore narcisistico), oppure, quella di innamorarci proprio del fatto che l'Altro è diverso da noi, ha altro di cui possiamo godere, di innamorarci cioè proprio del fatto che non può darci quello che vorremmo, di innamorarci della sua mancanza appunto, e di voler essere amati per la mancanza che anche noi offriamo al nostro partner, in quanto altro non abbiamo da dargli.
   Per Freud, però, non esiste amore che non sia narcisistico, come ci dice in Introduzione al narcisismo (1914). Freud è molto pessimista: non c’è speranza che esista amore non narcisistico, e dunque per Freud l’amore è sempre una ripetizione dell’amore narcisistico originariamente indirizzato alla propria madre. Non esistono, per Freud, amori nuovi, ma solo amori che sono riedizioni, fotocopie di amori precedenti. L’essere umano, in amore, è destinato, per Freud, a ripetere sempre lo stesso copione.
   Lacan, invece, nel Seminario XX, pur considerando ineludibile la posizione freudiana sulla natura fondamentalmente narcisistica dell’amore (nella sua essenza l’amore è narcisistico, dice), va oltre Freud, è più ottimista, ritenendo invece, in uno con il poeta Rimbaud, che siano possibili anche amori nuovi:
 
C’è un testo di Rimbaud che ho considerato l’anno scorso, che si chiama “A une raison”, ed è scandito da una replica che chiude ogni versetto: “Un nouvel amour.” (…) L’amore in questo testo è il segno, contrassegnato come tale, del fatto che si cambia ragione, ed è per questo che il poeta si rivolge a codesta ragione. Si cambia ragione, cioè si cambia discorso.[6]
 
   Amori nuovi in quanto cambiamenti del discorso, amori anti-narcisistici in quanto amori possibili e anzi, sarà proprio questo il fine di un’analisi: rendere possibile un amore emancipato dalla trappola del narcisismo, dalla trappola del fare Uno con l’Altro.
   Insomma, l'amore può darsi solo nella logica dell'essere e non in quella dell'avere, e dunque, se l'innamoramento non può che seguire la via del narcisismo, l'amore può continuare solo lungo quella della sua rinuncia.
   Del resto già Freud in Contributi alla psicologia della vita amorosa (1910 - 1917) e in Introduzione al Narcisismo (1914), si rese conto che l’essere umano non vuole perdere l’amore: l’amore lo mette in una condizione di dipendenza da una parte e di angoscia dell’abbandono dall’altra, per cui è per evitare la perdita, e solo per questo, che, dice Freud, siamo disposti finanche a rinunciare al nostro godimento, pur di non perdere la persona amata, facendo l’esempio, ormai fin troppo noto, del bambino che, intento a rubare la marmellata, venendo scoperto e rimproverato dalla mamma, rinuncerà a rubarla di nuovo per la paura di perdere il suo amore.
   È dunque anche lungo questa via che l’amore per la persona amata farà sì, come dice Lacan, che il godimento acconsenta al desiderio: solo l’amore può mettere il soggetto nella condizione di poter rinunciare ad un po’ del proprio godimento narcisistico pur di mantenere vivo il desiderio per la persona amata. È il desiderio, ancora una volta, a sostenere l’amore e a far sì che esso, in quanto segno, in quanto aperto all’infinito, possa tuttavia annodarsi anche al godimento che invece è corpo, è del corpo, è nel corpo e per questo chiuso e non aperto all’infinito.
 
Non c’è rapporto sessuale.
   Se l’amore, da una parte, è messo in causa dal desiderio, il che significa che si sostiene su una perdita, su una struttura vuota, dall’altra non sfugge alla presa del significante, poiché l’amore è reso possibile proprio dal fatto che la pulsione entra nella catena significante del discorso, e dunque tutto ciò che attiene al desiderio può concretizzarsi nell’amore soltanto sotto la legge della parola significante: il primo effetto della presa del linguaggio è che la sessualità umana passa dalla giurisdizione dell’istinto a quella del linguaggio, passa cioè sotto l’insegna del significante e di quella particolare attività dell’essere umano in quanto parlante, che Freud chiamò la libido, dove per libido si intende ciò che organizza le pulsioni, cioè la parte visibile, e dicibile, delle pulsioni.
   Per questo amore e sessualità non sono scritti, ma attengono all’ordine del detto: non sono dell’ordine del necessario, come l’istinto, ma dell’ordine della contingenza.
   È proprio l’effetto del significante sulla sessualità umana che, come vedremo, porterà Lacan alla famosa affermazione: non c’è rapporto sessuale, nel senso che nulla di ciò che attiene al sesso e all’amore, negli umani, è scritto da qualche parte.
   Pensate dunque al dramma di coloro che si amano: costruire il loro amore, stabilire un legame, da una parte su quella struttura vuota che è il desiderio e che l’amore stesso causa continuamente in termini di mancanza e, dall’altra, sull’assenza di una scrittura che li garantisca sul piano del desiderio e della sessualità, ma anche su un vuoto di sapere, perché l’amore è ciò di cui, per quanto se ne dica tanto, non se ne sa poi quasi nulla. Per questo l’amore non è altro che un discorso, il discorso d’amore, che gli amanti si illudono possa non cessare di scriversi, dopo che l’innamoramento li ha messi di fronte all’illusione che il rapporto sessuale, in quanto ciò che non cessa di non scriversi, abbia pure cessato di non scriversi nell’atto del loro incontro in quanto parlanti, e ciascuno recante - come dice Lacan - la traccia dell’esilio dell’altro dal rapporto sessuale, l’illusione cioè che il rapporto sessuale sia passato da un impossibile (ciò che non cessa di non scriversi) ad una contingenza (ciò che cessa di non scriversi), e che dunque possa finalmente tradursi in una necessità, in un per sempre (ciò che non cessa di scriversi)[7]. L’amore è dunque ciò che si costituisce intorno ad un buco che si sostiene su di un vuoto e che suppone un impossibile. Eppure, esiste e… insiste. (fig. 1)
Il godimento e i suoi effetti.
   Dunque, non c’è rapporto sessuale! Prima di tutto perché il rapporto sessuale, negli esseri umani, non è scritto nella biologia, non è scritto da nessuna parte, neanche nell’inconscio, semplicemente non c’è.
   Questo non significa che non ci siano atti sessuali: di atti sessuali ce ne sono eccome e di quanti se ne voglia, ma gli atti sessuali, pur consentendo uno scambio, una condivisione delle rispettive esperienze di godimento dei corpi, tuttavia non consentono che essi entrino in rapporto tra di loro, dando origine a un godimento comune. Il godimento di ciascuno resta il proprio per ognuno dei partner e ciascuno gode del proprio godimento uno, gode da solo: il godimento sessuale è sempre dell’Uno, essendo ciò che divide la coppia, e non ciò che la unisce, e dunque c’è dell’Uno, come dice Lacan, ma non c’è rapporto sessuale. Ritenere allora che in due, o in tre, o in gruppo si acceda a godimenti diversi rispetto al godimento dell’uno, al godimento autoerotico, è solo del fantasma, è solo dell’ordine dell’immaginario del soggetto e non del reale del godimento.
   Il nostro compito di analisti è di aiutare il soggetto, uomo o donna che sia, a sostenersi nell’amore anche se non c’è rapporto sessuale, vale a dire a sopportare il fatto che, per quanto coinvolto in un discorso d’amore, ci saranno sempre dei momenti in cui egli si ritroverà solo, Uno tutto solo nel godimento del proprio corpo, a letto col proprio partner, come in tante altre occasioni della vita di coppia.
   Quindi, tra gli esseri umani, tra un uomo e una donna, ci può essere relazione d’amore, ci può essere relazione di desiderio, ma non può esserci relazione di godimento. Se non c’è rapporto sessuale, c’è però l’amore: l’amore è l’invenzione degli esseri parlanti per supplire alla mancanza di rapporto sessuale.
 
La castrazione e il fallo simbolico.
   Un’ulteriore complicazione della vita sessuale e del rapporto tra i sessi deriva dal fatto che per effetto della castrazione perdiamo la condizione privilegiata ed esclusiva di essere il fallo immaginario della madre, per entrare in quell’ordine simbolico che è l’ordine del legame sociale e del linguaggio condiviso, e nel quale possiamo essere riconosciuti come soggetti di diritti e di parola.
   Se infatti, per effetto della castrazione, perdiamo il “privilegio” di essere il fallo immaginario, riceviamo come contropartita, ad opera della funzione paterna, il fallo simbolico, vale a dire l’accesso a quel Significante grazie al quale, tanto l’uomo che la donna, possono orientarsi sia nel proprio modo di costituirsi come soggetti nell’ordine sociale, sia come disporsi sul lato sessuale. Ora, il punto è che il Fallo è un significante unico, tanto per l’uomo quanto per la donna, e dunque, anche per questo, non può esservi rapporto tra i sessi, poiché tra due Uno non vi può essere rapporto.
   Il Fallo simbolico è dunque un organizzatore logico che funziona sia come significante del desiderio, sia come significante del godimento, sia anche come insegna, un’insegna che indica al soggetto, uomo o donna che sia, che da qualche parte qualcosa manca: da qualche parte, dove mi aspetto che ci sia un… fallo, lì proprio scopro la sua mancanza, lì mi accorgo che non c’è quello che mi aspetto.
   Per l’uomo la donna non ha quello che cerca, il fallo, perché, non avendolo ella lo è, ma anche la donna non trova nell’uomo quello che cerca, e cioè non trova che l’uomo è quello che ella vorrebbe che egli sia, il fallo, perché l’uomo, per poterlo avere, non può esserlo.
 
La sessuazione.
   Quello che avviene nel nostro corpo, il modo attraverso cui noi lo viviamo, il modo attraverso cui lo abitiamo, il modo attraverso cui ce ne serviamo, ecc., non sono effetti della sua biologia, né dell’istinto, ma effetti della pulsione. È la pulsione che assume una centralità nel fatto che noi facciamo del nostro organismo un corpo. La pulsione non ha niente a che vedere con l’istinto perché, anche se è un effetto di corpo, non è, come l’istinto, scritta nel codice genetico, in quanto essa è, piuttosto, il rappresentante psichico degli stimoli che traggono origine dall’interno del corpo, più precisamente - farà notare Lacan - dalle zone di confine esterno/interno del corpo, come gli orifizi corporei. Dal bordo degli orifizi del corpo si originano gli stimoli che pervengono alla psiche e che Freud chiamò pulsioni, stimoli sollecitati dalle cure e dalle manipolazioni materne mediate dalla parola e che costituiscono nel loro insieme l’atto della seduzione materna (teoria dell’appoggio: gli stimoli somatici che esprimono i bisogni fondamentali del bambino costituiscono i punti di appoggio della seduzione materna, per cui sono inevitabilmente erotizzati). Per questo, possiamo dire che la pulsione è ciò che ci dice che il corpo è sempre un corpo erotizzato, un corpo che oltre che essere un corpo parlante è anche un corpo godente. A che cosa serve un corpo? - chiesero a Lacan - a niente altro che a godere! – rispose. La pulsione, quindi, è la misura delle operazioni che vengono richieste alla sfera psichica in forza della sua connessione con quella corporea, di conseguenza, le pulsioni costituiscono quell’apparato, quell’architrave che permette anche che la parola sia un effetto di corpo. Di conseguenza, il nostro corpo non è un corpo in quanto organismo, ma un corpo in quanto vi si incorpora il significante, cosa che permetterà a Lacan di definire il soggetto umano un parlessere, proprio perché è attraverso il corpo che egli parla. Il che significa che, se il corpo non può entrare nell’amore, nel discorso amoroso, in quanto il linguaggio di cui l’amore si serve è, come abbiamo visto, struttura di separazione - infatti l’amore incontra l’ a-mur, il muro del linguaggio -, è l’amore che, grazie alla pulsione, entra in un corpo, vi si incorpora, facendo di un corpo un corpo che sa parlar d’amore. L’amore implica, dunque, il corpo, e infatti, se la domanda dell’amore, come abbiamo visto, si reitera continuamente, è ancora, Lacan giocherà sull’assonanza tra encore ed en-corps[1] . L’amore si incarna ed è sempre per un nome incarnato in un corpo.
   La pulsione gioca allora un ruolo fondamentale in questa incarnazione dell’amore che si incorpora, ma lo gioca anche nel modo attraverso cui un soggetto disporrà il proprio corpo sul piano della identità sessuale, a prescindere dalla sua anatomia, vale a dire che gioca un ruolo fondamentale anche nel processo della sessuazione, che non è un destino dell’anatomia.
   Naturalmente tutti abbiamo un codice genetico che organizza il nostro corpo come organismo e tante cose del nostro corpo sono scritte nel codice genetico, e dunque anche la differenza anatomica tra un uomo e una donna è scritta nel codice genetico e nei cromosomi, e sappiamo cosa succede se c’è un disordine a quel livello, però la differenza anatomica tra un uomo e una donna non ha nulla a che vedere con quella che sarà poi la loro sessualità. Vale a dire: la sessuazione, cioè il modo attraverso cui un soggetto, maschio o femmina che sia dal punto di vista anatomico, si disporrà poi in maniera tale da riconoscersi come uomo o come donna, non è un destino obbligato dell’anatomia, tanto è vero che, come sappiamo dalla clinica, esistono soggetti di sesso biologico maschile che, disponendosi però sul piano della loro sessuazione dal lato femminile, si riconosceranno, non come uomini, ma come donne, e viceversa, al punto tale che molti desiderano che anche i rispettivi corpi si adeguino alla loro sessuazione.
   Quindi, come vedete, è il corpo che viene sollecitato - anche grazie alla chirurgia - a seguire la sessuazione, non viceversa.
   È chiaro che però, nella maggior parte dei casi, sapendo che un bambino è di sesso femminile e un altro è di sesso maschile, i genitori li orienteranno naturalmente: le femminucce verso una sessuazione femminile e i maschietti verso una sessuazione maschile.
   Se dunque il sesso anatomico, in quanto biologico, è scritto nel codice genetico, la sessuazione, vale a dire la disposizione dal lato maschile o da quello femminile indipendentemente dal sesso biologico, in quanto effetto dell’iscrizione nel corpo del significante ad opera del linguaggio - ad opera cioè di come il genitore indicherà al bambino di disporsi - non è scritta nella biologia del soggetto; di conseguenza, anche la sessualità umana - che della sessuazione e non della biologia è un effetto -   non è scritta nel codice genetico, anzi, non è scritta neanche nell’inconscio, non è scritta da nessuna parte, per cui non esiste di per sé, non c’è: la sessualità umana è un’attività inventata dagli essere umani a seconda della loro disposizione da una parte o dall’altra della sessuazione, e regolata da quello che, come vedremo, in psicoanalisi è chiamato il fantasma, vale a dire, quell’articolazione pulsionale che fonda il modo attraverso cui il soggetto collega il proprio desiderio a come egli suppone che l’Altro vorrebbe che egli sia.
   Per inciso, dobbiamo tener presente un assioma fondamentale in psicoanalisi, un assioma che dovrebbe valere anche per chi segue altri orientamenti, e cioè che nell’essere umano non esiste mai un rapporto diretto tra il soggetto e l’Altro, tra il soggetto e il mondo in cui vive, e quindi non esiste mai neanche un rapporto diretto tra i genitori e il figlio, essendo, anche il discorso educativo, mediato dal fantasma, per cui un figlio sarà, il più delle volte, l’incarnazione del fantasma genitoriale.
   Se la sessuazione non è un destino dell’anatomia, è però un effetto di quello che Lacan definisce la significazione del Fallo in quanto è in rapporto al Fallo che ci si dispone o dal lato maschile o da quello femminile, laddove il soggetto, uomo o donna che sia, vale a dire, comunque si disponga nella propria sessuazione, in quanto soggetto può essere tale solo sotto l’insegna del Fallo.
   Lacan sintetizza la differente sessuazione in uno schema: come è suo solito mette in formula quello che non si può scrivere (Fig. 2).


   Il soggetto è questo perché il soggetto è diviso dal linguaggio. Lacan chiama isterizzazione la divisione del soggetto: l’isterica è infatti proprio la barra che divide il soggetto, che presume un sapere su di sé e che si colloca sopra la barra, dall' altro soggetto, quello che non sa di sapere, cioè il soggetto dell’inconscio poiché l’inconscio è quel sapere che non si sa di sapere, e che si colloca sotto la barra. 
   Ora, sia l’uomo che la donna sono soggetti poiché entrambi sono raggiunti dal linguaggio, parlano la stessa lingua, pur senza capirsi, e sono entrambi effetto della castrazione, cioè della separazione, e quindi entrambi tendono a collocarsi - dice Lacan - sotto l’insegna del Fallo, in quanto l’organizzatore del soggetto nella collettività è il Fallo.
   Per comprendere l’ordine fallico bisogna prendere in considerazione la teoria di Frege sugli insiemi. Frege ci dice che, per costituirsi, una comunità deve essere fatta da individui simili, accomunati da una stessa caratteristica (Ɐ x) tranne uno (Ǝ x). Ci deve essere l’eccezione: questo è il totem, il tabù di Freud, l’orda freudiana è fatta da soggetti che sono tutti castrati tranne uno, il padre, che non lo è.
   Perché ci sia una classe, una comunità, una categoria di individui, occorre che si riconoscano sotto uno stesso significante: gli uomini sono tali perché si costituiscono come classe, classe di individui che si riuniscono sotto l’insegna del significante fallico. 
   Sia ben chiaro, anche le donne però, poiché anche le donne sono soggetti, quindi anche le donne, in quanto soggetti, rientrano sotto l’insegna del Fallo (Φ x): anche loro entrano a far parte di quell’insieme di tutti (Ɐ x) tranne uno, dove l’uno che fa eccezione (Ǝ x) è il padre, il padre simbolico, in quanto l’unico a non essere castrato.
    Lacan designa l’eccezione paterna con la formula Ǝ x: una comunità di insiemi simili deve avere un’eccezione altrimenti non reggerebbe, e qui l’eccezione è il padre in quanto il solo a non essere castrato, dunque il significante fallico. Sotto l’eccezione Ǝ x, che si pone al di fuori della castrazione (a fianco, infatti, vi è Φ x con la barra della negazione sopra per indicare che manca del significante della castrazione) vi è  x per indicare che tutti gli altri sono invece castrati (a fianco vediamo infatti Φ x senza la barra della negazione).
   Nel riquadro sinistro, ritroviamo l’assetto sociale costituito dall’insieme dei soggetti, uomini e donne, accomunati dal fatto che si riconoscono nell’ordine fallico (Φ x), nella struttura sociale di appartenenza. L’uomo fa il suo lavoro, le donne fanno il loro lavoro; il matrimonio, la ripartizione dei ruoli e anche le pari opportunità e tutte queste belle cose stanno qui, in questo riquadro, qui vi acquistano senso e qui, sia gli uomini che le donne, possono sentirsi normali e al loro posto: tutto ciò che rientra nel quadro sinistro, sotto l’egida del significante fallico, è ciò che viene avvertito come normale: il significante fallico dà anche il senso che tutto è a posto, permette di sentirsi a posto, di sentirsi in ordine, di sentirsi normali. Questa è la significazione maschile per eccellenza.
   Come vedete, nel riquadro di sinistra vi sono il Soggetto barrato (Ꞩ) e il Fallo (Φ): tutti i soggetti che si dispongono da questo lato sono sessuati in senso maschile, quindi l’uomo, gli uomini sono tutti, e del tutto da questo lato.
   Per le donne le cose stanno diversamente perché le donne rientrano nel riquadro di sinistra, quindi nel lato maschile, solo in quanto soggetti, ma nella loro sessuazione non possono rientrarvi del tutto in quanto esse non sono del tutto assoggettabili all’ordine fallico: Ɐ x con sopra il tratto della negazione e a fianco il significante fallico Φ x vuol dire che non tutte le donne - e non del tutto ciascuna donna - ricadono sotto la funzione fallica. Per questo Lacan dirà che la donna è non tutta, per dire che non è tutta sotto l’insegna del Fallo. Ma se la donna non è tutta sotto il significante fallico, allora la donna, a differenza degli uomini, non potrà mai costituirsi in una classe. Non esiste la classe delle donne perché le donne non sono accomunabili sotto l’eccezione del “tutte tranne una”, in quanto sono ciascuna una, sono ciascuna l’eccezione. Se le donne, in quanto non del tutto sotto il significante fallico, sono insignificanti, sono al tempo stesso eccezionali. Se la classe delle donne non esiste, esiste però la serie delle donne, in quanto ognuna vale per sé, ognuna è l’unica. Per questo Lacan dirà, con il suo solito stile provocatorio, che la donna non esiste, intendendo che non esiste la classe della donna, non esiste Ƚa donna (Ƚ sta ad indicare la classe).
   Non tutta significa anche: non sei tutta qui, sei qui, ma sei anche altrove. Gli uomini dovrebbero capirlo: una donna non può essere mai tutta per il proprio uomo, anche se lo dice, anche se lo crede, anche se lo desidera perché lo ama. Lo dice e lo ripete, all'uomo che ama, per rassicurarlo, ma soprattutto per rassicurare se stessa perché avverte, senza poterlo dire, che invece qualcosa di lei - qualcosa che non può essere messo in parola, qualcosa che non può dirsi perché non è dell'ordine del linguaggio, e neanche dell’ordine dell’inconscio, ma che è nell'ordine del corpo - sfugge a quel "tutto" di se stessa che pure vorrebbe rendere disponibile al proprio uomo. C'è sempre un che di sfuggente in una donna, un che di "infedele", che non può appartenere ad un uomo. Un uomo, per questo - deve saperlo - non potrà mai avere il possesso pieno della propria donna, non potrà mai disporre interamente di lei, del suo corpo e del suo godimento. Per questo - nella Storia - gli uomini hanno sempre tentato di controllare e di avere il pieno possesso delle proprie donne, nei vari modi e nelle varie misure, anche le più terribili, a seconda delle diverse epoche. Un uomo non potrà avere mai il pieno controllo del corpo di una donna, non potrà disporne mai del tutto, anche se fosse lei stessa a offrirsi tutta, perché esiste una parte del suo corpo che ella senza saperlo sottrae a chiunque, anche a se stessa: è quella parte che sarà destinata al bambino di cui ella potrà essere un giorno madre, una parte che appartiene alla madre e non alla donna, alla madre che ogni donna potrà diventare anche se dovesse scegliere di non esserlo mai. Ed esiste, nella donna, anche un godimento di cui ella non sa e non può dire niente, se non, come dice Lacan, che lo prova, e che, se pur causato dal desiderio, sfugge e si sottrae ad ogni argine di certezza prevedibile: si tratta di un godimento supplementare che apre la donna all'infinito, e che ne fa, appunto, ancora, una non tutta in quel godimento che si inscrive e circoscrive, come quello dell'uomo, tutto quanto sotto l'insegna del significante fallico.
   La donna allora, come vedete, non può stare tutta quanta nel riquadro che rassicura, il quadro della normalità, il riquadro di sinistra che, come abbiamo visto, è quello che si ordina sotto l’insegna normalizzatrice del Fallo. La donna non è del tutto inquadrabile nel regime del Fallo, come magari la vorrebbe, senza saperlo, ogni uomo: la donna non è normale, poiché presenta una parte di sé che sfugge all’idea di normalità cui l’uomo è abituato.
   Come convive l’uomo con una donna? Non ci convive! Le donne spaventano gli uomini, perciò spesso vengono maltrattate e finanche uccise. Jacque-Alain Miller sostiene che gli uomini hanno inventato la guerra per scappare dalle loro donne! La convivenza di un uomo e di una donna insieme è molto complicata perché significa convivenza di due godimenti diversi. L’uomo percepisce una parte della donna che sfugge, anche se quella che sfugge è la parte che permetterà ad una donna di dargli un figlio. Nulla apre alla terzeità, come una donna, come il desiderio di maternità di una donna. Nulla apre al terzo, ad altro, come il godimento femminile. Per questo la donna spaventa gli uomini: non è circoscrivibile in un tutto, del tutto certificabile dal significante.
   Nel riquadro di destra vediamo ora la sessuazione della donna. In quest’area non vige più la logica degli insiemi, perché gli insiemi riguardano il soggetto, i soggetti, uomini o donne che siano, se soggetti. La donna, invece, come abbiamo visto, non è solo soggetto perché, disponendosi, rispetto all’uomo, oltre il soggetto, ella va al di là del significante e dunque non entra del tutto nel linguaggio, per cui esiste nella donna una parte che ella non capisce e di cui non sa dire, ma di cui sa solo che c’è. È proprio questa parte che non entra nel linguaggio a rendere le donne uniche, ma anche sole: una donna è sempre unica, unica e sola. Non è una posizione molto comoda questa: è una posizione che apre potenzialità enormi, ma che crea anche enormi disagi.
   Non vi possono essere rapporti di desiderio sessuale, rapporti d’amore dunque, tra soggetti di sesso maschile e femminile se solo soggetti, non vi può essere rapporto di desiderio e discorso d’amore tra un uomo e una donna che si collochino del tutto nello stesso riquadro di sinistra: fin quando un uomo e una donna resteranno accomunati dallo stesso significante fallico si ritroveranno essere talmente equivalenti che non potranno entrare in rapporto tra di loro, poiché, se vi è equivalenza, difficilmente potrà esser messo in causa un desiderio. Il rischio del matrimonio è proprio quello di rendere nel tempo i coniugi equivalenti tra di loro, e quindi di favorire la perdita del desiderio, giacché il matrimonio è un significante che ricade tutto quanto nell’ordine fallico, tutto quanto nel riquadro di sinistra.
   Per poter entrare in rapporto tra di loro un uomo e una donna devono invece evitare di diventare equivalenti. Soltanto se non vi è equivalenza può esserci rapporto, ed è la donna a rendersi non equivalente perché è lei che si pone dal lato femminile, nella parte destra della tavola della sessuazione: è solo da questo lato, infatti, che il soggetto, uomo o donna che sia, può incontrare il sesso opposto al proprio che, per entrambi, è … la donna, anzi l’altra donna. Lacan lo dice chiaramente nel Seminario XXIII, Il Sinthomo, e lo dice in questo modo:
 
È nella misura in cui non c’è equivalenza che si ha il rapporto. (…) Laddove c’è il rapporto - specifica - c’è nella misura in cui c’è sinthomo, vale a dire in cui l’altro sesso è supportato dal sinthomo[8].
 
   Introducendo la nozione di sinthomo - che preleva dalla topologia dei nodi, vale a dire dalla clinica cosiddetta borromea - Lacan vuole significare che ciò che permette ad un uomo e ad una donna di essere non equivalenti, quindi di potersi desiderare, è che il modo attraverso cui essi si annodano, il modo attraverso cui essi fanno nodo, legame quindi, tra di loro, non deve essere perfetto, nel senso cioè di non essere stabile, scontato, simmetrico, come il nodo che verrebbe a formarsi se le cordicelle fossero soltanto due e, appunto, equivalenti l’una all’altra. Occorre invece che il nodo non sia stabilizzato, non sia simmetrico, e perché questo possa avvenire serve una terza cordicella che faccia del nodo tra i due partner un nodo borromeo, vale a dire un nodo a tre cordicelle, dove la terza è ciò che Lacan chiama sinthomo, poiché è il sintomo ciò che fa da nodo, da tenuta nella clinica. Per questo il nodo che si forma in una coppia deve essere borromeo, deve prevedere una terza cordicella, vale a dire un elemento terzo che renda il nodo imperfetto e al tempo stesso ne faccia tenuta. Occorre dunque che un uomo e una donna facciano sinthomo tra loro, e in particolare che sia la donna il sinthomo per l’uomo, in quanto, come vedremo, l’uomo per la donna è piuttosto una devastazione[9].
   Ecco, dunque, perché Lacan dice, a pag. 97 del Seminario XXIII, intitolato proprio Il Sinthomo: laddove c’è il rapporto, c’è nella misura in cui c’è sinthomo. E cioè che solo se il rapporto tra un uomo e una donna è supportato dal sinthomo può esserci desiderio.
   E cosa è che nella coppia funge da terza cordicella? Cosa è che nella coppia si pone in funzione di sinthomo? Penso che Lacan qui sia proprio straordinario: “mi sono permesso di dire che il sinthomo è precisamente il sesso a cui non appartengo, uomo o donna, cioè una donna”[10]. L’altro sesso, sia per l’uomo che per la donna - anzi il sesso opposto sia all’uomo sia alla donna - è esattamente una donna. Vale a dire una donna che da soggetto barrato riesca qui a costituirsi anche come una donna che sappia collocarsi nel riquadro di destra, come altro sesso. Ecco perché le donne pensano sempre all’altra donna: è l’altra donna che si offre come sinthomo. Un uomo può amare una donna solo nella misura in cui la coglie come l’altra donna e viceversa.
   Dunque, nel momento in cui la donna si colloca nel versante extra fallico ella è l’altra donna, è l’altro sesso, ma nello stesso tempo ella non è più garantita dall’appartenere al significante, e dunque è sola, ritrovandosi sola con le altre, non più unite, uniformate in maniera conforme dal significante. Questo spiega il bisogno che la donna ha di amare un uomo, perché è nell’amore di un uomo che può ritrovare ciò che la faccia sentire non più perduta in quanto altrove, in quanto oltre il significante che la significhi come soggetto. Come adesso andiamo a vedere.
 
 
L’anima e l’amore: l’alma amour.
   Dunque, un uomo e una donna possono amarsi solo collocandosi - entrambi - dal lato femminile, poiché è solo qui, da questo lato, che entrambi possono incontrare il sesso opposto, l’altra donna, il sinthomo, il terzo che faccia da tenuta e garantisca la non equivalenza. Il lato sinistro è il lato delle equivalenze, laddove la non equivalenza che serve all’amore la potete trovare solo nel versante di destra, nel versante femminile. Ed è nella misura in cui si è non equivalenti che si sperimenta l’amore come ciò che mette in causa il desiderio, vale a dire come ciò che causa mancanza. Non vi è amore possibile se non ci si sappia rendere mancanti. Le donne sono facilitate in questo, per l’uomo invece è più difficile perché avere un fallo non facilita sentirsi mancante, cioè non facilita il riconoscimento della propria castrazione.
   Molti uomini, infatti, pur desiderandolo, hanno paura di amare perché, a differenza di quanto avviene più spesso nelle donne, avvertono la mancanza che serve all’amore come una minaccia insostenibile alla loro "integrità virile". Niente come l'amore - non ci stancheremo di ripeterlo - mette di fronte al sentimento della mancanza, dell'incompletezza, ma anche al “rischio” della dipendenza dall'Altro dell’amore. Per questo, spesso, gli uomini innamorati sono anche aggressivi, sprezzanti, sarcastici con le donne che amano: è il solo modo di cui dispongono per recuperare su quella mancanza cui il desiderio li espone. Per questo, spesso, gli uomini resistono all'amore preferendo sentirsi amati, piuttosto che amanti. Per questo, spesso, gli uomini scelgono donne che non amano, invece di quelle che amano: se possono frequentare l'amore solo in superficie, tenendosene ai bordi, ricevendone piuttosto che darne, possono maggiormente sentirsi garantiti, e confermati, sul piano della loro virilità.
   Freud chiamava questa condizione, tutta maschile, Degradazione della vita amorosa[11], in quanto effetto della scissione tra il desiderio di amare e il desiderio sessuale.
   Non è possibile, dunque, amare mantenendosi dal lato maschile, senza riconoscere cioè la propria mancanza.
   La donna invece, dal suo lato, dal versante femminile, di destra nella tavola della sessuazione, si annulla come soggetto, non esiste come categoria, come Ƚa donna, ma si costituisce nella serie delle donne. Da questa posizione la donna guarda, da una parte il fallo, che è nel lato maschile, e dall’altra S Ⱥ, il godimento femminile, il che significa che per accedere al suo godimento, al godimento femminile altro, supplementare¸ deve necessariamente raccordarsi al godimento fallico, deve cioè servirsi dell’uomo, nei confronti del quale si pone come l’altro sesso, come sinthomo dunque, come abbiamo visto, e l’uomo di conseguenza deve sapersi costituire - fa notare Lacan - piuttosto come un relais, vale a dire come congiunzione della donna con il proprio godimento. La difficoltà consiste però nel fatto che l’uomo, come vedete dalla direzione della freccia, che indica la linea del godimento maschile, non riesce a cogliere la donna nella sua interezza e nella sua unicità perché interferito dal proprio fantasma femminile, che nell’uomo non è l’Altro in quanto altro sesso, ma l’oggetto, l’oggetto parziale, l’oggetto feticistico, in altri termini l’oggetto piccolo (a), oggetto dunque asessuato, per cui gli viene impedito di godere del corpo femminile nella sua interezza. Dal lato maschile, dunque, la donna offre allo sguardo solo l’oggetto piccolo a, l’oggetto del desiderio. L’uomo cerca nella donna l’oggetto del proprio desiderio, cerca dunque il pezzo, il pezzo anatomico. Un mio paziente che si vanta di essere stato un grande seduttore e di aver avuto tante amanti, tutte bellissime, e che ha finito per sposare - pensate un po’ - l’unica donna che non l’attraeva sessualmente, una volta mi disse: "dottore, se dovessi dirle i nomi delle amanti che ho avuto, non li ricorderei, ma posso facilmente descriverle i culi di ognuna, quelli li ricordo benissimo, e comunque non riesco a collegare i culi con i nomi delle diverse donne".
   Per questo, Lacan dice che il desiderio maschile giunge ad una donna come una devastazione, a meno che l’uomo non sappia rendersi disponibile alla donna appunto come quel relais che permetta alla donna di congiungersi al proprio godimento altro.
   Questo relais è importante in quanto il godimento femminile tenderebbe altrimenti all’infinito, senza limiti verso Dio - dice Lacan - e infatti è anche il godimento di certi mistici, come Santa Teresa d’Avila, San Giovanni della Croce, o la beghina di Anversa. Anche gli uomini possono avvertire questo godimento del corpo, di cui la donna non sa dire, un godimento di cui non si può dire perché non è scritto nel linguaggio, è fuori linguaggio, e fuori significante, poiché non dispone di un significante che permetta di nominarlo. È un godimento del corpo che tuttavia, essendo fuori significante, non ha forma, non ha linguaggio ed è proprio per questo, per cercare di dargli forma e contenimento, che la donna deve cercare l’amore di un uomo, e servirsene proprio come un relais.
   Per la donna l’amore deve dunque diventare il mezzo per tentare di mettere in parola questo godimento di cui non si può dire, affinché non si traduca appunto in una devastazione.
   Una donna, nel suo modo di amare, oscilla sempre tra un godimento fallico e un godimento altro, extra fallico e fuori significante, ed è per questo che certe volte parla in maniera incomprensibile.
   La donna accetta che il luogo della femminilità sia il luogo di un sapere forcluso, di un vuoto di sapere sul proprio godimento che è interdetto e che può solo essere bordato, arginato dalla parola d’amore. Per questo, per bordare la sua forclusione, la donna si seve dell’amore dandogli, dice Lacan, un’anima. Lacan condensa il termine di alma con quello di amore e ne fa un neologismo âmour, una lettera, una lettera d’amore.[12] In altri termini, la donna deve poter dare al godimento, di cui non può dire, la forma dell’amore, e l’amore è allora l’anima, l’anima in senso del De anima di Aristotele, nel senso cioè che laddove non vi è né causa, né sostanza, né forma, per dare forma alla materia, bisogna animarla.
   Bisogna metterci l’anima nell’amore, un nome, una sostanza. Bisogna dare forma all’amore dandogli un’anima. La donna vuole animare il buco dell’amore, la donna non ama, anima, anima l’amore: vuole l’anima amore, l’almamore, l’âmour e solo questo può permettere, come infatti fortunatamente spesso avviene, che l’amore unisca un uomo e una donna anche molto profondamente, anche molto proficuamente, con l’anima, nell’anima. Grazie alle donne!
 
 
E l’isterica?

   Anche l’isterica è una donna perché, come la donna, s’interroga sull’altra donna, e su quel godimento supplementare dal quale si sente esclusa, ma mentre la donna è attraverso l’amore di un uomo che cerca di saperne sul proprio godimento, collocandosi dunque dal lato femminile, l’isterica cerca di scoprirne il segreto non attraverso l’amore di un uomo rivolto a lei, ma attraverso l’amore che l’uomo destina all’altra donna, e dunque l’isterica ritiene che può saperne sul godimento collocandosi dal lato maschile, attribuendo sempre all’uomo di cui si infatua l’esistenza di un’altra donna. L’isterica pensa infatti che solo l’uomo che sia impegnato con un’altra donna possa scoprire il segreto del godimento femminile, come dimostra il caso di Dora di Freud nella rilettura lacaniana. Dora non era innamorata del Signor K, come erroneamente credette Freud causando per questo l’interruzione del trattamento da parte di Dora, ma era attratta dal Signor K non perché lo amasse, ma perché pensava che egli possedesse il segreto di cosa fosse una donna, in quanto marito della Signora K. Era la Signora K, non il Signor K, che interessava veramente a Dora, perché ai suoi occhi ella incarnava l’altra donna del cui godimento Dora voleva sapere. Dora era attratta dalla Signora K e credeva di poter arrivare a lei attraverso il Signor K, ma voleva arrivarvi non perché il suo interesse per la Signora K fosse di natura omosessuale, non perché Dora fosse omosessuale – l’isterica non è omosessuale – ma perché era omosessuale l’oggetto del suo interesse: il godimento femminile, l’altra donna, cosa vuole una donna. Solo che Dora, come tutte le isteriche, non pensava di poterne sapere, come pensano le donne, attraverso l’amore per un uomo, e dunque collocandosi dal lato femminile, bensì, al contrario, disponendosi dal lato maschile, poiché l’isterica presume che siano gli uomini a saperne sul segreto del godimento femminile, e non le donne. Per questo le isteriche cercano di amare allo stesso modo di come amano gli uomini: le isteriche sanno fare l’uomo, sono uomosessuali, come dice Lacan, giocando sull’omofonia con omosessuali, per dire che se possono sembrare omosessuali, in effetti non lo sono. Le isteriche, piuttosto, diventano complici e al tempo stesso competitive con gli uomini, fanno cose da uomini e parlano delle donne come ne parlano gli uomini tra di loro. Le isteriche devono causare il desiderio di un uomo non per amarlo, ma per estrarne un sapere. Non a caso sono le isteriche ad aver inventato la psicoanalisi: per sapere attraverso il transfert sull’analista il segreto del godimento femminile, dell’altra donna. Per questo, a differenza della donna, l’isterica non accetta di essere il sinthomo del proprio uomo, in quanto non può esserne il desiderio che ha causato, non può accettare di offrire il proprio corpo al godimento di un uomo: a quello ci pensa l’altra donna, dal cui godimento l’isterica deve tenersi sempre esclusa. L’isterica deve causare il desiderio dell’uomo non per amarlo, ma per sapere, per un sapere che le serve per esistere, non per amare. L’isterica deve essere sempre lo scarto di quello stesso desiderio che provoca: potevo desiderare l’uomo di prima perché tanto lui non mi voleva perché lui voleva un’altra, Così mi diceva Anna, una mia analizzante. 

   L’isterica, dunque, punta a farsi desiderare ma non ad amare, mentre la donna punta a farsi desiderare, ma solo per amare ed essere amata.



 
[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora 1972-1973, Einaudi, Torino 1983, pag. 82
[2] J. Lacan, «Excursus», Milano, 3-4 febbraio 1973, Lacan in Italia, a cura di G.B. Contri, La Salamandra, Milano 1976,   pag. 87.
[3] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora 1972-1973, Einaudi, Torino 1983, pag. 7
[4] J. Lacan, op. cit. pag. 6
[5] J. Lacan, op. cit. pag. 7
[6] J. Lacan, op. cit. pag. 16
[7] J. Lacan, op. cit. pag. 145
[8] J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII, Il Sinthomo 1975-197, Astrolabio-Ubaldini, Roma 2006, pag. 97
[9] J. Lacan, op. cit. pag. 97
[10] J. Lacan, op. cit. pag. 97
[11] S. Freud, Contributi alla psicologia della vita amorosa, in Opere, vol. 6, Bollati Boringhieri Torino 1974, pag. 421 – 432.
[12] Lettera d’amore è il titolo del cap. VII del Seminario XX, Ancora; il capitolo dedicato proprio alla sessuazione


Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 17 maggio 2026
Il fondamento di ogni relazione umana - che sia tale da permettere un autentico scambio dialettico interpersonale - è il riconoscimento dell'Altro come essere separato, dotato di un desiderio suo proprio e di una volontà autonoma. Il riconoscimento cioè che l'Altro è un altro da sé e non un altro di sé. Tuttavia, nei diversi contesti umani, questo riconoscimento dell'alterità dell'Altro non è garantita, non è scontatta. Perché? Perché spesso ci ritroviamo in relazioni nelle quali facciamo la dolorosa esperienza di non essere ascoltati, di non essere tenuti in debita considerazione, di non essere riconosciuti come soggetti dotati di una propria autonomia di pensiero? La psicoanalisi può mostrarcene le ragioni ed offrirci la possibilità di comprendere come e perché possano stabilirsi tali dinamiche, quali ne siano la logica e la struttura, e perché possono essere definite come perverse, allargando così il campo delle Perversioni da quello di certi comportamenti sessuali a quello di relazioni interpersonali caratterizzate dal rifiuto sistematico di riconoscere nella'Altro una soggettività sua propria, distinta e separata da sé. E' il Padre della Psicoanalisi, Sigmund Freud, ad individuare per primo il meccanismo centrale della perversione come Verleugnung, ossia, in italiano, come "diniego", "ripudio". Per Freud, il perverso è colui che si rifiuta di accettare la realtà della "castrazione", ovvero l'esistenza di un limite, di una mancanza, di una diversità irriducibile tra sé e l'Altro. La Verleugnung non è una semplice negazione, è di più, è una "doppia negazione": 𝑁𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑖 𝑚𝑎𝑛𝑐𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎, 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑠𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑒 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑚𝑒 𝑙𝑒 𝑎𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑚𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑖𝑜. È una posizione categorica e irriducibile di disconoscimento della realtà, e della verità oggettiva. Una posizione che, per essere sostenuta e conservata nella sua operazione di diniego, deve servirsi - questo è un punto importante - della scissione inconscia dell'Io, ossia della separazione e del disconoscimento di quella parte di sé che non può non riconoscere come stanno effettivamente le cose. Il diniego non è dell'ordine del delirio, non è una falsa verità, è l'odio per la verità e l'odio, prima che nei confronti dell'Altro e della sua verità, nei confronti di quella parte di sé che, riconoscendo la verità vera, non può ammetterla, ma solo trattenerla come una traccia crepuscolare. J acques Lacan riprende e approfondisce l'intuizione freudiana, spostando il focus dalla castrazione individuale a quella dell'Altro (il partner, la società, il linguaggio stesso). I l perverso non tollera che l'Altro sia "bucato" , mancante. Perché? Perché se l'Altro è incompleto e ha un proprio desiderio, allora può porre un limite al godimento del soggetto. Il perverso, invece, mira a un godimento assoluto, senza ostacoli. Non sopporta che il proprio godimento possa essere interdetto o messo in discussione dal desiderio dell'Altro. La sua missione diventa quindi quella di "tappare il buco" nell'Altro , di renderlo un partner completo, uno strumento prevedibile e funzionale al proprio godimento. Qui cogliamo la differenza cruciale con la struttura nevrotica. Se il perverso non tiene in alcun conto il desiderio dell'Altro, il nevrotico, al contrario, ne è talmente dominato da sottomettervisi completamente, al punto di dimenticare il proprio. Il nevrotico soffre immensamente del desiderio dell'Altro: lo riconosce, se ne fa carico, vi accondiscende o vi si ribella, ma non ne nega mai l'esistenza. Se la posizione del perverso nei confronti della mancanza dell'Altro è della d oppia negazione , quella del nevrotico è di un doppio riconoscimento : sia del desiderio dell'Altro, che della propria sofferenza nel temere di non potervi aderire del tutto. Tuttavia, questo doppio riconoscimento, per quanto doloroso, apre a una dialettica possibile con l'Altro. Nel preverso, invece, il diniego radicale delle ragioni dell'Altro chiude ad ogni possibile dialogo. Se il nevrotico è in una relazione dialettica infinita con l'Altro, il perverso se ne tira radicalmente fuori: valgono solo le sue ragioni. Il perverso non nega semplicemente la volontà dell'Altro, nega la validità stessa della sua esistenza come soggetto pensante e desiderante. In questo modo, il perverso confonde e fa vacillare la realtà dell'interlocutore, imponendo la propria come l'unica verità possibile. Questo è il cuore della posizione di godimento del perverso: l'annullamento della differenza. Una posizione che può sfociare in vere e proprie tragedie, come il fenomeno dello Stalking o dei femminicidi, nei quali viene soppressa, non la volontà dell'Altro, ma l'Altro stesso in quanto soggetto di una volontà diversa e intollerabile E tuttavia, spesso, la relazione perversa non è unilaterale, ma si nutre di una complicità inconscia. I due partner creano un "patto diabolico" in cui entrambi collaborano per distruggere la castrazione, la mancanza, in sé stessi e nell'altro. Il desiderio, che nasce dalla mancanza e fonda l'amore, viene sostituito dai godimenti complementari ldei due partner: Il godimento di chi plagia si incastra perfettamente con il godimento di chi si lascia plagiare, in un gioco che scongiura il rischio evidentemente più temuto, quello di amare davvero, ovvero di accettare l'incompletezza reciproca. In conclusione, la perversione non è solo una categoria diagnostica, ma una modalità relazionale che si basa sul disconoscimento della separazione fondamentale tra sé e l'Altro. È perverso ogni atteggiamento, individuale o collettivo, che neghi la legittimità delle istanze altrui per proteggere un godimento soggettivo. La Storia offre esempi terrificanti di questa logica: l'Inquisizione, le crociate, i totalitarismi. Sono tutti sistemi che si fondano sull'imposizione di un'unica Verità e sulla sistematica, violenta eliminazione di ogni posizione discordante. Sono la manifestazione di un rifiuto radicale di quella differenza che, invece, è il fondamento stesso dell'amore e della vita.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 10 maggio 2026
La tesi più radicale e spesso fraintesa di Jacques Lacan è quella che egli riassume nel celebre aforisma: 𝑛𝑜𝑛 𝑐'𝑒̀ 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. Questo non significa, banalmente, che gli esseri umani non facciano sesso tra di loro o che non vi siamo atti sessuali. Significa qualcosa di molto più profondo, ossia che non esiste una formula, un codice naturale che possa scrivere la relazione tra un sesso e l'altro, che possa prestabilirla una volta per tutte, che possa predeterminarne l'armonia, garantirne il funzionamento ottimale e il successo. Non esiste una matematica del sesso umano, una sua scrittura, tanto nella biologia, quanto nell'inconscio stesso. A differenza degli animali, guidati dall'istinto che crea un rapporto fisso e funzionale alla specie, l'essere umano, essendo immerso nel linguaggio, ha perso per sempre questa bussola biologica. Siamo 𝑝𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎, e questo ha due conseguenze fondamentali. In primo luogo, 𝐼𝑙 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒: non ci accoppiamo, mettiamo in scena una fantasia. Non desideriamo l'Altro in sé, ma l'oggetto causa del nostro desiderio ((𝑜𝑔𝑔𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑎)) che presumiamo l'Altro possegga. Ogni atto sessuale non è un incontro tra due nature che si completano, ma un complesso dialogo tra due mondi inconsci, due fantasie che solo per un breve istante possono sperare di sovrapporsi, senza mai combaciare del tutto. Il sesso allo 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑢𝑟𝑜 è impossibile perché la parola si è insinuata tra noi e il reale del corpo, rendendo ogni esperienza irrimediabilmente soggettiva e filtrata dal significato. In secondo luogo, i rispettivi godimenti non sono complementari. Non esiste un godimento "della coppia" che nasca dalla fusione di due metà. Esiste il godimento di un soggetto e il godimento di un altro soggetto. L'idea di 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑢𝑛𝑜 è l'illusione per eccellenza. Prova ne è la persistenza dell'autoerotismo: una parte del godimento del corpo resta sempre privata, solitaria, non condivisibile e non traducibile nel linguaggio dell'Altro, irrimediabilmente esclusa dalla dialettica discorsiva dell'amore. 𝑂 𝑠𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎 𝑜 𝑠𝑖 𝑔𝑜𝑑𝑒, potremmo dire, estremizzando i due registri, del reale del corpo e del simbolico del linguaggio È il 𝑔𝑜𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑈𝑛𝑜, che resiste all'ingresso nel legame a due. A questo punto, cosa riempie il vuoto lasciato dall'assenza di un 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 scritto dalla natura? 𝐋'𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞. Lacan afferma che 𝑙'𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑝𝑒𝑟𝑖𝑠𝑐𝑒 𝑎𝑙𝑙'𝑎𝑠𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. L'amore è il discorso, l'invenzione, la costruzione poetica con cui tentiamo di dare un senso a questo 𝑛𝑜𝑛-𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜. È il legame che si sforza di creare un ponte sull'abisso che separa due godimenti. Mentre il sesso rivela la disgiunzione fondamentale, l'amore è la promessa (sempre illusoria, ma necessaria) che un'unione sia possibile, che il godimento dell'Altro possa essere compreso e condiviso, che da due si possa davvero diventare Uno. Amare, in questa prospettiva, diventa un atto etico di straordinaria complessità. Non significa trovare 𝑙'𝑎𝑙𝑡𝑟𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑙𝑎 di Aristofane che ci completa. Amare significa tollerare la crepa che ci divide dall'Altro, accettare che l'Altro rimarrà sempre un mistero, con un nucleo di godimento inaccessibile. Amare significa amare la mancanza dell'Altro (𝑎𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 ℎ𝑎, dice Lacan), significa saperci fare con il reale del sesso, ossia vivere la sessualità non con la pretesa di una fusione totale, ma con la consapevolezza della distanza, trovando una meraviglia proprio in quel tentativo, sempre rinnovato e sempre parzialmente mancato, di toccare l'irraggiungibile alterità dell'Altro. Perché questa coesistenza di unione (l'amore) e disgiunzione (il sesso) sia possibile e sostenibile in una coppia, occorre che entrambi i partner dispongano di un Significante speciale, che presiede a tutti i significanti, e che Lacan chiama il 𝐅𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐢𝐦𝐛𝐨𝐥𝐢𝐜𝐨, vale a dire quell'iscrizione etica che orienta il desiderio e disciplina il godimento. L'amore diventa allora quella meravigliosa e talvolta infernale invenzione che ci permette di 𝑓𝑎𝑟 𝑓𝑖𝑛𝑡𝑎" 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑎, e in questo far finta si gioca tutta la ricchezza, la tragedia e la bellezza della vita umana. @follower Per approfondire: https://www.egidioerrico.com/cosa-la-psicoanalisi-ha-da-dire-sullamore-e-sul-sesso
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 9 maggio 2026
La madre porta con sé il segreto indicibiledel significato del proprio bambino
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 23 aprile 2026
IL DESIDERIO È SEMPRE PER UN CORPO, L'AMORE È SEMPRE PER UN NOME, IL NOME DI QUEL CORPO . Il titolo, sebbene non sia una citazione letterale di Lacan, è una sintesi del suo insegnamento sulla complessa dialettica tra amore e desiderio. Approfondiamo l’argomento, mantenendoci all’interno della teoria lacaniana. L'aforisma del titolo si scompone in due movimenti principali che si unificano nel finale. 1. Il Desiderio è sempre per un Corpo. Per Lacan, il desiderio (désir) non è né il bisogno (biologico, che può essere soddisfatto, come la fame) né la domanda (la richiesta articolata all'Altro, che è sempre una domanda d'amore). Il desiderio nasce proprio dallo scarto tra il bisogno e la domanda. È un resto, un'eccedenza, ed è per sua natura inconscio, indistruttibile e metonimico: scivola incessantemente da un oggetto all'altro senza mai trovare un appagamento definitivo. Cosa significa che è per un corpo? In primo luogo che il desiderio non si rivolge alla persona colta nella sua totalità, ma è innescato da un "oggetto parziale", quello che Lacan chiama “oggetto piccolo a” (objet petit a). Questo non è un oggetto reale che si può possedere, non è un oggetto meta del desiderio, ma ne è la causa fantasmatica. Il corpo dell'altro diventa il luogo, il palcoscenico, in cui immaginiamo di poter trovare questo oggetto perduto: uno sguardo, una voce, un seno, un certo modo di muoversi. Il corpo è il supporto materiale del nostro fantasma fondamentale. In secondo luogo che il desiderio si muove prevalentemente nel registro dell'Immaginario. Desideriamo l'immagine dell'altro, il corpo come Gestalt, come forma che promette una completezza che a noi manca. È una relazione duale: "io" desidero "quel corpo" perché immagino che possa colmare la mia mancanza (manque-à-être). Infine perché, in quanto legato all'oggetto parziale e all'immagine, il corpo del desiderio è, per il suo carattere metonimico, intercambiabile . Finito l'incanto di un corpo, il desiderio può facilmente spostarsi su un altro che sembra incarnare meglio, o in modo nuovo, l'objet petit a. Il desiderio è seriale. In sintesi, con la prima parte dell'aforisma volio dire che il desiderio è radicato nella pulsione, si aggancia a frammenti del corpo dell'altro e opera in una logica di consumo e sostituzione, senza mai raggiungere una vera soddisfazione. 2. L'amore è sempre per un Nome, il Nome di quel Corpo. Qui la prospettiva cambia radicalmente. L' amore , a differenza del desiderio, si colloca nel registro del Simbolico . Il "Nome" non è da intendersi come il semplice nome anagrafico, ma ha una precisa valenza simbolica: è il modo attraverso cui i nostri genitori hanno deciso come saremo riconosciuti nella nostra singolaritàtà e insostituibilità. È la funzione simbolica che iscrive un soggetto in un ordine, in una genealogia, in una storia. Il Nome rappresenta l'unicità irriducibile del soggetto, la sua particolarità assoluta all'interno del linguaggio e della cultura di appartenenza. Il Nome è ciò che fa di un esistenza biologica un essere umano, che imprime alla nuda vita il carattere dell'eternità : di ognuno di noi muore il corpo, ma non il Nome. Quel Nome che fa di un individuo quel soggetto e non un altro. Amare qualcuno significa amare questa sua singolarità, questo suo "Nome": l ’amore è sempre per un nome , dice Lacan. L'amore è il movimento che permette di superare la visione dell'altro come mero corpo-oggetto per riconoscerlo come soggetto. Si ama la sua mancanza, la sua "castrazione" simbolica, la sua finitezza. Come dice Lacan, amare è dare ciò che non si ha . Si offre la propria mancanza alla mancanza dell'altro, creando un legame che non si basa sul possesso ma sul riconoscimento reciproco di un'incompletezza. Si ama il Il Nome di quel Corpo vuole indicare la congiunzione cruciale dell'amore a quel corpo e solo a quel corpo. L'amore non è un'astrazione platonica. È l'atto che salda la singolarità simbolica (il Nome) a un corpo particolare e contingente . L'amore opera una sorta di "miracolo": fa sì che tra tutti i corpi desiderabili del mondo, uno solo diventi insostituibile. Perché? Perché quel corpo diventa il significante del Nome che amiamo. Il corpo cessa di essere un oggetto intercambiabile e diventa l'incarnazione necessaria di quella soggettività unica. L'aforisma descrive dunque la funzione dell'amore come ciò che àncora il desiderio e che, come dice Lacan, lo umanizza. Senza amore, il desiderio è condannato a un'erranza infinita, a una ricerca senza fine del corpo perfetto che possa incarnare l'objet a , una ricerca destinata al fallimento e alla ripetizione. È la logica del Don Giovanni: ogni corpo è desiderabile ma nessuno è indispensabile. L'amore interviene a interrompere questa catena metonimica. Opera una metafora : la sostituzione di un significante con un altro. Il corpo dell'amato viene elevato a significante dell'unicità assoluta del soggetto. L'amore dice: " Desidero questo corpo non perché ha questo o quel frammento che cattura la mia pulsione, ma perché è il corpo di questo Nome, di questa persona unica che per me non ha eguali ". In questo modo, l'amore non nega il desiderio, ma lo riorienta, lo stabilizza. Permette di desiderare sempre lo stesso corpo, non per abitudine, ma perché in quel corpo si continua a incontrare il mistero e l'unicità del Nome amato.  L'amore è ciò che permette il passaggio dal desiderio di un corpo al desiderio di quel corpo, il corpo che porta con sé il segno indelebile di un Nome.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 20 aprile 2026
Accostarsi alla clinica psicoanalitica, in particolare quella di orientamento lacaniano, non può, a mio avviso, prescindere da una comprensione approfondita di alcuni concetti fondamentali: Divisione Soggettiva, Desiderio, Fantasma Fondamentale, Pulsione, Ripetizione, Godimento. Questi termini non solo devono essere esplorati singolarmente, evidenziandone le specificità e i caratteri distintivi, ma è cruciale che vengano anche analizzati nelle loro interrelazioni strutturali e dinamiche. Solo così potremo evitare confusioni e comprendere come questi elementi concorrono alla definizione delle tre strutture psicopatologiche: Nevrosi, Perversione e Psicosi. L’incontro di oggi si propone di chiarire questi concetti, affinché possano fungere da fondamenta solide per una conoscenza più ampia e articolata della clinica psicoanalitica. Divisione Soggettiva Al cuore della psicoanalisi lacaniana non c'è una teoria astratta e conclusa, ma una domanda radicale e aperta sulla sofferenza umana . Una domanda che parte da un'esperienza che tutti, in qualche modo, conosciamo: perché siamo così spesso attraversati dalla dolorosa sensazione di essere divisi, lacerati? Perché spesso ci sorprendiamo per una parola che non pensavamo di pronunciare, per un gesto, un’azione che non ci aspettavamo di compiere o per una decisione che mai avremmo voluto prendere? Perché siamo così spesso attraversati dalla sensazione che ciò che diciamo di noi stessi non esaurisca mai completamente ciò che siamo, o meglio, ciò che pensiamo di essere? Per Cartesio io sono dove penso di essere, anzi io sono perché penso. Questa certezza dell’essere in quanto pensante, questa coincidenza assoluta dell’Io con il suo pensiero, e con il soggetto in cui ognuno si riconosce come essere, dominerà il pensiero moderno per circa trecento anni, ossia dal 1600 fino alla fine del 1800, quando il genio di Freud, con la scoperta dell’inconscio, non darà un colpo decisivo al cogito cartesiano. Forse vale la pena di soffermarci un attimo su questa linea evolutiva, perché in essa possiamo ravvisare le radici della nascita della psicoanalisi, ossia un percorso che va da un soggetto padrone di sé a un soggetto "parlato" e diviso, un’evoluzione cruciale nella storia del pensiero occidentale: il progressivo decentramento del soggetto rispetto al pensiero e al linguaggio, il passaggio graduale dalla certezza all'incertezza, dalla trasparenza all'opacità del soggetto. Un passaggio che si compie in tre tappe fondamentali. 1. Cartesio: Il Soggetto della Certezza e del Pensiero Trasparente Il punto di partenza è il soggetto cartesiano . Con il suo celebre Cogito ergo sum ("Penso, dunque sono"), Cartesio fonda l'esistenza del soggetto sulla sua capacità di pensare: sul piano del pensiero , il soggetto è il padrone assoluto del proprio pensiero . L'"Io" è una sostanza pensante ( res cogitans ), pienamente cosciente e trasparente a se stessa. Il pensiero è ciò che definisce il soggetto e ne garantisce la certezza. S ul piano del linguaggio , il soggetto che parla è sempre preceduto dal pensiero, il soggetto dice sempre quello che pensa e pensa sempre quello che dice: Il linguaggio allora assume un valore secondario rispetto al pensiero, è uno strumento che serve a comunicare un pensiero che si è già formato, chiaro e distinto, nella mente del soggetto. È un'espressione controllata e assolutamente consapevole della coscienza. In sintesi, per Cartesio l'equazione è: Io penso → Io sono . Il soggetto precede e domina sia il pensiero che il linguaggio, avendo di entrambi piena padronanza. 2. Freud: la Frattura del Soggetto e l'emergere dell'Inconscio Con Freud, questo edificio di certezze crolla . La scoperta dell'inconscio rappresenta la prima, grande ferita narcisistica al soggetto cartesiano: il soggetto non è più padrone in casa propria . Il pensiero cosciente (l'Io) è solo la punta di un iceberg. La vera forza motrice sono i pensieri inconsci , i desideri e le pulsioni che sfuggono al suo controllo. Il soggetto è "agito" da un pensiero che non conosce . Il linguaggio, allora, smette di essere uno strumento docile e diventa la via d'accesso privilegiata all'inconscio : lapsus, sogni, motti di spirito non sono errori, ma manifestazioni di una verità del soggetto che la coscienza ignora . Il linguaggio tradisce il soggetto, ma nel tradirlo, lo rivela. L'equazione freudiana è più complessa: Io sono dove un pensiero inconscio si manifesta . Il soggetto è decentrato tra conscio e inconscio. 3. Lacan: Il Soggetto come effetto del linguaggio Jacques Lacan porta la rivoluzione freudiana alle sue estreme conseguenze , integrandola con la linguistica strutturale. Se per Freud l'inconscio si esprime attraverso il linguaggio, per Lacan l'inconscio è strutturato come un linguaggio . Lacan rovescia radicalmente Cartesio: "Io penso dove non sono, dunque sono dove non penso" . Il pensiero non appartiene al soggetto; il soggetto emerge nel "luogo dell'Altro ", cioè nella struttura preesistente del linguaggio e delle sue leggi. Il soggetto non esiste prima del linguaggio , ma è un suo effetto . Entrando nel linguaggio (l'ordine simbolico), l'essere vivente viene "mortificato", diviso, e si costituisce come soggetto mancante, barrato (scritto $). Non siamo noi a parlare il linguaggio, ma è il linguaggio che ci parla. Il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante. Per Lacan, l'equazione definitiva è: Il linguaggio parla → Io sono (come effetto diviso) . Tutto l’insegnamento lacaniano ruota intorno alla questione del soggetto diviso in quanto effetto del linguaggio . Attraverso di esso Lacan ne cerca le ragioni, le formula, le argomenta, le mette in logica fino ad arrivare a stabilire che l’entità radicale e irriducibile della struttura del Soggetto umano non è la sintesi, ma la divisione , offrendoci al tempo stesso una mappa per esplorarla, per comprenderla e per studiarne le diverse implicazioni nella sofferenza psichica e nella clinica. L’Ordine del Simbolico e il Linguaggio 1. Da una parte , c'è il mondo in cui viviamo: l'universo del Simbolico . È il mondo del linguaggio, delle regole sociali, delle aspettative degli altri e delle nostre stesse parole. È il patto che ci rende esseri umani in una comunità. Il con-tratto che sottoscriviamo per ottenere il diritto di essere ammessi nella civiltà . Il trattino col quale ho scomposto il termine contratto è per sottolineare che gli esseri umani sono nel simbolico con tratto: questo tratto è la parola e dunque Il contratto si fonda sulla parola: un tratto che non si limita a descrivere, ma lega . È l'atto con cui il dire diventa un vincolo. È esattamente questo che Lacan vuole intendere quando dice che il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante: Il significante , per Lacan, va inteso infatti come il tratto della parola e tra le parole. Non è semplicemente la parola nel suo uso comune. È, prima di tutto, un tratto, un marchio, un'iscrizione. Lacan lo chiama trait unaire (tratto unario). È un segno che non ha un significato intrinseco, ma che serve a produrlo , e a differenziare, a marcare una differenza. Proprio come il "tratto" di una firma su un contratto . In altri termini, la parola che rappresenta un soggetto è un tratto (il primo significante, S1) che, per poterlo rappresentare, deve necessariamente legarsi a un altro tratto (un altro significante, S2), un altro soggetto. Il soggetto, allora, non è la fonte di questo legame, ma il suo effetto . Emerge proprio da questo contratto tra parole, in quello spazio vuoto che la catena dei significanti crea e al tempo stesso designa . Il contratto, quindi, non è qualcosa che il soggetto stipula, ma è l'atto stesso che lo costituisce ." Questo è il lato del Simbolico, dove il Soggetto si costituisce in quanto tale sotto la legge del Significante, dove il Soggetto, avendo subito la castrazione ad opera del Significante, è mancante-a-essere e dunque attraversato dal desiderio. L’Ordine del Reale e il Corpo 2. Dall'altra parte , c'è ciò che al mondo del linguaggio sfugge e si sottrae al significante. Ripensiamo al linguaggio come una rete fatta dalle parole tenute insieme dai significanti che la percorrono in lungo e in largo : con essa peschiamo le cose del mondo in cui viviamo, diamo loro un senso, un nome e in questo modo, dal mondo in cui viviamo, attraverso il linguaggio, ritagliamo, costruiamo la realtà che ci riguarda. La rete del linguaggio ha però dei buchi: c'è sempre qualcosa che essa non riesce a catturare, ma che comunque lascia intravedere, che rivela in qualche modo come l’Altra cosa , come l’ impossibile a dirsi . Questo impossibile è il Reale , che non è la "realtà", ma ciò che nella realtà non entra : il buco nella realtà simbolica che ci costruiamo con le parole e sottomettiamo alla legge del significante . Questa rete delle parole lungo la quale camminano i significanti, con i buchi che i significanti non riescono a coprire è esattamente quello che chiamiamo il Campo freudiano . Ossia il Campo dell’esperienza umana, e dunque anche il campo in cui opera la Psicoanalisi. Un Ponte: L’Immaginario Esiste un terzo registro, quello dell’ Immaginario , ma voglio tenerlo per ora in disparte perché lo ritroveremo più avanti come quel velo, quella “toppa” attraverso cui cerchiamo di mettere riparo alla spaccatura attraverso cui ci dividiamo tra il Simbolico ed il Reale, il registro attraverso cui cerchiamo di congiungere il mondo del linguaggio (Simbolico) a quello dell’impossibile a dirsi Reale). È il registro delle immagini, delle identificazione, dell'ego. È il regno della forma, della fusione, della rivalità e della relazione speculare (io/altro). Si forma a partire dallo "stadio dello specchio", dove il bambino si identifica con la propria immagine, creando un'illusione di totalità. Il Soggetto del Desiderio: La Mancanza-a-Essere È proprio da questa fessura insanabile che scaturiscono due delle forze più potenti della nostra vita : il desiderio, che punta al simbolico e al liguaggio, e il godimento, che punta al reale, al corpo, alla pilsione . Questa divisione si manifesta nella tensione costante tra ciò che possiamo esprimere a parole, il registro del Simbolico , e un'esperienza più profonda e inafferrabile che ci sfugge, il Reale . Il desiderio, in quest'ottica, non è la semplice ricerca di un oggetto, ma è l'espressione stessa di questa mancanza costitutiva: desiderare, per Lacan, significa essere intrinsecamente incompleti, essere mancanti-a-essere, come lui dice. Questo apre ad un paradosso, che Lacan, prende da Sartre: per essere occorre riconoscersi nella propria mancanza ad essere, che ci aliena dal nostro esistere in quanto pieni. Essere ci impedisce di riconoscersi nel nostro esistere. Allo stesso tempo, questa condizione è la radice della nostra sofferenza. Per diventare un "soggetto che desidera", è necessario accettare una perdita originaria, un concetto che Lacan, sulla scia di Freud, definisce " castrazione simbolica ". Non si tratta di un evento fisico, ma dell'abbandono dell'illusione infantile di essere completi. In fondo, il percorso per diventare esseri umani consapevoli implica proprio questo passaggio: nasciamo come organismi biologicamente "pieni", ma per acquisire una coscienza di noi stessi in quanto “esseri” dobbiamo barattare quella pienezza istintiva con una condizione di "mancanza-ad-essere ". Questa Divisione Soggettiva non è un'idea astratta, ma si rivela costantemente in quegli "inciampi" che costellano la nostra vita quotidiana : un lapsus, un sogno incomprensibile o un improvviso vuoto di memoria. Ad esempio, quando una persona in analisi ci dice "ora non mi viene in mente più nulla", non sta tanto opponendo resistenza, quanto piuttosto mostrando la sua fessura soggettiva, una porta che si apre sull'inconscio come l'impossibile da dire: è un punto di rottura, di interruzione, un taglio, una coupure, della catena sanicante, dove ci sorprende il soggetto che veramente siamo, ma che non conosciamo. Di fronte a questi "buchi", l'approccio della psicoanalisi lacaniana si distingue nettamente da altre terapie. L'obiettivo non è quello di "tappare la falla" o rafforzare l'Io per creare un'illusione di completezza, ma piuttosto di aiutare la persona a navigare l'esistenza proprio a partire da quella mancanza. Si tratta di imparare a "farsene qualcosa", a trovare una nuova posizione che trasformi quella crepa da fonte di paralisi a motore della propria vita. Questo processo si svolge nella dialettica del linguaggio , dove però le nostre parole non riescono mai a contenere pienamente il desiderio che le muove. Proprio per questo, il soggetto non può nominarlo fino in fondo e si rivolge all'Altro – l'analista, la società – sperando che sia lui a riconoscerlo e a dargli un senso, in un dialogo in cui si parla senza sapere del tutto cosa si sta dicendo, né chi sia veramente quell'Altro al quale si sta dicendo. Il Soggetto del Godimento: La Pulsione Se dal lato del Simbolico troviamo il soggetto del desiderio, radicato nel linguaggio, dall'altro, nel campo del Reale, il discorso cambia radicalmente. Qui, dove si manifesta " il buco del Rreale nel Sapere del Simbolico", il soggetto e la sua domanda perdono di significato, quasi si annullano, per lasciare spazio alla Pulsione, che Lacan designa con la formula ($◇D) . In questa dimensione , il corpo non è più un'unità, ma un insieme di zone erogene, di orifizi che diventano luoghi di taglio . È qui che il soggetto si confronta con la propria mancanza costitutiva, emergendo come quella “ entità acefala ", che è la Pulsione , ossia il soggetto senza testa e senza domanda, che, come la coda di una lucertola che, sebbene recisa, continua a muoversi, agisce senza un'intenzione chiara, in un ciclo che non mira a colmare un vuoto . Si trova in uno spazio tanto lontano dalla parola, da non sospettare di essere lui, lì, a "parlare" attraverso il suo corpo. Quindi possiamo dire che, mentre il soggetto del desiderio parla senza sapere quello che dice, il soggetto della pulsione parla senza saper che è lui a parlare. Questo soggetto è costantemente alla ricerca dell'oggetto perduto del corpo, l' oggetto del godimento . Si tratta degli oggetti parziali freudiani (orale, anale), ai quali Lacan aggiunge lo sguardo, la voce e, infine, il "niente". Il paradosso tragico è che questa ricerca è destinata a fallire, perché l'oggetto che il soggetto cerca è il soggetto stesso, in quanto parte perduta del proprio corpo: “ E' il soggetto in quanto oggetto perduto del soggetto, che il soggetto cerca in quanto oggetto perduto del corpo” (A. Eddelsztein). È in questi "buchi" del corpo, in questa apparente mancanza, che si colloca il Godimento del corpo sganciato dal simbolico e dall’immaginario: non si accede più al godimento della parola, non si accede più al godimento dell’Altro, il godimento rimane godimento della pulsione nel corpo, senza argine, senza fine, distruttivo: la pulsione di morte, l’al di là del principio di piacere è proprio questo godimento fine a se stesso che non vuole sapere altro se non di ripetersi. Questo tipo di godimento non va inteso come semplice piacere o soddisfazione, e nemmeno come sofferenza. È piuttosto il luogo vuoto in cui il soggetto si annida, facendosi inconsapevolmente l'oggetto che desidera ma che non può mai possedere , poiché un soggetto non può ritrovarsi da solo come oggetto. Da qui nasce il ciclo incessante della ripetizione, che rappresenta il godimento del punto più intimo e problematico del suo essere. Lo scopo della psicoanalisi è quello di smuovere il soggetto da questo godimento mortifero per aprirlo alla possibilità di un desiderio nuovo . In sintesi, sia a livello del desiderio (nel linguaggio) sia a livello del godimento (nel corpo), il soggetto si costituisce e si definisce sempre nel suo rapporto con l' oggetto piccolo (a) , che funge da causa del desiderio o da oggetto parziale della pulsione. Il Soggetto in Bilico: Tra il Desiderio e la Pulsione Al cuore del pensiero di Jacques Lacan troviamo quindi un soggetto profondamente diviso , costantemente in bilico tra due forze potenti e opposte: il Desiderio e la Pulsione . Ma come può l'individuo sostenersi su questa frattura costitutiva, senza precipitare nell'angoscia? Da un lato, c'è l'abisso del Desiderio , una mancanza fondamentale che ci spinge a interrogarci e a rivolgerci all'Altro attraverso il linguaggio . Dall'altro, c'è il vuoto della Pulsione , una forza che emerge dal corpo e ci spinge incessantemente verso un godimento enigmatico , che Lacan chiama Jouissance. L'essere umano è irriducibilmente teso tra queste due logiche eterogenee. La risposta di Lacan a come il soggetto riesca a non frammentarsi si sviluppa lungo tutto il suo insegnamento e si fonda su due "stampelle" fondamentali, due costruzioni psichiche che offrono un sostegno su ciascun versante di questa divisione. Le Due Stampelle del Soggetto 1. Il Fantasma Fondamentale ($ <> a): La Cornice del Desiderio. Sul versante del linguaggio e del rapporto con l'Altro, la stampella è il Fantasma Fondamentale . Se il desiderio è un abisso, il fantasma è la cornice, la finestra che il soggetto costruisce per affacciarsi su quel vuoto senza caderci dentro . È una sorta di "sceneggiatura" inconscia che fornisce una risposta immaginaria alla domanda fondamentale: "Che cosa vuole l'Altro da me?" (Che vuoi?). La celebre formula lacaniana $ <> a descrive proprio questo: mette in relazione il soggetto diviso ( $ ) con l'oggetto piccolo a ( a ), ovvero l'oggetto-causa del desiderio, un resto inassimilabile. Nel fantasma, questo oggetto viene collocato illusoriamente nel luogo di un possibile ritrovamento, di una soddisfazione immaginaria. Sebbene l'oggetto a non possa mai essere veramente posseduto (è causa, non meta), questa finzione dà consistenza al desiderio, gli conferisce una realtà psichica e permette al soggetto di orientarsi nel mondo e di amare . Questa è la logica alloerotica: un rapporto con l'Altro mediato dal linguaggio e dall'immaginario. 2 . La Pulsione: Il Circuito del Godimento. Sul versante del corpo, la logica è completamente diversa: non è relazionale, ma solitaria . A differenza del desiderio, la pulsione non cerca un oggetto per colmare una mancanza. Al contrario, essa gira a vuoto attorno a un oggetto irrimediabilmente perduto. Il suo scopo non è il piacere o la soddisfazione, ma la Jouissance (il Godimento). Si tratta di una soddisfazione paradossale, spesso intrisa di sofferenza, che deriva dalla ripetizione stessa di questo circuito . È un godimento che si nutre del fallimento nel raggiungere l'oggetto, un moto perpetuo attorno a un vuoto. Un godimento che gira all’infinito esclusivamente nel reale del corpo, attraverso la pulsione e la sua ripetizione, non arginato dal simbolico, né rivolto all’Altro immaginario. Una coazione a ripetersi che, paradossalmente, si soddisfa della sua insoddisfazione, come dimostra la S ublimazione. La logica della pulsione è quindi autoerotica e autistica . Il godimento è sempre individuale, non condivisibile. Questo porta alla celebre massima di Lacan: " Non c'è rapporto sessuale ". Non significa che gli atti sessuali non avvengano, ma che non esiste una formula, una norma simbolica che possa unire e armonizzare il godimento di due soggetti in un "Tutto ". L'incontro sessuale è sempre un incontro tra due solitudini, tra due fantasmi. La pulsione, con la sua inesorabile ripetizione, è dunque l'altra stampella che sostiene il soggetto sul vuoto del proprio godimento. I l Soggetto Diviso: un Funambolo tra Due Abissi L'immagine che ne emerge è quella di un funambolo che cammina su una corda tesa. · Da un lato, si protende verso l'Altro, sostenuto dalla finzione del fantasma, alla ricerca di un senso e di un legame . · Dall'altro, è ripiegato su se stesso dalla pulsione, incatenato alla ripetizione di un godimento solitario che sancisce l'impossibilità di una fusione completa. Vivere significa navigare costantemente tra la ricerca di significato nel legame con l'Altro e l'incontro con il non-senso di un godimento che ci isola. Un Dialogo Incessante tra Linguaggio e Corpo. Questa divisione, tuttavia, non implica una separazione netta. Esiste uno scambio continuo tra il Simbolico (linguaggio) e il Reale (corpo): 1.Dal linguaggio al corpo: I significanti si "incarnano", producendo effetti sul corpo. La figura clinica che lo rappresenta è il sintomo isterico , dove un conflitto psichico si "converte" in una manifestazione somatica. 2. Dal corpo al linguaggio: La pulsione, radicata nel reale del corpo, "sessualizza" il pensiero e la parola. L'emblema di questo processo è il sintomo ossessivo , dove la sessualità impregna la catena significante. Il significante avvolge l’isterica nel corpo e l’ossessivo nel pensiero. Questa interdipendenza ci porta a una conclusione fondamentale: nell'essere umano, non esiste una sessualità "pura" o istintiva, così come non esiste un pensiero che non sia, in qualche modo, toccato dalla pulsione . Il significante e la pulsione hanno irrimediabilmente allontanato l'essere parlante dalla sua presunta animalità originaria. L'illusione di un rapporto di "solo sesso" si scontra con il fatto che, per l'essere umano, il sesso è sempre mediato dalle parole, dai fantasmi e dall'impossibilità di un rapporto senza resti. Conclusione: La Direzione della Cura e l'Etica dell'Atto Analitico Siamo partiti, nel nostro percorso, da un'evidenza clinica tanto radicale quanto ineludibile: la divisione del soggetto . Abbiamo visto come l'essere umano sia costitutivamente in bilico, teso tra l'universo del Simbolico – il campo della parola, della domanda e del desiderio rivolto all'Altro – e l'irruzione del Reale, la dimensione acefala della pulsione, della ripetizione e di quel godimento solitario e non condivisibile che Lacan chiama Jouissance . Ma giunti a questo punto, la domanda si impone con urgenza: quali sono le implicazioni di questa divisione fondamentale per la nostra pratica? Se il soggetto è spaccato, può la posizione dell'analista rimanere monolitica, uguale a se stessa? La risposta è, necessariamente, no. La direzione della cura non è una tecnica standardizzata, ma una posizione etica che deve sapersi modulare a seconda del versante della divisione soggettiva in cui si trova a operare. 1. Sul versante del Simbolico , nel regno della dialettica del desiderio, l'analista è convocato nel luogo del transfert come Soggetto Supposto Sapere . L'analizzante si rivolge a lui con una domanda di senso, sperando che l'Altro possa finalmente nominare, riconoscere e interpretare il suo desiderio. Infatti, qui, il nostro strumento principe è l' interpretazione , in particolare quella metaforica , che apre a nuove catene significanti. Ma è un'arte sottile: il nostro compito non è "dare un troppo di senso", non è tappare il buco con un sapere posticcio che andrebbe solo a suturare la ferita e a rafforzare l'Io. Al contrario, l'interpretazione deve mirare a preservare quello spazio vuoto, quell'intervallo tra un significante e l'altro, perché è solo in quella fessura che il soggetto dell'inconscio può finalmente emergere, sorprendersi e farsi sentire , può cioè venir fuori quel soggetto come Altra cosa , rispetto a quello che si suppone essere. Per questo l’interpretazione deve essere sempre anche metonimica . 2. Ma quando ci spostiamo sul versante del Reale , dove vige la logica ferrea della pulsione di ripetizione, il registro cambia drasticamente. Qui non c'è più una domanda di sapere, ma un circuito di godimento che si auto-sostiene nel suo stesso fallimento. Il transfert, di conseguenza, non si istituisce più sul sapere, ma si configura come un transfert sul godimento . L'analista non è più colui che sa, ma colui che - lungi dall’essere solo il sembiante dell’oggetto piccolo a - lo incarna, suo malgrado, facendone, non più l’oggetto causa del desiderio, ma l’oggetto reale di quel godimento mortifero . In questo contesto, l'interpretazione metaforica perde la sua efficacia; non c'è più un senso da svelare, ma un ciclo da interrompere [1] È qui che interviene l' atto analitico nella sua funzione più pura: quella del taglio . L'atto non è una parola, ma un'azione che opera una cesura nel reale , che spezza la catena della ripetizione e separa il soggetto da quel godimento che lo imprigiona . Che si tratti di una scansione della seduta, di un silenzio o di un intervento spiazzante, l'atto mira a introdurre una discontinuità là dove regnava la coazione a ripetere. [ Vediamo dunque come il transfert lacaniano, in entrambe le sue modulazioni, si fondi sempre su una logica di separazione e alienazione , e mai di identificazione o di semplice ripetizione speculare. L'obiettivo non è conformare il soggetto a un modello, ma permettergli di separarsi da ciò che lo aliena: che sia l'Altro del Simbolico o l'oggetto del godimento nel Reale. In conclusione, dirigere una cura significa saper danzare su questa faglia soggettiva , sapendo quando interpretare per aprire al desiderio e quando tagliare per arginare il godimento . La pratica della psicoanalisi non è il frutto di una tecnica bene appresa e bene applicata, ma un’etica che ci impone di non essere mai uguali a noi stessi, proprio perché il soggetto che abbiamo di fronte non è mai uno, ma irriducibilmente diviso. [1] Perché mantenere la posizione di sembiante di oggetto a come causa del desiderio e non di incarnarlo come oggetto a di godimento nel reale, è fondamentale nella "direzione della cura"? Perché solo se l'analista, attraverso il suo silenzio, le sue domande e le sue interpretazioni, si posiziona deliberatamente nel luogo enigmatico della parvenza, della finzione, del sembiante appunto, dell’oggetto piccolo a, senza incarnarlo realmente, solo se lascia questo posto vuoto, può diventare il perno del transfert: l'analizzante può proiettare sull'analista la funzione di "colui che sa" e, soprattutto, di "colui che possiede" quell'oggetto prezioso (agalma, come lo chiama Lacan nel Simposio di Platone) che si presume possa colmare la propria mancanza. Occupando la posizione di sembiante dell'oggetto a, l'analista provoca il desiderio di sapere (l'analizzante è spinto a parlare, a produrre associazioni, sogni e lapsus nel tentativo di capire e "carpire" dall’analista il segreto del proprio desiderio), non soddisfa la domanda (l'analista non risponde mai direttamente alla domanda d'amore o di soddisfazione dell'analizzante), permette all’analizzante di "attraversare il fantasma" (lo scopo finale della cura lacaniana è permettere al soggetto di "attraversare il suo fantasma fondamentale", ovvero di confrontarsi con la logica inconscia che struttura il suo desiderio e la sua sofferenza, e di separarsi dall'alienazione in questo oggetto a).
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 6 gennaio 2026
Il transfert è il rilesso nel paziente dell'etica dello psicoanalista
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A cosa serve oggi la psicoanalisi?
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La psicoanalisi non è per tutti
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Il Soggetto dell'enunciazione e il soggetto dell'enunciato
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Freud ha dimostrato che la perversione è un non volerne sapere nulla, ma proprio nulla, della castrazione. Una doppia negazione dunque: "non è vero che non c'è il fallo lì dove non posso fare a meno di volere che ci sia". Freud ha chiamato " Verleugnung " questo meccanismo di rigetto, di ripudio della realtà della castrazione. Lacan, riprendendo la questione dal punto di vista della " castrazione della madre ", mette in rilievo come il perverso non tolleri che l'Altro sia "bucato" , sia mancante cioè proprio di quello che gli serve per assicurarsi il proprio godimento, un godimento che egli deve necessariamente prelevare "nel luogo dell'Altro", e che non sopporta possa essere interdetto dalle ragioni dell'Altro, in buona sostanza, non tollera che il proprio godimento possa trovare un limite nel desiderio dell'Altro. Il perverso è dunque colui che si serve della "Verleugnung" (diniego, doppia negazione) per impedire che il desiderio dell'Altro interrompa il proprio godimento , come dire: "il tuo desiderio si oppone al mio interesse? Disturba la stabilità della mia posizione e la certezza delle mie convinzioni? Bene, neanche mi chiedo il perché, faccio prima a rigettarlo di sana pianta, non ne tengo alcun conto, per il semplicissimo motivo che esiste una sola posizione, la mia." In altre parole il perverso non riconosce la differenza dell'Altro , per questo è, appunto, "indifferente" alle ragioni dell'Altro - laddove invece il nevrotico ne soffre - è indifferente alla realtà. Non dice, all'Altro, "è vero che tu non sei d'accordo con me, ma non lo sopporto" - che è invece la posizione del nevrotico, ovvero sia il riconoscimento che l'Altro sta dicendo qualcosa di diverso che lui non sopporta, sia il riconoscimento che lui non lo sopporta, un "doppio riconoscimento", dunque, che aprirebbe comunque ad una dialettica - ma dice, più radicalmente: "non è vero che tu non sei d'accordo con me", confondendo e facendo spesso vacillare la realtà nell 'Altro! Una "doppia negazione", appunto, come a dire che nell'universo mondo non c'è che una sola verità, la sua! E' esattamente questa la posizione di godimento del perverso. Per questo, possiamo dire, che qualsiasi comportamento tendente a disconoscere le istanze altrui, quando queste costituiscono un limite al godimento soggettivo, può essere considerato un comportamento di perversità , come può esserlo, per esempio, in una coppia, quello di un partner che si rifiuti di prendere atto del desiderio dell'altro di volersi, per esempio, separare: si rifiuta di prenderne atto per continuare a farlo sussistere nel ruolo dì partner anche se questi se ne dichiara fuori. E' il caso dello stalking, che infatti è un comportamento perverso. In altre parole, il rapporto perverso non può essere interrotto , poiché si fonda sulla complicità inconscia, di distruggere la castrazione in ciascuno dei partner, di distruggere cioè il desiderio come causa del legame della coppia per sostituirlo con il godimento, in maniera da s congiurare il rischi, insopportabile per il perverso, di poter amare, il rischio, per i p due partner bloccati dal patto perverso, di innamorarsi l'uno dell'altro. Occorre cioè che il godimento nel plagiare l'Altro si incastri con il godimento dell'Altro a farsi plagiare. Da questo patto diabolico, dalla complicità perversa all'interno di una coppia - ma anche all'interno di un gruppo, di un'Associazione, di un'Istituzione, di una Setta - a collaborare attivamente per costruire e difendere la sola Verità possibile, ossia che non vi è nessuna castrazione in ciascuno, non è dunque possibile uscirne , prima di tutto perché l'angoscia che si scatenerebbe in seguito a una tale ipotesi entra a far parte sin dall'inizio dello stesso patto perverso, anzi ne costituisce il cemento, e poi anche perché il rischio di ritorsioni, terribili, anche omicide, è altissimo per chi voglia tirarsi fuori dal gioco, poiché rompere il patto perverso significa infliggere la pena insopportabile della castrazione. Molti femminicidi ne sono un esempio, e, nella Storia, la santa Inquisizione, i roghi, le Crociate ne sono altri. Quali azioni di stalking sistematici possono esserci piu delle "crociate" anche moderne contro tutte le posizioni discordanti da ciò che è ritenuta l'unica verità vera da imporre anche sotto minaccia di morte? In conclusione, è perverso ogni atteggiamento, posizione o comportamento che si basi sul disconoscimento di quella separazione tra gli esseri che di fatto è già data per avvenuta in qualsiasi contesto umano, e che è posta a fondamento dell'amore e della vita.