LA SOCIETA' DELLA STANCHEZZA

DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO • 7 novembre 2017

La società disciplinare di Foucault, sostiene Han, era determinata dal "non potere" del singolo, dal suo non poter essere ciò che è “liberamente”. E quindi dal suo sentirsi recluso, relegato, obbligato dal sistema.
La società di Ehrenberg, invece, era una società depressa, poiché l'individuo era dominato dal "dover essere ciò che è": la sua depressione derivava dal peso eccessivo della responsabilità e della iniziativa personale.
Ora, invece, siamo arrivati alla società nevrotica e frustrata della positività assoluta: dell'illimitato dover essere, ciò che possiamo essere, oltre i nostri stessi limiti. In luogo del dovere, subentra il dominio del progetto, dell’iniziativa. È la prestazione di prestazione.
Il dovere era ancora intaccato dalla negatività dell’obbligo.
Mancando qualsiasi regolamentazione sociale rigida e dittatoriale, l’individuo non è più indotto a sottostare a un “dover essere” esterno, e quindi a uno sforzo che necessariamente consuma, o limita, le sue risorse e inclinazioni. Siamo oramai in presenza di un nuovo imperativo categorico, che ricalca la iper-produzione incontrollata declinandosi in un iper-attività mortifera. Il sistema globale, seppure animato dalla massimizzazione dei profitti e della produzione, se rimane strutturato all’interno dell’obbligo disciplinare, incontra necessariamente i propri limiti. I nuovi schiavi, per produrre meglio, non devono vedersi sfruttati da qualcuno: debbono essere spinti ad autosfruttarsi illudendosi di sentirsi liberi.
Al dover essere si è sostituito il “poter essere” del “dovere di prestazione”.
Alla pressione del dover fare, la quale produceva il dolore del limite rispetto alla propria volontà, e quindi il non poter fare ciò che si voleva, abbiamo sostituito l’esautorazione del poter fare illimitato. Il dover fare poteva ancora riagganciarsi, seppur nella produttività del sistema, alla obiezione del soggetto che vedeva negato a se stesso il diritto di fare altro, o anche di fare ciò che avrebbe potuto fare.
Ora, è il poter fare stesso a essere il nuovo dic tat, la nuova legge, e rispetto a questo ogni negatività viene espunta. L’individuo non è più lacerato tra il dovere e il piacere, o tra il dovere e il volere. Ma soggiace a un esaurimento e a uno sfinimento, dovuto alla positivizzazione assoluta di tutte le sue attività, rispetto al poter fare illimitato e al dovere di prestazione. Il quale, a differenza del “dovere” foucaultiano, non prevede una negazione esterna, un divieto, e quindi un non-potere; ma un iper-potere che consuma in sé stesso il soggetto, che si trova ancora una volta a dover fare qualcosa, ma a partire da una propria istanza interna. Libertà e costrizione dell’autosfruttamento nell’autoconsunzione.
Lo sforzo di volontà dovuto al dover fare, implicava ancora una opposizione al negativo: non voglio fare ciò che non mi piace fare. La prestazione del “poter fare” implica un esaurimento per accelerazione.
Attraverso la maschera dell’autonomizzazione integrale del singolo, della sua libera espressività incondizionata, l’illusoria libertà da costrizione esterna, unità all’imperativo della prestazione di prestazione, sfocia in una libertà costrittiva secondo la quale l’individuo sfrutta se stesso inconsapevole della sua stessa schiavitù.
Manca il potere del negativo.
La potenza positiva infatti, si distingue dalla potenza negativa così come dalla impotenza , come suggerisce esemplarmente Han. La potenza positiva è appunto “il poter fare” qualcosa. L’impotenza è il contrario di questa potenza positiva. Ma è essa stessa positiva, poiché appunto è ancora legata a qualcosa: è il non poter fare qualcosa.
La potenza negativa, invece, rappresenta il superamento della potenza positiva, poiché non si lega ad essa: è il poter dire “di no”. Senza questo tipo di potenza negativa, la possibilità assoluta della potenza positiva nella percezione, ad esempio, ci porterebbe a una dispersione negli stimoli e negli impulsi esterni i quali ci si propongono continuamente. Non ci sarebbe alcuna interruzione, alcuna possibilità di riflessione, e quindi alcun senso spirituale. Il pensiero stesso, infatti si disperderebbe nell’infinita serie degli oggetti, e si prolungherebbe indefinitivamente sui suoi stessi correlati di pensiero. Senza la potenza negativa saremmo consegnati alla passività assoluta della dispersione tra le cose, a partire da una iper-attività costante e convulsa, stereotipata, la quale è appunto il contrario di una attività. L’iper-attività in questo senso, infatti, si rovescia in una pura passività, in una mera reazione impulsiva. Ed è proprio ciò che sta accadendo.
È il dominio dell’oggetto sul soggetto, per usare la terminologia di Baudrillard.

Lo spirito si rivela nella sua contemplatività e nella sua attività, nel momento in cui esso oppone una resistenza agli istinti e agli impulsi che reagiscono all’esterno, per rientrare finalmente in se stesso: per tradurre internamente cioè, attraverso il dialogo con sé, la propria grammatica interna di senso, le sue stesse immagine del mondo, oggettivando i propri modi di essere e allargando, in questa maniera, la sua stessa dimensione osservativa e significatoria. Ma se l’attività si trasforma in una iper-attività; se gli impulsi interni cedono continuamente alla reazione rispetto agli stimoli esterni, seguendone l’emergere e l’annullarsi, l’iper-attività si trasforma in una dipendenza passiva rispetto all’esterno.
Il riempimento oculare costante ha prodotto uno spegnimento della capacità di visione. La contemporanea bulimia iconica arresta, nella iper-produzione delle immagini, la capacità contemplativa di lasciar emergere da sé ciò che è-da-vedere. La pedagogia della visione e della contemplazione, la quale richiede un proprio tempo e una propria articolazione di senso, lascia il passo a una frammentazione rapsodica e superficiale della attenzione. La proliferazione incontrollata spinge a una iper-attività dell'occhio che non può lasciarsi sfuggire tutto ciò che incontra e che sfugge.
La fuggevolezza del mondo, e quindi la sua mancanza d'essere, inducono a una frenesia dell'attenzione e dello sguardo, nel tentativo paranoico di controllare tutto, di divorare tutto, di non lasciarsi scappare nulla. Non è solo Dio e la sua fede in lui ad essere scomparsi, come dice Han, ma è il mondo stesso ad aver perso la sua consistenza ontologia.
Questo meccanismo perverso, inevitabilmente declina in un auto-controllo e in un auto-asservimento inconsapevole, nel quale si raggiunge una saturazione interna che non lascia più alcuno spazio per il negativo, per la differenza-da-sé.
Spinto a una divorazione costante nella continuità oculare tra la visione e l'oggetto, e quindi tra il soggetto e l'oggetto, l'individuo non può che divorare se stesso, non può che consumare se stesso nella ricerca spasmodica dell'accumulazione indefinita. Ma questa stessa accumulazione produce un burnout mentale e spirituale.
L’occhio si rivela lo strumento di uno spirito che non riesce più a dialogare con se stesso, nel momento in cui viene sopraffatto dalla adesione incontrollata alle cose che osserva, senza opporre resistenza alcuna. In questa maniera, viene a prodursi un isolamento dell’io, il quale soggiorna costantemente presso le cose e mai presso di sé.
Hanna Arendt ha messo a fuoco la differenza tra l’essere “Uno” dell’individuo che si trova con gli altri, nel mondo, e al contrario l’essere il due-in-uno dello stesso soggetto, il quale si ripiega su di sé quando pensa a sé. L’armonia sorge non la dove il soggetto si fa identico a se stesso, quando diventa monodico: ma solo nel momento in cui ci sono due parti in dialogo, o due note che producono un suono armonico. È ciò che Platone soleva chiama “il dialogo silenzioso dell’anima con se stessa”. Per non incorrere in vuote tautologie, occorre che nell’Uno che io sono per gli altri si tramuti in un io-sono-per-me-stesso. E per fare ciò è necessario che si infiltri una differenza nella identità.
È il “con” inteso come sintesi e mediazione tra me e me stesso che produce l’identità, concepita come l’essere se stessi e per se stessi. Per pensare a me stesso debbo pensarmi come “diverso” da me stesso, cosicché possa prodursi un commercio comunicativo tra me e me, possa stabilirsi cioè un dia-logos interno. L’identità è il rapporto di se stessi con se stessi: non è il pensare a qualcosa, ma su qualcosa. E precisamente su me stesso. Posso tenermi compagnia e sentirmi appartenere a me, solo scindendomi in un due-in-uno dialogante. Come dice la Arendt ne La vita della mente , “La solitudine è quella situazione umana in cui tengo compagnia a me stesso. La desolazione dell'isolamento si produce quando sono incapace di scindermi nel due-in-uno, senza essere capace di tenermi compagnia, allorché, come soleva dire Jaspers, ‘vengo meno a me stesso’ (ich bleibe mir aus), o, per dirla in altro modo, quando sono uno e senza compagnia.”
Ma in questa condizione di aderenza al mondo, di connessione perpetua, l’individuo è talmente abituato a soggiornare presso le cose, a sentirsi Uno rispetto ad esse, che ha disimparato il dialogo silenzioso con se stesso, vivendo in questa maniera al proprio interno l’isolamento dell’Uno. Vive sempre una espropriazione a sé. La pluralità delle cose, la quale rivela la differenza delle cose stesse e quella interna del soggetto, uniformandosi, toglie questa differenza, questa alterità. Al dialogo silenzioso del due-in-uno, viene a sostituirsi così il silenzio prodotto dal riempimento della iper-attività nella iper-produzione.
Il silenzio carico di senso della contemplazione, nella quale lo spirito dialoga costruttivamente con se, lascia il passo al silenzio della parola soffocata dagli oggetti, da una attività che non lascia spazio alla riflessione, al vuoto di senso.
Il vuoto si riempie prima ancora di poter dialettizzare la latenza dei suoi stessi elementi, nella indifferenziazione e nella tensione produttiva delle immagini interne, rispetto al senso della propria vita. Poiché il soggetto non può permettersi alcuno iato tra se e le cose esterne, allo stesso modo non può avere il tempo di lasciar decantare al proprio interno quello spazio di silenzio necessario, quel vuoto fertile , a partire dal quale lasciar emergere da sé nuovi significati, nuove integrazioni e sintesi di senso.
Ma cosa si intende, nello specifico, con vuoto fertile?
Giovanni Paolo Quattrini sottolinea come la Gestalt non abbia mai definito l’”essenza” del cosiddetto vuoto fertile. Tuttavia, ha chiarificato la strada, ha indicato “come” trovarlo.
Quando la mente è rivolta all’esterno, essa è continuamente occupata nelle sue elucubrazioni; così come l’io viene a riempire la mente con il suo chiacchiericcio quando sovrasta il soggetto con le sue richieste. È solo nel momento in cui ci si sgancia dalle risposte automatiche al mondo esterno, rivolgendosi silenziosamente – ma attentamente –, all’interno di sé, che la mente, invece che rispondere in modo coattivo al di fuori, comincia a produrre autonomamente. Friedlander, dal quale prende le mosse il concetto di vuoto fertile della Gestalt, sintetizza il cosiddetto “pensiero differenziale” in questo modo: ogni evento nasce da un punto zero, un punto di indifferenziazione, a partire dal quale solo successivamente si dipartono delle polarità, delle categorie, delle differenze appunto, tra un più e un meno, tra questo e quello, ecc. È il Ku dello Zen. Ora, sostiene la Gestalt, se io fisso la mia attenzione sul punto zero precedente a queste differenziazioni, e cioè tra la fase di ritiro dell’organismo e la fase di emersione di un nuovo bisogno, è possibile che io riesca a vedere l’intero: lo stabilirsi silenziosamente e con una attenzione indifferente al centro del Ku da parte della mente, e cioè tra le figure ritiratesi sullo sfondo in modo indifferente tra loro, fa si che possa emergere, in modo spontaneo, la figura che necessita maggiormente di un suo soddisfacimento. Che si “produca” cioè qualcosa, e che questo qualcosa possa essere integrato rispetto alle altre parti. Il vuoto fertile.
Che cosa produce effettivamente questo vuoto? Bisogni, desideri, fantasie, progetti, intenzionalità. Quando si fa silenzio per ascoltare se stessi dall’interno, inevitabilmente emerge una intenzionalità, una volontà capace di dirci in che direzione stiamo andando, di cosa abbiamo bisogno, che cosa desideriamo. È quasi una nuova nascita, poiché il soggetto che lascia che il vuoto diventi fertile, effettivamente, non sa cosa sorgerà da esso.
Ma se c’è una continuità circolare fatta di consumo, informazioni acquisite e una comunicazione ininterrotta con l’esterno e a partire da esso, non è possibile creare nulla di nuovo poiché non può prodursi quel vuoto capace di far decantare quegli elementi all’interno di esso, di farli dialogare ed esprimere.
In questo continuo stato di confluenza nella connessione costante, che non chiude praticamente mai con i contatti passati, né allo stesso tempo permette, in virtù di questa apertura mai conclusa, di aprire al nuovo, non c’è mai ritiro, non c’è mai silenzio, e non vi è mai un effettivo contatto poiché manca qualsiasi distanza capace di, appunto, incontrare l’Altro nel contatto. Vi è solo una connessione perenne, una connessione senza contatto.

Nella continuità tra soggetto e oggetto, il singolo esclude da sé il dialogo sia interno che esterno, poiché l’ascolto ha bisogno di una distanza per poter articolare un dia-logos: senza questa distanza il soggetto aderisce in modo incondizionato e compulsivo ai propri oggetti di consumo. Il dialogo, così come l’ascolto come suo spartito ritmico di senso, ha bisogno di un tempo capace di rallentare le attività spasmodiche nelle quali siamo immersi, permettendo alle persone di dedicarsi alla contemplazione, all’attenzione dell’Altro, prestandogli in questo modo ascolto. L’ascolto dell’Altro ha bisogno di tempo per svilupparsi, per estendersi. Sia un tempo esterno, che un tempo interno: è il tempo del riposo creativo.
Ma non c’è più il tempo, perché siamo passati dal riposo creativo, il tempo del vuoto fertile, all’iper-attività produttiva, la quale non tollera sospensioni, pause, trattenimenti. Non tollera quell’indugiare presso l’Altro, quell’abitare la distanza, capace di farlo sentire a casa attraverso la nostra presenza e la nostra stessa cura. Non c’è più un prendersi cura. C’è solo la funzionalità e il consumo degli altri anonimi, all’interno di un sistema che non prevede alcun abitare, ma un soggiornare fugace presso le cose prima di consumarle.
Il silenzio diviene un vuoto che si riempie continuamente, non permettendo alcuna articolazione, alcun dialogo, alcuna dialettica tra le parti. L’individuo contemporaneo, nella sua immanenza radicale rispetto ai propri oggetti, viene a scomparire per un eccesso di autoaffermazione incondizionata al mondo: si esautora in esso e per esso. In questo senso scompare la sua differenza rispetto al mondo.
L’unico dialogo possibile, sembra essere oramai quello del mondo iper-produttivo con se stesso. Al silenzio del vuoto capace aprire uno spazio nel quale possano articolarsi le parole di chi parla e di chi ascolta, viene a sostituirsi il silenzio del vuoto che si riempie senza lasciare alcuno spazio di discussione biunivoca. La positività assoluta produce un meta-discorso costante e anonimo, che sovrasta ogni possibilità apertura di un autentico spazio di ascolto.
La rapsodicità accelerata del tempo non permette alcuna interruzione, stemperando così i sentimenti e le emozioni “forti”: le quali hanno bisogno appunto di un “tempo” di svolgimento e di una tensione dialettica. La collera, la rabbia, necessitano di una interruzione temporale che possa permettere loro di esercitarsi e di dirigersi rispetto all’Altro cui si rivolgono. Debbo stabilire una distanza rispetto all’Altro se voglio incontrarlo, seppure a partire dalla collera che provo verso di lui. E devo accettare per questo una certa “sospensione temporale” se voglio permettere alla mia collera di salire fino alla sua tensione apicale, e consentirle quindi di scaricarsi in quanto collera. Non c’è più distanza né tempo oramai, né per vedere l’altro né per esprimere la propria collera, la quale si è illanguidita in irritazione, nervosismo, disappunto. Niente ci appassiona, tutto ci irrita e ci innervosisce. L’intero cui sia la collera che l’angoscia sollevavano e si rivolgevano, l’essere cioè, a partire dal paradigma immunologico capace ancora di vedere e di espellere da sé l’Altro in quanto altro, subiscono una frammentazione in un presente puntiforme e in una positività assoluta che appiattisce tutto, persino i sentimenti. Nervosismo, irritazione, frustrazione, ansia: questi sono i sentimenti contemporanei, tradotti secondo l’iper-attività di un tempo accellerato e convulso.

Il mondo non ha più la capacità di creare una resistenza poiché la promiscuità e l’ibridazione continua di tutte le forme, sia nell’ambito culturale che nella percezione stessa della vita, fa il paio con il cambio di “paradigma immunologico”, come lo chiama Han, il quale lascia il passo a quello abreativo neurale del rifiuto.
Il paradigma immulogico prevedeva la risposta all’Altro in quanto Altro. Alla negatività cioè dell’Altro, la quale cercava di penetrare nel Proprio tentando di negarlo: la risposta immunologica si esprimeva in questo senso come il tentativo da parte del Proprio di negare la Negatività dell’Altro. Il Proprio cioè tentava la propria autoaffermazione nella negazione di Negazione. Ma la negatività dell’Altro è scomparsa cedendo il passo al consumo persino dell’estraneo, il quale si elicita non a partire dalla sua alterità profonda, ma in virtù della sua “differenza”, e cioè versione diluita, fluidificata dell’alterità, la quale non può provocare alcuna risposta immunologica, alcuna reazione.
Il paradigma immunologico, come dice l’Autore, è incompatibile con la globalizzazione, la quale abbisogna di un abbattimento incontrollato di tutte le barriere, di tutte le opposizioni, affinché tutto possa circolare liberamente. La reazione immunitaria bloccherebbe questo processo di abbattimento e di scorrimento. La positività assoluta produce una dissoluzione di tutti i confini nella iper-produzione indistinta di informazioni, comunicazione, beni e merci: in questo senso non ha ragion d’essere neanche la reattività immunologica, dice Han criticando Baudrillard, che pure sostiene la positivizzazione assoluta del sistema. Poiché è lo stesso paradigma dell’Uguale a essere penetrato così a fondo, da far si che non sia più necessario parlare in senso forte di “risposte”.
L’Uguale al posto dell’Altro domina trasversalmente tutti i sistemi, di modo che non è possibile nemmeno, in una ipotetica metafora sociologico-ematologica, far si che possano stabilirsi gli anticorpi capaci di respingere, appunto immunologicamente, l’estraneo in quanto Altro. Cosicché, al rifiuto immunologico dell’Altro inteso come negazione di Negazione – il quale viene esercitato anche solo in virtù della sua minima quantità di presenza, e quindi a partire dalla sua qualità di Altro in quanto Altro, a partire dal suo negativo intrinseco –, viene a stabilirsi un rifiuto dell’Uguale come digestione neurale , come rigetto. L’extracomunitario oramai non rappresenta più una minaccia, ma un peso, un “di più”.
Secondo Han la profusione incontrollata dell’Uguale a partire dalla positivizzazione assoluta degli apparati e dalla cancellazione del negativo, produce il “terrore dell’immanenza”. La violenza da parte dell’Altro vista dalla prospettiva immunologica, era una violenza deprivativa : l’Altro era ciò che rischiava di privarmi di me stesso. La violenza esercitata dalla presenza asfissiante dell’Uguale, è una violenza saturativa. Vi è un eccesso dell’Uguale, rispetto a ciò che già il sistema stenta a sostenere, nella sua continua spinta verso la positività assoluta e la prestazione di prestazione. È questo il terrore dell’immanenza di cui qui si parla, il quale provoca come dice l’Autore quegli “infarti psichici”, che egli intercetta nei nuovi disturbi contemporanei. Depressione, iperattività, sindrome da deficit di attenzione, il disturbo borderline di personalità, burnout.
I cosiddetti deficit di attenzione sarebbero causati da una iper stimolazione la quale produce a sua volta una iperattività dell’attenzione stessa: la quale inarrestabilmente accelera, fino a una saturazione delle funzioni corticali superiori. Alla attenzione profonda della cultura contemplativa dello spirito, viene a sostituirsi l’iper-attenzione della vigilanza paranoica.
Vi è una distrazione continua, un saltare da una connessione a un’altra, un continuo dileguarsi tra gli apparati tecnologici: dal telefono, alle mail, a facebook. Non c’è più spazio per la noia come “culmine del riposo spirituale”. Oltre a questa distrazione, si aggiunge anche una costante “dissociazione” dal presente: dal cosiddetto qui ed ora. Viviamo sempre in un “altrove”, in un “non qui” e in un “non ora”, rispetto al senso di realtà sviluppabile mediante l’esperienza sensoriale del presente.
Essendo solo ciò che viene condiviso ad assumere un valore di verità, penso ovviamente ai social network, viene a mancare la capacità di elaborazione autonoma dei sentimenti, delle emozioni, dei pensieri, vissuti nel momento attuale.
Tutte queste distrazioni e salti ontologici virtuali, tutto questo essere sempre altrove e dovunque, porta a un infiacchimento della volontà e a una all’allentamento dell’attenzione, la quale abbisogna di esercizio e di rigore per allenarsi alla focalizzazione. La volontà a sua volta necessita di una “resistenza” per potersi sviluppare e articolare: non è semplicemente una risposta automatica agli impulsi esterni, ma un esercizio etico e comportamentale insieme, il quale richiede una opposizione capace di svilupparla in un progetto che faccia i conti con il principio di realtà, e quindi con le proprie risorse interne disponibili, motivazioni progettuali, e significati personali. Così come l’attenzione vuole uno sforzo di concentrazione capace di fissarsi su un unico oggetto alla volta, per produrre un assorbimento mnemonico e una integrazione dell’esperienza. Nella distrazione continua e nella dissociazione dal presente, non c’è spazio né per la volontà né per l’attenzione. Tutto è dispersione, tutto è effimero.
Il mondo è diventato fragile. Ha perduto il suo spessore ontologico oppositivo originario – il suo valore di esistenza e di verità.
Ci sono troppi stimoli da gestire, troppe comunicazioni da intercettare.
La densità delle informazioni, sia televisive che digitali, rappresenta un miscuglio di immagini, parole, suoni, musica, che il cervello umano, in milioni di anni di evoluzione, non ha mai incontrato in natura, e quindi non è capace di gestirlo in modo efficace. Come mette in evidenza Pietro Trabucchi, rispetto a questo bombardamento e ingorgo informazionale il sistema entra inevitabilmente in un loop cognitivo che viene compensato da attività inconsce emotive e pulsionali sottostanti, le quali sono facilmente permeabili alla manipolazione esterna. Il cervello, che tende anch’esso alla sopravvivenza dell’intero organismo, quando quest’ultimo viene sovrastato da un eccesso di stimoli rispetto a una delle sue funzioni, in questo caso la neocorteccia, per prevenire il burnout organismico, attiva le funzioni sottocorticali, le quali permettono un dispendio minore di energia poiché sono automatiche e cioè non attivate dalla volontà. Non richiedono uno sforzo.
L’attenzione in questa maniera si diffonde in attività superficiali e rapsodiche che, nella violenza implosiva della saturazione coscienziale, danneggiano la capacità di memoria, la capacità critica, la concentrazione, e la facoltà di distinguere gli stimoli che hanno una certa rilevanza da quelli che portano a una distrazione. È come se la connessione costante del multitasking, disattivasse le aree prefrontali che si trovano in questa maniera a rinunciare a gestire le capacità attentive e a filtrare le informazioni e gli stimoli. Vi è una cortocircuitazione dell’intero organismo, il quale si espone in misura ancora maggiore al rischio della dipendenza esterna degli impulsi.

La società della stanchezza è quella società la quale, asservita all’imperativo categorico della prestazione a ogni costo, alla efficienza e alla competenza dell’individuo, soggiace a una iperestesia degli stimoli e a una iperattività maniacale, precipitando l’anima che consuma se stessa in una catatonia spirituale. È la società del doping. Che in fondo è una prestazione senza prestazione, nella quale l’individuo assume sostanze che aumentano progressivamente le sue attività prestazionali in modo prettamente chimico, e non a partire da uno sforzo di volontà e dalle sue proprie risorse.
L’anima diviene consunta nella continua deinteriorizzazione delle proprie funzioni complesse, come la riflessione, la contemplazione, l’immaginazione, declinate queste nelle mere prestazioni funzionali al sistema positivizzato. C’è così l’effetto di una stanchezza atomizzata, solipsistica, impotente, la quale produce un isolamento e una separazione dei soggetti, i quali, esaurite le loro energie nel tentativo sempre fallimentare di superare se stessi, ricadono sfiancati all’interno del proprio io. Un io incapace sia di guardare l’altro, sia di ascoltarlo. L’io positivizzato occupa tutto lo spazio mondano disponibile, non ha tempo né di ascoltare né di ascoltarsi. Deve produrre se stesso oltre se stesso. Ricadendo nuovamente, infine, al di qua del mondo, nelle proprie mura difensive costituite di impotenza.




[1] J. Baudrillard, Il delitto perfetto , tr. it. di G. Piana, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1996

[2] J. Baudrillard, Le strategie fatali , tr. it. di S. D’Alessandro, Ed. Feltrinelli, Milano, 2007

[3] J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte , tr. it. G. Mancuso, Ed. Feltrinelli, Milano, 2002

[4] Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale , tr. it. di F. Buongiorno, Ed. Nottetempo, Roma, 2015

[5] H. Arendt, La vita della mente , tr. it. di Giorgio Zanetti, Ed. Il mulino, Bologna, 2009

[6] Perls F., Hefferline R. F., Goodman P., Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Vitalità e accrescimento nella personalità umana , Ed. Astrolabio, Roma, 1997

[7] Quattrini G. P., Per una psicoterapia fenomenologico-esistenziale , Ed. Giunti, Milano, 2011

[8] P. Trabucchi, Tecniche di resistenza interiore. Come sopravvivere alla crisi della nostra società , Ed. Mondadori, Milano, 2014



Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 23 aprile 2026
IL DESIDERIO È SEMPRE PER UN CORPO, L'AMORE È SEMPRE PER UN NOME, IL NOME DI QUEL CORPO . Il titolo, sebbene non sia una citazione letterale di Lacan, è una sintesi del suo insegnamento sulla complessa dialettica tra amore e desiderio. Approfondiamo l’argomento, mantenendoci all’interno della teoria lacaniana. L'aforisma del titolo si scompone in due movimenti principali che si unificano nel finale. 1. Il Desiderio è sempre per un Corpo. Per Lacan, il desiderio (désir) non è né il bisogno (biologico, che può essere soddisfatto, come la fame) né la domanda (la richiesta articolata all'Altro, che è sempre una domanda d'amore). Il desiderio nasce proprio dallo scarto tra il bisogno e la domanda. È un resto, un'eccedenza, ed è per sua natura inconscio, indistruttibile e metonimico: scivola incessantemente da un oggetto all'altro senza mai trovare un appagamento definitivo. Cosa significa che è per un corpo? In primo luogo che il desiderio non si rivolge alla persona colta nella sua totalità, ma è innescato da un "oggetto parziale", quello che Lacan chiama “oggetto piccolo a” (objet petit a). Questo non è un oggetto reale che si può possedere, non è un oggetto meta del desiderio, ma ne è la causa fantasmatica. Il corpo dell'altro diventa il luogo, il palcoscenico, in cui immaginiamo di poter trovare questo oggetto perduto: uno sguardo, una voce, un seno, un certo modo di muoversi. Il corpo è il supporto materiale del nostro fantasma fondamentale. In secondo luogo che il desiderio si muove prevalentemente nel registro dell'Immaginario. Desideriamo l'immagine dell'altro, il corpo come Gestalt, come forma che promette una completezza che a noi manca. È una relazione duale: "io" desidero "quel corpo" perché immagino che possa colmare la mia mancanza (manque-à-être). Infine perché, in quanto legato all'oggetto parziale e all'immagine, il corpo del desiderio è, per il suo carattere metonimico, intercambiabile . Finito l'incanto di un corpo, il desiderio può facilmente spostarsi su un altro che sembra incarnare meglio, o in modo nuovo, l'objet petit a. Il desiderio è seriale. In sintesi, con la prima parte dell'aforisma volio dire che il desiderio è radicato nella pulsione, si aggancia a frammenti del corpo dell'altro e opera in una logica di consumo e sostituzione, senza mai raggiungere una vera soddisfazione. 2. L'amore è sempre per un Nome, il Nome di quel Corpo. Qui la prospettiva cambia radicalmente. L' amore , a differenza del desiderio, si colloca nel registro del Simbolico . Il "Nome" non è da intendersi come il semplice nome anagrafico, ma ha una precisa valenza simbolica: è il modo attraverso cui i nostri genitori hanno deciso come saremo riconosciuti nella nostra singolaritàtà e insostituibilità. È la funzione simbolica che iscrive un soggetto in un ordine, in una genealogia, in una storia. Il Nome rappresenta l'unicità irriducibile del soggetto, la sua particolarità assoluta all'interno del linguaggio e della cultura di appartenenza. Il Nome è ciò che fa di un esistenza biologica un essere umano, che imprime alla nuda vita il carattere dell'eternità : di ognuno di noi muore il corpo, ma non il Nome. Quel Nome che fa di un individuo quel soggetto e non un altro. Amare qualcuno significa amare questa sua singolarità, questo suo "Nome": l ’amore è sempre per un nome , dice Lacan. L'amore è il movimento che permette di superare la visione dell'altro come mero corpo-oggetto per riconoscerlo come soggetto. Si ama la sua mancanza, la sua "castrazione" simbolica, la sua finitezza. Come dice Lacan, amare è dare ciò che non si ha . Si offre la propria mancanza alla mancanza dell'altro, creando un legame che non si basa sul possesso ma sul riconoscimento reciproco di un'incompletezza. Si ama il Il Nome di quel Corpo vuole indicare la congiunzione cruciale dell'amore a quel corpo e solo a quel corpo. L'amore non è un'astrazione platonica. È l'atto che salda la singolarità simbolica (il Nome) a un corpo particolare e contingente . L'amore opera una sorta di "miracolo": fa sì che tra tutti i corpi desiderabili del mondo, uno solo diventi insostituibile. Perché? Perché quel corpo diventa il significante del Nome che amiamo. Il corpo cessa di essere un oggetto intercambiabile e diventa l'incarnazione necessaria di quella soggettività unica. L'aforisma descrive dunque la funzione dell'amore come ciò che àncora il desiderio e che, come dice Lacan, lo umanizza. Senza amore, il desiderio è condannato a un'erranza infinita, a una ricerca senza fine del corpo perfetto che possa incarnare l'objet a , una ricerca destinata al fallimento e alla ripetizione. È la logica del Don Giovanni: ogni corpo è desiderabile ma nessuno è indispensabile. L'amore interviene a interrompere questa catena metonimica. Opera una metafora : la sostituzione di un significante con un altro. Il corpo dell'amato viene elevato a significante dell'unicità assoluta del soggetto. L'amore dice: " Desidero questo corpo non perché ha questo o quel frammento che cattura la mia pulsione, ma perché è il corpo di questo Nome, di questa persona unica che per me non ha eguali ". In questo modo, l'amore non nega il desiderio, ma lo riorienta, lo stabilizza. Permette di desiderare sempre lo stesso corpo, non per abitudine, ma perché in quel corpo si continua a incontrare il mistero e l'unicità del Nome amato.  L'amore è ciò che permette il passaggio dal desiderio di un corpo al desiderio di quel corpo, il corpo che porta con sé il segno indelebile di un Nome.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 20 aprile 2026
Accostarsi alla clinica psicoanalitica, in particolare quella di orientamento lacaniano, non può, a mio avviso, prescindere da una comprensione approfondita di alcuni concetti fondamentali: Divisione Soggettiva, Desiderio, Fantasma Fondamentale, Pulsione, Ripetizione, Godimento. Questi termini non solo devono essere esplorati singolarmente, evidenziandone le specificità e i caratteri distintivi, ma è cruciale che vengano anche analizzati nelle loro interrelazioni strutturali e dinamiche. Solo così potremo evitare confusioni e comprendere come questi elementi concorrono alla definizione delle tre strutture psicopatologiche: Nevrosi, Perversione e Psicosi. L’incontro di oggi si propone di chiarire questi concetti, affinché possano fungere da fondamenta solide per una conoscenza più ampia e articolata della clinica psicoanalitica. Divisione Soggettiva Al cuore della psicoanalisi lacaniana non c'è una teoria astratta e conclusa, ma una domanda radicale e aperta sulla sofferenza umana . Una domanda che parte da un'esperienza che tutti, in qualche modo, conosciamo: perché siamo così spesso attraversati dalla dolorosa sensazione di essere divisi, lacerati? Perché spesso ci sorprendiamo per una parola che non pensavamo di pronunciare, per un gesto, un’azione che non ci aspettavamo di compiere o per una decisione che mai avremmo voluto prendere? Perché siamo così spesso attraversati dalla sensazione che ciò che diciamo di noi stessi non esaurisca mai completamente ciò che siamo, o meglio, ciò che pensiamo di essere? Per Cartesio io sono dove penso di essere, anzi io sono perché penso. Questa certezza dell’essere in quanto pensante, questa coincidenza assoluta dell’Io con il suo pensiero, e con il soggetto in cui ognuno si riconosce come essere, dominerà il pensiero moderno per circa trecento anni, ossia dal 1600 fino alla fine del 1800, quando il genio di Freud, con la scoperta dell’inconscio, non darà un colpo decisivo al cogito cartesiano. Forse vale la pena di soffermarci un attimo su questa linea evolutiva, perché in essa possiamo ravvisare le radici della nascita della psicoanalisi, ossia un percorso che va da un soggetto padrone di sé a un soggetto "parlato" e diviso, un’evoluzione cruciale nella storia del pensiero occidentale: il progressivo decentramento del soggetto rispetto al pensiero e al linguaggio, il passaggio graduale dalla certezza all'incertezza, dalla trasparenza all'opacità del soggetto. Un passaggio che si compie in tre tappe fondamentali. 1. Cartesio: Il Soggetto della Certezza e del Pensiero Trasparente Il punto di partenza è il soggetto cartesiano . Con il suo celebre Cogito ergo sum ("Penso, dunque sono"), Cartesio fonda l'esistenza del soggetto sulla sua capacità di pensare: sul piano del pensiero , il soggetto è il padrone assoluto del proprio pensiero . L'"Io" è una sostanza pensante ( res cogitans ), pienamente cosciente e trasparente a se stessa. Il pensiero è ciò che definisce il soggetto e ne garantisce la certezza. S ul piano del linguaggio , il soggetto che parla è sempre preceduto dal pensiero, il soggetto dice sempre quello che pensa e pensa sempre quello che dice: Il linguaggio allora assume un valore secondario rispetto al pensiero, è uno strumento che serve a comunicare un pensiero che si è già formato, chiaro e distinto, nella mente del soggetto. È un'espressione controllata e assolutamente consapevole della coscienza. In sintesi, per Cartesio l'equazione è: Io penso → Io sono . Il soggetto precede e domina sia il pensiero che il linguaggio, avendo di entrambi piena padronanza. 2. Freud: la Frattura del Soggetto e l'emergere dell'Inconscio Con Freud, questo edificio di certezze crolla . La scoperta dell'inconscio rappresenta la prima, grande ferita narcisistica al soggetto cartesiano: il soggetto non è più padrone in casa propria . Il pensiero cosciente (l'Io) è solo la punta di un iceberg. La vera forza motrice sono i pensieri inconsci , i desideri e le pulsioni che sfuggono al suo controllo. Il soggetto è "agito" da un pensiero che non conosce . Il linguaggio, allora, smette di essere uno strumento docile e diventa la via d'accesso privilegiata all'inconscio : lapsus, sogni, motti di spirito non sono errori, ma manifestazioni di una verità del soggetto che la coscienza ignora . Il linguaggio tradisce il soggetto, ma nel tradirlo, lo rivela. L'equazione freudiana è più complessa: Io sono dove un pensiero inconscio si manifesta . Il soggetto è decentrato tra conscio e inconscio. 3. Lacan: Il Soggetto come effetto del linguaggio Jacques Lacan porta la rivoluzione freudiana alle sue estreme conseguenze , integrandola con la linguistica strutturale. Se per Freud l'inconscio si esprime attraverso il linguaggio, per Lacan l'inconscio è strutturato come un linguaggio . Lacan rovescia radicalmente Cartesio: "Io penso dove non sono, dunque sono dove non penso" . Il pensiero non appartiene al soggetto; il soggetto emerge nel "luogo dell'Altro ", cioè nella struttura preesistente del linguaggio e delle sue leggi. Il soggetto non esiste prima del linguaggio , ma è un suo effetto . Entrando nel linguaggio (l'ordine simbolico), l'essere vivente viene "mortificato", diviso, e si costituisce come soggetto mancante, barrato (scritto $). Non siamo noi a parlare il linguaggio, ma è il linguaggio che ci parla. Il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante. Per Lacan, l'equazione definitiva è: Il linguaggio parla → Io sono (come effetto diviso) . Tutto l’insegnamento lacaniano ruota intorno alla questione del soggetto diviso in quanto effetto del linguaggio . Attraverso di esso Lacan ne cerca le ragioni, le formula, le argomenta, le mette in logica fino ad arrivare a stabilire che l’entità radicale e irriducibile della struttura del Soggetto umano non è la sintesi, ma la divisione , offrendoci al tempo stesso una mappa per esplorarla, per comprenderla e per studiarne le diverse implicazioni nella sofferenza psichica e nella clinica. L’Ordine del Simbolico e il Linguaggio 1. Da una parte , c'è il mondo in cui viviamo: l'universo del Simbolico . È il mondo del linguaggio, delle regole sociali, delle aspettative degli altri e delle nostre stesse parole. È il patto che ci rende esseri umani in una comunità. Il con-tratto che sottoscriviamo per ottenere il diritto di essere ammessi nella civiltà . Il trattino col quale ho scomposto il termine contratto è per sottolineare che gli esseri umani sono nel simbolico con tratto: questo tratto è la parola e dunque Il contratto si fonda sulla parola: un tratto che non si limita a descrivere, ma lega . È l'atto con cui il dire diventa un vincolo. È esattamente questo che Lacan vuole intendere quando dice che il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante: Il significante , per Lacan, va inteso infatti come il tratto della parola e tra le parole. Non è semplicemente la parola nel suo uso comune. È, prima di tutto, un tratto, un marchio, un'iscrizione. Lacan lo chiama trait unaire (tratto unario). È un segno che non ha un significato intrinseco, ma che serve a produrlo , e a differenziare, a marcare una differenza. Proprio come il "tratto" di una firma su un contratto . In altri termini, la parola che rappresenta un soggetto è un tratto (il primo significante, S1) che, per poterlo rappresentare, deve necessariamente legarsi a un altro tratto (un altro significante, S2), un altro soggetto. Il soggetto, allora, non è la fonte di questo legame, ma il suo effetto . Emerge proprio da questo contratto tra parole, in quello spazio vuoto che la catena dei significanti crea e al tempo stesso designa . Il contratto, quindi, non è qualcosa che il soggetto stipula, ma è l'atto stesso che lo costituisce ." Questo è il lato del Simbolico, dove il Soggetto si costituisce in quanto tale sotto la legge del Significante, dove il Soggetto, avendo subito la castrazione ad opera del Significante, è mancante-a-essere e dunque attraversato dal desiderio. L’Ordine del Reale e il Corpo 2. Dall'altra parte , c'è ciò che al mondo del linguaggio sfugge e si sottrae al significante. Ripensiamo al linguaggio come una rete fatta dalle parole tenute insieme dai significanti che la percorrono in lungo e in largo : con essa peschiamo le cose del mondo in cui viviamo, diamo loro un senso, un nome e in questo modo, dal mondo in cui viviamo, attraverso il linguaggio, ritagliamo, costruiamo la realtà che ci riguarda. La rete del linguaggio ha però dei buchi: c'è sempre qualcosa che essa non riesce a catturare, ma che comunque lascia intravedere, che rivela in qualche modo come l’Altra cosa , come l’ impossibile a dirsi . Questo impossibile è il Reale , che non è la "realtà", ma ciò che nella realtà non entra : il buco nella realtà simbolica che ci costruiamo con le parole e sottomettiamo alla legge del significante . Questa rete delle parole lungo la quale camminano i significanti, con i buchi che i significanti non riescono a coprire è esattamente quello che chiamiamo il Campo freudiano . Ossia il Campo dell’esperienza umana, e dunque anche il campo in cui opera la Psicoanalisi. Un Ponte: L’Immaginario Esiste un terzo registro, quello dell’ Immaginario , ma voglio tenerlo per ora in disparte perché lo ritroveremo più avanti come quel velo, quella “toppa” attraverso cui cerchiamo di mettere riparo alla spaccatura attraverso cui ci dividiamo tra il Simbolico ed il Reale, il registro attraverso cui cerchiamo di congiungere il mondo del linguaggio (Simbolico) a quello dell’impossibile a dirsi Reale). È il registro delle immagini, delle identificazione, dell'ego. È il regno della forma, della fusione, della rivalità e della relazione speculare (io/altro). Si forma a partire dallo "stadio dello specchio", dove il bambino si identifica con la propria immagine, creando un'illusione di totalità. Il Soggetto del Desiderio: La Mancanza-a-Essere È proprio da questa fessura insanabile che scaturiscono due delle forze più potenti della nostra vita : il desiderio, che punta al simbolico e al liguaggio, e il godimento, che punta al reale, al corpo, alla pilsione . Questa divisione si manifesta nella tensione costante tra ciò che possiamo esprimere a parole, il registro del Simbolico , e un'esperienza più profonda e inafferrabile che ci sfugge, il Reale . Il desiderio, in quest'ottica, non è la semplice ricerca di un oggetto, ma è l'espressione stessa di questa mancanza costitutiva: desiderare, per Lacan, significa essere intrinsecamente incompleti, essere mancanti-a-essere, come lui dice. Questo apre ad un paradosso, che Lacan, prende da Sartre: per essere occorre riconoscersi nella propria mancanza ad essere, che ci aliena dal nostro esistere in quanto pieni. Essere ci impedisce di riconoscersi nel nostro esistere. Allo stesso tempo, questa condizione è la radice della nostra sofferenza. Per diventare un "soggetto che desidera", è necessario accettare una perdita originaria, un concetto che Lacan, sulla scia di Freud, definisce " castrazione simbolica ". Non si tratta di un evento fisico, ma dell'abbandono dell'illusione infantile di essere completi. In fondo, il percorso per diventare esseri umani consapevoli implica proprio questo passaggio: nasciamo come organismi biologicamente "pieni", ma per acquisire una coscienza di noi stessi in quanto “esseri” dobbiamo barattare quella pienezza istintiva con una condizione di "mancanza-ad-essere ". Questa Divisione Soggettiva non è un'idea astratta, ma si rivela costantemente in quegli "inciampi" che costellano la nostra vita quotidiana : un lapsus, un sogno incomprensibile o un improvviso vuoto di memoria. Ad esempio, quando una persona in analisi ci dice "ora non mi viene in mente più nulla", non sta tanto opponendo resistenza, quanto piuttosto mostrando la sua fessura soggettiva, una porta che si apre sull'inconscio come l'impossibile da dire: è un punto di rottura, di interruzione, un taglio, una coupure, della catena sanicante, dove ci sorprende il soggetto che veramente siamo, ma che non conosciamo. Di fronte a questi "buchi", l'approccio della psicoanalisi lacaniana si distingue nettamente da altre terapie. L'obiettivo non è quello di "tappare la falla" o rafforzare l'Io per creare un'illusione di completezza, ma piuttosto di aiutare la persona a navigare l'esistenza proprio a partire da quella mancanza. Si tratta di imparare a "farsene qualcosa", a trovare una nuova posizione che trasformi quella crepa da fonte di paralisi a motore della propria vita. Questo processo si svolge nella dialettica del linguaggio , dove però le nostre parole non riescono mai a contenere pienamente il desiderio che le muove. Proprio per questo, il soggetto non può nominarlo fino in fondo e si rivolge all'Altro – l'analista, la società – sperando che sia lui a riconoscerlo e a dargli un senso, in un dialogo in cui si parla senza sapere del tutto cosa si sta dicendo, né chi sia veramente quell'Altro al quale si sta dicendo. Il Soggetto del Godimento: La Pulsione Se dal lato del Simbolico troviamo il soggetto del desiderio, radicato nel linguaggio, dall'altro, nel campo del Reale, il discorso cambia radicalmente. Qui, dove si manifesta " il buco del Rreale nel Sapere del Simbolico", il soggetto e la sua domanda perdono di significato, quasi si annullano, per lasciare spazio alla Pulsione, che Lacan designa con la formula ($◇D) . In questa dimensione , il corpo non è più un'unità, ma un insieme di zone erogene, di orifizi che diventano luoghi di taglio . È qui che il soggetto si confronta con la propria mancanza costitutiva, emergendo come quella “ entità acefala ", che è la Pulsione , ossia il soggetto senza testa e senza domanda, che, come la coda di una lucertola che, sebbene recisa, continua a muoversi, agisce senza un'intenzione chiara, in un ciclo che non mira a colmare un vuoto . Si trova in uno spazio tanto lontano dalla parola, da non sospettare di essere lui, lì, a "parlare" attraverso il suo corpo. Quindi possiamo dire che, mentre il soggetto del desiderio parla senza sapere quello che dice, il soggetto della pulsione parla senza saper che è lui a parlare. Questo soggetto è costantemente alla ricerca dell'oggetto perduto del corpo, l' oggetto del godimento . Si tratta degli oggetti parziali freudiani (orale, anale), ai quali Lacan aggiunge lo sguardo, la voce e, infine, il "niente". Il paradosso tragico è che questa ricerca è destinata a fallire, perché l'oggetto che il soggetto cerca è il soggetto stesso, in quanto parte perduta del proprio corpo: “ E' il soggetto in quanto oggetto perduto del soggetto, che il soggetto cerca in quanto oggetto perduto del corpo” (A. Eddelsztein). È in questi "buchi" del corpo, in questa apparente mancanza, che si colloca il Godimento del corpo sganciato dal simbolico e dall’immaginario: non si accede più al godimento della parola, non si accede più al godimento dell’Altro, il godimento rimane godimento della pulsione nel corpo, senza argine, senza fine, distruttivo: la pulsione di morte, l’al di là del principio di piacere è proprio questo godimento fine a se stesso che non vuole sapere altro se non di ripetersi. Questo tipo di godimento non va inteso come semplice piacere o soddisfazione, e nemmeno come sofferenza. È piuttosto il luogo vuoto in cui il soggetto si annida, facendosi inconsapevolmente l'oggetto che desidera ma che non può mai possedere , poiché un soggetto non può ritrovarsi da solo come oggetto. Da qui nasce il ciclo incessante della ripetizione, che rappresenta il godimento del punto più intimo e problematico del suo essere. Lo scopo della psicoanalisi è quello di smuovere il soggetto da questo godimento mortifero per aprirlo alla possibilità di un desiderio nuovo . In sintesi, sia a livello del desiderio (nel linguaggio) sia a livello del godimento (nel corpo), il soggetto si costituisce e si definisce sempre nel suo rapporto con l' oggetto piccolo (a) , che funge da causa del desiderio o da oggetto parziale della pulsione. Il Soggetto in Bilico: Tra il Desiderio e la Pulsione Al cuore del pensiero di Jacques Lacan troviamo quindi un soggetto profondamente diviso , costantemente in bilico tra due forze potenti e opposte: il Desiderio e la Pulsione . Ma come può l'individuo sostenersi su questa frattura costitutiva, senza precipitare nell'angoscia? Da un lato, c'è l'abisso del Desiderio , una mancanza fondamentale che ci spinge a interrogarci e a rivolgerci all'Altro attraverso il linguaggio . Dall'altro, c'è il vuoto della Pulsione , una forza che emerge dal corpo e ci spinge incessantemente verso un godimento enigmatico , che Lacan chiama Jouissance. L'essere umano è irriducibilmente teso tra queste due logiche eterogenee. La risposta di Lacan a come il soggetto riesca a non frammentarsi si sviluppa lungo tutto il suo insegnamento e si fonda su due "stampelle" fondamentali, due costruzioni psichiche che offrono un sostegno su ciascun versante di questa divisione. Le Due Stampelle del Soggetto 1. Il Fantasma Fondamentale ($ <> a): La Cornice del Desiderio. Sul versante del linguaggio e del rapporto con l'Altro, la stampella è il Fantasma Fondamentale . Se il desiderio è un abisso, il fantasma è la cornice, la finestra che il soggetto costruisce per affacciarsi su quel vuoto senza caderci dentro . È una sorta di "sceneggiatura" inconscia che fornisce una risposta immaginaria alla domanda fondamentale: "Che cosa vuole l'Altro da me?" (Che vuoi?). La celebre formula lacaniana $ <> a descrive proprio questo: mette in relazione il soggetto diviso ( $ ) con l'oggetto piccolo a ( a ), ovvero l'oggetto-causa del desiderio, un resto inassimilabile. Nel fantasma, questo oggetto viene collocato illusoriamente nel luogo di un possibile ritrovamento, di una soddisfazione immaginaria. Sebbene l'oggetto a non possa mai essere veramente posseduto (è causa, non meta), questa finzione dà consistenza al desiderio, gli conferisce una realtà psichica e permette al soggetto di orientarsi nel mondo e di amare . Questa è la logica alloerotica: un rapporto con l'Altro mediato dal linguaggio e dall'immaginario. 2 . La Pulsione: Il Circuito del Godimento. Sul versante del corpo, la logica è completamente diversa: non è relazionale, ma solitaria . A differenza del desiderio, la pulsione non cerca un oggetto per colmare una mancanza. Al contrario, essa gira a vuoto attorno a un oggetto irrimediabilmente perduto. Il suo scopo non è il piacere o la soddisfazione, ma la Jouissance (il Godimento). Si tratta di una soddisfazione paradossale, spesso intrisa di sofferenza, che deriva dalla ripetizione stessa di questo circuito . È un godimento che si nutre del fallimento nel raggiungere l'oggetto, un moto perpetuo attorno a un vuoto. Un godimento che gira all’infinito esclusivamente nel reale del corpo, attraverso la pulsione e la sua ripetizione, non arginato dal simbolico, né rivolto all’Altro immaginario. Una coazione a ripetersi che, paradossalmente, si soddisfa della sua insoddisfazione, come dimostra la S ublimazione. La logica della pulsione è quindi autoerotica e autistica . Il godimento è sempre individuale, non condivisibile. Questo porta alla celebre massima di Lacan: " Non c'è rapporto sessuale ". Non significa che gli atti sessuali non avvengano, ma che non esiste una formula, una norma simbolica che possa unire e armonizzare il godimento di due soggetti in un "Tutto ". L'incontro sessuale è sempre un incontro tra due solitudini, tra due fantasmi. La pulsione, con la sua inesorabile ripetizione, è dunque l'altra stampella che sostiene il soggetto sul vuoto del proprio godimento. I l Soggetto Diviso: un Funambolo tra Due Abissi L'immagine che ne emerge è quella di un funambolo che cammina su una corda tesa. · Da un lato, si protende verso l'Altro, sostenuto dalla finzione del fantasma, alla ricerca di un senso e di un legame . · Dall'altro, è ripiegato su se stesso dalla pulsione, incatenato alla ripetizione di un godimento solitario che sancisce l'impossibilità di una fusione completa. Vivere significa navigare costantemente tra la ricerca di significato nel legame con l'Altro e l'incontro con il non-senso di un godimento che ci isola. Un Dialogo Incessante tra Linguaggio e Corpo. Questa divisione, tuttavia, non implica una separazione netta. Esiste uno scambio continuo tra il Simbolico (linguaggio) e il Reale (corpo): 1.Dal linguaggio al corpo: I significanti si "incarnano", producendo effetti sul corpo. La figura clinica che lo rappresenta è il sintomo isterico , dove un conflitto psichico si "converte" in una manifestazione somatica. 2. Dal corpo al linguaggio: La pulsione, radicata nel reale del corpo, "sessualizza" il pensiero e la parola. L'emblema di questo processo è il sintomo ossessivo , dove la sessualità impregna la catena significante. Il significante avvolge l’isterica nel corpo e l’ossessivo nel pensiero. Questa interdipendenza ci porta a una conclusione fondamentale: nell'essere umano, non esiste una sessualità "pura" o istintiva, così come non esiste un pensiero che non sia, in qualche modo, toccato dalla pulsione . Il significante e la pulsione hanno irrimediabilmente allontanato l'essere parlante dalla sua presunta animalità originaria. L'illusione di un rapporto di "solo sesso" si scontra con il fatto che, per l'essere umano, il sesso è sempre mediato dalle parole, dai fantasmi e dall'impossibilità di un rapporto senza resti. Conclusione: La Direzione della Cura e l'Etica dell'Atto Analitico Siamo partiti, nel nostro percorso, da un'evidenza clinica tanto radicale quanto ineludibile: la divisione del soggetto . Abbiamo visto come l'essere umano sia costitutivamente in bilico, teso tra l'universo del Simbolico – il campo della parola, della domanda e del desiderio rivolto all'Altro – e l'irruzione del Reale, la dimensione acefala della pulsione, della ripetizione e di quel godimento solitario e non condivisibile che Lacan chiama Jouissance . Ma giunti a questo punto, la domanda si impone con urgenza: quali sono le implicazioni di questa divisione fondamentale per la nostra pratica? Se il soggetto è spaccato, può la posizione dell'analista rimanere monolitica, uguale a se stessa? La risposta è, necessariamente, no. La direzione della cura non è una tecnica standardizzata, ma una posizione etica che deve sapersi modulare a seconda del versante della divisione soggettiva in cui si trova a operare. 1. Sul versante del Simbolico , nel regno della dialettica del desiderio, l'analista è convocato nel luogo del transfert come Soggetto Supposto Sapere . L'analizzante si rivolge a lui con una domanda di senso, sperando che l'Altro possa finalmente nominare, riconoscere e interpretare il suo desiderio. Infatti, qui, il nostro strumento principe è l' interpretazione , in particolare quella metaforica , che apre a nuove catene significanti. Ma è un'arte sottile: il nostro compito non è "dare un troppo di senso", non è tappare il buco con un sapere posticcio che andrebbe solo a suturare la ferita e a rafforzare l'Io. Al contrario, l'interpretazione deve mirare a preservare quello spazio vuoto, quell'intervallo tra un significante e l'altro, perché è solo in quella fessura che il soggetto dell'inconscio può finalmente emergere, sorprendersi e farsi sentire , può cioè venir fuori quel soggetto come Altra cosa , rispetto a quello che si suppone essere. Per questo l’interpretazione deve essere sempre anche metonimica . 2. Ma quando ci spostiamo sul versante del Reale , dove vige la logica ferrea della pulsione di ripetizione, il registro cambia drasticamente. Qui non c'è più una domanda di sapere, ma un circuito di godimento che si auto-sostiene nel suo stesso fallimento. Il transfert, di conseguenza, non si istituisce più sul sapere, ma si configura come un transfert sul godimento . L'analista non è più colui che sa, ma colui che - lungi dall’essere solo il sembiante dell’oggetto piccolo a - lo incarna, suo malgrado, facendone, non più l’oggetto causa del desiderio, ma l’oggetto reale di quel godimento mortifero . In questo contesto, l'interpretazione metaforica perde la sua efficacia; non c'è più un senso da svelare, ma un ciclo da interrompere [1] È qui che interviene l' atto analitico nella sua funzione più pura: quella del taglio . L'atto non è una parola, ma un'azione che opera una cesura nel reale , che spezza la catena della ripetizione e separa il soggetto da quel godimento che lo imprigiona . Che si tratti di una scansione della seduta, di un silenzio o di un intervento spiazzante, l'atto mira a introdurre una discontinuità là dove regnava la coazione a ripetere. [ Vediamo dunque come il transfert lacaniano, in entrambe le sue modulazioni, si fondi sempre su una logica di separazione e alienazione , e mai di identificazione o di semplice ripetizione speculare. L'obiettivo non è conformare il soggetto a un modello, ma permettergli di separarsi da ciò che lo aliena: che sia l'Altro del Simbolico o l'oggetto del godimento nel Reale. In conclusione, dirigere una cura significa saper danzare su questa faglia soggettiva , sapendo quando interpretare per aprire al desiderio e quando tagliare per arginare il godimento . La pratica della psicoanalisi non è il frutto di una tecnica bene appresa e bene applicata, ma un’etica che ci impone di non essere mai uguali a noi stessi, proprio perché il soggetto che abbiamo di fronte non è mai uno, ma irriducibilmente diviso. [1] Perché mantenere la posizione di sembiante di oggetto a come causa del desiderio e non di incarnarlo come oggetto a di godimento nel reale, è fondamentale nella "direzione della cura"? Perché solo se l'analista, attraverso il suo silenzio, le sue domande e le sue interpretazioni, si posiziona deliberatamente nel luogo enigmatico della parvenza, della finzione, del sembiante appunto, dell’oggetto piccolo a, senza incarnarlo realmente, solo se lascia questo posto vuoto, può diventare il perno del transfert: l'analizzante può proiettare sull'analista la funzione di "colui che sa" e, soprattutto, di "colui che possiede" quell'oggetto prezioso (agalma, come lo chiama Lacan nel Simposio di Platone) che si presume possa colmare la propria mancanza. Occupando la posizione di sembiante dell'oggetto a, l'analista provoca il desiderio di sapere (l'analizzante è spinto a parlare, a produrre associazioni, sogni e lapsus nel tentativo di capire e "carpire" dall’analista il segreto del proprio desiderio), non soddisfa la domanda (l'analista non risponde mai direttamente alla domanda d'amore o di soddisfazione dell'analizzante), permette all’analizzante di "attraversare il fantasma" (lo scopo finale della cura lacaniana è permettere al soggetto di "attraversare il suo fantasma fondamentale", ovvero di confrontarsi con la logica inconscia che struttura il suo desiderio e la sua sofferenza, e di separarsi dall'alienazione in questo oggetto a).
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Freud ha dimostrato che la perversione è un non volerne sapere nulla, ma proprio nulla, della castrazione. Una doppia negazione dunque: "non è vero che non c'è il fallo lì dove non posso fare a meno di volere che ci sia". Freud ha chiamato " Verleugnung " questo meccanismo di rigetto, di ripudio della realtà della castrazione. Lacan, riprendendo la questione dal punto di vista della " castrazione della madre ", mette in rilievo come il perverso non tolleri che l'Altro sia "bucato" , sia mancante cioè proprio di quello che gli serve per assicurarsi il proprio godimento, un godimento che egli deve necessariamente prelevare "nel luogo dell'Altro", e che non sopporta possa essere interdetto dalle ragioni dell'Altro, in buona sostanza, non tollera che il proprio godimento possa trovare un limite nel desiderio dell'Altro. Il perverso è dunque colui che si serve della "Verleugnung" (diniego, doppia negazione) per impedire che il desiderio dell'Altro interrompa il proprio godimento , come dire: "il tuo desiderio si oppone al mio interesse? Disturba la stabilità della mia posizione e la certezza delle mie convinzioni? Bene, neanche mi chiedo il perché, faccio prima a rigettarlo di sana pianta, non ne tengo alcun conto, per il semplicissimo motivo che esiste una sola posizione, la mia." In altre parole il perverso non riconosce la differenza dell'Altro , per questo è, appunto, "indifferente" alle ragioni dell'Altro - laddove invece il nevrotico ne soffre - è indifferente alla realtà. Non dice, all'Altro, "è vero che tu non sei d'accordo con me, ma non lo sopporto" - che è invece la posizione del nevrotico, ovvero sia il riconoscimento che l'Altro sta dicendo qualcosa di diverso che lui non sopporta, sia il riconoscimento che lui non lo sopporta, un "doppio riconoscimento", dunque, che aprirebbe comunque ad una dialettica - ma dice, più radicalmente: "non è vero che tu non sei d'accordo con me", confondendo e facendo spesso vacillare la realtà nell 'Altro! Una "doppia negazione", appunto, come a dire che nell'universo mondo non c'è che una sola verità, la sua! E' esattamente questa la posizione di godimento del perverso. Per questo, possiamo dire, che qualsiasi comportamento tendente a disconoscere le istanze altrui, quando queste costituiscono un limite al godimento soggettivo, può essere considerato un comportamento di perversità , come può esserlo, per esempio, in una coppia, quello di un partner che si rifiuti di prendere atto del desiderio dell'altro di volersi, per esempio, separare: si rifiuta di prenderne atto per continuare a farlo sussistere nel ruolo dì partner anche se questi se ne dichiara fuori. E' il caso dello stalking, che infatti è un comportamento perverso. In altre parole, il rapporto perverso non può essere interrotto , poiché si fonda sulla complicità inconscia, di distruggere la castrazione in ciascuno dei partner, di distruggere cioè il desiderio come causa del legame della coppia per sostituirlo con il godimento, in maniera da s congiurare il rischi, insopportabile per il perverso, di poter amare, il rischio, per i p due partner bloccati dal patto perverso, di innamorarsi l'uno dell'altro. Occorre cioè che il godimento nel plagiare l'Altro si incastri con il godimento dell'Altro a farsi plagiare. Da questo patto diabolico, dalla complicità perversa all'interno di una coppia - ma anche all'interno di un gruppo, di un'Associazione, di un'Istituzione, di una Setta - a collaborare attivamente per costruire e difendere la sola Verità possibile, ossia che non vi è nessuna castrazione in ciascuno, non è dunque possibile uscirne , prima di tutto perché l'angoscia che si scatenerebbe in seguito a una tale ipotesi entra a far parte sin dall'inizio dello stesso patto perverso, anzi ne costituisce il cemento, e poi anche perché il rischio di ritorsioni, terribili, anche omicide, è altissimo per chi voglia tirarsi fuori dal gioco, poiché rompere il patto perverso significa infliggere la pena insopportabile della castrazione. Molti femminicidi ne sono un esempio, e, nella Storia, la santa Inquisizione, i roghi, le Crociate ne sono altri. Quali azioni di stalking sistematici possono esserci piu delle "crociate" anche moderne contro tutte le posizioni discordanti da ciò che è ritenuta l'unica verità vera da imporre anche sotto minaccia di morte? In conclusione, è perverso ogni atteggiamento, posizione o comportamento che si basi sul disconoscimento di quella separazione tra gli esseri che di fatto è già data per avvenuta in qualsiasi contesto umano, e che è posta a fondamento dell'amore e della vita.
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