IL TRANSFERT IN PSICOANALISI E IL RUOLO ETICO DELLO PSICOANALISTA.

DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO • 6 gennaio 2026

Il transfert è il rilesso nel paziente dell'etica dello psicoanalista

Perché possa avviarsi una cura psicoanalitica vera e proprio è in primo luogo necessario che il paziente riconosca il proprio dolore e si rivolga ad uno psicoanalista per ricevere ascolto e interpretazione.

Tuttavia, la sola presenza in una stanza di un paziente con un analista non è sufficiente a che si produca un'esperienza psicoanalitica efficace.

Occorre che ci sia altro, prima di tutto  che i
l paziente accordi piena fiducia all'analista e che questi, dalla sua parte, sappia come meritarla e come utilizzarla affinché il processo si avvii in maniera che sia utile per il paziente, e solo per il paziente. 

E tuttavia, anche se la fiducia ne è la condizione necessaria, non è ancora quella sufficiente. Occorre anche che accada ancora qualcos'altro, qualcosa di specifico e singolare, essenziale perché possa strutturarsi il processo analitico: è necessario che accada quel fenomeno a cui Freud ha dato il nome di
transfert per indicare quel particolare investimento affettivo da parte del paziente nei confronti del proprio analista e che, non solo ne fa una persona di fiducia, ma, di più, una figura unica, speciale, "amata" addirittura, poiché avvertita come quella che, conoscendo quanto di più segreto ci sia nell'animo del paziente, ne incarna simbolicamente l'oggetto prezioso del desiderio inconscio.

Una tale condizione, ossia il transfert necessario per la cura, può prodursi  solo in analisi. Perché?

Certo, si potrebbe obiettare che tutte le relazioni terapeutiche si basano sulla fiducia e tutte comportano un certo grado di investimento affettivo verso la persona del terapeuta.

E' vero, ma il punto è che
solo in psicoanalisi tutto quel che accade, che è utile alla cura e che ne condiziona l'efficacia, dipende dal transfert, più che dalla tecnica operativa del terapeuta, ragion per cui la funzione dell'analista, a differenza degli altri terapeuti, consiste essenzialmente nel favorire, e non ostacolare, il fenomeno del transfert. Il che è molto meno facile di quanto possa sembrare.

Ma in che modo lo psicoanalista può favorire il transfert? Diciamo attraverso due operazioni particolari, ossia, da una parte, invitando il paziente a dire liberamente tutto ciò che ha in mente, dall'altra mettendosi. l'analista, nella posizione dell'ascolto, un ascolto che sappia accogliere la parola del paziente, senza interferirvi mai, affinché sia una parola che dica dell'inconscio, affinché sia cioè una
parola interpretabile..

Perché possa accadere questo, perché possa cioè accadere l'inconscio,
l'analista deve evitare di coinvolgersi come soggetto nel discorso del paziente, ma ridursi ad "oggetto-causa" (oggetto piccolo a), ovvero sappia come causare il desiderio del paziente a investire, non nella persona reale dell'analista, ma in quella simbolica: ecco come si produce il transfert psicoanalitico, ossia il transfert che trascina con sé il discorso dell'inconscio del paziente, rendendolo visibile e interpretabile.

Va da sé, infatti, che il sol fatto di sentirsi essere messi al centro del proprio discorso e di poter godere di un ascolto incondizionato - condizioni che solo la psicoanalisi consente - è già di per sé un motore potentissimo per mobilitare il transfert così come ce lo descrive Freud.

La cura analitica, proprio perché procede sotto transfert, è una cura molto difficile ed impegnativa per l'analista, perché, se è vero che il transfert consente la cura, dall'altra può rivelarsi - soprattutto se maneggiato da psicoanalisti fasulli e improvvisati - come una vera e propria bomba.

Se, infatti, i
l transfert è ciò che permette la cura, è in effetti anche ciò che mette il paziente in una condizione di dipendenza dall'analista, per cui, possiamo dire, che il transfert struttura una relazione fortemente asimmetrica tra paziente e analista, perché, anche se ad un livello è il paziente a parlare e l'analista ad ascoltare, quindi il paziente nella posizione attiva di colui che parla e l'analista in quella passiva di colui che ascolta, ad un altro livello la situazione è capovolta: il paziente si trova in una posizione "vulnerabile" perché speculare a quella di potere assoluto che attribuisce al proprio analista, ossia il potere di stabilire a sua discrezione se accoglierlo o rifiutarlo, se continuare o interrompere la cura: l'inizio e la conclusione di ogni seduta sono proprio la scansione attraverso cui la cura procede in virtù del potere discrezionale dell'analista.

E' proprio a questo potere dell'analista che Lacan si riferisce nel suo famoso scritto, non a caso intitolato "La direzione della cura e i principi del suo potere."

Questa dinamica è simile a quella tra madre e bambino, dal momento che anche la madre esercita quell' "oscuro potere discrezionale", come lo definisce Lacan, ossia il potere di alternare a sua discrezione la propria presenza con la propria assenza, alternanza fondamentale per la crescita sana del bambino.

In virtù di questo potere, se lo psicoanalista non sta particolarmente attento, può, anche impercettibilmente, esercitare manovre manipolative o seduttive, che sarebbero estremamente pericolose, sia per la salute del paziente, che per la continuità della cura.

Insomma,
l'analista, tenuto ad essere consapevole del potere che gli attribuisce il paziente, non deve mai e poi mai approfittarne, ma deve utilizzarlo esclusivamente ai fini della direzione della cura e del corretto percorso analitico, astenendosi da manipolazioni e indottrinamenti.

I
l lavoro sotto transfert può avere effetti devastanti se l'analista non mette da parte le proprie intenzioni o i propri interessi personali.

Ora, la domanda è: in che modo l'analista può proteggersi e salvaguardarsi dal rischi di cedere al "desiderio" di abusare del potere che il transfert gli conferisce?

In primo luogo, dal fatto di
essere un vero analista, ossia di aver fatto una buona analisi personale condotta fino in fondo e che gli abbia permesso di saperne qualcosa del suo modo di "godere", e magari di riprenderla ogni tanto, come consiglia Freud.

In secondo luogo, da un
solido impianto etico sostenuto da quello che Lacan chiama "il desiderio dell'analista", in quanto un desiderio più forte di qualsiasi desiderio di potere e di comando arbitrari.

È dunque l'etica in connessione con il "desiderio dell'analista", più che l'insieme delle norme più o meno  standardizzate che ci si può dare, che protegge l'analista dal rischio di quegli scivolamenti e di quelle infrazioni cui il suo potere, se messo al servizio del godimento soggettivo e non della cura del paziente, può esporlo.

In conclusione, l'analisi richiede che l'analista si ecclissi come soggetto, creando uno spazio per il transfert, essenziale per l'avvio del processo analitico. La consapevolezza etica riguardo al potere del transfert è cruciale per evitare danni al paziente e complicazioni della cura.

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Freud ha dimostrato che la perversione è un non volerne sapere nulla, ma proprio nulla, della castrazione. Una doppia negazione dunque: "non è vero che non c'è il fallo lì dove non posso fare a meno di volere che ci sia". Freud ha chiamato " Verleugnung " questo meccanismo di rigetto, di ripudio della realtà della castrazione. Lacan, riprendendo la questione dal punto di vista della " castrazione della madre ", mette in rilievo come il perverso non tolleri che l'Altro sia "bucato" , sia mancante cioè proprio di quello che gli serve per assicurarsi il proprio godimento, un godimento che egli deve necessariamente prelevare "nel luogo dell'Altro", e che non sopporta possa essere interdetto dalle ragioni dell'Altro, in buona sostanza, non tollera che il proprio godimento possa trovare un limite nel desiderio dell'Altro. Il perverso è dunque colui che si serve della "Verleugnung" (diniego, doppia negazione) per impedire che il desiderio dell'Altro interrompa il proprio godimento , come dire: "il tuo desiderio si oppone al mio interesse? Disturba la stabilità della mia posizione e la certezza delle mie convinzioni? Bene, neanche mi chiedo il perché, faccio prima a rigettarlo di sana pianta, non ne tengo alcun conto, per il semplicissimo motivo che esiste una sola posizione, la mia." In altre parole il perverso non riconosce la differenza dell'Altro , per questo è, appunto, "indifferente" alle ragioni dell'Altro - laddove invece il nevrotico ne soffre - è indifferente alla realtà. Non dice, all'Altro, "è vero che tu non sei d'accordo con me, ma non lo sopporto" - che è invece la posizione del nevrotico, ovvero sia il riconoscimento che l'Altro sta dicendo qualcosa di diverso che lui non sopporta, sia il riconoscimento che lui non lo sopporta, un "doppio riconoscimento", dunque, che aprirebbe comunque ad una dialettica - ma dice, più radicalmente: "non è vero che tu non sei d'accordo con me", confondendo e facendo spesso vacillare la realtà nell 'Altro! Una "doppia negazione", appunto, come a dire che nell'universo mondo non c'è che una sola verità, la sua! E' esattamente questa la posizione di godimento del perverso. Per questo, possiamo dire, che qualsiasi comportamento tendente a disconoscere le istanze altrui, quando queste costituiscono un limite al godimento soggettivo, può essere considerato un comportamento di perversità , come può esserlo, per esempio, in una coppia, quello di un partner che si rifiuti di prendere atto del desiderio dell'altro di volersi, per esempio, separare: si rifiuta di prenderne atto per continuare a farlo sussistere nel ruolo dì partner anche se questi se ne dichiara fuori. E' il caso dello stalking, che infatti è un comportamento perverso. In altre parole, il rapporto perverso non può essere interrotto , poiché si fonda sulla complicità inconscia, di distruggere la castrazione in ciascuno dei partner, di distruggere cioè il desiderio come causa del legame della coppia per sostituirlo con il godimento, in maniera da s congiurare il rischi, insopportabile per il perverso, di poter amare, il rischio, per i p due partner bloccati dal patto perverso, di innamorarsi l'uno dell'altro. Occorre cioè che il godimento nel plagiare l'Altro si incastri con il godimento dell'Altro a farsi plagiare. Da questo patto diabolico, dalla complicità perversa all'interno di una coppia - ma anche all'interno di un gruppo, di un'Associazione, di un'Istituzione, di una Setta - a collaborare attivamente per costruire e difendere la sola Verità possibile, ossia che non vi è nessuna castrazione in ciascuno, non è dunque possibile uscirne , prima di tutto perché l'angoscia che si scatenerebbe in seguito a una tale ipotesi entra a far parte sin dall'inizio dello stesso patto perverso, anzi ne costituisce il cemento, e poi anche perché il rischio di ritorsioni, terribili, anche omicide, è altissimo per chi voglia tirarsi fuori dal gioco, poiché rompere il patto perverso significa infliggere la pena insopportabile della castrazione. Molti femminicidi ne sono un esempio, e, nella Storia, la santa Inquisizione, i roghi, le Crociate ne sono altri. Quali azioni di stalking sistematici possono esserci piu delle "crociate" anche moderne contro tutte le posizioni discordanti da ciò che è ritenuta l'unica verità vera da imporre anche sotto minaccia di morte? In conclusione, è perverso ogni atteggiamento, posizione o comportamento che si basi sul disconoscimento di quella separazione tra gli esseri che di fatto è già data per avvenuta in qualsiasi contesto umano, e che è posta a fondamento dell'amore e della vita.
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