IL TRANSFERT IN PSICOANALISI E IL RUOLO ETICO DELLO PSICOANALISTA.
Il transfert è il rilesso nel paziente dell'etica dello psicoanalista

Perché possa avviarsi una cura psicoanalitica vera e proprio è in primo luogo necessario che il paziente riconosca il proprio dolore e si rivolga ad uno psicoanalista per ricevere ascolto e interpretazione.
Tuttavia, la sola presenza in una stanza di un paziente con un analista non è sufficiente a che si produca un'esperienza psicoanalitica efficace.
Occorre che ci sia altro, prima di tutto che il paziente accordi piena fiducia all'analista e che questi, dalla sua parte, sappia come meritarla e come utilizzarla affinché il processo si avvii in maniera che sia utile per il paziente, e solo per il paziente.
E tuttavia, anche se la fiducia ne è la condizione necessaria, non è ancora quella sufficiente. Occorre anche che accada ancora qualcos'altro, qualcosa di specifico e singolare, essenziale perché possa strutturarsi il processo analitico: è necessario che accada quel fenomeno a cui Freud ha dato il nome di
transfert per indicare quel particolare investimento affettivo da parte del paziente nei confronti del proprio analista e che, non solo ne fa una persona di fiducia, ma, di più, una figura unica, speciale, "amata" addirittura, poiché avvertita come
quella che, conoscendo quanto di più segreto ci sia nell'animo del paziente, ne incarna simbolicamente l'oggetto prezioso del desiderio inconscio.
Una tale condizione, ossia il transfert necessario per la cura, può prodursi solo in analisi. Perché?
Certo, si potrebbe obiettare che tutte le relazioni terapeutiche si basano sulla fiducia e tutte comportano un certo grado di investimento affettivo verso la persona del terapeuta.
E' vero, ma il punto è che
solo in psicoanalisi tutto quel che accade, che è utile alla cura e che ne condiziona l'efficacia, dipende dal transfert, più che dalla tecnica operativa del terapeuta, ragion per cui la funzione dell'analista, a differenza degli altri terapeuti, consiste essenzialmente nel
favorire, e non ostacolare, il fenomeno del transfert. Il che è molto meno facile di quanto possa sembrare.
Ma in che modo lo psicoanalista può favorire il transfert? Diciamo attraverso due operazioni particolari, ossia, da una parte, invitando il paziente a dire liberamente tutto ciò che ha in mente, dall'altra mettendosi. l'analista, nella posizione dell'ascolto, un ascolto che sappia accogliere la parola del paziente, senza interferirvi mai, affinché sia una parola che dica dell'inconscio, affinché sia cioè una
parola interpretabile..
Perché possa accadere questo, perché possa cioè accadere l'inconscio,
l'analista deve evitare di coinvolgersi come soggetto nel discorso del paziente,
ma ridursi ad "oggetto-causa" (oggetto piccolo a), ovvero sappia come
causare il desiderio del paziente a investire, non nella persona reale dell'analista, ma in quella simbolica: ecco come si produce il transfert psicoanalitico, ossia
il transfert che trascina con sé il discorso dell'inconscio del paziente, rendendolo visibile e interpretabile.
Va da sé, infatti, che il sol fatto di sentirsi essere messi al centro del proprio discorso e di poter godere di un ascolto incondizionato - condizioni che solo la psicoanalisi consente - è già di per sé un motore potentissimo per mobilitare il transfert così come ce lo descrive Freud.
La cura analitica, proprio perché
procede sotto transfert, è una cura molto difficile ed impegnativa per l'analista, perché, se è vero che il transfert consente la cura, dall'altra può rivelarsi - soprattutto se maneggiato da psicoanalisti fasulli e improvvisati - come una vera e propria bomba.
Se, infatti, il transfert è ciò che permette la cura, è in effetti anche ciò che mette il paziente in una condizione di dipendenza dall'analista, per cui, possiamo dire, che il transfert struttura una relazione fortemente asimmetrica tra paziente e analista, perché, anche se ad un livello è il paziente a parlare e l'analista ad ascoltare, quindi il paziente nella posizione attiva di colui che parla e l'analista in quella passiva di colui che ascolta, ad un altro livello la situazione è capovolta: il paziente si trova in una posizione "vulnerabile" perché speculare a quella di potere assoluto che attribuisce al proprio analista, ossia il potere di stabilire a sua discrezione se accoglierlo o rifiutarlo, se continuare o interrompere la cura: l'inizio e la conclusione di ogni seduta sono proprio la scansione attraverso cui la cura procede in virtù del potere discrezionale dell'analista.
E' proprio a questo potere dell'analista che Lacan si riferisce nel suo famoso scritto, non a caso intitolato "La direzione della cura e i principi del suo potere."
Questa dinamica è simile a quella tra madre e bambino, dal momento che anche la madre esercita quell' "oscuro potere discrezionale", come lo definisce Lacan, ossia il potere di alternare a sua discrezione la propria presenza con la propria assenza, alternanza fondamentale per la crescita sana del bambino.
In virtù di questo potere, se lo psicoanalista non sta particolarmente attento, può, anche impercettibilmente, esercitare manovre manipolative o seduttive, che sarebbero estremamente pericolose, sia per la salute del paziente, che per la continuità della cura.
Insomma,
l'analista, tenuto ad essere consapevole del potere che gli attribuisce il paziente, non deve mai e poi mai approfittarne, ma deve utilizzarlo esclusivamente ai fini della direzione della cura e del corretto percorso analitico, astenendosi da manipolazioni e indottrinamenti.
Il lavoro sotto transfert può avere effetti devastanti se l'analista non mette da parte le proprie intenzioni o i propri interessi personali.
Ora, la domanda è: in che modo l'analista può proteggersi e salvaguardarsi dal rischi di cedere al "desiderio" di abusare del potere che il transfert gli conferisce?
In primo luogo, dal fatto di
essere un vero analista, ossia di aver fatto una buona analisi personale condotta fino in fondo e che gli abbia permesso di saperne qualcosa del suo modo di "godere", e magari di riprenderla ogni tanto, come consiglia Freud.
In secondo luogo, da un
solido impianto etico sostenuto da quello che Lacan chiama "il desiderio dell'analista", in quanto un desiderio più forte di qualsiasi desiderio di potere e di comando arbitrari.
È dunque l'etica in connessione con il "desiderio dell'analista", più che l'insieme delle norme più o meno standardizzate che ci si può dare, che protegge l'analista dal rischio di quegli scivolamenti e di quelle infrazioni cui il suo potere, se messo al servizio del godimento soggettivo e non della cura del paziente, può esporlo.
In conclusione, l'analisi richiede che l'analista si ecclissi come soggetto, creando uno spazio per il transfert, essenziale per l'avvio del processo analitico. La consapevolezza etica riguardo al potere del transfert è cruciale per evitare danni al paziente e complicazioni della cura.













