LA LOGICA DEL DESIDERIO

Egidio T. Errico • 7 settembre 2019

Lezione magistrale tenuta al Master di II livello in Sessuologia Clinica presso il Centro MAP - Salerno - corso G. Garibaldi 215.


Quello del desiderio è un argomento complesso, uno dei più complessi della psicoanalisi, e tuttavia se ne parla continuamente, e comunemente, segno che quello del desiderio è anche l’argomento che più sta a cuore in ciascuno di noi.

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L’uomo è il suo desiderio

Non esiste essere umano che non si interroghi sul proprio desiderio poiché non vi è niente di più soggettivo, di più personale, di più privato del desiderio umano, al punto che possiamo dire che la singolarità di ciascuno coincide con il desiderio che vi abita. Per questo la psicoanalisi, in quanto pratica che procede attraverso l’interrogazione soggettiva, dell’uno per uno, pone al centro della sua indagine il desiderio umano, arrivando a riconoscere che l’uomo è il suo desiderio e, di conseguenza, che il desiderio è sempre in causa nella sofferenza psichica. Per questo, possiamo dire che ogni qual volta un paziente si rivolge ad un qualsiasi psicoterapeuta, in effetti vi si rivolge per avere una risposta sul proprio desiderio, sull’enigma del proprio desiderio, essendo il desiderio ciò che interroga continuamente il soggetto, in quanto, al tempo stesso, mai del tutto soddisfatto e mai del tutto eludibile. Il proprio desiderio è l'enigma fondamentale dell'uomo.

Ineludibilità e indistruttibilità sono le prime due caratteristiche del desiderio umano. Per questo, come dicevamo, esso è al centro della sofferenza psichica e della domanda di aiuto che il soggetto rivolge al terapeuta attraverso il proprioo sintomo. Possiamo dire che il desiderio costituisce l’architrave di ogni sintomo psichico e che il sintomo contiene al suo interno, nel suo nucleo, un desiderio che, non potendo essere sopportato come insoddisfatto, chiede di essere interpretato . L’impossibilità della sua soddisfazione è dunque la terza caratteristica del desiderio.



Non esiste desiderio senza un soggetto che ne sia abitato

Il desiderio su cui ci intratterremo oggi è il desiderio così come viene visto dalla psicoanalisi, è il desiderio di cui ha parlato prima di tutti Freud e poi, in particolare, Lacan. 

Dovendo affrontare oggi la questione del desiderio non possiamo infatti non rifarci al grande psicoanalista francese Jacques Lacan, in quanto è Lacan che ha dimostrato che il soggetto che interessa alla psicoanalisi non è tanto il soggetto che parla, ma il soggetto che desidera, e che anzi il soggetto vero e proprio è il soggetto desiderante.

Esiste nel nostro campo una coincidenza tra soggetto e desiderio, nel senso che quando, in psicoanalisi, in particolare quella lacaniana, parliamo di soggetto, intendiamo, non il soggetto che parla, cammina, va al bar o fa delle cose, ma il soggetto del desiderio, il soggetto che desidera, il soggetto desiderante e, d’altra parte, quando parliamo di desiderio, parliamo di qualcosa che non esiste senza un soggetto che ne sia abitato, vale a dire che non esiste desiderio se non quello di ogni singolo soggetto, uno per uno considerato. Non esiste desiderio senza un suo soggetto. Il soggetto umano è sempre un soggetto di desiderio, e il rapporto che un soggetto intrattiene con il proprio desiderio è un rapporto sempre ambivalente, in quanto, possiamo dire, che rispetto al proprio desiderio un soggetto è soggetto e assoggettato al tempo stesso.


Il desiderio è “Il disagio della civiltà"

Il desiderio è dunque quanto di più soggettivo e singolare possa esserci: ogni soggetto ha il proprio desiderio, che è suo, proprio suo, e vale solo per lui. Di conseguenza, se il desiderio è l’essenza stessa della soggettività umana, possiamo capire perché  sia proprio il desiderio a rendere ogni individuo mai del tutto adattabile e omologabile alle richieste della società in cui vive, laddove essa vorrebbe indicarci, invece, quali desideri dovremmo avere. Infatti, sin dal primo ingresso in quella che è il prototipo della società in cui viviamo, la famiglia, siamo raggiunti dalla indicazione, da parte dei genitori, di quali dovrebbero essere i nostri desideri.

Possiamo perciò dire che il desiderio è ciò che rende impossibile un perfetto e soddisfacente adattamento del soggetto alle istanze della collettività, le quali, per quanto democratiche e flessibili, non possono mai arrivare a tener conto delle singole soggettività, dovendo tutelare gli interessi dei singoli, non uno per uno considerati, ma in quanto facenti parte di una collettività. Se il desiderio è del soggetto singolo, è di ciascuno, la norma sociale è del soggetto collettivo, è per tutti. Per questo possiamo dire che il desiderio è “Il disagio della civiltà” di cui parla Freud .

Per questo, per quanto possiamo desiderare di uniformare il nostro desiderio a quello degli altri, esisterà sempre una quota che vi si sottrarrà, che non vorrà saperne di accordarsi alle richieste dell’altro. Il desiderio umano è lo scarto, la faglia tra il soggetto e gli altri, è appunto quello che viene a mancare in ciò che il soggetto usa come legame con l'altro, vale a dire il linguaggio: per cui possiamo dire che il desiderio, inevitabilmente, è ciò che, nel linguaggio può trovare posto solo attraverso la sua mancanza. Il desiderio dunque non può che essere inconscio, è l'inconscio stesso del soggetto.  

Per quanto possiamo volerlo, e per quanto l’altro possa chiedercelo, non possiamo dunque compiacere mai del tutto le sue richieste. In questo possiamo cogliere un altro paradosso del desiderio umano: da una parte, come fa osservare Lacan, ogni essere umano vuole essere il desiderio dell’altro , dall’altra parte ognuno reclama anche l’autonomia del proprio desiderio , il diritto di poter seguire, e soddisfare, prima di tutto il proprio desiderio. Questo è un aspetto di particolare importanza, su cui ritorneremo, perché è intorno al desiderio che si costituisce il modo attraverso cui ci relazioniamo all’altro . Lacan vede infatti nel fantasma soggettivo - vale a dire in ciò attraverso cui il soggetto si suppone essere per l’altro - l’insistenza del soggetto tramite il proprio desiderio, vale a dire che è nelle maglie dell'articolazione del fantasma che il desiderio compie i suoi giri senza mai trovarvi un punto di arresto: se è nel fantasma che il soggetto cerca, da una parte, l'aggancio del proprio desiderio all'altro, è nel fantasma stesso che vi trova anche, dall'altra parte, la propria difesa nei confronti dell'angoscia di potervi precipitare del tutto. E dunque, è a partire dal desiderio che, per esempio, noi formuliamo la domanda che rivolgiamo all'altro, domanda che, proprio perché mossa dal desiderio, è domanda sempre ambivalente, anche quando è domanda d'amore. Non vi è nulla, dunque, come il desiderio che, se da una parte ci sospinge verso il nostro simile, dall'altro ne condiziona il modo in senso sempre ambivalente e contrastato. Per questo Lacan, nel mettere in formula il desiderio, interporrà tra il Soggetto (barrato) e l'altro cui il desiderio si rivolge, il famoso "puntone", la losanga che vuole indicare una relazione, sempre ravvicinata e distanziata al tempo stesso, con l'altro verso cui insiste la domanda soggettiva. Il desiderio, insomma, è ciò che permette e determina l’insieme dei nostri scambi simbolici con l’altro, è la base del legame sociale. La famosa frase che Lacan fa sua riprendendola da Hegel, l’uomo è il desiderio dell’altro , vuol dire non solo che nessun essere parlante può evitare di desiderare il proprio simile, ma anche che nessuno può rinunciare a volerne essere al tempo stesso anche il desiderio.

Il desiderio è Uno e ha a che fare con la mancanza

Avrete notato che parlo di desiderio sempre al singolare. Dico “il desiderio dell’uomo”, oppure “il soggetto del desiderio” e non “i desideri dell’uomo” oppure “il soggetto dei suoi desideri”. Perché? Perché il desiderio di cui trattiamo nel nostro campo, è uno. È uno in quanto dell’Uno , di ogni singolo soggetto. Il desiderio è la struttura stessa della soggettività come effetto della castrazione: di quel soggetto che Lacan designa come Soggetto barrato, essendone il desiderio la barra che lo divide, vale a dire un sistema che mette in tensione il soggetto e lo spinge verso qualcosa a partire dal fatto che egli si avverte, si percepisce come mancante, in quanto diviso per effetto della castrazione. Il desiderio umano ha a che fare dunque con la mancanza , e questo è anche intuibile perché va da sé che, se non ci mancasse qualcosa, non potrebbe esserci desiderio, se non ci mancasse nulla, nulla potremmo desiderare.Eppure, è esperienza comune che, anche quando sappiamo di avere tutto, possiamo accorgerci di desiderare ancora qualcosa, oppure che, anche avendo tutto, continuiamo a sentirci comunque mancanti, pur non sapendo di cosa in particolare. Il desiderio sembra dunque essere sempre desiderio di altro , di qui appunto la sua natura essenzialmente insoddisfatta . Ora, se è intuibile che non può esservi desiderio senza mancanza, è molto meno chiaro di che cosa siamo così irriducibilmente mancanti, e quale sia questo altro che continuiamo a desiderare e a cercare, anche quando sembra che non ci manchi nulla. Cosa è che cerchiamo senza trovare, oppure che se ci sembra di aver finalmente trovato poi ci accorgiamo che non è quello che veramente cercavamo? Cosa è che ci manca allora? Cosa vogliamo veramente? È quello che cercheremo di capire più avanti.

Dunque, il desiderio di cui si tratta non ha a che fare con i desideri, al plurale, di cui comunemente parliamo, i desideri di questo o di quello, anche se in qualche misura ne sono pure una conseguenza. Il desiderio cui alludiamo è sempre desiderio di altro ed è inconscio: il desiderio vero e proprio, quello che interessa la psicoanalisi è il desiderio inconscio. Precisiamo: parliamo dell’inconscio proprio di quella psicoanalisi che oggi si riconosce nel solco tracciato da Freud, quell’inconscio e non inteso come il sacco dove vanno a finire pensieri, rappresentazioni, affetti non accessibili alla coscienza, né tanto meno come quella specie di sottosuolo oscuro e misterioso, il luogo dove, come in un calderone, ribollono caoticamente le passioni, irrazionali e inconfessabili.

L’inconscio che ci riguarda, l’inconscio del desiderio, è piuttosto una struttura che assembla, attraverso una logica e una grammatica precise, ciò che non può essere detto, l’indicibile, in altri termini tutto quello che pur appartenendo al soggetto in quanto parlante, al linguaggio si sottrae per esser detto in altro modo. Per questo, possiamo dire che l’inconscio freudiano è ciò che, in quanto intenzione originaria del dire del soggetto, non entra nel suo detto, vale a dire lo scarto, il resto tra l’enunciazione e l’enunciato.


Vediamo di chiarire meglio questo aspetto, anche perché è cruciale per la comprensione del desiderio, di come esso si origina, di come si struttura e di ciò che lo causa.


Il livello del bisogno

Alla nascita, il bambino deve essere accudito in tutto e per tutto dalla propria mamma, e mamma e bambino sono come uniti in una cosa sola, in una condizione di narcisismo assoluto, essendo a questo livello lo scambio tra madre e bambino soltanto speculare , dunque immaginario . Chiamiamo livello dei bisogni questa fase originaria delle cure materne. In virtù di questa condizione originaria di narcisismo - che Winnicott chiama della dipendenza assoluta e Lacan la condizione in cui il bambino è il fallo della madre - la madre risponde in maniera adeguata ai bisogni del bambino. In questa fase, quello che domina come fattore di regolazione dello scambio tra la mamma e il suo bambino è il bisogno e non ancora il desiderio. Bisogno e desiderio non sono infatti la stessa cosa, esistendo tra i due delle differenze radicali.

Il bisogno, il cui etimo deriva dal francese besoin che significa cura , designa la condizione di necessità in virtù della quale non si può vivere senza ottenere ciò che è indispensabile per la sopravvivenza, come per esempio il cibo, l’acqua, l’accudimento eccetera. Stati di bisogno sono infatti, per esempio, la fame, la sete, e tutte quelle condizioni di malessere che il bambino esprime attraverso il pianto o il grido e che la madre soddisfa, prima di tutto dando al bambino, attraverso il seno, il nutrimento di cui egli ha bisogno, il buon latte materno , e poi l’accudimento, le premure, e le coccole, profuse, come sappiamo, sia attraverso il contatto fisico (prendere in braccio, sostenere, cullare), sia attraverso la parola: una parola che però non è ancora sempre articolata, non è ancora sempre di senso compiuto, in quanto si tratta per lo più di una parola vezzeggiativa, dove il suono della voce materna conta più di quello che la madre dice. In altre parole, nella fase del bisogno, nella fase in cui il bambino dipende in tutto e per tutto dalla sua mamma, questa non solo lo nutre, ma lo fa in un certo modo, con tenerezza, sostenendo adeguatamente, coccolando e, soprattutto, parlando, e non solo: la mamma fa tutto questo inserendo il proprio bambino nella dimensione del gioco, esitando, in maniera tale che il bambino si illuda di essere lui a creare quel nutrimento che invece è la madre a fornirgli. La possibilità per il bambino di accedere all’esperienza dell’illusione costituisce infatti per Winnicott la base della sua creatività e della sua futura capacità di tollerare e di ricreare ciò che gli manca: è la base dunque della creatività intesa anche come capacità di stare nel desiderio, in quanto mancanza, e di sopportarlo.

Potete rendervi conto dell’importanza - purché nel giusto modo - dell’esperienza della frustrazione ai fini della crescita e della salute mentale. Molti dei disturbi alimentari dell’adulto, o anche della sessualità, possono essere l’effetto di qualcosa che non ha funzionato bene a questo livello, in quanto:

1)Il nutrimento è associato inevitabilmente al modo attraverso cui la madre lo dispensa e alle parole che rivolge al bambino. Per questo motivo, negli umani, il cibo non sarà mai solo un nutrimento (come è invece per gli animali nei quali la funzione del nutrimento è regolata, come quella sessuale, dall’istinto e non dalla parola) ma è anche, e soprattutto, un significante, in particolare un significante delle cure materne;

2)Dal momento che la mamma, quando dispensa le sue cure, oltre che parlare al suo bambino, lo coccola, lo tocca, lo accarezza, gioca insomma con il suo corpo, e anche con i suoi genitali e i suoi orifizi (cosa che gli animali non fanno, anche perché non hanno né le mani, né la parola, e anche se le mamme leccano i loro piccoli per pulirli, si limitano allo stretto necessario e senza tante moine e connotazioni, essendo anche questi contatti corporei regolati dall’istinto e non dalla parola) il corpo del bambino viene inevitabilmente anche sessualmente sollecitato dalle cure materne (gli orifizi sono zone erogene già nel bambino, come Freud capì e descrisse accuratamente nei Tre saggi sulla sessualità del 1905, nei quali definì infatti il bambino un perverso polimorfo e delineò le fasi orale, anale e genitale del suo sviluppo psicosessuale) e dunque il corpo diventa inevitabilmente anche il luogo di un godimento interdetto, dal momento che la madre, se da una parte squittisce gioiosa indugiando nelle manipolazioni corporee, dall’altra rimprovera quelle del bambino. In questo modo anche il corpo viene introdotto nel significante delle cure materne con la variante di cure che autorizzano e vietano al tempo stesso quel godimento che pure viene sollecitato.

L’iscrizione sia del nutrimento, sia del corpo del bambino nel significante materno sarà giustamente considerato da Lacan il vero trauma del bambino, più che quello della nascita, poiché «non è trauma semplicemente ciò che ha fatto irruzione a un certo momento e ha incrinato da qualche parte una struttura immaginata totale. […] Il trauma è dato dal fatto che certi avvenimenti vengono a situarsi in un certo posto di quella struttura. E, occupandolo, vi assumono il valore significante che vi è connesso in un determinato soggetto. Ecco in che cosa consiste il valore traumatico di un avvenimento» ( J. Lacan, Il Seminario. Libro VIII, p. 352 )

È dunque qui, in questi annodamenti del significante materno con i bisogni di nutrimento e di cure corporee del bambino, che disturbi alimentari e disturbi della sessualità dell’adulto potranno trovare la loro ragione e la loro causa.


Dal bisogno al desiderio

Durante i primi mesi di vita, dunque, il bambino riceve le cure materne, e la madre fornisce quello di cui lei effettivamente dispone (il seno, il latte, le coccole, la voce) e che corrisponde a quello che il bambino si aspetta, per cui possiamo dire che il bisogno è avere quello che si sta chiedendo a chi è in grado di darlo .

Il bisogno è perciò una domanda transitiva in quanto è domanda di un oggetto che corrisponde esattamente a ciò di cui si ha bisogno: il bisogno di nutrimento è una domanda di cibo sostenuta dalla fame, per cui fame e cibo sono rispettivamente la condizione di necessità e l’oggetto che serve per risolverla. Non si può rispondere alla fame dando acqua, quindi fame (stato di bisogno) e cibo (oggetto) sono un tutt’uno.

Freud considererà il desiderio proprio a partire dall’esperienza del soddisfacimento dei bisogni che la madre permette al proprio bambino. Il desiderio, per Freud, è la ripetizione di un’esperienza percettiva che già vissuta, soprattutto quando si era molto piccoli: un’esperienza collegata al soddisfacimento di un bisogno, e tale da lasciare, dice Freud, una traccia mnestica. Successivamente, se qualcosa nella mente inconscia rievoca associativamente questa esperienza percettiva di soddisfacimento pregresso, allora si mette in moto un’attività: il soggetto cerca, inconsciamente, di ripetere, di riprodurre, quella precedente esperienza di soddisfacimento del bisogno. Senonché, trattandosi di un’esperienza ormai perduta, di essa rimane solo la traccia mnestica , e dunque il tentativo di riprodurre nel presente ciò che è stato perduto può avvenire solo per via allucinatoria, nel sogno per esempio, e infatti non a caso Freud vedrà il sogno come l’appagamento del desiderio:

"L’immagine mnestica di una determinata percezione rimane associata alla traccia mnestica dell’eccitamento di bisogno. Appena questo bisogno ricompare una seconda volta, si apre, grazie al collegamento stabilito, un moto psichico che intende reinvestire l’immagine mnestica corrispondente a quella percezione, e riprovocare la percezione stessa; intende dunque in fondo ricostruire la situazione del primo soddisfacimento. È un moto di questo tipo che chiamiamo desiderio; la ricomparsa della percezione è l’appagamento di desiderio.” (Freud, “L’interpretazione dei sogni”, pagg. 565-566) .

Quindi per Freud il desiderio è un moto, un movimento psichico che cerca di ripristinare nel presente il soddisfacimento di un bisogno avvenuto nel passato, cui si ricollega attraverso una traccia mnestica .

I contributi successivi a Freud, da parte soprattutto di Winnicott e Lacan, rivedono il rapporto tra desiderio e bisogno, non tanto in termini di ritorno allucinatorio al soddisfacimento di un bisogno del passato ormai perduto, ma, al contrario, come uno spostamento del bisogno verso il desiderio per effetto della progressiva venuta meno da parte della madre alle cure del bambino, in modo da permettergli, oltre che l’esperienza di soddisfacimento dei suoi bisogni, anche quella della loro frustrazione (Winnicott) : vale a dire, in altri termini, che il desiderio è la conseguenza della castrazione attraverso cui passa il bambino quando si accorge, ad un certo punto, di non essere più il fallo della madre (Lacan).

Quindi il desiderio è la conseguenza di una frustrazione, o, se preferite, della castrazione a livello delle cure materne, e non il ritorno allucinatorio ad un soddisfacimento del bisogno nel passato, anche se da questa esperienza il desiderio trae il carattere della ricerca dell’oggetto perduto.

Se per Freud il desiderio si aggancia sempre alla ripetizione nel presente di un'esperienza passata, e perduta, per cui anche l'oggetto d'amore è sempre l'effige dell'oggetto perduto che si ripete nell'oggetto presente, per Lacan il desiderio apre al nuovo e l'oggetto d'amore, pur nella ripetizione, è anche un oggetto nuovo, un oggetto che sorprende e rompe, con la sua contingenza, l'autòmaton della necessità della ripetizione. Se per Freud le successive esperienze d'amore sono pur sempre delle fotocopie tutte uguali, per Lacan si accede all'amore solo in quanto esperienza del nuovo, in quanto inceppo della fotocopiatrice, essendo quella della fotocopia l'esperienza solo di ciò che attiene al godimento, e non dell'amore.


La madre parla al bambino e vi si rivolge come ad un adulto

Una madre non è soltanto una nutrice, vale a dire, non sta lì solo a nutrire il suo bambino, e non è neanche soltanto una madre che coccola e cambia pannolini. Se provvedesse solo a queste cose, sarebbe, forse, tecnicamente perfetta nel soddisfare i bisogni fisiologici del suo bambino, ma emotivamente inadeguata.

La madre efficace anche sul piano emotivo, ed affettivo, la madre sufficientemente buona , per dirla con Winnicott, è la madre che, oltre che assicurare latte, coccole e acqua di colonia, come dice Lacan, sa che deve farlo in un certo modo, e sa anche che deve parlare in un certo modo al suo bambino . Lo abbiamo già visto: è importante che la madre parli al bambino, inizialmente mediante un linguaggio dove conta più la musicalità del suono della sua voce, in grado di avvolgere il piccolo come in un abbraccio, che non l’articolazione di senso della parola che gli rivolge, e poi attraverso una parola articolata e dotata di senso compiuto

La madre insomma arriva sempre più a rivolgersi al proprio bambino come se lo vedesse già un adulto in grado di comprendere la lingua che lei ora utilizza in quanto la propria lingua, la lingua condivisa nella comunità, nella Nazione in cui vive.

In questo modo la madre prepara il proprio bambino all'ingresso nel mondo poiché, parlandogli, non solo gli insegna la lingua che in quel mondo si parla, ma gli trasmette anche il significante , vale a dire quella connotazione di senso che è al di là del significato della parola pronunciata, e che rappresenta il codice per lo scambio intersoggettivo: se infatti il significato è ciò che la parola vuole dire, il significante è il senso che il soggetto che la pronuncia vuole darle al di là del suo significato, cosa che ha permesso a Lacan di dire che il soggetto è un significante per un altro significante . Il significante è anche ciò che conferisce alla parola stessa il suo potere , una efficacia maggiore sia nel suo aspetto comunicativo, sia come mezzo per lo scambio simbolico e dunque indispensabile per fare legame sociale. In altri termini, se il significato assicura alla parola il suo valore informativo, il significante vi conferisce il suo potere performativo.

Il bambino dunque, attraverso le cure materne e grazie al fatto che la madre gli parla, impara la lingua madre , e impara a servirsi del significante, sia attraverso la sua articolazione sempre più corretta grazie al graduale adeguamento dell’apparato fonatorio, sia mediante quella concatenazione significante tale da conferire al discorso che viene a costituirsi, non solo il suo senso compiuto e condiviso, ma anche che il soggetto possa godere dell'uso che ne fa. Molti disturbi del linguaggio del bambino e dell’adulto trovano le loro ragion d’essere, le loro cause, proprio nel disturbo della comunicazione madre-bambino in questa fase. E ancora, dal momento che la parola conta non solo per il suo significato, ma anche per la sfilata dei significanti che vi insiste, un disturbo della comunicazione madre-bambino a questo livello può avere i suoi effetti anche sul piano dello sviluppo psicoaffettivo del bambino: autismo e psicosi, dal nostro punto di vista, sono in relazione, evidentemente, proprio ad un mancato accesso al significante e dunque al registro Simbolico di cui il significante è il mezzo per poterne disporre.

La madre si rivolge al bambino come ad un adulto non solo attraverso la parola, ma anche mediante il gesto : per esempio, quando ella solleva il suo bambino, lo fa in maniera tale da dargli la sensazione che non siano le braccia materne a sollevarlo, ma che sia lui stesso a farlo, da sé e con la sua sola forza. In questo modo, così facendo più e più volte, la madre trasmette al bambino un credito anticipato di soggettività e un’illusione : credere di essere un adulto ancora prima di esserlo effettivamente diventato.

Questa qualità particolare dello scambio tra la madre e il bambino, fatto di parole e di gesti materni che vanno sempre più nella direzione di favorire il distacco e l’autonomia del bambino, è cruciale, come vedremo, per la transizione dal livello del bisogno a quello del desiderio, è cruciale affinché il bisogno venga trasferito ad un livello superiore che è quello del desiderio, in quanto livello non più del grido, del pianto, ma livello della parola significante: non più livello della richiesta improcrastinabile di ciò di cui si ha bisogno, ma livello, come vedremo, della domanda di riconoscimento.


Illusione e anticipazione

Come vedete, nel corso del processo di graduale distacco che la madre consente al bambino, fattori importanti, fattori cruciali, possiamo dire, di modulazione del processo - e dunque di elevazione del bisogno a desiderio - sono l’esperienza dell’ illusione (il bambino crede che sia lui a creare ciò di cui ha bisogno) e quella dell’ anticipazione (il bambino riceve un credito anticipato di soggettività): entrambe queste esperienze spostano - traumaticamente - il bambino dal luogo della passività , entro cui lo relega il bisogno, al luogo dell’ attività , in cui lo costituisce appunto il desiderio.

Anche la famosa fase dello specchio che descrive Lacan rientra evidentemente nella logica dell’illusione e dell’anticipazione della soggettività. Già fin da quando il bambino, in ragione della sua immaturità motoria, non è ancora in grado di tenersi in piedi da solo, davanti allo specchio la madre - o comunque un adulto - gli indica la sua immagine riflessa presentandogliela come la sua: tu sei quello . In questo modo il bambino, purché sapendosi visto dall’adulto affianco o appena dietro di lui (è importante che avvenga questa doppia visione: il bambino vede la sua immagine riflessa allo specchio sapendosi al contempo visto dall’adulto dietro di lui), ne gioisce manifestando una reazione giubilatoria - è il termine che usa Lacan - con l'effetto di costituirsi anticipatamente come un Io dotato di autonomia motoria e posturale sua propria, ortopedizzato , come si dice, anche se ancora non lo è veramente. Per questo possiamo dire che la nozione di io , sapersi un io , avviene, non attraverso un processo di maturazione interna, intrapsichica, ma per effetto della riacquisizione della propria immagine riflessa nello specchio e percepita illusoriamente come di un altro. Il bambino quindi si forma come un Io attraverso un processo di alienazione soggettiva : io sono quello, il mio Io è quello lì nello specchio . Il processo di costruzione dell’Io avviene dunque per via immaginaria, illusoriamente e anticipatamente . Per questo possiamo dire che, sul piano dell’io, siamo una serie di identificazioni immaginarie che si susseguono e che l’io è, in questo senso, e come ci fa notare Lacan, il sintomo narcisistico per eccellenza , vale a dire la paranoia del soggetto.


La Simbolizzazione e l'Edipo

Il processo di graduale separazione del bambino dalla madre, grazie alla qualità delle sue cure che, come abbiamo visto, ne comportano non solo la presenza, ma anche la capacità di somministrare nel dovuto modo anche la sua assenza, se ad un livello permette lo spostamento del bambino dal regime del bisogno a quello del desiderio, attraverso le evoluzioni del linguaggio e l’apprendimento della parola significante secondo le modalità che abbiamo delineato, ad un altro livello, quello per così dire di struttura psichica , può essere descritto in termini di evoluzione dalla dimensione della dualità madre-bambino a quella della terzeità: madre-bambino-l’altro, dove l’altro, il terzo, corrisponde alla funzione paterna. Vale a dire che possiamo descrivere l’evoluzione dalla dipendenza assoluta verso la sua parziale frattura - la evoluzione cioè del bisogno verso il desiderio - anche in termini di acquisizione, accanto al registro dell’Immaginario, di quello Simbolico: il livello del bisogno essendo infatti quello dell’immaginario, mentre quello del desiderio proprio dell’ordine simbolico [1].

Da questa prospettiva, parliamo ora di processo di Simbolizzazione , in quanto si tratta, per il bambino, di elaborare in termini simbolici quello che viene a mancare come effetto dell’assenza della madre. Si tratta dunque del fatto che il bambino deve  simbolizzare una mancanza: la mancanza del fallo nella madre. Vale a dire che il bambino, a questo punto della sua storia, si trova costretto a fare i conti con il fatto che la madre è mancante proprio di quel fallo che egli pensava di essere, avendolo la madre collocato, come abbiamo visto, proprio nel posto che reca l’insegna della sua mancanza. Abbiamo visto che all’inizio il bambino è tutto per sua madre, e se è tutto, di conseguenza, la madre, nell’esperienza di entrambi, non manca di nulla. Quindi la madre non è castrata: ha il fallo in quanto ha il suo bambino.

Se, per il bambino, essere il fallo della madre è fondamentale nei primi mesi perché è proprio questa condizione che gli assicura la presenza materna in tutto e per tutto, non lo sarebbe altrettanto se continuasse ad esserlo per troppo tempo. E infatti, se tutto va bene, prima o poi la madre stessa, pur godendo della sensazione di appagante ripienezza che le deriva dal sentire il bambino come il suo fallo, avvertirà - si spera - che sarà pure bene che cominci, gradualmente, anche a venir meno alla sua funzione di accudimento assoluto, e dunque a distaccarlo sempre più dalla posizione di fallo nella quale lo ha finora collocato. Insomma, la madre deve cominciare ad accedere all’esperienza che il suo bambino non è tutto per lei e permettere al tempo stesso che condivida dal canto suo la stessa esperienza: solo così egli può realizzare di non essere più il fallo di sua madre, di non essere più il suo unico, assoluto desiderio .

Questa fase di distacco, di passaggio dall’essere un tutto all’essere un non tutto , e che, possiamo dire, corrisponde allo svezzamento (il bambino non si nutre più del solo latte materno, ma anche di altro ) è resa possibile dal fatto che al cosiddetto desiderio della madre (di essere l’unico desiderio per suo figlio e di avere come desiderio unicamente suo figlio) subentra gradualmente anche il desiderio della donna, della donna che una madre non dovrebbe mai dimenticare di essere, e che è desiderio non più solo per il suo bambino, ma anche per altro, per il suo uomo, per esempio, che in genere è poi anche il padre del bambino. o comunque quell’altro che la madre avrebbe collocato nel luogo simbolico del padre.

Ed è il Padre che entra in funzione come causa del desiderio della madre verso di lui, dal momento che il padre è in effetti non altro che ciò che interdice il desiderio d'incesto tra madre e bambino: in Freud, vietandolo al bambino, in Lacan, vietandolo alla madre, nel senso che per Lacan, il padre si rivolge più alla madre che al bambino: "non è lui il fallo che puoi desiderare, perché il fallo del tuo desiderio lo posseggo io",  liberando in questo modo il bambino dal desiderio materno, che diventerebbe altrimenti un desiderio cannibalico. 

Vedremo a breve quanto sia importante per il bambino trovare il luogo del desiderio materno occupato da un padre , vale a dire da quella figura che viene incaricata dalla madre a svolgere le incombenze di padre nel modo dovuto: mi esprimo in questi termini perché, anche se la funzione di padre è generalmente assunta dal padre generativo, il padre che conta è il padre riconosciuto e presentato in quanto tale dalla madre, è il padre nominato dalla madre, il padre che ella mette in funzione.

È in questo modo, grazie alla nominazione paterna ad opera della madre, che la relazione duale madre-bambino può fratturarsi per dare spazio al terzo, e dunque alla movimentazione dell’Edipo .

L’Edipo significa che, se l’altro occupa il posto del padre per incarico della madre, è per lo più perché, dal canto suo, il padre fa della madre l’unico oggetto del suo desiderio: la madre mette l’altro nel luogo del padre, a patto che questi metta la madre nel luogo del proprio desiderio. In tal modo la madre sostituirà più facilmente il  desiderio della madre, che va verso il suo bambino, con il desiderio della donna, che va invece verso altro, il proprio uomo per esempio, e il bambino, dal canto suo, potrà rendersi conto che, se pure perderà il privilegio di essere il fallo immaginario della propria madre, tuttavia guadagnerà quello, di ordine superiore, di ricevere, ora, dal padre il fallo simbolico, grazie al quale potrà desiderare tutte le donne del mondo tranne una, quella che, in quanto sua madre, è l’unica donna che invece il padre potrà desiderare, ai suoi occhi.

Come vedete l’Edipo è dunque l’apparato che, vietando il godimento dell’incesto, permette lo spostamento del bambino dal registro del bisogno a quello del desiderio: l’Edipo è ciò che presiede, come effetto della simbolizzazione della castrazione della madre, alla costituzione del desiderio e alla sua giusta distribuzione tra i soggetti in cui si implica, giusta distribuzione cui presiede - ed è questo l'apporto lacaniano all'Edipo freudiano - non il padre, ma un quarto elemento, (oltre i tre coinvolti classicamente in Freud, del padre, della madre, e del bambino) e cioè il Fallo, quel significante che permette l'effetto di significazione di ogni significante.

Andiamo a vedere adesso come le cose si dispongono rispettivamente dalla parte della madre e da quella del bambino.

La madre

La madre dunque provvede al graduale distacco da sé del bambino, condizione ineludibile per il suo ingresso nel mondo e per poter stabilire relazioni con i suoi simili.

Ma cos’è, nella madre, che le permette di rinunciare al godimento che trae dall’essere tutta per il proprio bambino e , distaccandosene progressivamente, di optare invece per essere ora non tutta? Glielo permette il suo desiderio. È il desiderio che la sostiene nella rinuncia al godimento, in quanto il desiderio che il bambino possa intraprendere il proprio percorso di separazione supera (o dovrebbe superare) il godimento di trattenerlo tutto a sé. Solo un desiderio può permetterle di tollerare che anche il proprio bambino sia ora non tutto per lei, e di sostenerlo in questo.

Vedete la forza del desiderio nel mettere la madre nella condizione di porre un limite al proprio godimento, e vedete pure come, di conseguenza, sia proprio la possibilità di transitare dall’esperienza condivisa di essere un tutto , a quella di essere ora un non tutto a rappresentare uno snodo cruciale per la crescita del soggetto umano. Alla base della salute mentale troviamo infatti la condizione del non tutto, non quella del tutto , essendo la prima la condizione del desiderio, la seconda quella del godimento cui il desiderio impone il suo limite.

In che modo opera il desiderio nella madre?

Possiamo dire che il desiderio opera secondo una logica di sostituzione (la logica del desiderio è sempre una logica di sostituzione e il desiderio è di per sé metonimico ): la madre può sopportare il lutto (ogni processo separativo è un lutto) del distacco dal proprio bambino se è in grado di sostituire il proprio godimento di madre con il godimento di donna, vale a dire, se riesce a sostituire il suo essere del tutto madre con il suo essere anche una donna.

La sostituzione ad opera del desiderio della madre è dunque una sostituzione di godimento: la madre riesce a dire non al godimento d'incesto per il figlio se può guadagnarne subito dopo un altro di ordine superiore e che è il godimento della donna per il proprio uomo o comunque per altro. Questa sostituzione di godimento è importante perché, se dal lato del figlio rende impossibile l'incesto, dal lato della madre, fa della madre di nuovo una donna desiderante di altro , in particolare di quell’altro che è il proprio uomo, e del proprio uomo non solo in quanto partner sessuale, ma anche in quanto colui che ella mette nel luogo di padre, perché è grazie a questa sostituzione di godimento che la madre può arrivare a presentare un padre al proprio bambino, iniziandolo in questo modo all’Edipo.

Chiamiamo metafora paterna l’insieme di questo processo di sostituzione di godimento che di fatto permette ad una madre di desiderare l’entrata in scena del padre. In altre parole, se la metafora paterna, vietando nella madre il godimento d'incesto, l'autorizza al godimento della donna, un padre, di conseguenza, è una metafora, un simbolo, una funzione attivata dalla madre stessa. Ora, che la madre attivi questa funzione è fondamentale, perché solo in questo modo un bambino, o una bambina (le cose avvengono a questo livello per entrambi allo stesso modo), può introiettare, installare dentro di sé la rappresentazione della figura paterna come funzione normativa, come quella Legge interna che fissa il principio del limite, del no, che è limite e no prima di tutto, come vedremo, al godimento - vale a dire al tutto e subito. Si tratta della precondizione del desiderio, poiché il desiderio è proprio la capacità di tollerare il no , di optare per la rinuncia a un godimento immediato per qualcosa di più utile e costruttivo in un secondo momento, e di un ordine superiore. Per questo il desiderio è anche ciò che permette - anzi obbliga - un soggetto alla sua etica, vale a dire ad un sapere circa quello che può e quello che non può fare.

Lacan chiama il Nome-del-Padre questa struttura che il bambino preleva dalla presentazione che ne fa la madre e che si costituisce dentro di lui, come abbiamo visto, non solo in quanto Legge - la Legge che, vietando il godimento dell’incesto, fonda appunto il desiderio - ma anche in quanto architrave stabilizzante del soggetto, dal momento che la logica del limite, del non tutto e non subito , l’inclusione del no come opzione possibile che può precedere talvolta anche il sì, dona al soggetto la possibilità di reperire, stabilire, sopportare, fissare quei punti fermi che servono a punteggiare un discorso, a concedersi una pausa, a poter aspettare altri tempi o altre opportunità, ad arrestare in tempo le cogitazioni del pensiero, l’impellenza dei bisogni, la spinta coattiva delle pulsioni, e soprattutto a imporre un freno al godimento che altrimenti, come dice Lacan, può iniziare come un solletico e finire come un incendio. Insomma, senza questa funzione, del Nome-del-Padre, non vi è possibilità di struttura soggettiva che possa sostenersi nel suo stare al mondo.

Disturbi della sessualità femminile dopo uno svezzamento e molti disturbi psichici del bambino prima, dell’adulto poi, dall’autismo, alla psicosi, alla schizofrenia, sono spesso l’effetto, la conseguenza della mancata iscrizione del Nome-del-Padre, nella madre come nel bambino.

Il bambino

Durante il progressivo distacco dalla madre il piccolo si trova a dover fare i conti con un fatto nuovo, da una parte inatteso, dall’altra però anche non del tutto inatteso, in quanto la madre, se è, come dice Winnicott, sufficientemente buona , in effetti avrà provveduto anche a prepararlo progressivamente al fatto che le sue cure non sono per sempre. E tuttavia, in quanto, se pur progressivamente, e amorevolmente , madre che ora non dona più solo nutrimento e accudimento incondizionato, non assicura più solo presenza, ma comincia a donare anche assenza è, e deve essere, nella percezione del bambino anche una madre sufficientemente cattiva , come giustamente osserva lo psicoanalista lacaniano Eric Laurent . Diciamo, insomma, che la madre che funziona è - sempre dal versante del bambino - un misto di buono (presenza) e di cattivo (assenza). E dunque, il fatto nuovo che il bambino si trova ora a dover affrontare è quello di non essere più tutto per la propria mamma. Il bambino accede all’esperienza traumatica di non essere più l’unico desiderio della madre, di non essere più il fallo della madre, e dunque, di conseguenza, che ella non ha alcun fallo: ne è priva. Noi chiamiamo questa esperienza della privazione del fallo nella madre la castrazione della madre . L’esperienza che il bambino fa di non essere più il desiderio unico e solo della madre è una esperienza di castrazione: qualcosa viene a mancare, e lì dove vi era un pieno nella unione assoluta con la madre, ora lì vi è una faglia, una frattura, una beanza. Come abbiamo visto dal lato della madre, è il desiderio della donna che, facendo del desiderio della madre un desiderio non più tutto e solo per il proprio bambino, ma anche un desiderio di altro , a causare il decentramento del bambino dalla posizione privilegiata di essere il suo unico desiderio. Possiamo solo accennare qui, en passant, che questa frattura, come tutte le fratture, oltre che essere traumatica, lascia anche dei pezzi, dei resti , che provenendo da ciò che univa il bambino alla madre, ne portano la traccia, resti che Lacan, nell'insieme, chiama, al singolare, l'oggetto piccolo a , che corrisponde più o meno, in un certo senso all' oggetto transizionale di Winnicott - in quanto anche questo sta tra il bambino e la madre - e che rimanendo quindi, come dire, al di qua della separazione, alle sue spalle, è designato da Lacan come l'oggetto causa del desiderio, nel senso che essendo - l'oggetto piccolo a - ciò che è stato perduto in seguito alla separazione, è il vero oggetto del desiderio, ma in quanto causa, non potendo essere più ritrovato come oggetto del suo soddisfacimento. Il che spiega l'impossibilità della soddisfazione del desiderio: l'oggetto che il desiderio cerca è l'oggetto che lo causa e non quello che possa permetterne il soddisfacimento, perché questo oggetto è perduto per sempre, è ormai alle spalle.

Il bambino deve dunque fare i conti con il fatto che la madre desidera ora anche altro , un altro che al bambino appare per il momento misterioso ed enigmatico. Lacan giustamente sottolinea che il desiderio della madre deve poter diventare un desiderio enigmatico nella percezione del bambino, in quanto rimanda ad un altro di cui il bambino non sa ancora nulla, e che per questo si tinge di mistero e di angoscia. Vedete qui il valore positivo che l’angoscia riveste per la crescita del soggetto.

Si profila in questo modo l’ingresso nella scena del terzo, di quel terzo che sarà ben presto incarnato da quella figura che, come abbiamo visto, dal suo versante, la madre colloca nel luogo del padre.

Il bambino può dunque fare i conti con questo terzo, che imparerà a riconoscere come il proprio padre, solo passando attraverso il trauma della scoperta della castrazione della madre. Questo significa, in altri termini, che un soggetto può introiettare un padre come funzione, come il Nome-del-Padre che abbiamo conosciuto, solo a patto che accetti la castrazione della madre, e dunque possiamo dire che un padre è quella figura che una madre erige sulla propria castrazione.

Il riconoscimento da parte del bambino della castrazione della madre - che Freud designa con il termine di Bejahung - è dunque un passaggio fondamentale, poiché, come vedremo, sarà dalla sua adeguata elaborazione che dipenderà il destino del bambino verso la salute o verso la malattia.

La Bejahung è dire di sì alla mancanza, ammetterla, riconoscerla, non negarla, e dunque possiamo considerarla la base del processo di elaborazione di ogni mancanza e di ogni perdita successive, processo di elaborazione che abbiamo chiamato di simbolizzazione , in quanto consiste nel fare della perdita, e di quel vuoto che essa lascia, qualcosa d’altro che serve, non a negarlo, non ad otturarlo, ma a rappresentarlo : funzione di rappresentazione cui presiede quel significante di tutti i significanti che è il Fallo ( ɸ ), con la F maiuscola, questa volta, per distinguerlo dal fallo, con la f minuscola, che è il fallo - immaginario - della madre la cui mancanza, il Fallo - simbolico - deve ora, appunto, simbolizzare. Per questo, possiamo dire che il Fallo, è il segnale che indica che da qualche parte, là dove ce lo aspettiamo, il fallo manca, vale a dire che il Fallo è l’insegna di una mancanza.

La Bejahung - base di ogni simbolizzazione - è dunque precondizione sia della significazione del Fallo (Lacan), sia della rimozione di ciò che riconosce, la castrazione, in quanto la sua simbolizzazione è inconscia, anzi movimenta il lavoro dell’inconscio.

In sintesi, possiamo dire che la possibilità di tollerare la castrazione, il fatto cioè che siamo mancanti, uomini e donne, del fallo della madre, e dunque la possibilità che si costituisca la condizione del desiderio, discende direttamente dall’esperienza di riconoscimento, rimozione e simbolizzazione della castrazione materna, resa possibile, come abbiamo visto, dall’ingresso del padre nella scena del legame madre/bambino ad opera del desiderio della madre, che lascia il posto al desiderio della donna: l’insieme di questi passaggi costituisce l’apparato dell’Edipo visto dalla parte del bambino: e dunque vedete ancora una volta l’Edipo come quella sorta di laboratorio nel quale il bambino entra come soggetto di bisogni e ne esce come soggetto di desiderio.

Freud ha visto nel famoso gioco del rocchetto del nipotino Ernst ( fort-da ), che descrive in Al di là del principio di piacere (1920) , il modo attraverso cui il bambino fronteggia sia l’angoscia dell’allontanamento della madre, quindi della sua assenza, e sia anche quella del suo ritorno, quindi della sua presenza, vale a dire l’angoscia di questo andirivieni della madre che il gioco del va e vieni del rocchetto serve a simbolizzare, poiché trasmette al bambino l’illusione che sia lui a controllarlo. Un modo dunque per affrontare l’enigma del desiderio della madre e dunque di elaborare la castrazione materna. Un modo che in fondo corrisponde all’uso che il bambino fa del famoso oggetto transizionale descritto da Winnicott.

È in questo modo allora, a partire cioè dalla Bejahung della castrazione materna e dalla sua simbolizzazione, che può strutturarsi il desiderio, e di conseguenza è nella misura in cui la madre sa rendere enigmatico il proprio desiderio che può produrre lo spostamento del bambino dall’ordine del bisogno a quello del desiderio.

Come effetto di questo spostamento, il bambino accede alla domanda, in quanto può mettere il bisogno sotto forma di domanda intransitiva. Per questo il desiderio è ciò che rende possibile la domanda rivolta all'altro e che non è più domanda di questo o quello, ma domanda di riconoscimento.


La domanda del bisogno e la domanda del desiderio

Vedete dunque che il desiderio, la possibilità che si strutturi nel soggetto la funzione del desiderio, senza la quale non può esservi salute e vita psichica, è l’effetto del superamento del bisogno grazie, diciamo così, all’ azione della madre - azione causata dal padre in quanto funzione (metafore paterne) - nella misura in cui ella sa far venire meno la prontezza della  risposta, sa introdurre la frustrazione - il no – come elemento di crescita. Solo dalla frustrazione del bisogno la posizione del bambino, da passivo-dipendente, può evolvere verso quella attiva di soggetto che organizza la domanda a partire da un desiderio e non più da un bisogno.

Possiamo quindi dire che il desiderio rappresenta lo spostamento del discorso, l’acquisizione di un modo nuovo di rapportarsi all’altro mediante l’uso del linguaggio.

Nella fase del bisogno non vi è possibilità di accedere ad un discorso che includa la domanda. La condizione del bisogno si struttura intorno alla richiesta, alla pretesa e pone l’altro nella funzione d’uso, nella funzione di strumento che deve prontamente soddisfare la richiesta che è dunque domanda transitiva , vale a dire domanda di ciò che serve e di cui non si può fare a meno, e dunque presuppone che l’altro sia in grado di dare quello che serve. La madre del bisogno è la madre che dà quello che ha.

La posizione del desiderio invece comporta l’acquisizione del fatto che la madre dà quello che non ha , vale a dire l’acquisizione del fatto che la madre è castrata , è non tutta per il suo bambino. Di conseguenza il bambino deve fare i conti con la mancanza, con il fatto che l’altro manca proprio di quello che ha perduto e che dunque non gli potrà mai più rendere.

Il desiderio è dunque ciò che spinge alla domanda che rivolgiamo all’altro nella speranza che possa darci quello che abbiamo perduto, ma si tratta di una domanda impossibile perché, ovviamente, l’altro è anch’egli sprovvisto esattamente di quello che cerchiamo, perché perduto anche per lui. Per questo la domanda sostenuta dal desiderio è una domanda di riconoscimento: che l’altro riconosca il nostro desiderio. Il desiderio dell’uomo è sempre il desiderio dell’Altro , dice Lacan, dove il dell’Altro è da intendersi sia in senso genitivo, che oggettivo.


Il desiderio e l’amore

Se il desiderio si struttura a partire dalla mancanza, si organizza intorno ad una mancanza, è esso stesso mancanza. Possiamo dire che il desiderio è la struttura stessa della mancanza e che per poterlo tener vivo dobbiamo allora saper amministrare quella mancanza su cui esso si fonda. Saper amministrare la propria mancanza (il soggetto è una mancanza-a-essere, dice Lacan) significa evitare, come invece oggi spesso e diffusamente non succede, di riempirla di qualsiasi cosa possa servire a questo scopo: i gadget, le sostanze, le droghe, i farmaci, il cibo, il sesso. Ma anche i saperi, le scienze, le religioni, che, facendo credere di poter risolvere e spiegare tutto, e di poter colmare ogni vuoto, possono essere utilizzate per realizzare un pieno là dove non sopportiamo possa esserci un vuoto, il vuoto di sapere, appunto. Il desiderio è invece la capacità di tollerare che non tutto può esser compreso, non tutto può essere capito, non tutto si può sapere. Essere nel proprio desiderio significa fare della propria mancanza un punto di forza e non di debolezza, perché è solo dalla mancanza che possiamo creare il nostro sapere, soprattutto il sapere su noi stessi, quel sapere soggettivo che non corrisponde a quel sapere prestabilito che la scienza vuol farci credere che tratti effettivamente di noi.

Ma dalla mancanza soggettiva non proviene solo la creatività: è a partire dal nostro vuoto, se sappiamo non saturarlo immediatamente e in ogni caso secondo la logica del tutto e subito, che noi possiamo rivolgerci a qualcuno facendone il destinatario della nostra domanda d’amore.

L’amore si sostiene sul desiderio ( un amore senza desiderio è un amore morto, avverte Lacan) ed è causa di desiderio. Non esiste amore possibile se non quello che mette in causa il nostro desiderio, dunque la nostra mancanza. Rendersi amabili, farsi amare, far innamorare di sé, oltre che naturalmente potersi innamorare, significa saper causare il desiderio in sé stessi e nell’altro, e dunque, siccome il desiderio è mancanza, amare significa causare la mancanza nell’altro. Di qui il noto aforisma di Lacan che l’amore è dare quello che non si ha . La domanda più frequente degli amanti, dopo mi ami? E' ti manco? Ogni amante vuole sentirsi dire dalla persona amata che le manca.

Dunque, l’amore, in quanto alimentato dal desiderio, è scambiarsi le rispettive mancanze, come hanno capito molto bene i poeti. L’amore non è certo scambio di doni, quella è semmai la festa - dice Lacan - l’amore è invece scambio di mancanza nella presenza che ognuno sa assicurare all’altro, perché far sentire la mancanza non significa essere assenti, ma al contrario, garantire una presenza che non saturi, che sappia rispettare, anzi, causare la mancanza.

Spesso l’amore è invece inteso come ciò che ci deve appagare e non farci sentire mancanti di nulla. Ma questa è il godimento, la dipendenza, la droga, non l’amore: molti disturbi delle relazioni tra i sessi ruotano intorno a una tale confusione.

Se gli amanti si scambiano quello che non hanno, tenendo in questo modo vivo il desiderio, dall’altra parte l’amore è ciò che si sostiene attraverso la domanda, non di questo o quello, ma di riconoscimento: io chi sono per te? Cosa rappresento per te? Ecco, il desiderio che è alla base della domanda d’amore è desiderio di riconoscimento ed è sempre un desiderio che si rivolge ad uno in particolare. A differenza di quei legami, spesso, come abbiamo visto, scambiati per amore, ma che si basano invece sulla dipendenza dall’altro in quanto l’altro del soddisfacimento, l’altro che dà quello che ha e dunque che in quanto tale è un altro sostituibile, l’altro del bisogno e non l’altro del desiderio, il legame d’amore si rivolge ad uno in particolare, all’altro che ci dice qualcosa e solo a noi e che è causa, non soddisfacimento, del desiderio, l’altro che dà quello che non ha, un altro dunque insostituibile, perché, come dice Lacan, l’amore è sempre l’amore per un nome. Quel nome che siamo riusciti a mettere nella intimità di quel luogo, nostro e solo nostro, che è il luogo della causa e non della soddisfazione del desiderio: il luogo del nostro desiderio, il luogo del nostro oggetto piccolo a, il luogo del nostro amore.

























[1] Bisogna tener presente che, se pure è corretto esprimerci in termini evolutivi, in quanto si tratta, nel bambino, di un processo di arricchimento di possibilità ulteriori, grazie alla funzione materna, sul piano linguistico, operazionale, di autonomia e di esperienza soggettiva in relazione all’altro (esperienza duale/immaginaria verso quella terza/simbolica), i livelli di cui parliamo non sono da intendersi come superati e ormai relegati nel passato man mano che si acquisiscono quelli di ordine superiore. Piuttosto, si tratta di evoluzione in cui i livelli successivi non sostituiscono i precedenti, ma vi si aggiungono e si annodano tra di loro costituendo così il modo di essere del soggetto nell’attualità della sua esperienza.


Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 17 maggio 2026
Il fondamento di ogni relazione umana - che sia tale da permettere un autentico scambio dialettico interpersonale - è il riconoscimento dell'Altro come essere separato, dotato di un desiderio suo proprio e di una volontà autonoma. Il riconoscimento cioè che l'Altro è un altro da sé e non un altro di sé. Tuttavia, nei diversi contesti umani, questo riconoscimento dell'alterità dell'Altro non è garantita, non è scontatta. Perché? Perché spesso ci ritroviamo in relazioni nelle quali facciamo la dolorosa esperienza di non essere ascoltati, di non essere tenuti in debita considerazione, di non essere riconosciuti come soggetti dotati di una propria autonomia di pensiero? La psicoanalisi può mostrarcene le ragioni ed offrirci la possibilità di comprendere come e perché possano stabilirsi tali dinamiche, quali ne siano la logica e la struttura, e perché possono essere definite come perverse, allargando così il campo delle Perversioni da quello di certi comportamenti sessuali a quello di relazioni interpersonali caratterizzate dal rifiuto sistematico di riconoscere nella'Altro una soggettività sua propria, distinta e separata da sé. E' il Padre della Psicoanalisi, Sigmund Freud, ad individuare per primo il meccanismo centrale della perversione come Verleugnung, ossia, in italiano, come "diniego", "ripudio". Per Freud, il perverso è colui che si rifiuta di accettare la realtà della "castrazione", ovvero l'esistenza di un limite, di una mancanza, di una diversità irriducibile tra sé e l'Altro. La Verleugnung non è una semplice negazione, è di più, è una "doppia negazione": 𝑁𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑖 𝑚𝑎𝑛𝑐𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎, 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑠𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑒 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑚𝑒 𝑙𝑒 𝑎𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑚𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑖𝑜. È una posizione categorica e irriducibile di disconoscimento della realtà, e della verità oggettiva. Una posizione che, per essere sostenuta e conservata nella sua operazione di diniego, deve servirsi - questo è un punto importante - della scissione inconscia dell'Io, ossia della separazione e del disconoscimento di quella parte di sé che non può non riconoscere come stanno effettivamente le cose. Il diniego non è dell'ordine del delirio, non è una falsa verità, è l'odio per la verità e l'odio, prima che nei confronti dell'Altro e della sua verità, nei confronti di quella parte di sé che, riconoscendo la verità vera, non può ammetterla, ma solo trattenerla come una traccia crepuscolare. J acques Lacan riprende e approfondisce l'intuizione freudiana, spostando il focus dalla castrazione individuale a quella dell'Altro (il partner, la società, il linguaggio stesso). I l perverso non tollera che l'Altro sia "bucato" , mancante. Perché? Perché se l'Altro è incompleto e ha un proprio desiderio, allora può porre un limite al godimento del soggetto. Il perverso, invece, mira a un godimento assoluto, senza ostacoli. Non sopporta che il proprio godimento possa essere interdetto o messo in discussione dal desiderio dell'Altro. La sua missione diventa quindi quella di "tappare il buco" nell'Altro , di renderlo un partner completo, uno strumento prevedibile e funzionale al proprio godimento. Qui cogliamo la differenza cruciale con la struttura nevrotica. Se il perverso non tiene in alcun conto il desiderio dell'Altro, il nevrotico, al contrario, ne è talmente dominato da sottomettervisi completamente, al punto di dimenticare il proprio. Il nevrotico soffre immensamente del desiderio dell'Altro: lo riconosce, se ne fa carico, vi accondiscende o vi si ribella, ma non ne nega mai l'esistenza. Se la posizione del perverso nei confronti della mancanza dell'Altro è della d oppia negazione , quella del nevrotico è di un doppio riconoscimento : sia del desiderio dell'Altro, che della propria sofferenza nel temere di non potervi aderire del tutto. Tuttavia, questo doppio riconoscimento, per quanto doloroso, apre a una dialettica possibile con l'Altro. Nel preverso, invece, il diniego radicale delle ragioni dell'Altro chiude ad ogni possibile dialogo. Se il nevrotico è in una relazione dialettica infinita con l'Altro, il perverso se ne tira radicalmente fuori: valgono solo le sue ragioni. Il perverso non nega semplicemente la volontà dell'Altro, nega la validità stessa della sua esistenza come soggetto pensante e desiderante. In questo modo, il perverso confonde e fa vacillare la realtà dell'interlocutore, imponendo la propria come l'unica verità possibile. Questo è il cuore della posizione di godimento del perverso: l'annullamento della differenza. Una posizione che può sfociare in vere e proprie tragedie, come il fenomeno dello Stalking o dei femminicidi, nei quali viene soppressa, non la volontà dell'Altro, ma l'Altro stesso in quanto soggetto di una volontà diversa e intollerabile E tuttavia, spesso, la relazione perversa non è unilaterale, ma si nutre di una complicità inconscia. I due partner creano un "patto diabolico" in cui entrambi collaborano per distruggere la castrazione, la mancanza, in sé stessi e nell'altro. Il desiderio, che nasce dalla mancanza e fonda l'amore, viene sostituito dai godimenti complementari ldei due partner: Il godimento di chi plagia si incastra perfettamente con il godimento di chi si lascia plagiare, in un gioco che scongiura il rischio evidentemente più temuto, quello di amare davvero, ovvero di accettare l'incompletezza reciproca. In conclusione, la perversione non è solo una categoria diagnostica, ma una modalità relazionale che si basa sul disconoscimento della separazione fondamentale tra sé e l'Altro. È perverso ogni atteggiamento, individuale o collettivo, che neghi la legittimità delle istanze altrui per proteggere un godimento soggettivo. La Storia offre esempi terrificanti di questa logica: l'Inquisizione, le crociate, i totalitarismi. Sono tutti sistemi che si fondano sull'imposizione di un'unica Verità e sulla sistematica, violenta eliminazione di ogni posizione discordante. Sono la manifestazione di un rifiuto radicale di quella differenza che, invece, è il fondamento stesso dell'amore e della vita.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 10 maggio 2026
La tesi più radicale e spesso fraintesa di Jacques Lacan è quella che egli riassume nel celebre aforisma: 𝑛𝑜𝑛 𝑐'𝑒̀ 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. Questo non significa, banalmente, che gli esseri umani non facciano sesso tra di loro o che non vi siamo atti sessuali. Significa qualcosa di molto più profondo, ossia che non esiste una formula, un codice naturale che possa scrivere la relazione tra un sesso e l'altro, che possa prestabilirla una volta per tutte, che possa predeterminarne l'armonia, garantirne il funzionamento ottimale e il successo. Non esiste una matematica del sesso umano, una sua scrittura, tanto nella biologia, quanto nell'inconscio stesso. A differenza degli animali, guidati dall'istinto che crea un rapporto fisso e funzionale alla specie, l'essere umano, essendo immerso nel linguaggio, ha perso per sempre questa bussola biologica. Siamo 𝑝𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎, e questo ha due conseguenze fondamentali. In primo luogo, 𝐼𝑙 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒: non ci accoppiamo, mettiamo in scena una fantasia. Non desideriamo l'Altro in sé, ma l'oggetto causa del nostro desiderio ((𝑜𝑔𝑔𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑎)) che presumiamo l'Altro possegga. Ogni atto sessuale non è un incontro tra due nature che si completano, ma un complesso dialogo tra due mondi inconsci, due fantasie che solo per un breve istante possono sperare di sovrapporsi, senza mai combaciare del tutto. Il sesso allo 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑢𝑟𝑜 è impossibile perché la parola si è insinuata tra noi e il reale del corpo, rendendo ogni esperienza irrimediabilmente soggettiva e filtrata dal significato. In secondo luogo, i rispettivi godimenti non sono complementari. Non esiste un godimento "della coppia" che nasca dalla fusione di due metà. Esiste il godimento di un soggetto e il godimento di un altro soggetto. L'idea di 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑢𝑛𝑜 è l'illusione per eccellenza. Prova ne è la persistenza dell'autoerotismo: una parte del godimento del corpo resta sempre privata, solitaria, non condivisibile e non traducibile nel linguaggio dell'Altro, irrimediabilmente esclusa dalla dialettica discorsiva dell'amore. 𝑂 𝑠𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎 𝑜 𝑠𝑖 𝑔𝑜𝑑𝑒, potremmo dire, estremizzando i due registri, del reale del corpo e del simbolico del linguaggio È il 𝑔𝑜𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑈𝑛𝑜, che resiste all'ingresso nel legame a due. A questo punto, cosa riempie il vuoto lasciato dall'assenza di un 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 scritto dalla natura? 𝐋'𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞. Lacan afferma che 𝑙'𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑝𝑒𝑟𝑖𝑠𝑐𝑒 𝑎𝑙𝑙'𝑎𝑠𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. L'amore è il discorso, l'invenzione, la costruzione poetica con cui tentiamo di dare un senso a questo 𝑛𝑜𝑛-𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜. È il legame che si sforza di creare un ponte sull'abisso che separa due godimenti. Mentre il sesso rivela la disgiunzione fondamentale, l'amore è la promessa (sempre illusoria, ma necessaria) che un'unione sia possibile, che il godimento dell'Altro possa essere compreso e condiviso, che da due si possa davvero diventare Uno. Amare, in questa prospettiva, diventa un atto etico di straordinaria complessità. Non significa trovare 𝑙'𝑎𝑙𝑡𝑟𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑙𝑎 di Aristofane che ci completa. Amare significa tollerare la crepa che ci divide dall'Altro, accettare che l'Altro rimarrà sempre un mistero, con un nucleo di godimento inaccessibile. Amare significa amare la mancanza dell'Altro (𝑎𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 ℎ𝑎, dice Lacan), significa saperci fare con il reale del sesso, ossia vivere la sessualità non con la pretesa di una fusione totale, ma con la consapevolezza della distanza, trovando una meraviglia proprio in quel tentativo, sempre rinnovato e sempre parzialmente mancato, di toccare l'irraggiungibile alterità dell'Altro. Perché questa coesistenza di unione (l'amore) e disgiunzione (il sesso) sia possibile e sostenibile in una coppia, occorre che entrambi i partner dispongano di un Significante speciale, che presiede a tutti i significanti, e che Lacan chiama il 𝐅𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐢𝐦𝐛𝐨𝐥𝐢𝐜𝐨, vale a dire quell'iscrizione etica che orienta il desiderio e disciplina il godimento. L'amore diventa allora quella meravigliosa e talvolta infernale invenzione che ci permette di 𝑓𝑎𝑟 𝑓𝑖𝑛𝑡𝑎" 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑎, e in questo far finta si gioca tutta la ricchezza, la tragedia e la bellezza della vita umana. @follower Per approfondire: https://www.egidioerrico.com/cosa-la-psicoanalisi-ha-da-dire-sullamore-e-sul-sesso
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 9 maggio 2026
La madre porta con sé il segreto indicibiledel significato del proprio bambino
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 23 aprile 2026
IL DESIDERIO È SEMPRE PER UN CORPO, L'AMORE È SEMPRE PER UN NOME, IL NOME DI QUEL CORPO . Il titolo, sebbene non sia una citazione letterale di Lacan, è una sintesi del suo insegnamento sulla complessa dialettica tra amore e desiderio. Approfondiamo l’argomento, mantenendoci all’interno della teoria lacaniana. L'aforisma del titolo si scompone in due movimenti principali che si unificano nel finale. 1. Il Desiderio è sempre per un Corpo. Per Lacan, il desiderio (désir) non è né il bisogno (biologico, che può essere soddisfatto, come la fame) né la domanda (la richiesta articolata all'Altro, che è sempre una domanda d'amore). Il desiderio nasce proprio dallo scarto tra il bisogno e la domanda. È un resto, un'eccedenza, ed è per sua natura inconscio, indistruttibile e metonimico: scivola incessantemente da un oggetto all'altro senza mai trovare un appagamento definitivo. Cosa significa che è per un corpo? In primo luogo che il desiderio non si rivolge alla persona colta nella sua totalità, ma è innescato da un "oggetto parziale", quello che Lacan chiama “oggetto piccolo a” (objet petit a). Questo non è un oggetto reale che si può possedere, non è un oggetto meta del desiderio, ma ne è la causa fantasmatica. Il corpo dell'altro diventa il luogo, il palcoscenico, in cui immaginiamo di poter trovare questo oggetto perduto: uno sguardo, una voce, un seno, un certo modo di muoversi. Il corpo è il supporto materiale del nostro fantasma fondamentale. In secondo luogo che il desiderio si muove prevalentemente nel registro dell'Immaginario. Desideriamo l'immagine dell'altro, il corpo come Gestalt, come forma che promette una completezza che a noi manca. È una relazione duale: "io" desidero "quel corpo" perché immagino che possa colmare la mia mancanza (manque-à-être). Infine perché, in quanto legato all'oggetto parziale e all'immagine, il corpo del desiderio è, per il suo carattere metonimico, intercambiabile . Finito l'incanto di un corpo, il desiderio può facilmente spostarsi su un altro che sembra incarnare meglio, o in modo nuovo, l'objet petit a. Il desiderio è seriale. In sintesi, con la prima parte dell'aforisma volio dire che il desiderio è radicato nella pulsione, si aggancia a frammenti del corpo dell'altro e opera in una logica di consumo e sostituzione, senza mai raggiungere una vera soddisfazione. 2. L'amore è sempre per un Nome, il Nome di quel Corpo. Qui la prospettiva cambia radicalmente. L' amore , a differenza del desiderio, si colloca nel registro del Simbolico . Il "Nome" non è da intendersi come il semplice nome anagrafico, ma ha una precisa valenza simbolica: è il modo attraverso cui i nostri genitori hanno deciso come saremo riconosciuti nella nostra singolaritàtà e insostituibilità. È la funzione simbolica che iscrive un soggetto in un ordine, in una genealogia, in una storia. Il Nome rappresenta l'unicità irriducibile del soggetto, la sua particolarità assoluta all'interno del linguaggio e della cultura di appartenenza. Il Nome è ciò che fa di un esistenza biologica un essere umano, che imprime alla nuda vita il carattere dell'eternità : di ognuno di noi muore il corpo, ma non il Nome. Quel Nome che fa di un individuo quel soggetto e non un altro. Amare qualcuno significa amare questa sua singolarità, questo suo "Nome": l ’amore è sempre per un nome , dice Lacan. L'amore è il movimento che permette di superare la visione dell'altro come mero corpo-oggetto per riconoscerlo come soggetto. Si ama la sua mancanza, la sua "castrazione" simbolica, la sua finitezza. Come dice Lacan, amare è dare ciò che non si ha . Si offre la propria mancanza alla mancanza dell'altro, creando un legame che non si basa sul possesso ma sul riconoscimento reciproco di un'incompletezza. Si ama il Il Nome di quel Corpo vuole indicare la congiunzione cruciale dell'amore a quel corpo e solo a quel corpo. L'amore non è un'astrazione platonica. È l'atto che salda la singolarità simbolica (il Nome) a un corpo particolare e contingente . L'amore opera una sorta di "miracolo": fa sì che tra tutti i corpi desiderabili del mondo, uno solo diventi insostituibile. Perché? Perché quel corpo diventa il significante del Nome che amiamo. Il corpo cessa di essere un oggetto intercambiabile e diventa l'incarnazione necessaria di quella soggettività unica. L'aforisma descrive dunque la funzione dell'amore come ciò che àncora il desiderio e che, come dice Lacan, lo umanizza. Senza amore, il desiderio è condannato a un'erranza infinita, a una ricerca senza fine del corpo perfetto che possa incarnare l'objet a , una ricerca destinata al fallimento e alla ripetizione. È la logica del Don Giovanni: ogni corpo è desiderabile ma nessuno è indispensabile. L'amore interviene a interrompere questa catena metonimica. Opera una metafora : la sostituzione di un significante con un altro. Il corpo dell'amato viene elevato a significante dell'unicità assoluta del soggetto. L'amore dice: " Desidero questo corpo non perché ha questo o quel frammento che cattura la mia pulsione, ma perché è il corpo di questo Nome, di questa persona unica che per me non ha eguali ". In questo modo, l'amore non nega il desiderio, ma lo riorienta, lo stabilizza. Permette di desiderare sempre lo stesso corpo, non per abitudine, ma perché in quel corpo si continua a incontrare il mistero e l'unicità del Nome amato.  L'amore è ciò che permette il passaggio dal desiderio di un corpo al desiderio di quel corpo, il corpo che porta con sé il segno indelebile di un Nome.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 20 aprile 2026
Accostarsi alla clinica psicoanalitica, in particolare quella di orientamento lacaniano, non può, a mio avviso, prescindere da una comprensione approfondita di alcuni concetti fondamentali: Divisione Soggettiva, Desiderio, Fantasma Fondamentale, Pulsione, Ripetizione, Godimento. Questi termini non solo devono essere esplorati singolarmente, evidenziandone le specificità e i caratteri distintivi, ma è cruciale che vengano anche analizzati nelle loro interrelazioni strutturali e dinamiche. Solo così potremo evitare confusioni e comprendere come questi elementi concorrono alla definizione delle tre strutture psicopatologiche: Nevrosi, Perversione e Psicosi. L’incontro di oggi si propone di chiarire questi concetti, affinché possano fungere da fondamenta solide per una conoscenza più ampia e articolata della clinica psicoanalitica. Divisione Soggettiva Al cuore della psicoanalisi lacaniana non c'è una teoria astratta e conclusa, ma una domanda radicale e aperta sulla sofferenza umana . Una domanda che parte da un'esperienza che tutti, in qualche modo, conosciamo: perché siamo così spesso attraversati dalla dolorosa sensazione di essere divisi, lacerati? Perché spesso ci sorprendiamo per una parola che non pensavamo di pronunciare, per un gesto, un’azione che non ci aspettavamo di compiere o per una decisione che mai avremmo voluto prendere? Perché siamo così spesso attraversati dalla sensazione che ciò che diciamo di noi stessi non esaurisca mai completamente ciò che siamo, o meglio, ciò che pensiamo di essere? Per Cartesio io sono dove penso di essere, anzi io sono perché penso. Questa certezza dell’essere in quanto pensante, questa coincidenza assoluta dell’Io con il suo pensiero, e con il soggetto in cui ognuno si riconosce come essere, dominerà il pensiero moderno per circa trecento anni, ossia dal 1600 fino alla fine del 1800, quando il genio di Freud, con la scoperta dell’inconscio, non darà un colpo decisivo al cogito cartesiano. Forse vale la pena di soffermarci un attimo su questa linea evolutiva, perché in essa possiamo ravvisare le radici della nascita della psicoanalisi, ossia un percorso che va da un soggetto padrone di sé a un soggetto "parlato" e diviso, un’evoluzione cruciale nella storia del pensiero occidentale: il progressivo decentramento del soggetto rispetto al pensiero e al linguaggio, il passaggio graduale dalla certezza all'incertezza, dalla trasparenza all'opacità del soggetto. Un passaggio che si compie in tre tappe fondamentali. 1. Cartesio: Il Soggetto della Certezza e del Pensiero Trasparente Il punto di partenza è il soggetto cartesiano . Con il suo celebre Cogito ergo sum ("Penso, dunque sono"), Cartesio fonda l'esistenza del soggetto sulla sua capacità di pensare: sul piano del pensiero , il soggetto è il padrone assoluto del proprio pensiero . L'"Io" è una sostanza pensante ( res cogitans ), pienamente cosciente e trasparente a se stessa. Il pensiero è ciò che definisce il soggetto e ne garantisce la certezza. S ul piano del linguaggio , il soggetto che parla è sempre preceduto dal pensiero, il soggetto dice sempre quello che pensa e pensa sempre quello che dice: Il linguaggio allora assume un valore secondario rispetto al pensiero, è uno strumento che serve a comunicare un pensiero che si è già formato, chiaro e distinto, nella mente del soggetto. È un'espressione controllata e assolutamente consapevole della coscienza. In sintesi, per Cartesio l'equazione è: Io penso → Io sono . Il soggetto precede e domina sia il pensiero che il linguaggio, avendo di entrambi piena padronanza. 2. Freud: la Frattura del Soggetto e l'emergere dell'Inconscio Con Freud, questo edificio di certezze crolla . La scoperta dell'inconscio rappresenta la prima, grande ferita narcisistica al soggetto cartesiano: il soggetto non è più padrone in casa propria . Il pensiero cosciente (l'Io) è solo la punta di un iceberg. La vera forza motrice sono i pensieri inconsci , i desideri e le pulsioni che sfuggono al suo controllo. Il soggetto è "agito" da un pensiero che non conosce . Il linguaggio, allora, smette di essere uno strumento docile e diventa la via d'accesso privilegiata all'inconscio : lapsus, sogni, motti di spirito non sono errori, ma manifestazioni di una verità del soggetto che la coscienza ignora . Il linguaggio tradisce il soggetto, ma nel tradirlo, lo rivela. L'equazione freudiana è più complessa: Io sono dove un pensiero inconscio si manifesta . Il soggetto è decentrato tra conscio e inconscio. 3. Lacan: Il Soggetto come effetto del linguaggio Jacques Lacan porta la rivoluzione freudiana alle sue estreme conseguenze , integrandola con la linguistica strutturale. Se per Freud l'inconscio si esprime attraverso il linguaggio, per Lacan l'inconscio è strutturato come un linguaggio . Lacan rovescia radicalmente Cartesio: "Io penso dove non sono, dunque sono dove non penso" . Il pensiero non appartiene al soggetto; il soggetto emerge nel "luogo dell'Altro ", cioè nella struttura preesistente del linguaggio e delle sue leggi. Il soggetto non esiste prima del linguaggio , ma è un suo effetto . Entrando nel linguaggio (l'ordine simbolico), l'essere vivente viene "mortificato", diviso, e si costituisce come soggetto mancante, barrato (scritto $). Non siamo noi a parlare il linguaggio, ma è il linguaggio che ci parla. Il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante. Per Lacan, l'equazione definitiva è: Il linguaggio parla → Io sono (come effetto diviso) . Tutto l’insegnamento lacaniano ruota intorno alla questione del soggetto diviso in quanto effetto del linguaggio . Attraverso di esso Lacan ne cerca le ragioni, le formula, le argomenta, le mette in logica fino ad arrivare a stabilire che l’entità radicale e irriducibile della struttura del Soggetto umano non è la sintesi, ma la divisione , offrendoci al tempo stesso una mappa per esplorarla, per comprenderla e per studiarne le diverse implicazioni nella sofferenza psichica e nella clinica. L’Ordine del Simbolico e il Linguaggio 1. Da una parte , c'è il mondo in cui viviamo: l'universo del Simbolico . È il mondo del linguaggio, delle regole sociali, delle aspettative degli altri e delle nostre stesse parole. È il patto che ci rende esseri umani in una comunità. Il con-tratto che sottoscriviamo per ottenere il diritto di essere ammessi nella civiltà . Il trattino col quale ho scomposto il termine contratto è per sottolineare che gli esseri umani sono nel simbolico con tratto: questo tratto è la parola e dunque Il contratto si fonda sulla parola: un tratto che non si limita a descrivere, ma lega . È l'atto con cui il dire diventa un vincolo. È esattamente questo che Lacan vuole intendere quando dice che il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante: Il significante , per Lacan, va inteso infatti come il tratto della parola e tra le parole. Non è semplicemente la parola nel suo uso comune. È, prima di tutto, un tratto, un marchio, un'iscrizione. Lacan lo chiama trait unaire (tratto unario). È un segno che non ha un significato intrinseco, ma che serve a produrlo , e a differenziare, a marcare una differenza. Proprio come il "tratto" di una firma su un contratto . In altri termini, la parola che rappresenta un soggetto è un tratto (il primo significante, S1) che, per poterlo rappresentare, deve necessariamente legarsi a un altro tratto (un altro significante, S2), un altro soggetto. Il soggetto, allora, non è la fonte di questo legame, ma il suo effetto . Emerge proprio da questo contratto tra parole, in quello spazio vuoto che la catena dei significanti crea e al tempo stesso designa . Il contratto, quindi, non è qualcosa che il soggetto stipula, ma è l'atto stesso che lo costituisce ." Questo è il lato del Simbolico, dove il Soggetto si costituisce in quanto tale sotto la legge del Significante, dove il Soggetto, avendo subito la castrazione ad opera del Significante, è mancante-a-essere e dunque attraversato dal desiderio. L’Ordine del Reale e il Corpo 2. Dall'altra parte , c'è ciò che al mondo del linguaggio sfugge e si sottrae al significante. Ripensiamo al linguaggio come una rete fatta dalle parole tenute insieme dai significanti che la percorrono in lungo e in largo : con essa peschiamo le cose del mondo in cui viviamo, diamo loro un senso, un nome e in questo modo, dal mondo in cui viviamo, attraverso il linguaggio, ritagliamo, costruiamo la realtà che ci riguarda. La rete del linguaggio ha però dei buchi: c'è sempre qualcosa che essa non riesce a catturare, ma che comunque lascia intravedere, che rivela in qualche modo come l’Altra cosa , come l’ impossibile a dirsi . Questo impossibile è il Reale , che non è la "realtà", ma ciò che nella realtà non entra : il buco nella realtà simbolica che ci costruiamo con le parole e sottomettiamo alla legge del significante . Questa rete delle parole lungo la quale camminano i significanti, con i buchi che i significanti non riescono a coprire è esattamente quello che chiamiamo il Campo freudiano . Ossia il Campo dell’esperienza umana, e dunque anche il campo in cui opera la Psicoanalisi. Un Ponte: L’Immaginario Esiste un terzo registro, quello dell’ Immaginario , ma voglio tenerlo per ora in disparte perché lo ritroveremo più avanti come quel velo, quella “toppa” attraverso cui cerchiamo di mettere riparo alla spaccatura attraverso cui ci dividiamo tra il Simbolico ed il Reale, il registro attraverso cui cerchiamo di congiungere il mondo del linguaggio (Simbolico) a quello dell’impossibile a dirsi Reale). È il registro delle immagini, delle identificazione, dell'ego. È il regno della forma, della fusione, della rivalità e della relazione speculare (io/altro). Si forma a partire dallo "stadio dello specchio", dove il bambino si identifica con la propria immagine, creando un'illusione di totalità. Il Soggetto del Desiderio: La Mancanza-a-Essere È proprio da questa fessura insanabile che scaturiscono due delle forze più potenti della nostra vita : il desiderio, che punta al simbolico e al liguaggio, e il godimento, che punta al reale, al corpo, alla pilsione . Questa divisione si manifesta nella tensione costante tra ciò che possiamo esprimere a parole, il registro del Simbolico , e un'esperienza più profonda e inafferrabile che ci sfugge, il Reale . Il desiderio, in quest'ottica, non è la semplice ricerca di un oggetto, ma è l'espressione stessa di questa mancanza costitutiva: desiderare, per Lacan, significa essere intrinsecamente incompleti, essere mancanti-a-essere, come lui dice. Questo apre ad un paradosso, che Lacan, prende da Sartre: per essere occorre riconoscersi nella propria mancanza ad essere, che ci aliena dal nostro esistere in quanto pieni. Essere ci impedisce di riconoscersi nel nostro esistere. Allo stesso tempo, questa condizione è la radice della nostra sofferenza. Per diventare un "soggetto che desidera", è necessario accettare una perdita originaria, un concetto che Lacan, sulla scia di Freud, definisce " castrazione simbolica ". Non si tratta di un evento fisico, ma dell'abbandono dell'illusione infantile di essere completi. In fondo, il percorso per diventare esseri umani consapevoli implica proprio questo passaggio: nasciamo come organismi biologicamente "pieni", ma per acquisire una coscienza di noi stessi in quanto “esseri” dobbiamo barattare quella pienezza istintiva con una condizione di "mancanza-ad-essere ". Questa Divisione Soggettiva non è un'idea astratta, ma si rivela costantemente in quegli "inciampi" che costellano la nostra vita quotidiana : un lapsus, un sogno incomprensibile o un improvviso vuoto di memoria. Ad esempio, quando una persona in analisi ci dice "ora non mi viene in mente più nulla", non sta tanto opponendo resistenza, quanto piuttosto mostrando la sua fessura soggettiva, una porta che si apre sull'inconscio come l'impossibile da dire: è un punto di rottura, di interruzione, un taglio, una coupure, della catena sanicante, dove ci sorprende il soggetto che veramente siamo, ma che non conosciamo. Di fronte a questi "buchi", l'approccio della psicoanalisi lacaniana si distingue nettamente da altre terapie. L'obiettivo non è quello di "tappare la falla" o rafforzare l'Io per creare un'illusione di completezza, ma piuttosto di aiutare la persona a navigare l'esistenza proprio a partire da quella mancanza. Si tratta di imparare a "farsene qualcosa", a trovare una nuova posizione che trasformi quella crepa da fonte di paralisi a motore della propria vita. Questo processo si svolge nella dialettica del linguaggio , dove però le nostre parole non riescono mai a contenere pienamente il desiderio che le muove. Proprio per questo, il soggetto non può nominarlo fino in fondo e si rivolge all'Altro – l'analista, la società – sperando che sia lui a riconoscerlo e a dargli un senso, in un dialogo in cui si parla senza sapere del tutto cosa si sta dicendo, né chi sia veramente quell'Altro al quale si sta dicendo. Il Soggetto del Godimento: La Pulsione Se dal lato del Simbolico troviamo il soggetto del desiderio, radicato nel linguaggio, dall'altro, nel campo del Reale, il discorso cambia radicalmente. Qui, dove si manifesta " il buco del Rreale nel Sapere del Simbolico", il soggetto e la sua domanda perdono di significato, quasi si annullano, per lasciare spazio alla Pulsione, che Lacan designa con la formula ($◇D) . In questa dimensione , il corpo non è più un'unità, ma un insieme di zone erogene, di orifizi che diventano luoghi di taglio . È qui che il soggetto si confronta con la propria mancanza costitutiva, emergendo come quella “ entità acefala ", che è la Pulsione , ossia il soggetto senza testa e senza domanda, che, come la coda di una lucertola che, sebbene recisa, continua a muoversi, agisce senza un'intenzione chiara, in un ciclo che non mira a colmare un vuoto . Si trova in uno spazio tanto lontano dalla parola, da non sospettare di essere lui, lì, a "parlare" attraverso il suo corpo. Quindi possiamo dire che, mentre il soggetto del desiderio parla senza sapere quello che dice, il soggetto della pulsione parla senza saper che è lui a parlare. Questo soggetto è costantemente alla ricerca dell'oggetto perduto del corpo, l' oggetto del godimento . Si tratta degli oggetti parziali freudiani (orale, anale), ai quali Lacan aggiunge lo sguardo, la voce e, infine, il "niente". Il paradosso tragico è che questa ricerca è destinata a fallire, perché l'oggetto che il soggetto cerca è il soggetto stesso, in quanto parte perduta del proprio corpo: “ E' il soggetto in quanto oggetto perduto del soggetto, che il soggetto cerca in quanto oggetto perduto del corpo” (A. Eddelsztein). È in questi "buchi" del corpo, in questa apparente mancanza, che si colloca il Godimento del corpo sganciato dal simbolico e dall’immaginario: non si accede più al godimento della parola, non si accede più al godimento dell’Altro, il godimento rimane godimento della pulsione nel corpo, senza argine, senza fine, distruttivo: la pulsione di morte, l’al di là del principio di piacere è proprio questo godimento fine a se stesso che non vuole sapere altro se non di ripetersi. Questo tipo di godimento non va inteso come semplice piacere o soddisfazione, e nemmeno come sofferenza. È piuttosto il luogo vuoto in cui il soggetto si annida, facendosi inconsapevolmente l'oggetto che desidera ma che non può mai possedere , poiché un soggetto non può ritrovarsi da solo come oggetto. Da qui nasce il ciclo incessante della ripetizione, che rappresenta il godimento del punto più intimo e problematico del suo essere. Lo scopo della psicoanalisi è quello di smuovere il soggetto da questo godimento mortifero per aprirlo alla possibilità di un desiderio nuovo . In sintesi, sia a livello del desiderio (nel linguaggio) sia a livello del godimento (nel corpo), il soggetto si costituisce e si definisce sempre nel suo rapporto con l' oggetto piccolo (a) , che funge da causa del desiderio o da oggetto parziale della pulsione. Il Soggetto in Bilico: Tra il Desiderio e la Pulsione Al cuore del pensiero di Jacques Lacan troviamo quindi un soggetto profondamente diviso , costantemente in bilico tra due forze potenti e opposte: il Desiderio e la Pulsione . Ma come può l'individuo sostenersi su questa frattura costitutiva, senza precipitare nell'angoscia? Da un lato, c'è l'abisso del Desiderio , una mancanza fondamentale che ci spinge a interrogarci e a rivolgerci all'Altro attraverso il linguaggio . Dall'altro, c'è il vuoto della Pulsione , una forza che emerge dal corpo e ci spinge incessantemente verso un godimento enigmatico , che Lacan chiama Jouissance. L'essere umano è irriducibilmente teso tra queste due logiche eterogenee. La risposta di Lacan a come il soggetto riesca a non frammentarsi si sviluppa lungo tutto il suo insegnamento e si fonda su due "stampelle" fondamentali, due costruzioni psichiche che offrono un sostegno su ciascun versante di questa divisione. Le Due Stampelle del Soggetto 1. Il Fantasma Fondamentale ($ <> a): La Cornice del Desiderio. Sul versante del linguaggio e del rapporto con l'Altro, la stampella è il Fantasma Fondamentale . Se il desiderio è un abisso, il fantasma è la cornice, la finestra che il soggetto costruisce per affacciarsi su quel vuoto senza caderci dentro . È una sorta di "sceneggiatura" inconscia che fornisce una risposta immaginaria alla domanda fondamentale: "Che cosa vuole l'Altro da me?" (Che vuoi?). La celebre formula lacaniana $ <> a descrive proprio questo: mette in relazione il soggetto diviso ( $ ) con l'oggetto piccolo a ( a ), ovvero l'oggetto-causa del desiderio, un resto inassimilabile. Nel fantasma, questo oggetto viene collocato illusoriamente nel luogo di un possibile ritrovamento, di una soddisfazione immaginaria. Sebbene l'oggetto a non possa mai essere veramente posseduto (è causa, non meta), questa finzione dà consistenza al desiderio, gli conferisce una realtà psichica e permette al soggetto di orientarsi nel mondo e di amare . Questa è la logica alloerotica: un rapporto con l'Altro mediato dal linguaggio e dall'immaginario. 2 . La Pulsione: Il Circuito del Godimento. Sul versante del corpo, la logica è completamente diversa: non è relazionale, ma solitaria . A differenza del desiderio, la pulsione non cerca un oggetto per colmare una mancanza. Al contrario, essa gira a vuoto attorno a un oggetto irrimediabilmente perduto. Il suo scopo non è il piacere o la soddisfazione, ma la Jouissance (il Godimento). Si tratta di una soddisfazione paradossale, spesso intrisa di sofferenza, che deriva dalla ripetizione stessa di questo circuito . È un godimento che si nutre del fallimento nel raggiungere l'oggetto, un moto perpetuo attorno a un vuoto. Un godimento che gira all’infinito esclusivamente nel reale del corpo, attraverso la pulsione e la sua ripetizione, non arginato dal simbolico, né rivolto all’Altro immaginario. Una coazione a ripetersi che, paradossalmente, si soddisfa della sua insoddisfazione, come dimostra la S ublimazione. La logica della pulsione è quindi autoerotica e autistica . Il godimento è sempre individuale, non condivisibile. Questo porta alla celebre massima di Lacan: " Non c'è rapporto sessuale ". Non significa che gli atti sessuali non avvengano, ma che non esiste una formula, una norma simbolica che possa unire e armonizzare il godimento di due soggetti in un "Tutto ". L'incontro sessuale è sempre un incontro tra due solitudini, tra due fantasmi. La pulsione, con la sua inesorabile ripetizione, è dunque l'altra stampella che sostiene il soggetto sul vuoto del proprio godimento. I l Soggetto Diviso: un Funambolo tra Due Abissi L'immagine che ne emerge è quella di un funambolo che cammina su una corda tesa. · Da un lato, si protende verso l'Altro, sostenuto dalla finzione del fantasma, alla ricerca di un senso e di un legame . · Dall'altro, è ripiegato su se stesso dalla pulsione, incatenato alla ripetizione di un godimento solitario che sancisce l'impossibilità di una fusione completa. Vivere significa navigare costantemente tra la ricerca di significato nel legame con l'Altro e l'incontro con il non-senso di un godimento che ci isola. Un Dialogo Incessante tra Linguaggio e Corpo. Questa divisione, tuttavia, non implica una separazione netta. Esiste uno scambio continuo tra il Simbolico (linguaggio) e il Reale (corpo): 1.Dal linguaggio al corpo: I significanti si "incarnano", producendo effetti sul corpo. La figura clinica che lo rappresenta è il sintomo isterico , dove un conflitto psichico si "converte" in una manifestazione somatica. 2. Dal corpo al linguaggio: La pulsione, radicata nel reale del corpo, "sessualizza" il pensiero e la parola. L'emblema di questo processo è il sintomo ossessivo , dove la sessualità impregna la catena significante. Il significante avvolge l’isterica nel corpo e l’ossessivo nel pensiero. Questa interdipendenza ci porta a una conclusione fondamentale: nell'essere umano, non esiste una sessualità "pura" o istintiva, così come non esiste un pensiero che non sia, in qualche modo, toccato dalla pulsione . Il significante e la pulsione hanno irrimediabilmente allontanato l'essere parlante dalla sua presunta animalità originaria. L'illusione di un rapporto di "solo sesso" si scontra con il fatto che, per l'essere umano, il sesso è sempre mediato dalle parole, dai fantasmi e dall'impossibilità di un rapporto senza resti. Conclusione: La Direzione della Cura e l'Etica dell'Atto Analitico Siamo partiti, nel nostro percorso, da un'evidenza clinica tanto radicale quanto ineludibile: la divisione del soggetto . Abbiamo visto come l'essere umano sia costitutivamente in bilico, teso tra l'universo del Simbolico – il campo della parola, della domanda e del desiderio rivolto all'Altro – e l'irruzione del Reale, la dimensione acefala della pulsione, della ripetizione e di quel godimento solitario e non condivisibile che Lacan chiama Jouissance . Ma giunti a questo punto, la domanda si impone con urgenza: quali sono le implicazioni di questa divisione fondamentale per la nostra pratica? Se il soggetto è spaccato, può la posizione dell'analista rimanere monolitica, uguale a se stessa? La risposta è, necessariamente, no. La direzione della cura non è una tecnica standardizzata, ma una posizione etica che deve sapersi modulare a seconda del versante della divisione soggettiva in cui si trova a operare. 1. Sul versante del Simbolico , nel regno della dialettica del desiderio, l'analista è convocato nel luogo del transfert come Soggetto Supposto Sapere . L'analizzante si rivolge a lui con una domanda di senso, sperando che l'Altro possa finalmente nominare, riconoscere e interpretare il suo desiderio. Infatti, qui, il nostro strumento principe è l' interpretazione , in particolare quella metaforica , che apre a nuove catene significanti. Ma è un'arte sottile: il nostro compito non è "dare un troppo di senso", non è tappare il buco con un sapere posticcio che andrebbe solo a suturare la ferita e a rafforzare l'Io. Al contrario, l'interpretazione deve mirare a preservare quello spazio vuoto, quell'intervallo tra un significante e l'altro, perché è solo in quella fessura che il soggetto dell'inconscio può finalmente emergere, sorprendersi e farsi sentire , può cioè venir fuori quel soggetto come Altra cosa , rispetto a quello che si suppone essere. Per questo l’interpretazione deve essere sempre anche metonimica . 2. Ma quando ci spostiamo sul versante del Reale , dove vige la logica ferrea della pulsione di ripetizione, il registro cambia drasticamente. Qui non c'è più una domanda di sapere, ma un circuito di godimento che si auto-sostiene nel suo stesso fallimento. Il transfert, di conseguenza, non si istituisce più sul sapere, ma si configura come un transfert sul godimento . L'analista non è più colui che sa, ma colui che - lungi dall’essere solo il sembiante dell’oggetto piccolo a - lo incarna, suo malgrado, facendone, non più l’oggetto causa del desiderio, ma l’oggetto reale di quel godimento mortifero . In questo contesto, l'interpretazione metaforica perde la sua efficacia; non c'è più un senso da svelare, ma un ciclo da interrompere [1] È qui che interviene l' atto analitico nella sua funzione più pura: quella del taglio . L'atto non è una parola, ma un'azione che opera una cesura nel reale , che spezza la catena della ripetizione e separa il soggetto da quel godimento che lo imprigiona . Che si tratti di una scansione della seduta, di un silenzio o di un intervento spiazzante, l'atto mira a introdurre una discontinuità là dove regnava la coazione a ripetere. [ Vediamo dunque come il transfert lacaniano, in entrambe le sue modulazioni, si fondi sempre su una logica di separazione e alienazione , e mai di identificazione o di semplice ripetizione speculare. L'obiettivo non è conformare il soggetto a un modello, ma permettergli di separarsi da ciò che lo aliena: che sia l'Altro del Simbolico o l'oggetto del godimento nel Reale. In conclusione, dirigere una cura significa saper danzare su questa faglia soggettiva , sapendo quando interpretare per aprire al desiderio e quando tagliare per arginare il godimento . La pratica della psicoanalisi non è il frutto di una tecnica bene appresa e bene applicata, ma un’etica che ci impone di non essere mai uguali a noi stessi, proprio perché il soggetto che abbiamo di fronte non è mai uno, ma irriducibilmente diviso. [1] Perché mantenere la posizione di sembiante di oggetto a come causa del desiderio e non di incarnarlo come oggetto a di godimento nel reale, è fondamentale nella "direzione della cura"? Perché solo se l'analista, attraverso il suo silenzio, le sue domande e le sue interpretazioni, si posiziona deliberatamente nel luogo enigmatico della parvenza, della finzione, del sembiante appunto, dell’oggetto piccolo a, senza incarnarlo realmente, solo se lascia questo posto vuoto, può diventare il perno del transfert: l'analizzante può proiettare sull'analista la funzione di "colui che sa" e, soprattutto, di "colui che possiede" quell'oggetto prezioso (agalma, come lo chiama Lacan nel Simposio di Platone) che si presume possa colmare la propria mancanza. Occupando la posizione di sembiante dell'oggetto a, l'analista provoca il desiderio di sapere (l'analizzante è spinto a parlare, a produrre associazioni, sogni e lapsus nel tentativo di capire e "carpire" dall’analista il segreto del proprio desiderio), non soddisfa la domanda (l'analista non risponde mai direttamente alla domanda d'amore o di soddisfazione dell'analizzante), permette all’analizzante di "attraversare il fantasma" (lo scopo finale della cura lacaniana è permettere al soggetto di "attraversare il suo fantasma fondamentale", ovvero di confrontarsi con la logica inconscia che struttura il suo desiderio e la sua sofferenza, e di separarsi dall'alienazione in questo oggetto a).
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Il Soggetto dell'enunciazione e il soggetto dell'enunciato
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 15 giugno 2025
Freud ha dimostrato che la perversione è un non volerne sapere nulla, ma proprio nulla, della castrazione. Una doppia negazione dunque: "non è vero che non c'è il fallo lì dove non posso fare a meno di volere che ci sia". Freud ha chiamato " Verleugnung " questo meccanismo di rigetto, di ripudio della realtà della castrazione. Lacan, riprendendo la questione dal punto di vista della " castrazione della madre ", mette in rilievo come il perverso non tolleri che l'Altro sia "bucato" , sia mancante cioè proprio di quello che gli serve per assicurarsi il proprio godimento, un godimento che egli deve necessariamente prelevare "nel luogo dell'Altro", e che non sopporta possa essere interdetto dalle ragioni dell'Altro, in buona sostanza, non tollera che il proprio godimento possa trovare un limite nel desiderio dell'Altro. Il perverso è dunque colui che si serve della "Verleugnung" (diniego, doppia negazione) per impedire che il desiderio dell'Altro interrompa il proprio godimento , come dire: "il tuo desiderio si oppone al mio interesse? Disturba la stabilità della mia posizione e la certezza delle mie convinzioni? Bene, neanche mi chiedo il perché, faccio prima a rigettarlo di sana pianta, non ne tengo alcun conto, per il semplicissimo motivo che esiste una sola posizione, la mia." In altre parole il perverso non riconosce la differenza dell'Altro , per questo è, appunto, "indifferente" alle ragioni dell'Altro - laddove invece il nevrotico ne soffre - è indifferente alla realtà. Non dice, all'Altro, "è vero che tu non sei d'accordo con me, ma non lo sopporto" - che è invece la posizione del nevrotico, ovvero sia il riconoscimento che l'Altro sta dicendo qualcosa di diverso che lui non sopporta, sia il riconoscimento che lui non lo sopporta, un "doppio riconoscimento", dunque, che aprirebbe comunque ad una dialettica - ma dice, più radicalmente: "non è vero che tu non sei d'accordo con me", confondendo e facendo spesso vacillare la realtà nell 'Altro! Una "doppia negazione", appunto, come a dire che nell'universo mondo non c'è che una sola verità, la sua! E' esattamente questa la posizione di godimento del perverso. Per questo, possiamo dire, che qualsiasi comportamento tendente a disconoscere le istanze altrui, quando queste costituiscono un limite al godimento soggettivo, può essere considerato un comportamento di perversità , come può esserlo, per esempio, in una coppia, quello di un partner che si rifiuti di prendere atto del desiderio dell'altro di volersi, per esempio, separare: si rifiuta di prenderne atto per continuare a farlo sussistere nel ruolo dì partner anche se questi se ne dichiara fuori. E' il caso dello stalking, che infatti è un comportamento perverso. In altre parole, il rapporto perverso non può essere interrotto , poiché si fonda sulla complicità inconscia, di distruggere la castrazione in ciascuno dei partner, di distruggere cioè il desiderio come causa del legame della coppia per sostituirlo con il godimento, in maniera da s congiurare il rischi, insopportabile per il perverso, di poter amare, il rischio, per i p due partner bloccati dal patto perverso, di innamorarsi l'uno dell'altro. Occorre cioè che il godimento nel plagiare l'Altro si incastri con il godimento dell'Altro a farsi plagiare. Da questo patto diabolico, dalla complicità perversa all'interno di una coppia - ma anche all'interno di un gruppo, di un'Associazione, di un'Istituzione, di una Setta - a collaborare attivamente per costruire e difendere la sola Verità possibile, ossia che non vi è nessuna castrazione in ciascuno, non è dunque possibile uscirne , prima di tutto perché l'angoscia che si scatenerebbe in seguito a una tale ipotesi entra a far parte sin dall'inizio dello stesso patto perverso, anzi ne costituisce il cemento, e poi anche perché il rischio di ritorsioni, terribili, anche omicide, è altissimo per chi voglia tirarsi fuori dal gioco, poiché rompere il patto perverso significa infliggere la pena insopportabile della castrazione. Molti femminicidi ne sono un esempio, e, nella Storia, la santa Inquisizione, i roghi, le Crociate ne sono altri. Quali azioni di stalking sistematici possono esserci piu delle "crociate" anche moderne contro tutte le posizioni discordanti da ciò che è ritenuta l'unica verità vera da imporre anche sotto minaccia di morte? In conclusione, è perverso ogni atteggiamento, posizione o comportamento che si basi sul disconoscimento di quella separazione tra gli esseri che di fatto è già data per avvenuta in qualsiasi contesto umano, e che è posta a fondamento dell'amore e della vita.