Lo psicoanalista tra desiderio e godimento
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𝐋𝐎 𝐏𝐒𝐈𝐂𝐎𝐀𝐍𝐀𝐋𝐈𝐒𝐓𝐀 𝐓𝐑𝐀 𝐃𝐄𝐒𝐈𝐃𝐄𝐑𝐈𝐎 𝐄 𝐆𝐎𝐃𝐈𝐌𝐄𝐍𝐓𝐎
Il Seminario XXIII di Jacques Lacan, 𝐼𝑙 𝑠𝑖𝑛𝑡ℎ𝑜𝑚𝑜, può forse offrirci lo spunto per interrogare da una prospettiva particolare la professione dello psicoanalista.
In questo seminario, soprattutto attraverso la lettura dell'opera di James Joyce, Lacan non considera più il sintomo soltanto come una formazione dell'inconscio da decifrare perché nasconde una verità rimossa, o una sofferenza da eliminare. Piuttosto, in questa fase avanzata del suo insegnamento, Lacan vi vede anche una funzione singolare: quella di fare da tenuta all'esistenza di ciascun soggetto, organizzandone il godimento e rendendo possibile il legame con gli altri.
Con il termine 𝑠𝑖𝑛𝑡ℎ𝑜𝑚𝑜, ripreso da un'antica grafia francese, Lacan accentua ora questa funzione di annodamento strutturale.
Quando la professione diventa sinthomo
Nella misura in cui una pratica, una professione, una invenzione soggettiva, un'attività artistica possono assumere per un soggetto questa funzione di annodamento, allora anche la professione dello psicoanalista può assumere, per chi la esercita, la funzione di un 𝑠𝑖𝑛𝑡ℎ𝑜𝑚𝑜.
Può cioè costituire una soluzione soggettiva, un modo singolare di tenere insieme la propria identità, il rapporto con il sapere, il legame con l'altro e il proprio godimento.
Diventare psicoanalista, infatti, non dipende soltanto da una vocazione consapevole o dal semplice desiderio di prendersi cura dell'altro. Ogni scelta importante, come una professione di aiuto o di servizio agli altri, può essere sostenuta anche da motivazioni meno trasparenti: dal bisogno di sentirsi necessario, dal piacere di occupare una posizione di autorità, dal desiderio di essere depositario dei segreti altrui o dalla soddisfazione di vedersi attribuire un sapere particolare.
La formazione di uno psicoanalista e, soprattutto, l'analisi personale alla quale è bene che si sottoponga, servono proprio a esplorare le ragioni inconsce di una scelta come quella di diventare psicoanalista e in che misura questa scelta possa essere dell'ordine del 𝑠𝑖𝑛𝑡ℎ𝑜𝑚𝑜.
La questione non è però eliminare tale aspetto, come se fosse possibile esercitare la psicoanalisi da una posizione completamente neutrale e libera da implicazioni soggettive. L'analista non è privo di inconscio, né può liberarsi definitivamente del proprio modo di godere.
La questione cruciale è un'altra: che cosa accade quando questo godimento non viene riconosciuto e ritorna, senza essere interrogato, all'interno della relazione analitica?
Diventare psicoanalista può svolgere una funzione di annodamento. La professione può dare forma a una domanda personale, offrire un posto nel legame sociale e consentire di trasformare in pratica clinica qualcosa della propria storia. Questo, di per sé, non costituisce necessariamente un problema. Nessuno sceglie una professione da un luogo completamente estraneo ai propri conflitti e alle proprie modalità di soddisfazione.
Il punto non è dunque stabilire se la scelta di diventare analista sia "pura", ma comprendere quale funzione svolga per il soggetto che la compie. La professione può sostenere il desiderio dell'analista, ma può anche diventare il luogo in cui trovano soddisfazione il bisogno di essere indispensabile, la fascinazione per il sapere, l'aspirazione a occupare una posizione eccezionale o il desiderio di esercitare un'influenza o addirittura un potere sull'altro.
Riconoscere la dimensione di 𝑠𝑖𝑛𝑡ℎ𝑜𝑚𝑜 della propria scelta non significa rinunciare alla professione. Significa imparare a servirsi del proprio 𝑠𝑖𝑛𝑡ℎ𝑜𝑚𝑜 senza esserne inconsapevolmente governati.
Desiderio dell'analista e godimento dell'analista
È qui che diventa essenziale distinguere il desiderio dell'analista dal godimento dell'analista.
Il desiderio dell'analista non coincide semplicemente con il desiderio personale di aiutare, guarire o salvare qualcuno. Queste intenzioni possono essere sincere, ma possono anche contenere un ideale di normalizzazione o un bisogno di conferma narcisistica. Volere il bene dell'altro non garantisce, da solo, che si stia lasciando spazio alla sua parola e alla sua singolarità.
Il desiderio dell'analista implica piuttosto la capacità di non imporre all'analizzante il proprio ideale di vita, di salute o di felicità. Richiede che l'analista non si proponga come modello da imitare, padrone del significato o detentore definitivo della verità dell'altro. La sua funzione consiste nel mantenere aperto uno spazio nel quale il soggetto possa incontrare il proprio desiderio, assumere qualcosa del proprio godimento e trovare una soluzione che non sia stata decisa in anticipo da chi lo ascolta. E' questa l'essenza irriducibile dell'esperienza psicoanalitica vera e propria.
Il godimento dell'analista emerge invece quando la posizione professionale diventa una fonte di soddisfazione non sufficientemente riconosciuta o il luogo per costituirsi inconsapevolmente come autorità ed esercitare un potere sul proprio simile.
Il compito dell'analisi personale
L'analista può godere dell'essere il 𝑠𝑜𝑔𝑔𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑠𝑢𝑝𝑝𝑜𝑠𝑡𝑜 𝑠𝑎𝑝𝑒𝑟𝑒, dell'essere ascoltato e obbedito, del sentirsi necessario o insostituibile. Può godere anche dell'essere idealizzato, amato, temuto o persino attaccato. Può utilizzare il silenzio e l'interpretazione, approfittando dell'asimmetria del dispositivo, non in funzione del processo analitico e al servizio dell'analizzante, ma per consolidare il proprio potere.
Non si tratta di immaginare un analista senza godimento, ma di esigere che il suo godimento non venga agito nella cura a spese dell'analizzante.
L'analisi personale cosiddetta didattica dovrebbe permettere al futuro analista di interrogare non soltanto il proprio desiderio di esercitare, ma anche ciò che lo lega libidicamente a questa professione. Non dovrebbe limitarsi a confermare una vocazione o a sancire l'acquisizione di un'identità professionale. Dovrebbe piuttosto mettere in questione il bisogno stesso di diventare analista.
Quale fantasma di cura sostiene questa scelta? Chi si desidera salvare, riparare, educare o trattenere attraverso l'altro? Quale rapporto si intrattiene con il sapere? Si riesce a tollerare di non sapere, oppure si ha bisogno di dimostrare continuamente di possedere la chiave della verità altrui? Si può accompagnare un processo di separazione o si tende a prolungare la dipendenza per continuare a sentirsi necessari?
L'analisi dovrebbe inoltre consentire di riconoscere che cosa accade quando l'analizzante ama, idealizza, contesta, delude o rifiuta l'analista. Sono momenti nei quali possono riattivarsi il bisogno di sedurre, la tentazione di vendicarsi, il desiderio di essere rassicurati o il ritiro narcisistico. Se queste risposte non vengono sufficientemente elaborate, rischiano di essere presentate come interventi tecnici, mentre rispondono soprattutto alle esigenze inconsce dell'analista.
Riconoscere il proprio 𝑠𝑖𝑛𝑡ℎ𝑜𝑚𝑜 non significa diventarne completamente padroni. Significa acquisire un certo saperci fare. Il 𝑠𝑖𝑛𝑡ℎ𝑜𝑚𝑜, per Lacan, si configura non come un disturbo da eliminare, ma come uno strumento d'uso per tenere e annodare reale simbolico e immaginario tra di loro, il godimento al corpo e il legame con l'altro. Uno strumento con il quale bisogna saperci fare: sapere dove si è maggiormente vulnerabili, accorgersi di quando qualcosa comincia ad agire nella relazione e poter ricorrere a strumenti che impediscano di trasformare l'analizzante nel supporto del proprio godimento.
Il transfert: condizione della cura e luogo del rischio
Il transfert rende possibile il lavoro analitico, ma espone anche l'analista al rischio di consegnarne la direzione al proprio𝑠𝑖𝑛𝑡ℎ𝑜𝑚𝑜. Per questo richiede una posizione etica capace di sostenere l'asimmetria della relazione senza trasformarla in esercizio di potere. L'analizzante attribuisce all'analista un sapere, investe la sua persona di aspettative e porta nella relazione domande d'amore, sentimenti di dipendenza, rivalità, timore e ostilità. Proprio perché il transfert conferisce all'analista un potere particolare, esso esige da parte sua una responsabilità altrettanto particolare.
Quando il godimento dell'analista non è riconosciuto, l'analizzante rischia di non essere più incontrato come un soggetto e un analizzante da rispettare, ma di diventare lo strumento attraverso il quale l'analista ottiene una soddisfazione e si assicura esattamente quel godimento che non riconosce: una delle caratteristiche più insidiose del godimento è che non permette di accorgersi, prima, dei rischi e della distruttività di cui ci si accorge dopo, a cose fatte. Le conclusioni catastrofiche di molte analisi sono dovute al fatto che il transfert, da luogo in cui dare spazio alla parola dell'analizzante è diventato il luogo del godimento misconosciuto dell'analista; da condizione della cura a terreno favorevole alla manipolazione.
Le forme più evidenti e distruttive di questo uso abusivo del transfert sono lo sfruttamento sessuale, economico o affettivo. Ma la manipolazione può assumere forme molto più sottili. Può manifestarsi quando il dissenso dell'analizzante viene interpretato automaticamente come resistenza; quando la teoria viene utilizzata dall'analista per sottrarsi a ogni critica; quando la dipendenza viene presentata come prova della profondità del lavoro; quando i confini della relazione vengono modificati o allargati a seconda dei bisogni emotivi o di potere dell'analista; oppure quando la durata della cura non può più essere realmente interrogata.
Anche un'interpretazione può diventare manipolatoria se viene impiegata per ottenere obbedienza, screditare la percezione dell'analizzante o rendere incontestabile la posizione di chi la formula. Il linguaggio analitico, in questi casi, rischia di funzionare come uno strumento di potere: qualsiasi obiezione può essere ricondotta alla patologia dell'analizzante, mentre l'analista rimane al riparo dall'interrogazione.
Per questo il transfert si presenta sì come la condizione fondamentale e irrinunciabile della cura (non ci può essere esperienza analitica se non all'interno della cornice del transfert), ma proprio per questo è anche la condizione più rischiosa per le derive manipolatorie a cui apre le porte. Il transfert è la condizione nella quale sono messe alla prova, da una parte, la disponibilità dell'analizzante ad affidarsi al proprio analista attribuendogli un sapere e un potere, dall'altra la capacità etica di quest'ultimo di non approfittarne per scopi personali.
L'analisi dell'analista non basta
L'analisi personale del futuro analista è allora una condizione necessaria, ma non costituisce una garanzia assoluta contro l'abuso. Nessuna analisi rende un soggetto completamente trasparente a se stesso, né elimina una volta per tutte il rischio di agire il proprio godimento. La convinzione di aver concluso la propria analisi può diventare essa stessa una difesa, soprattutto se produce la certezza di essere ormai al di là di ogni coinvolgimento personale.
Per questa ragione, la responsabilità dell'analista non può fondarsi esclusivamente sulla sua esperienza analitica. Sono necessari anche le supervisioni, il confronto con colleghi capaci di contraddirlo e ai quali consentire
critiche e obiezioni, sono necessari confini deontologici espliciti e dispositivi reali di tutela per chi è in analisi. Il setting e le sue regole costitutive, se non applicate in maniera rigidamente burocratica, sono deputate proprio a contribuire a circoscrivere i confini entro cui deve essere svolta la pratica di un analista. È inoltre indispensabile poter riconoscere quando il proprio coinvolgimento non è più elaborabile e quando diventa opportuno interrompere la cura o inviare la persona a un altro professionista.
Le supervisioni, in particolare, non dovrebbero servire soltanto a comprendere meglio il paziente. Dovrebbero essere anche il luogo in cui l'analista può interrogare ciò che la cura suscita in lui, soprattutto quando avverte un coinvolgimento intenso, un'eccessiva sicurezza interpretativa, irritazione, attrazione, bisogno di riconoscimento o difficoltà a tollerare la separazione. In una prospettiva lacaniana, il cosiddetto controtransfert non andrebbe assunto anzitutto come strumento per leggere l'inconscio dell'analizzante, ma come segnale di ciò che l'analista mette di proprio nella direzione della cura.
Non identificarsi completamente con "l'Analista"
La formazione dell'analista non dovrebbe dunque produrre qualcuno che si identifichi pienamente e senza resto con la figura dell'Analista. Più questa identità viene idealizzata, più rischia di diventare una protezione narcisistica e di occultare la dimensione "sinthomatica" della scelta professionale.
Un analista sufficientemente formato non è colui che presume di essersi liberato dal proprio inconscio, ma colui che ha potuto riconoscere qualcosa delle ragioni per cui ha bisogno di occupare quella posizione. Non è chi si considera immune dal godimento, ma chi sa che il proprio godimento può entrare nella cura e accetta di sottoporlo continuamente a interrogazione.
L'etica della psicoanalisi non consiste quindi nella purezza dell'analista, ma nella sua capacità di non servirsi dell'altro per soddisfare inconsapevolmente ciò che lo muove. Significa sostenere il transfert senza appropriarsene, accogliere l'amore senza alimentarlo per gratificazione personale, tollerare l'ostilità senza vendicarsi e occupare il posto del sapere senza credere di possederlo.
L'analisi personale dovrebbe condurre proprio a questo punto: non soltanto a formulare il desiderio di diventare analista, ma a riconoscere di che cosa si gode nell'esserlo.
È da tale riconoscimento, sempre incompleto e mai definitivamente acquisito, che può nascere un esercizio della professione più vigile e responsabile.
Essere avvertiti del proprio 𝑠𝑖𝑛𝑡ℎ𝑜𝑚𝑜 non significa eliminarlo. Significa evitare che sia l'analizzante a pagarne il prezzo.












