Come cura la psicoanalisi oggi?
Attualità o inattualità della psicoanalisi?

Premessa
Mai come in questo momento storico sembriamo assistere a una vera e propria ossessione per la validazione e la certificazione «scientifica» – numeri e dati alla mano – delle psicoterapie, e dunque anche, e soprattutto, della psicoanalisi.
Una tale esigenza, apparentemente finalizzata a ottenere dalla psicoanalisi la garanzia della sua attendibilità e della sua efficacia come cura del disagio psichico, rischia in realtà di mancare il punto. La questione, infatti, non è se l'efficacia dei trattamenti di orientamento psicoanalitico possa essere documentata. La ricerca empirica degli ultimi decenni ha prodotto in tal senso risultati consistenti: le meta-analisi più recenti mostrano che le psicoterapie psicodinamiche ottengono effetti paragonabili a quelli dei trattamenti considerati «evidence based», con la particolarità che i benefici tendono a mantenersi e persino ad accrescersi dopo la conclusione della cura (Leichsenring, Rabung 2008; Shedler 2010); e già il lungo lavoro del Psychotherapy Research Project della Menninger Foundation, raccolto da Wallerstein (1986), aveva documentato, sull'arco di decenni, gli esiti di trattamenti psicoanalitici e psicoterapeutici seguiti uno per uno. Si tratta di un patrimonio di conoscenze che la comunità analitica ha tutto l'interesse a non ignorare, se non altro perché smentisce chi vorrebbe la psicoanalisi una pratica inefficace o superata.
La questione è un'altra, ed è propriamente epistemologica: ciò che la ricerca sugli esiti può misurare è ciò che, di una cura, si lascia osservare dall'esterno – la riduzione dei sintomi, il miglioramento del funzionamento sociale e relazionale, il grado di adattamento – e dunque necessariamente in riferimento a un modello di salute definito in anticipo dall'osservatore. Ma è proprio questo modello che la psicoanalisi, per il suo statuto, mette in questione: «La psicoanalisi mette in questione la significazione stessa della guarigione, cioè interroga ciò che vuol dire stare bene, stare male, ma nel senso di: cosa vuol dire per te, stare bene, stare male, stare meglio? Per te, singolarmente, non per la tua famiglia, per tuo marito, per tua moglie, ma solo per te» (Gault 2003, 195). La ricerca può dunque dirci, con crescente attendibilità, che un trattamento psicoanalitico aiuta; difficilmente può dirci come un'analisi curi, che è la domanda da cui muove questo lavoro. E soprattutto non può farlo senza ricondurre la singolarità della cura a ciò che di essa è comparabile, cioè proprio a ciò che di essa è meno specifico.
La psicoanalisi infatti, pur avvalendosi di una tecnica, e pur avendo ben chiari oggetto e finalità del suo intervento, non procede secondo protocolli standardizzati, applicabili a chiunque e allo stesso modo, e dunque dimostrabili come efficaci in sé e a prescindere dalla clinica: essendo pratica dell'inconscio, si implica nella soggettività di ogni singolo paziente, uno per uno, stabilendo con ciascuno il livello di salute possibile, e quale, secondo la singola soggettività e non secondo modelli ideali fissati una volta per tutte.
Il paradigma della nostra epoca tende invece a riconoscere come attendibile soltanto il sapere della Scienza, a scapito di quel sapere soggettivo cui si arriva attraverso quel particolare processo di cura che è un'analisi. L'efficacia di un'analisi, d'altra parte, non è garantita da una certificazione asettica proveniente dall'Altro della scienza, ma poggia sulla fiducia – accordata, e revocabile – che il soggetto concede all'Altro della cura: non tanto al metodo, dunque, quanto a quella figura professionale, l'analista, che si rende credibile sul piano della fiducia e del riconoscimento, a patto che analista lo sia effettivamente diventato. L'analista, in quanto figura di riconoscimento simbolico, è irriducibile a quella di un «tecnico» che certifichi oggettivamente sé stesso, l'efficacia del suo metodo e magari la certezza dei risultati.
È diffusamente riconosciuto, sul piano epistemologico, che lo statuto della Scienza è quello di una «conoscenza del reale» che riduce il proprio linguaggio a una registrazione neutra, a un linguaggio constatativo che certifica in maniera oggettiva: un linguaggio, quindi, de-soggettivato.
La psicoanalisi fonda invece la sua pratica sul linguaggio comunicativo-performativo: il linguaggio come mediazione del legame sociale, il linguaggio che si organizza attraverso le libere associazioni cui il paziente si dispone, il linguaggio dell'immediatezza soggettiva e di quel «dire senza pensare» che è il solo dire possibile dell'inconscio; e quindi il linguaggio come mediazione del transfert con l'analista, il linguaggio che non è quello del sapere sul reale ma del «transfert sul sapere» che si suppone all'analista. Il linguaggio, dunque, dell'impegno soggettivo.
Altra cosa, e questa sì irrinunciabile, è il diritto del paziente di sapere chi sia l'analista che gli si propone come tale, e di esigere che questi sia in grado di rendere conto di come lo è diventato: se abbia davvero attraversato quel percorso di studi e di formazione, analisi personale compresa, che solo lo autorizza a occupare quel posto. Un'ulteriore manifestazione del paradosso scientista è infatti quella di attribuire valore alla certificazione del metodo piuttosto che a quanto l'analista sia in grado di dimostrare di saper fare.
Il sapere psicoanalitico non è dunque il sapere della scienza, ma il sapere del soggetto: è il sapere cui, come ha mostrato Freud, non conduce la scienza, ma l'isterica, quell'isterica che Freud ha saputo ascoltare mettendo da parte il sapere medico del suo tempo. Per questo il sapere della psicoanalisi non può costituirsi come un sapere compiuto, definito in un discorso che abbia il rigore delle scienze così come le conosciamo:
«Non possiamo immaginare la psicoanalisi come una disciplina che possa essere insegnata e appresa come la fisica, la chimica o l'agronomia, tanto per fare qualche esempio, cioè come un complesso di nozioni definite, suscettibili di essere trasmesse mediante l'ausilio del pensiero logico che, una volta apprese, possano essere, più o meno prontamente e correttamente, utilizzate; detto altrimenti, non pensiamo che la psicoanalisi sia assimilabile ad una qualsiasi disciplina scientifica e professionale che prepari uno studente all'esercizio di un mestiere o di una professione. In realtà, sebbene sia anche una professione che dà da vivere a chi la esercita – il caso del suo inventore è emblematico al riguardo – rimane portatrice di una specificità epistemica che la rende non assimilabile del tutto né alle altre professioni né alle altre discipline scientifiche o umanistiche. È per questo motivo che la sua trasmissione, anche al livello dell'insegnamento della teoria, non può effettuarsi nella forma di un'esposizione conclusa della dottrina ma abbisogna di una continua riflessione che implica una riscoperta di qualcosa che ogni volta deve avvenire di nuovo» (Conrotto 2000, 13).
È proprio questa particolare posizione rispetto al sapere a fare della psicoanalisi non solo un'epistemologia del tutto singolare, ma una cura del tutto singolare. È l'implicazione soggettiva a fare dell'analisi una cura, e una cura efficace, poiché essa non poggia sulla standardizzazione secondo i canoni precostituiti della scienza e dei modelli di salute previsti, ma è una cura «fuori canone» che, disponendosi a rispondere alla domanda del soggetto, lo ascolta. È stata infatti la psicoanalisi a mostrare che il sintomo, piuttosto che un disturbo da eliminare, è un discorso soggettivo da ascoltare e decifrare.
In altre parole, la psicoanalisi cura in quanto, paradossalmente, si sottrae a ogni modello di cura stabilito, per condurre il paziente alla «sua» cura e alla «sua» salute.
Non è pensabile, dunque, una standardizzazione definitiva della cura analitica, anche se la storia del movimento psicoanalitico è contrassegnata da innumerevoli tentativi di stabilire una volta per tutte se e in che modo la psicoanalisi eserciti la sua funzione terapeutica, e che cosa la renda efficace come terapia. Lo stesso Freud, in tutta la sua opera, non smise mai di interrogarsi su questo punto.
D'altra parte la psicoanalisi, e soprattutto sul versante della cura, conserva il carattere di una ricerca empirica che non esclude di apprendere il proprio metodo proprio dai pazienti, al punto che potremmo dire che i pazienti sono, per così dire, i supervisori del proprio analista; sono, come ricorda Lacan, i veri analizzanti. Per questo il modo in cui la psicoanalisi opera, e la sua efficacia, non possono essere ricondotti a un protocollo univoco di tecniche e di interventi che prescindano dal paziente. In psicoanalisi non può essere concepito alcun modello di terapia, né alcuna tecnica, che non includa anche il modo in cui l'analista si relaziona al paziente e la posizione che assume nei suoi confronti, poiché l'analista non soltanto interpreta, ma è implicato nell'inconscio del paziente. Per questo indicazioni e controindicazioni della cura psicoanalitica, per quanto – soprattutto in certi sviluppi post-freudiani – si sia cercato di prestabilirle una volta per tutte, finiscono per essere stabilite, e anche concordate, di volta in volta, in ogni analisi e con ciascun paziente.
Quanto al metodo, la psicoanalisi potrebbe essere considerata una scienza empirica che procede per via induttiva e che, come la biologia o la medicina, può forse essere assimilata alle scienze della natura, perché si interessa della natura umana e formula teorie a partire da essa. Tuttavia, a differenza delle scienze empiriche, che desumono come il fenomeno accade dal fenomeno una volta accaduto, la psicoanalisi cerca di cogliere il fenomeno nel suo accadere, dal momento che l'oggetto del suo intervento è l'inconscio, che si coglie appunto «quando accade», nel suo carattere evenemenziale. Per questo l'intervento analitico è anche una risposta a ciò che accade in quel momento della seduta, una risposta al discorso del soggetto e alla domanda che in esso si pone, poiché il discorso del paziente sottende sempre una domanda: che significa quello che sto dicendo? Che cosa vuol dire? Una risposta, quella dell'analista, che non è detto arrivi, e soprattutto non è detto arrivi come il paziente se l'aspetta; e comunque una risposta sempre provvisoria.
Perché provvisoria? Perché se da una parte riconosciamo alla psicoanalisi di aver scoperto fenomeni che hanno carattere di universalità – l'inconscio e le sue leggi ne sono l'esempio –, dall'altra dobbiamo continuamente fare i conti con la provvisorietà intrinseca al suo metodo di cura. Che cosa significa, in altri termini, che quel qualcosa che stiamo scoprendo «ogni volta deve avvenire di nuovo» (Conrotto 2000, 13)? Significa che l'inconscio, pur regolato dalle sue leggi di funzionamento, si caratterizza anche per la particolarità delle significazioni che assume in ciascun individuo: è universale e particolare al tempo stesso.
La psicoanalisi è allora sì una scienza della natura, ma è al tempo stesso una scienza del particolare, perché l'inconscio si struttura secondo una logica che è la stessa in chiunque, e dunque formulabile in termini di leggi universali, ma si muove intorno al desiderio, che è invece il particolare del soggetto. In questo senso l'inconscio è effettivamente strutturato come un linguaggio, che, come si sa, è universale e particolare a un tempo. Perciò lo psicoanalista, nel momento in cui si dispone alla cura, si costituisce nella funzione di ascolto di un soggetto di cui, pur conoscendo le leggi che ne regolano l'inconscio, sa di non sapere nulla quanto al desiderio che lo abita.
È proprio in questo non sapere nulla del paziente che consiste la qualità della cura psicoanalitica, così come la specificità della sua azione, del modo in cui essa cura e della sua efficacia..
'apporto di Freud.
Questo specifico ambito epistemico della psicoanalisi può essere colto in Freud già negli Studi sull'isteria (Freud 1892-95). È infatti «a partire dall'isteria che Freud riuscì a sviluppare le prime teorizzazioni psicoanalitiche e ad organizzare l'iniziale architettura della mente e del suo funzionamento, tant'è che l'isteria è classicamente considerata la nevrosi, anzi, l'origine stessa della psicoanalisi, se infatti una delle prime pazienti isteriche di Freud, Emmy von N., con il suo famoso non mi tocchi, stia zitto, rivolta al medico viennese, riuscì ad imporre il suo discorso, mettendo di fatto lo stesso Freud nella posizione di colui che ascolta ciò che il paziente ha da dire e dunque nella posizione dello psicoanalista» (Errico, Perrotta 2013).
Nel saggio Psicoterapia dell'isteria, che conclude gli Studi, Freud riporta puntualmente le difficoltà incontrate con le pazienti trattate con l'ipnosi, descrive come ha potuto riconoscerle e affrontarle, come ha modificato la tecnica e quale procedimento si è trovato man mano ad adottare: non solo nella cura, ma nella costruzione di un metodo del tutto inedito e sovversivo, che tendeva ad accogliere, anziché respingere, ciò che, provenendo dalle pazienti, egli non si aspettava. È così che le libere associazioni e il transfert, inizialmente avvertiti come resistenze, diventano alleati della cura e quindi pilastri della terapia psicoanalitica. La valenza euristica dell'analisi, come la sua efficacia terapeutica, consiste nel fatto che analista e paziente sono disposti in modo da poter essere sorpresi da ciò che non si aspettano. In altri termini – ed è questo l'insegnamento straordinario di Freud – in analisi conta ciò che manca piuttosto che ciò che è presente: ciò che, sottraendosi continuamente al discorso, nel discorso ritorna in altri modi e in altre forme.
L'analista non è più allora colui che si attrezza a ritrovare il contenuto inconscio, il rimosso, mediante un procedimento attivo applicato a un paziente passivamente regredito sotto suggestione ipnotica, ma colui che, disponendosi all'ascolto, accoglie il discorso spontaneo del paziente. L'analista non cerca l'inconscio, ma lascia che questo lo raggiunga; e il paziente, dirà Lacan, da analizzato diventa analizzante.
Freud giunge così a comprendere sempre più che la spinta del paziente a raccontare, come la sua attitudine alla traslazione, sono forze cui egli non può sottrarsi, per quanto vi resista. Sono manifestazioni di un desiderio che, in quanto tale, è ineludibile e che, per quanto il soggetto cerchi di aggirarlo, torna con insistenza. Su questa via Freud scopre il significato del sogno come realizzazione di desiderio, come scena del desiderio, e dell'analisi come il luogo in cui questa scena si riproduce perché possa essere accolta, compresa, interpretata: in una parola, analizzata. In analisi, diversamente da quanto avviene in altri procedimenti terapeutici, il desiderio, e l'inconscio che ne è il luogo, non sono mai elusi, ma continuamente affrontati. Non è forse qui che possiamo cogliere la specificità della cura analitica, e forse anche della sua efficacia? Nel fatto, cioè, che l'analisi è il luogo del riconoscimento del desiderio e della sua interpretazione.
Procedendo nel suo metodo, Freud non smise mai di chiedersi come e perché l'analisi curasse e quali fattori ne determinassero l'efficacia terapeutica, legandola inizialmente soprattutto allo svelamento dei contenuti inconsci, e dunque a un'azione dell'analista che procedesse in senso inverso alla rimozione.
Mi limito a ricordare che, soprattutto agli inizi, Freud ribadì più volte quanto fosse importante, ai fini della cura, spiegare, informare, chiarire al paziente ciò che avveniva nel suo inconscio, perché questo avrebbe facilitato il superamento delle resistenze al ritorno del rimosso e reso possibile la presa di coscienza del materiale inconscio, condizione allora ritenuta imprescindibile per la buona riuscita del trattamento.
In altri luoghi della sua opera (Freud 1910; 1913) Freud ridimensionò invece progressivamente il ruolo della comunicazione del sapere al paziente, mostrando che da sola non poteva bastare – il paziente che «sa» del proprio rimosso non per questo ne è liberato – e che occorreva anche che si stabilisse un solido legame del paziente con l'analista. Freud sottolineò così a più riprese l'importanza della relazione tra paziente e analista, fino ad affermare che è il transfert, e non la conoscenza intellettuale, a far pendere la bilancia verso l'efficacia della cura (Freud 1915-17, lezione 28). Fin dall'inizio, dunque, Freud lega l'efficacia della psicoanalisi da una parte all'interpretazione dell'inconscio, dall'altra al fenomeno del transfert sulla persona dell'analista.
Non a caso la storia del movimento psicoanalitico è stata attraversata, anche in seguito, dal dibattito, e spesso dalla contrapposizione, tra l'enfasi posta ora sull'interpretazione ora sulla relazione tra paziente e analista.
In ogni caso, al di là dei fattori terapeutici di volta in volta privilegiati, gli analisti sono sempre stati concordi su un punto: non può esservi alcuna efficacia della pratica analitica, come cura, se essa non è esercitata da chi si sia formato come analista. Raccogliendo l'insegnamento di Freud, gli psicoanalisti hanno cercato di seguirne il percorso anche in questa direzione, legittimando a occupare il posto dell'analista solo chi si fosse formato secondo principi volti a garantire che fosse effettivamente in condizione di praticarla.
L'azione analitica
Da sempre, dunque, la psicoanalisi si interroga su sé stessa, su come cura e su quali ne siano i fattori specifici. È una questione che, in quanto analisti, non possiamo smettere di porci, dal momento che è il procedimento analitico stesso, l'azione psicoanalitica in sé, a porcela di continuo quando siamo al lavoro con i nostri pazienti: che cosa sta succedendo? Stiamo curando? Come stiamo curando? Al tempo stesso dobbiamo saper tollerare di essere continuamente attraversati da quel non sapere che è la condizione stessa dell'inconscio, in quanto sapere che non si sa.
Questo non significa che lavorare psicoanaliticamente sia un procedere alla cieca, a tentoni, un brancolare nel buio. Al contrario, dobbiamo guardarci dall'improvvisare e dall'eccedere nel fare, poiché, come analisti, siamo tenuti a non fare ostacolo a che il paziente possa mettere in parola il suo inconscio. Questa particolare condizione dell'analista al lavoro – attraversato da una parte dall'interesse a saperne di più, dall'altra dalla consapevolezza di non poterne mai sapere del tutto, anzi dal desiderio di non volerne sapere, perché il solo sapere che conta è quello del paziente – è l'aspetto cardine di ogni azione analitica, e dunque ciò che ne condiziona, a mio avviso in maniera determinante, l'efficacia.
La posizione dell'analista nella cura, il suo modo di porsi nei confronti del paziente, la qualità del suo dire, le modalità con cui modula il suo intervento – in poche parole, per dirla con Lacan, tutto ciò che concorre a costituire il suo atto analitico – sono dunque parte integrante dell'efficacia terapeutica. Il che significa che la psicoanalisi deve la sua efficacia anche al fatto di essere un procedimento che tiene costantemente conto della propria etica, un'etica che, nel caso della psicoanalisi, è intrinseca, e non esterna, al metodo (Lacan 1958; 1959-60).
Che cos'è un'analisi?
Entrando più nello specifico dell'analisi come cura, se ci chiediamo come un'analisi curi non possiamo eludere almeno due questioni cruciali.
La prima riguarda che cosa sia un'analisi: nel panorama apparentemente complesso delle psicoterapie cosiddette psicoanalitiche, che cosa può essere chiamato analisi e che cosa no?
La seconda: ha ancora senso, oggi, parlare di psicoanalisi come cura della sofferenza psichica, soprattutto di quelle che sembrano esserne le nuove forme? In un'epoca come la nostra, caratterizzata dall'esigenza dell'immediatezza, del tutto e subito, del qui e ora, è ancora proponibile la psicoanalisi, con i suoi tempi lunghi, come metodo di cura in cui il «tutto e subito» non è possibile, e in cui si richiedono piuttosto un'attesa e un lavoro perché possa avvenire un cambiamento che abbia consistenza e si mantenga nel tempo? E ancora: qual è il cambiamento che il soggetto sofferente di oggi domanda, e che un'analisi può permettere? A quale domanda l'analisi può pensare oggi di essere la risposta, visto che il soggetto della contemporaneità non sembra più essere il soggetto isterico dell'epoca di Freud?
Sono questioni che meriterebbero da sole trattazioni estese; tenteremo tuttavia di delinearne gli aspetti essenziali.
Partiamo dalla prima. Che cosa può considerarsi, oggi, psicoanalisi? Esiste una sola psicoanalisi o ne esistono molte? E che cosa la differenzia dalle altre psicoterapie, e in particolare dalla psicoterapia psicoanalitica?
So bene che quest'ultima distinzione è da tempo oggetto di un dibattito ampio e non privo di ripetizioni, e che una parte autorevole della comunità psicoanalitica tende oggi a considerare sfumate, se non inesistenti, le differenze tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica. Lo stesso progetto della Menninger aveva mostrato che i trattamenti supportivi producevano cambiamenti strutturali più ampi di quanto la teoria lasciasse prevedere, e che espressivo e supportivo si intrecciavano in ogni cura reale (Wallerstein 1986). Ma il dibattito è tutt'altro che chiuso. Kernberg, per esempio, ha continuato a sostenere la necessità di distinguere tra psicoanalisi, psicoterapia psicoanalitica e psicoterapia di sostegno, proprio in base al diverso uso dell'interpretazione, del transfert e della neutralità (Kernberg 1999). E soprattutto Gill, nel rivedere la propria precedente posizione, ha proposto di abbandonare i criteri estrinseci – la frequenza delle sedute, l'uso del lettino, la durata – per definire la psicoanalisi in base a criteri intrinseci, cioè a ciò che effettivamente accade nella cura, a partire dall'analisi del transfert (Gill 1984).
È su questa strada che vorrei collocarmi. Se le differenze di setting si sono di fatto attenuate, ciò non significa che sia venuta meno la differenza di struttura: è proprio quando il criterio non è più il setting che diventa necessario dire con precisione che cosa fa di una cura un'analisi. Non si tratta di stabilire un dogma, né una gerarchia di valore tra pratiche, quanto di individuare il campo proprio di ciascuna; un campo che, nel caso della psicoanalisi, è quello tracciato da Freud e che possiamo considerare contrassegnato essenzialmente da tre aspetti: il punto da cui parte ogni esperienza analitica, l'oggetto del suo lavoro, il suo punto di arrivo. Solo tenendo conto di queste coordinate possiamo cogliere la specificità del campo psicoanalitico.
Per sgombrare il terreno, possiamo partire da ciò che la psicoanalisi sicuramente non è: non è una terapia direttiva, né una terapia del sintomo, né una terapia esplicativa, catartica o del comportamento. Né tanto meno, come abbiamo avuto già modo di dire, una terapia che porti il paziente ad un modello di salute prestabiliyo.Classicamente l'analisi è piuttosto una terapia interpretativa che si struttura attraverso una relazione nella quale la componente emotiva e affettiva acquista particolare rilievo. Ma basta questo? L'analisi è certamente anche questo, ma non solo, perché tali aspetti possono essere attribuiti anche ad altre psicoterapie. Vediamo dunque i tre aspetti che ne definiscono la specificità.
Primo aspetto: l'inizio di un'analisi
Come inizia un'analisi? Che cosa rende il suo inizio diverso da quello di qualsiasi altra terapia? Ogni analisi prende le mosse da una richiesta di aiuto dovuta a una sofferenza soggettiva, da una domanda dunque comune a tutte le terapie. È solo quando nel paziente emerge, al di là del bisogno di essere curato, il desiderio di capire come e perché sta male, di saperne qualcosa di più sul proprio sintomo e sulla sofferenza che lo accompagna, e di sapere di più su sé stesso, che possiamo dire che un'analisi sta cominciando.
Ciò che fa di un inizio qualsiasi l'inizio di un'analisi è dunque il desiderio di sapere. L'analisi si costituisce attraverso un investimento sul sapere. Ogni transfert analitico inizia come transfert sul sapere, che diventa transfert sull'analista perché questi è riconosciuto come colui che incarna quel sapere ed è in grado di rispondere a quella domanda. Transfert sul sapere, transfert sulla parola, transfert sull'analista sono i momenti costitutivi del transfert psicoanalitico: è per questo che l'analista è, come dice Lacan, il soggetto supposto sapere.
Solo supposto, perché il vero sapere sul paziente lo detiene il paziente stesso, che tuttavia non sa di saperlo, trattandosi di un sapere inconscio.
L'analista è dunque il polo ricevente del discorso del paziente, di un discorso che non può conoscere in anticipo; la sua posizione è quella di chi, pur supposto sapere, in effetti non sa nulla del suo paziente, se non le informazioni generali sulla persona e sul problema raccolte durante i colloqui preliminari.
L'analisi muove dunque da una domanda di sapere rivolta a chi, in effetti, non può ancora sapere nulla: da un desiderio di sapere del paziente e da una posizione di non sapere dell'analista. Questa condizione degli inizi è propria dell'analisi: possiamo parlare di analisi solo se si parte da questa situazione; altrimenti siamo in presenza di un'altra cosa.
Dalla parte del paziente, l'analisi muove da una domanda che è domanda di sapere, di saperne qualcosa sul proprio sintomo: che cosa vuol dire questo? Che cosa vuol dire il sintomo che mi porta qui? È una domanda che l'analista accoglie facendone il campo del lavoro, e che rappresenta ciò che Lacan chiama l'isterizzazione del discorso, condizione preliminare e fondamentale di ogni analisi (Lacan 1969-70).
Un'analisi inizia, in altre parole, quando il paziente «riconosce» che il sintomo di cui soffre è una questione di cui egli, senza saperlo, è responsabile: qualcosa che serve a qualcosa, pur non sapendo a cosa, un dire soggettivo di cui non sa che cosa voglia dire. E inizia, al tempo stesso, quando il paziente riconosce l'analista come colui che può essere implicato nella domanda che egli formula, come colui che si implica nel suo inconscio.
L'analisi inizia, possiamo dire, con un doppio transfert: sul sapere e sull'analista. Ne consegue un'altra caratteristica specifica dell'analisi: vi è analisi solo se qualcosa procede sotto transfert, un transfert che l'analista riconosce e di cui fa uso nella cura, senza gratificarlo né restituirlo al paziente come un sapere già pronto.
La posizione dell'analista è dunque quella di chi non sa e non vuole sapere nulla in anticipo, nulla che non scaturisca dal paziente stesso nel corso dell'analisi; quella del paziente è la posizione di chi ritiene che l'analista sappia già tutto di lui. La dialettica che si instaura a partire da queste rispettive posizioni costituisce lo scambio propriamente analitico e il modo specifico in cui la psicoanalisi opera. Ed è qui, a mio avviso, il criterio intrinseco che la distingue dalla psicoterapia: solo in analisi l'analista si sottrae sistematicamente ai tentativi del paziente di collocarlo nel posto di colui che già sa, e fa di questa sottrazione il motore della cura, anziché rispondere a quella domanda con un sapere, un consiglio o un sostegno.
Secondo aspetto: l'oggetto della psicoanalisi
Veniamo al secondo aspetto che contrassegna il campo psicoanalitico: l'oggetto specifico del lavoro analitico. Che cosa cura la psicoanalisi? Non possiamo chiederci come la psicoanalisi curi senza chiederci anche che cosa curi. Potremmo rispondere: ovviamente l'inconscio. È vero, ma di quale inconscio si tratta? Si tratta dell'inconscio freudiano, cioè dell'inconscio che si costituisce e può essere colto come un fatto mentale, poiché «l'inconscio non appare come il significato latente di un testo ma come l'atto che occupa la scena dell'attività mentale» (Widlöcher 1996, 92): ciò che si colloca tra lo stimolo e la risposta.
L'organizzazione psichica è infatti tale che questo spazio possiamo immaginarlo sufficientemente conservato, o meglio continuamente ritrovato. Disponiamo, per lo più, di un luogo della mente che separa lo stimolo dalla risposta, che ci consente di sospenderla, di procrastinarne l'azione, di differirne la scarica: un luogo in cui l'eccitazione pulsionale può avere un destino diverso dalla scarica immediata cui per sua natura tende, in cui può essere investita di affetto, rivestita di un significante, avviata all'elaborazione; in una parola, simbolizzata, grazie alle funzioni associative e di legame attraverso cui opera l'inconscio. Dovremmo essere in grado, cioè, di slegare lo stimolo dalla risposta e di ri-legarlo a un affetto, a un pensiero, a una rappresentazione; di trasformarlo, in altri termini, in un atto mentale inteso come fatto, come il fatto proprio che può essere pensato e detto, come il nostro discorso: che è poi il discorso che il soggetto in analisi rivolge all'analista.
Attraverso la regola fondamentale, la psicoanalisi si propone precisamente di favorire, o almeno di non impedire, che tra lo stimolo e la risposta possa interporsi lo spazio in cui la parola intercetta la pulsione e la trasforma in un fatto che può essere detto ed essere analizzato mediante lo strumento principe dell'interpretazione. In tal modo il paziente può riconoscere non solo il discorso che lo riguarda, ma anche, e soprattutto, di esserne l'autore, cioè di esserne il soggetto che vi si implica. Perché ciò che per la psicoanalisi è strettamente legato alla salute psichica è la possibilità di riconoscersi soggetto del proprio inconscio, soggetto di ciò che si manifesta a propria insaputa attraverso il sintomo. Soggetto anche, e soprattutto, nel senso di assoggettato. Soggetto, dunque, di desiderio.
Terzo aspetto: il fine di un'analisi
È questo – e veniamo all'ultimo aspetto che specifica il campo analitico – l'obiettivo possibile dell'analisi, e il solo che ne legittimi il procedimento. Non l'eliminazione del sintomo in quanto tale, che non sarebbe neppure possibile, e nemmeno il perseguimento dei tre grandi ideali della psicoanalisi «classica» che Lacan richiama all’inizio del suo Seminario sull’Etica della psicoanalisi: l'ideale dell'amore genitale, inteso come compimento della relazione oggettuale; l'ideale dell'autenticità, per cui una tecnica di «smascheramento» non potrebbe che condurre il soggetto alla sua verità più piena, senza veli né inganni; l'ideale dell'autonomia, in virtù del quale il soggetto approderebbe alla felice condizione del superamento di ogni dipendenza dall'altro.
Sarà Lacan a mettere decisamente in guardia gli analisti dal cedere a queste mete idealizzanti (Lacan 1959-60), che non possono che condurre a una sorta di «ortopedia» degli assetti di funzionamento dell'Io del paziente, e non al suo desiderio inconscio, che è il vero oggetto della psicoanalisi freudiana.
Rifacendosi a Freud, Lacan è stato chiaro su questo punto: non l'Io con le sue funzioni, ma il soggetto con il suo desiderio è il vero «oggetto» della psicoanalisi, perché è da lì, dal desiderio rimosso e «dimenticato», e non dall'Io, che l'essere umano parla e soffre.
Una parte rilevante della tradizione post-freudiana ha invece letto la celebre formula di Freud «Wo Es war, soll Ich werden» (Freud 1932, lezione 31) come l'indicazione a lavorare sull'Io in quanto apparato: a rafforzarne le funzioni, a intervenire sui suoi meccanismi di difesa, oggettivandolo come l'organo da curare. È la direzione della Ego psychology, la quale, proseguendo per questa via, si è spinta progressivamente verso modelli di cura sempre più vicini alle psicoterapie cognitive, cioè quanto di più lontano vi sia dalla psicoanalisi di Freud.
Lacan si oppone a questa lettura e propone di restituire alla frase un altro significato (Lacan 1955). Egli osserva che Freud, che altrove designa le istanze della seconda topica come das Es e das Ich, qui omette l'articolo davanti a entrambi i termini: non scrive «wo das Es war, soll das Ich werden», «dove era l'Es deve subentrare l'Io», ma «Wo Es war, soll Ich werden», che Lacan rende con «là dove era, là come soggetto devo advenire io». Si può discutere se questa lettura sia l'unica filologicamente sostenibile; ma la sua portata clinica è decisiva, perché cambia la prospettiva del lavoro analitico. In quanto analisti non lavoriamo perché l'Io si sostituisca all'Es, ma perché il soggetto possa advenire là dove era l'Es: perché io possa soggettivarmi sulle mie pulsioni, e in particolare sulla pulsione di morte, facendoci i conti alla meno peggio. È questa l'analisi freudiana, dalla quale molte correnti post-freudiane si sono allontanate, e alla quale noi, in quanto analisti che a Freud si ispirano, dobbiamo tornare.
Letta in questo modo, la formula «Wo Es war, soll Ich werden» può essere considerata a pieno titolo il manifesto dell'analisi nel suo modo di procedere: là dove è il rumore dell'Es, della pulsione che spinge alla scarica – che è poi la pulsione di morte o, se si preferisce, la pulsione di godimento –, là il soggetto potrà costituirsi sul proprio inconscio, per dare un senso e un nome alla pulsione e ricondurla nella trama possibile del suo discorso.
Per concludere: brevi considerazioni sull'attualità della psicoanalisi
Questa evoluzione verso la possibilità per il paziente di riconoscersi soggetto del proprio inconscio può essere pensata anche come il passaggio da una dimensione duale e orizzontale alla dimensione del terzo, a una verticalizzazione del soggetto sul proprio desiderio. Il suo emblema concettuale è il passaggio attraverso l'Edipo, o meglio attraverso la castrazione: la castrazione può essere considerata il significante di ogni possibile cambiamento, e dunque anche di quello che ci aspettiamo possa avvenire in un soggetto attraverso un'analisi.
Si tratta di un aspetto tutt'altro che trascurabile, perché ci introduce direttamente alla problematica del soggetto del nostro tempo, e alla questione se e come un'analisi possa curare i pazienti di oggi, coloro che possiamo ritenere non in grado di accedere alla castrazione simbolica. Sempre più spesso, nella clinica attuale, siamo chiamati a prenderci cura di soggetti che non possono essere considerati nevrotici: i cosiddetti «nuovi pazienti», come coloro che soffrono di attacchi di panico, coloro che lamentano un'insoddisfazione diffusa e un senso di vuoto interiore, le anoressiche, i tossicodipendenti, coloro che presentano fenomeni di addiction, manifestazioni compulsive o inibizioni dell'azione; ma anche i pazienti perversi e gli psicotici. In tutti questi casi si tratta di pazienti che faticano a concepirsi come «soggetti di un fatto mentale», capaci di articolare un racconto da rivolgere all'analista, quasi fossero soggetti «senza inconscio», nei quali a prevalere non è tanto la rimozione quanto meccanismi più radicali come il diniego, la scissione, la forclusione, che sono appunto quelli in opera nelle perversioni e nelle psicosi.
Di fronte alla crescente diffusione di questi pazienti, così diversi dalle isteriche che hanno «inventato» la psicoanalisi e per le quali l'analisi era la risposta che Freud ci ha indicato, la questione è: è proponibile un'analisi in questi casi? Un'analisi come Freud l'ha classicamente prospettata non sarebbe possibile, soprattutto se dovessimo proporla come tale sin dall'inizio. Più correttamente, dovremmo pensare l'analisi non come ciò da cui partire, ma come ciò a cui arrivare, ciò verso cui tentare di condurre il paziente: un obiettivo, appunto. In questi casi la funzione dell'analista non può essere tanto quella di interpretare l'inconscio, quanto quella di tentare di riattivarlo, di rimetterlo in funzione, di far sì che il paziente possa riconoscersi un po' di più soggetto delle sue cose, della sua storia, del suo inconscio. Per questo, più che a un'analisi vera e propria, dovremmo pensare a percorsi di cura flessibili e adattati a queste «nuove patologie»; dovremmo vedere, cioè, nella psicoterapia psicoanalitica il preliminare di ogni possibile analisi, intesa come analisi dell'inconscio sotto transfert.
Questo non contraddice, ma conferma, la distinzione proposta più sopra. Proprio perché ciò che fa di una cura un'analisi non è il setting ma la sua struttura – il desiderio di sapere da cui muove, l'inconscio come oggetto, la soggettivazione come fine –, la stessa cura può cominciare come psicoterapia e diventare un'analisi nel momento in cui quelle condizioni si producono. Tra psicoterapia psicoanalitica e psicoanalisi vi è allora una continuità nel tempo della cura, ma non un'identità: c'è un punto in cui qualcosa cambia di statuto, ed è il punto in cui il paziente comincia a interrogarsi sul proprio sintomo come su qualcosa che lo riguarda. Ciò che Lacan chiamava «rettifica soggettiva» (Lacan 1958).
Una vignetta clinica mi sembra illustrare bene la difficoltà di soggettivarsi, di prendere posizione come soggetto sulle proprie questioni e dunque di accedere a un'analisi vera e propria; e mi sembra anche emblematica del modo prevalente di essere del soggetto contemporaneo, che è sempre più spesso un soggetto non-soggetto.
Si tratta di una signora venuta da me perché afflitta da un senso insopportabile di vuoto e di noia esistenziale. Per molte sedute non mi parlò che di fatti concreti della sua vita quotidiana e delle persone che la circondavano: il marito, le figlie, le amiche. In poco tempo arrivai a sapere tutto degli altri e niente di lei, tanto che pensai di dirle:
– Noto che lei conosce benissimo tutto quello che avviene intorno a lei. Ora, di tutto questo sapere cosa pensa di farsene?
Mi rispose:
– Il punto è proprio questo, dottore: di che cosa farmene non ne ho la minima idea. Forse aspetto semplicemente che sia lei a dirmelo!
La signora sapeva tutto, ma di tutto quello che sapeva non sapeva che cosa farsene. Dovevo dirglielp io.
Si noti che il mio intervento non le offriva un'interpretazione né un consiglio: le restituiva la sua posizione nel discorso. E la sua risposta è esemplare, perché vi si vede nascere, e subito arrestarsi, la domanda analitica. Per un istante la paziente coglie che il problema non è ciò che sa, ma ciò che non sa farne; e nello stesso istante consegna all'analista il compito di decidere al posto suo. È esattamente il punto in cui l'analista deve sottrarsi: se rispondesse – suggerendo che cosa fare, indicando una direzione – la cura diventerebbe una psicoterapia di sostegno, forse utile, ma tale da confermare la paziente nella sua posizione di chi attende che altri firmino per lei. Se invece l'analista tace su quella domanda, mantenendola aperta, la domanda può cominciare a diventare sua.
In un passo del Seminario III Lacan affronta la questione della soggettivazione ricorrendo all'esempio del capitano di una nave:
«Sono sul mare, capitano di una piccola imbarcazione. Vedo delle cose che si agitano nella notte in un modo che mi fa pensare che possa trattarsi di un segno. Come reagirò? Se non sono ancora un essere umano, reagisco con ogni sorta di manifestazioni, come si dice, modellate, motorie ed emotive, soddisfo le descrizioni degli psicologi, comprendo qualcosa. Se invece sono un essere umano, registro nel giornale di bordo: alla tal ora, al tale grado di longitudine e di latitudine, abbiamo avvistato questo e quello. È questa la cosa fondamentale. Metto al sicuro la mia responsabilità» (Lacan 1955-56, 216).
Che cosa hanno in comune la mia paziente e il capitano di Lacan? Entrambe le situazioni mettono in evidenza un punto centrale della questione del soggetto: il punto, se così posso dire, della firma. Ciò che mi riguarda è ciò di cui mi assumo la responsabilità, ciò rispetto a cui sono in condizione di prendere posizione, perché non è nel sapere in sé, ma nella possibilità di assumermi la responsabilità del mio sapere, che mi costituisco come soggetto. La signora sapeva tutto, ma nel momento di trarne le conclusioni, di decidere, di apporre appunto la sua firma, svaniva come soggetto: in quel momento si realizzava il fading del soggetto. Nell'esempio del capitano Lacan ci mostra, al contrario, che un essere umano non è chi si limita a osservare i fatti, ma chi se ne assume la responsabilità, chi vi appone la propria firma, mettendo – come egli dice – al sicuro la sua responsabilità.
È dunque lì, nella possibilità di mettere al sicuro la propria responsabilità, che il soggetto si costituisce. Il soggetto non è colui che sa, ma colui che è in grado di sottoscrivere ciò che sa. Detto altrimenti: non basta un sapere per fare un soggetto; occorre sapere che cosa farsene del proprio sapere. Non basta sapere: occorre saperci fare con il sapere. È nel punto di intersezione tra la verticalità della funzione simbolica e l'orizzontalità delle coordinate dell'identità e dell'immaginario che il soggetto si costituisce, e può così riconoscersi un po' di più nella particolarità del suo desiderio, della sua storia e del suo progetto, senza per questo sentirsi necessariamente solo e perduto nel mondo. Gli attacchi di panico, così frequenti oggi, possono essere letti proprio come la rappresentazione sintomatica di questa angoscia della responsabilità, così tipica del nostro tempo.
Non a caso la condizione che caratterizza il soggetto della contemporaneità non sembra più tanto quella edipica, di chi agisce senza sapere, quanto quella amletica, di chi, pur sapendo, e pur sapendo che cosa sarebbe giusto fare, ne procrastina l'atto all'infinito.
È al punto del proprio riconoscimento soggettivo, e non a quello di ulteriori costruzioni identitarie che suppliscano alla possibilità di essere soggetti di sé stessi, che noi analisti speriamo di poter condurre questi pazienti: al punto in cui il sapere può diventare un saperci fare; in cui al sapere di avere un sintomo subentra il saperci fare con il proprio sintomo; in cui un sintomo, da ciò che in un soggetto funziona peggio, può addirittura diventare ciò che funziona meglio: un sinthpme. In analisi il cambiamento non consiste allora nel diventare qualcosa che ancora non si è, quanto nel diventare più consapevolmente ciò che già si è. In un certo senso, e paradossalmente, possiamo dire che l'obiettivo del lavoro analitico non si trova nel futuro, ma in quel futuro anteriore di cui parla Lacan (Lacan 1953): il cambiamento in analisi non consiste tanto nel far accadere qualcosa che non è ancora accaduto, quanto nel riprendersi ciò che è già avvenuto, nel «farlo accadere di nuovo», per dare parola a ciò che alla parola è stato sempre sottratto; per permettere, insomma, che il paziente possa riorganizzare la trama del proprio discorso e trovarvi un posto in cui poter stare in maniera più sopportabile.
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