Come cura la psicoanalisi oggi?

DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO • 18 ottobre 2026

Attualità o inattualità della psicoanalisi?

 Premessa


       Mai come in questo momento storico sembriamo assistere a una vera e propria ossessione per la validazione e la certificazione «scientifica» – numeri e dati alla mano – delle psicoterapie, e dunque anche, e soprattutto, della psicoanalisi.


Una tale esigenza, apparentemente finalizzata a ottenere dalla psicoanalisi la garanzia della sua attendibilità e della sua efficacia come cura del disagio psichico, rischia in realtà di mancare il punto. La questione, infatti, non è se l'efficacia dei trattamenti di orientamento psicoanalitico possa essere documentata. La ricerca empirica degli ultimi decenni ha prodotto in tal senso risultati consistenti: le meta-analisi più recenti mostrano che le psicoterapie psicodinamiche ottengono effetti paragonabili a quelli dei trattamenti considerati «evidence based», con la particolarità che i benefici tendono a mantenersi e persino ad accrescersi dopo la conclusione della cura (Leichsenring, Rabung 2008; Shedler 2010); e già il lungo lavoro del Psychotherapy Research Project della Menninger Foundation, raccolto da Wallerstein (1986), aveva documentato, sull'arco di decenni, gli esiti di trattamenti psicoanalitici e psicoterapeutici seguiti uno per uno. Si tratta di un patrimonio di conoscenze che la comunità analitica ha tutto l'interesse a non ignorare, se non altro perché smentisce chi vorrebbe la psicoanalisi una pratica inefficace o superata.


La questione è un'altra, ed è propriamente epistemologica: ciò che la ricerca sugli esiti può misurare è ciò che, di una cura, si lascia osservare dall'esterno – la riduzione dei sintomi, il miglioramento del funzionamento sociale e relazionale, il grado di adattamento – e dunque necessariamente in riferimento a un modello di salute definito in anticipo dall'osservatore. Ma è proprio questo modello che la psicoanalisi, per il suo statuto, mette in questione: «La psicoanalisi mette in questione la significazione stessa della guarigione, cioè interroga ciò che vuol dire stare bene, stare male, ma nel senso di: cosa vuol dire per te, stare bene, stare male, stare meglio? Per te, singolarmente, non per la tua famiglia, per tuo marito, per tua moglie, ma solo per te» (Gault 2003, 195). La ricerca può dunque dirci, con crescente attendibilità, che un trattamento psicoanalitico aiuta; difficilmente può dirci come un'analisi curi, che è la domanda da cui muove questo lavoro. E soprattutto non può farlo senza ricondurre la singolarità della cura a ciò che di essa è comparabile, cioè proprio a ciò che di essa è meno specifico.


La psicoanalisi infatti, pur avvalendosi di una tecnica, e pur avendo ben chiari oggetto e finalità del suo intervento, non procede secondo protocolli standardizzati, applicabili a chiunque e allo stesso modo, e dunque dimostrabili come efficaci in sé e a prescindere dalla clinica: essendo pratica dell'inconscio, si implica nella soggettività di ogni singolo paziente, uno per uno, stabilendo con ciascuno il livello di salute possibile, e quale, secondo la singola soggettività e non secondo modelli ideali fissati una volta per tutte.


Il paradigma della nostra epoca tende invece a riconoscere come attendibile soltanto il sapere della Scienza, a scapito di quel sapere soggettivo cui si arriva attraverso quel particolare processo di cura che è un'analisi. L'efficacia di un'analisi, d'altra parte, non è garantita da una certificazione asettica proveniente dall'Altro della scienza, ma poggia sulla fiducia – accordata, e revocabile – che il soggetto concede all'Altro della cura: non tanto al metodo, dunque, quanto a quella figura professionale, l'analista, che si rende credibile sul piano della fiducia e del riconoscimento, a patto che analista lo sia effettivamente diventato. L'analista, in quanto figura di riconoscimento simbolico, è irriducibile a quella di un «tecnico» che certifichi oggettivamente sé stesso, l'efficacia del suo metodo e magari la certezza dei risultati.


È diffusamente riconosciuto, sul piano epistemologico, che lo statuto della Scienza è quello di una «conoscenza del reale» che riduce il proprio linguaggio a una registrazione neutra, a un linguaggio constatativo che certifica in maniera oggettiva: un linguaggio, quindi, de-soggettivato.

La psicoanalisi fonda invece la sua pratica sul linguaggio comunicativo-performativo: il linguaggio come mediazione del legame sociale, il linguaggio che si organizza attraverso le libere associazioni cui il paziente si dispone, il linguaggio dell'immediatezza soggettiva e di quel «dire senza pensare» che è il solo dire possibile dell'inconscio; e quindi il linguaggio come mediazione del transfert con l'analista, il linguaggio che non è quello del sapere sul reale ma del «transfert sul sapere» che si suppone all'analista. Il linguaggio, dunque, dell'impegno soggettivo.


Altra cosa, e questa sì irrinunciabile, è il diritto del paziente di sapere chi sia l'analista che gli si propone come tale, e di esigere che questi sia in grado di rendere conto di come lo è diventato: se abbia davvero attraversato quel percorso di studi e di formazione, analisi personale compresa, che solo lo autorizza a occupare quel posto. Un'ulteriore manifestazione del paradosso scientista è infatti quella di attribuire valore alla certificazione del metodo piuttosto che a quanto l'analista sia in grado di dimostrare di saper fare.


Il sapere psicoanalitico non è dunque il sapere della scienza, ma il sapere del soggetto: è il sapere cui, come ha mostrato Freud, non conduce la scienza, ma l'isterica, quell'isterica che Freud ha saputo ascoltare mettendo da parte il sapere medico del suo tempo. Per questo il sapere della psicoanalisi non può costituirsi come un sapere compiuto, definito in un discorso che abbia il rigore delle scienze così come le conosciamo:


«Non possiamo immaginare la psicoanalisi come una disciplina che possa essere insegnata e appresa come la fisica, la chimica o l'agronomia, tanto per fare qualche esempio, cioè come un complesso di nozioni definite, suscettibili di essere trasmesse mediante l'ausilio del pensiero logico che, una volta apprese, possano essere, più o meno prontamente e correttamente, utilizzate; detto altrimenti, non pensiamo che la psicoanalisi sia assimilabile ad una qualsiasi disciplina scientifica e professionale che prepari uno studente all'esercizio di un mestiere o di una professione. In realtà, sebbene sia anche una professione che dà da vivere a chi la esercita – il caso del suo inventore è emblematico al riguardo – rimane portatrice di una specificità epistemica che la rende non assimilabile del tutto né alle altre professioni né alle altre discipline scientifiche o umanistiche. È per questo motivo che la sua trasmissione, anche al livello dell'insegnamento della teoria, non può effettuarsi nella forma di un'esposizione conclusa della dottrina ma abbisogna di una continua riflessione che implica una riscoperta di qualcosa che ogni volta deve avvenire di nuovo» (Conrotto 2000, 13).


È proprio questa particolare posizione rispetto al sapere a fare della psicoanalisi non solo un'epistemologia del tutto singolare, ma una cura del tutto singolare. È l'implicazione soggettiva a fare dell'analisi una cura, e una cura efficace, poiché essa non poggia sulla standardizzazione secondo i canoni precostituiti della scienza e dei modelli di salute previsti, ma è una cura «fuori canone» che, disponendosi a rispondere alla domanda del soggetto, lo ascolta. È stata infatti la psicoanalisi a mostrare che il sintomo, piuttosto che un disturbo da eliminare, è un discorso soggettivo da ascoltare e decifrare.


In altre parole, la psicoanalisi cura in quanto, paradossalmente, si sottrae a ogni modello di cura stabilito, per condurre il paziente alla «sua» cura e alla «sua» salute.


Non è pensabile, dunque, una standardizzazione definitiva della cura analitica, anche se la storia del movimento psicoanalitico è contrassegnata da innumerevoli tentativi di stabilire una volta per tutte se e in che modo la psicoanalisi eserciti la sua funzione terapeutica, e che cosa la renda efficace come terapia. Lo stesso Freud, in tutta la sua opera, non smise mai di interrogarsi su questo punto.


D'altra parte la psicoanalisi, e soprattutto sul versante della cura, conserva il carattere di una ricerca empirica che non esclude di apprendere il proprio metodo proprio dai pazienti, al punto che potremmo dire che i pazienti sono, per così dire, i supervisori del proprio analista; sono, come ricorda Lacan, i veri analizzanti. Per questo il modo in cui la psicoanalisi opera, e la sua efficacia, non possono essere ricondotti a un protocollo univoco di tecniche e di interventi che prescindano dal paziente. In psicoanalisi non può essere concepito alcun modello di terapia, né alcuna tecnica, che non includa anche il modo in cui l'analista si relaziona al paziente e la posizione che assume nei suoi confronti, poiché l'analista non soltanto interpreta, ma è implicato nell'inconscio del paziente. Per questo indicazioni e controindicazioni della cura psicoanalitica, per quanto – soprattutto in certi sviluppi post-freudiani – si sia cercato di prestabilirle una volta per tutte, finiscono per essere stabilite, e anche concordate, di volta in volta, in ogni analisi e con ciascun paziente.


Quanto al metodo, la psicoanalisi potrebbe essere considerata una scienza empirica che procede per via induttiva e che, come la biologia o la medicina, può forse essere assimilata alle scienze della natura, perché si interessa della natura umana e formula teorie a partire da essa. Tuttavia, a differenza delle scienze empiriche, che desumono come il fenomeno accade dal fenomeno una volta accaduto, la psicoanalisi cerca di cogliere il fenomeno nel suo accadere, dal momento che l'oggetto del suo intervento è l'inconscio, che si coglie appunto «quando accade», nel suo carattere evenemenziale. Per questo l'intervento analitico è anche una risposta a ciò che accade in quel momento della seduta, una risposta al discorso del soggetto e alla domanda che in esso si pone, poiché il discorso del paziente sottende sempre una domanda: che significa quello che sto dicendo? Che cosa vuol dire? Una risposta, quella dell'analista, che non è detto arrivi, e soprattutto non è detto arrivi come il paziente se l'aspetta; e comunque una risposta sempre provvisoria.


Perché provvisoria? Perché se da una parte riconosciamo alla psicoanalisi di aver scoperto fenomeni che hanno carattere di universalità – l'inconscio e le sue leggi ne sono l'esempio –, dall'altra dobbiamo continuamente fare i conti con la provvisorietà intrinseca al suo metodo di cura. Che cosa significa, in altri termini, che quel qualcosa che stiamo scoprendo «ogni volta deve avvenire di nuovo» (Conrotto 2000, 13)? Significa che l'inconscio, pur regolato dalle sue leggi di funzionamento, si caratterizza anche per la particolarità delle significazioni che assume in ciascun individuo: è universale e particolare al tempo stesso.


La psicoanalisi è allora sì una scienza della natura, ma è al tempo stesso una scienza del particolare, perché l'inconscio si struttura secondo una logica che è la stessa in chiunque, e dunque formulabile in termini di leggi universali, ma si muove intorno al desiderio, che è invece il particolare del soggetto. In questo senso l'inconscio è effettivamente strutturato come un linguaggio, che, come si sa, è universale e particolare a un tempo. Perciò lo psicoanalista, nel momento in cui si dispone alla cura, si costituisce nella funzione di ascolto di un soggetto di cui, pur conoscendo le leggi che ne regolano l'inconscio, sa di non sapere nulla quanto al desiderio che lo abita.

È proprio in questo non sapere nulla del paziente che consiste la qualità della cura psicoanalitica, così come la specificità della sua azione, del modo in cui essa cura e della sua efficacia..

'apporto di Freud.


Questo specifico ambito epistemico della psicoanalisi può essere colto in Freud già negli Studi sull'isteria (Freud 1892-95). È infatti «a partire dall'isteria che Freud riuscì a sviluppare le prime teorizzazioni psicoanalitiche e ad organizzare l'iniziale architettura della mente e del suo funzionamento, tant'è che l'isteria è classicamente considerata la nevrosi, anzi, l'origine stessa della psicoanalisi, se infatti una delle prime pazienti isteriche di Freud, Emmy von N., con il suo famoso non mi tocchi, stia zitto, rivolta al medico viennese, riuscì ad imporre il suo discorso, mettendo di fatto lo stesso Freud nella posizione di colui che ascolta ciò che il paziente ha da dire e dunque nella posizione dello psicoanalista» (Errico, Perrotta 2013).


Nel saggio Psicoterapia dell'isteria, che conclude gli Studi, Freud riporta puntualmente le difficoltà incontrate con le pazienti trattate con l'ipnosi, descrive come ha potuto riconoscerle e affrontarle, come ha modificato la tecnica e quale procedimento si è trovato man mano ad adottare: non solo nella cura, ma nella costruzione di un metodo del tutto inedito e sovversivo, che tendeva ad accogliere, anziché respingere, ciò che, provenendo dalle pazienti, egli non si aspettava. È così che le libere associazioni e il transfert, inizialmente avvertiti come resistenze, diventano alleati della cura e quindi pilastri della terapia psicoanalitica. La valenza euristica dell'analisi, come la sua efficacia terapeutica, consiste nel fatto che analista e paziente sono disposti in modo da poter essere sorpresi da ciò che non si aspettano. In altri termini – ed è questo l'insegnamento straordinario di Freud – in analisi conta ciò che manca piuttosto che ciò che è presente: ciò che, sottraendosi continuamente al discorso, nel discorso ritorna in altri modi e in altre forme.


L'analista non è più allora colui che si attrezza a ritrovare il contenuto inconscio, il rimosso, mediante un procedimento attivo applicato a un paziente passivamente regredito sotto suggestione ipnotica, ma colui che, disponendosi all'ascolto, accoglie il discorso spontaneo del paziente. L'analista non cerca l'inconscio, ma lascia che questo lo raggiunga; e il paziente, dirà Lacan, da analizzato diventa analizzante.


Freud giunge così a comprendere sempre più che la spinta del paziente a raccontare, come la sua attitudine alla traslazione, sono forze cui egli non può sottrarsi, per quanto vi resista. Sono manifestazioni di un desiderio che, in quanto tale, è ineludibile e che, per quanto il soggetto cerchi di aggirarlo, torna con insistenza. Su questa via Freud scopre il significato del sogno come realizzazione di desiderio, come scena del desiderio, e dell'analisi come il luogo in cui questa scena si riproduce perché possa essere accolta, compresa, interpretata: in una parola, analizzata. In analisi, diversamente da quanto avviene in altri procedimenti terapeutici, il desiderio, e l'inconscio che ne è il luogo, non sono mai elusi, ma continuamente affrontati. Non è forse qui che possiamo cogliere la specificità della cura analitica, e forse anche della sua efficacia? Nel fatto, cioè, che l'analisi è il luogo del riconoscimento del desiderio e della sua interpretazione.


Procedendo nel suo metodo, Freud non smise mai di chiedersi come e perché l'analisi curasse e quali fattori ne determinassero l'efficacia terapeutica, legandola inizialmente soprattutto allo svelamento dei contenuti inconsci, e dunque a un'azione dell'analista che procedesse in senso inverso alla rimozione.


Mi limito a ricordare che, soprattutto agli inizi, Freud ribadì più volte quanto fosse importante, ai fini della cura, spiegare, informare, chiarire al paziente ciò che avveniva nel suo inconscio, perché questo avrebbe facilitato il superamento delle resistenze al ritorno del rimosso e reso possibile la presa di coscienza del materiale inconscio, condizione allora ritenuta imprescindibile per la buona riuscita del trattamento.


In altri luoghi della sua opera (Freud 1910; 1913) Freud ridimensionò invece progressivamente il ruolo della comunicazione del sapere al paziente, mostrando che da sola non poteva bastare – il paziente che «sa» del proprio rimosso non per questo ne è liberato – e che occorreva anche che si stabilisse un solido legame del paziente con l'analista. Freud sottolineò così a più riprese l'importanza della relazione tra paziente e analista, fino ad affermare che è il transfert, e non la conoscenza intellettuale, a far pendere la bilancia verso l'efficacia della cura (Freud 1915-17, lezione 28). Fin dall'inizio, dunque, Freud lega l'efficacia della psicoanalisi da una parte all'interpretazione dell'inconscio, dall'altra al fenomeno del transfert sulla persona dell'analista.


Non a caso la storia del movimento psicoanalitico è stata attraversata, anche in seguito, dal dibattito, e spesso dalla contrapposizione, tra l'enfasi posta ora sull'interpretazione ora sulla relazione tra paziente e analista.


In ogni caso, al di là dei fattori terapeutici di volta in volta privilegiati, gli analisti sono sempre stati concordi su un punto: non può esservi alcuna efficacia della pratica analitica, come cura, se essa non è esercitata da chi si sia formato come analista. Raccogliendo l'insegnamento di Freud, gli psicoanalisti hanno cercato di seguirne il percorso anche in questa direzione, legittimando a occupare il posto dell'analista solo chi si fosse formato secondo principi volti a garantire che fosse effettivamente in condizione di praticarla.


L'azione analitica


Da sempre, dunque, la psicoanalisi si interroga su sé stessa, su come cura e su quali ne siano i fattori specifici. È una questione che, in quanto analisti, non possiamo smettere di porci, dal momento che è il procedimento analitico stesso, l'azione psicoanalitica in sé, a porcela di continuo quando siamo al lavoro con i nostri pazienti: che cosa sta succedendo? Stiamo curando? Come stiamo curando? Al tempo stesso dobbiamo saper tollerare di essere continuamente attraversati da quel non sapere che è la condizione stessa dell'inconscio, in quanto sapere che non si sa.


Questo non significa che lavorare psicoanaliticamente sia un procedere alla cieca, a tentoni, un brancolare nel buio. Al contrario, dobbiamo guardarci dall'improvvisare e dall'eccedere nel fare, poiché, come analisti, siamo tenuti a non fare ostacolo a che il paziente possa mettere in parola il suo inconscio. Questa particolare condizione dell'analista al lavoro – attraversato da una parte dall'interesse a saperne di più, dall'altra dalla consapevolezza di non poterne mai sapere del tutto, anzi dal desiderio di non volerne sapere, perché il solo sapere che conta è quello del paziente – è l'aspetto cardine di ogni azione analitica, e dunque ciò che ne condiziona, a mio avviso in maniera determinante, l'efficacia.


La posizione dell'analista nella cura, il suo modo di porsi nei confronti del paziente, la qualità del suo dire, le modalità con cui modula il suo intervento – in poche parole, per dirla con Lacan, tutto ciò che concorre a costituire il suo atto analitico – sono dunque parte integrante dell'efficacia terapeutica. Il che significa che la psicoanalisi deve la sua efficacia anche al fatto di essere un procedimento che tiene costantemente conto della propria etica, un'etica che, nel caso della psicoanalisi, è intrinseca, e non esterna, al metodo (Lacan 1958; 1959-60).


Che cos'è un'analisi?


Entrando più nello specifico dell'analisi come cura, se ci chiediamo come un'analisi curi non possiamo eludere almeno due questioni cruciali.


La prima riguarda che cosa sia un'analisi: nel panorama apparentemente complesso delle psicoterapie cosiddette psicoanalitiche, che cosa può essere chiamato analisi e che cosa no?


La seconda: ha ancora senso, oggi, parlare di psicoanalisi come cura della sofferenza psichica, soprattutto di quelle che sembrano esserne le nuove forme? In un'epoca come la nostra, caratterizzata dall'esigenza dell'immediatezza, del tutto e subito, del qui e ora, è ancora proponibile la psicoanalisi, con i suoi tempi lunghi, come metodo di cura in cui il «tutto e subito» non è possibile, e in cui si richiedono piuttosto un'attesa e un lavoro perché possa avvenire un cambiamento che abbia consistenza e si mantenga nel tempo? E ancora: qual è il cambiamento che il soggetto sofferente di oggi domanda, e che un'analisi può permettere? A quale domanda l'analisi può pensare oggi di essere la risposta, visto che il soggetto della contemporaneità non sembra più essere il soggetto isterico dell'epoca di Freud?


Sono questioni che meriterebbero da sole trattazioni estese; tenteremo tuttavia di delinearne gli aspetti essenziali.


Partiamo dalla prima. Che cosa può considerarsi, oggi, psicoanalisi? Esiste una sola psicoanalisi o ne esistono molte? E che cosa la differenzia dalle altre psicoterapie, e in particolare dalla psicoterapia psicoanalitica?


So bene che quest'ultima distinzione è da tempo oggetto di un dibattito ampio e non privo di ripetizioni, e che una parte autorevole della comunità psicoanalitica tende oggi a considerare sfumate, se non inesistenti, le differenze tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica. Lo stesso progetto della Menninger aveva mostrato che i trattamenti supportivi producevano cambiamenti strutturali più ampi di quanto la teoria lasciasse prevedere, e che espressivo e supportivo si intrecciavano in ogni cura reale (Wallerstein 1986). Ma il dibattito è tutt'altro che chiuso. Kernberg, per esempio, ha continuato a sostenere la necessità di distinguere tra psicoanalisi, psicoterapia psicoanalitica e psicoterapia di sostegno, proprio in base al diverso uso dell'interpretazione, del transfert e della neutralità (Kernberg 1999). E soprattutto Gill, nel rivedere la propria precedente posizione, ha proposto di abbandonare i criteri estrinseci – la frequenza delle sedute, l'uso del lettino, la durata – per definire la psicoanalisi in base a criteri intrinseci, cioè a ciò che effettivamente accade nella cura, a partire dall'analisi del transfert (Gill 1984).


È su questa strada che vorrei collocarmi. Se le differenze di setting si sono di fatto attenuate, ciò non significa che sia venuta meno la differenza di struttura: è proprio quando il criterio non è più il setting che diventa necessario dire con precisione che cosa fa di una cura un'analisi. Non si tratta di stabilire un dogma, né una gerarchia di valore tra pratiche, quanto di individuare il campo proprio di ciascuna; un campo che, nel caso della psicoanalisi, è quello tracciato da Freud e che possiamo considerare contrassegnato essenzialmente da tre aspetti: il punto da cui parte ogni esperienza analitica, l'oggetto del suo lavoro, il suo punto di arrivo. Solo tenendo conto di queste coordinate possiamo cogliere la specificità del campo psicoanalitico.


Per sgombrare il terreno, possiamo partire da ciò che la psicoanalisi sicuramente non è: non è una terapia direttiva, né una terapia del sintomo, né una terapia esplicativa, catartica o del comportamento. Né tanto meno, come abbiamo avuto già modo di dire, una terapia che porti il paziente ad un modello di salute prestabiliyo.Classicamente l'analisi è piuttosto una terapia interpretativa che si struttura attraverso una relazione nella quale la componente emotiva e affettiva acquista particolare rilievo. Ma basta questo? L'analisi è certamente anche questo, ma non solo, perché tali aspetti possono essere attribuiti anche ad altre psicoterapie. Vediamo dunque i tre aspetti che ne definiscono la specificità.


Primo aspetto: l'inizio di un'analisi


Come inizia un'analisi? Che cosa rende il suo inizio diverso da quello di qualsiasi altra terapia? Ogni analisi prende le mosse da una richiesta di aiuto dovuta a una sofferenza soggettiva, da una domanda dunque comune a tutte le terapie. È solo quando nel paziente emerge, al di là del bisogno di essere curato, il desiderio di capire come e perché sta male, di saperne qualcosa di più sul proprio sintomo e sulla sofferenza che lo accompagna, e di sapere di più su sé stesso, che possiamo dire che un'analisi sta cominciando.


Ciò che fa di un inizio qualsiasi l'inizio di un'analisi è dunque il desiderio di sapere. L'analisi si costituisce attraverso un investimento sul sapere. Ogni transfert analitico inizia come transfert sul sapere, che diventa transfert sull'analista perché questi è riconosciuto come colui che incarna quel sapere ed è in grado di rispondere a quella domanda. Transfert sul sapere, transfert sulla parola, transfert sull'analista sono i momenti costitutivi del transfert psicoanalitico: è per questo che l'analista è, come dice Lacan, il soggetto supposto sapere.


Solo supposto, perché il vero sapere sul paziente lo detiene il paziente stesso, che tuttavia non sa di saperlo, trattandosi di un sapere inconscio.


L'analista è dunque il polo ricevente del discorso del paziente, di un discorso che non può conoscere in anticipo; la sua posizione è quella di chi, pur supposto sapere, in effetti non sa nulla del suo paziente, se non le informazioni generali sulla persona e sul problema raccolte durante i colloqui preliminari.


L'analisi muove dunque da una domanda di sapere rivolta a chi, in effetti, non può ancora sapere nulla: da un desiderio di sapere del paziente e da una posizione di non sapere dell'analista. Questa condizione degli inizi è propria dell'analisi: possiamo parlare di analisi solo se si parte da questa situazione; altrimenti siamo in presenza di un'altra cosa.


Dalla parte del paziente, l'analisi muove da una domanda che è domanda di sapere, di saperne qualcosa sul proprio sintomo: che cosa vuol dire questo? Che cosa vuol dire il sintomo che mi porta qui? È una domanda che l'analista accoglie facendone il campo del lavoro, e che rappresenta ciò che Lacan chiama l'isterizzazione del discorso, condizione preliminare e fondamentale di ogni analisi (Lacan 1969-70).


Un'analisi inizia, in altre parole, quando il paziente «riconosce» che il sintomo di cui soffre è una questione di cui egli, senza saperlo, è responsabile: qualcosa che serve a qualcosa, pur non sapendo a cosa, un dire soggettivo di cui non sa che cosa voglia dire. E inizia, al tempo stesso, quando il paziente riconosce l'analista come colui che può essere implicato nella domanda che egli formula, come colui che si implica nel suo inconscio.


L'analisi inizia, possiamo dire, con un doppio transfert: sul sapere e sull'analista. Ne consegue un'altra caratteristica specifica dell'analisi: vi è analisi solo se qualcosa procede sotto transfert, un transfert che l'analista riconosce e di cui fa uso nella cura, senza gratificarlo né restituirlo al paziente come un sapere già pronto.


La posizione dell'analista è dunque quella di chi non sa e non vuole sapere nulla in anticipo, nulla che non scaturisca dal paziente stesso nel corso dell'analisi; quella del paziente è la posizione di chi ritiene che l'analista sappia già tutto di lui. La dialettica che si instaura a partire da queste rispettive posizioni costituisce lo scambio propriamente analitico e il modo specifico in cui la psicoanalisi opera. Ed è qui, a mio avviso, il criterio intrinseco che la distingue dalla psicoterapia: solo in analisi l'analista si sottrae sistematicamente ai tentativi del paziente di collocarlo nel posto di colui che già sa, e fa di questa sottrazione il motore della cura, anziché rispondere a quella domanda con un sapere, un consiglio o un sostegno.


Secondo aspetto: l'oggetto della psicoanalisi


Veniamo al secondo aspetto che contrassegna il campo psicoanalitico: l'oggetto specifico del lavoro analitico. Che cosa cura la psicoanalisi? Non possiamo chiederci come la psicoanalisi curi senza chiederci anche che cosa curi. Potremmo rispondere: ovviamente l'inconscio. È vero, ma di quale inconscio si tratta? Si tratta dell'inconscio freudiano, cioè dell'inconscio che si costituisce e può essere colto come un fatto mentale, poiché «l'inconscio non appare come il significato latente di un testo ma come l'atto che occupa la scena dell'attività mentale» (Widlöcher 1996, 92): ciò che si colloca tra lo stimolo e la risposta.


L'organizzazione psichica è infatti tale che questo spazio possiamo immaginarlo sufficientemente conservato, o meglio continuamente ritrovato. Disponiamo, per lo più, di un luogo della mente che separa lo stimolo dalla risposta, che ci consente di sospenderla, di procrastinarne l'azione, di differirne la scarica: un luogo in cui l'eccitazione pulsionale può avere un destino diverso dalla scarica immediata cui per sua natura tende, in cui può essere investita di affetto, rivestita di un significante, avviata all'elaborazione; in una parola, simbolizzata, grazie alle funzioni associative e di legame attraverso cui opera l'inconscio. Dovremmo essere in grado, cioè, di slegare lo stimolo dalla risposta e di ri-legarlo a un affetto, a un pensiero, a una rappresentazione; di trasformarlo, in altri termini, in un atto mentale inteso come fatto, come il fatto proprio che può essere pensato e detto, come il nostro discorso: che è poi il discorso che il soggetto in analisi rivolge all'analista.


Attraverso la regola fondamentale, la psicoanalisi si propone precisamente di favorire, o almeno di non impedire, che tra lo stimolo e la risposta possa interporsi lo spazio in cui la parola intercetta la pulsione e la trasforma in un fatto che può essere detto ed essere analizzato mediante lo strumento principe dell'interpretazione. In tal modo il  paziente può riconoscere non solo il discorso che lo riguarda, ma anche, e soprattutto, di esserne l'autore, cioè di esserne il soggetto che vi si implica. Perché ciò che per la psicoanalisi è strettamente legato alla salute psichica è la possibilità di riconoscersi soggetto del proprio inconscio, soggetto di ciò che si manifesta a propria insaputa attraverso il sintomo. Soggetto anche, e soprattutto, nel senso di assoggettato. Soggetto, dunque, di desiderio.


Terzo aspetto: il fine di un'analisi


È questo – e veniamo all'ultimo aspetto che specifica il campo analitico – l'obiettivo possibile dell'analisi, e il solo che ne legittimi il procedimento. Non l'eliminazione del sintomo in quanto tale, che non sarebbe neppure possibile, e nemmeno il perseguimento dei tre grandi ideali della psicoanalisi «classica» che Lacan richiama all’inizio del suo Seminario sull’Etica della psicoanalisi: l'ideale dell'amore genitale, inteso come compimento della relazione oggettuale; l'ideale dell'autenticità, per cui una tecnica di «smascheramento» non potrebbe che condurre il soggetto alla sua verità più piena, senza veli né inganni; l'ideale dell'autonomia, in virtù del quale il soggetto approderebbe alla felice condizione del superamento di ogni dipendenza dall'altro.


Sarà Lacan a mettere decisamente in guardia gli analisti dal cedere a queste mete idealizzanti (Lacan 1959-60), che non possono che condurre a una sorta di «ortopedia» degli assetti di funzionamento dell'Io del paziente, e non al suo desiderio inconscio, che è il vero oggetto della psicoanalisi freudiana.

Rifacendosi a Freud, Lacan è stato chiaro su questo punto: non l'Io con le sue funzioni, ma il soggetto con il suo desiderio è il vero «oggetto» della psicoanalisi, perché è da lì, dal desiderio rimosso e «dimenticato», e non dall'Io, che l'essere umano parla e soffre.


Una parte rilevante della tradizione post-freudiana ha invece letto la celebre formula di Freud «Wo Es war, soll Ich werden» (Freud 1932, lezione 31) come l'indicazione a lavorare sull'Io in quanto apparato: a rafforzarne le funzioni, a intervenire sui suoi meccanismi di difesa, oggettivandolo come l'organo da curare. È la direzione della Ego psychology, la quale, proseguendo per questa via, si è spinta progressivamente verso modelli di cura sempre più vicini alle psicoterapie cognitive, cioè quanto di più lontano vi sia dalla psicoanalisi di Freud.


Lacan si oppone a questa lettura e propone di restituire alla frase un altro significato (Lacan 1955). Egli osserva che Freud, che altrove designa le istanze della seconda topica come das Es e das Ich, qui omette l'articolo davanti a entrambi i termini: non scrive «wo das Es war, soll das Ich werden», «dove era l'Es deve subentrare l'Io», ma «Wo Es war, soll Ich werden», che Lacan rende con «là dove era, là come soggetto devo advenire io». Si può discutere se questa lettura sia l'unica filologicamente sostenibile; ma la sua portata clinica è decisiva, perché cambia la prospettiva del lavoro analitico. In quanto analisti non lavoriamo perché l'Io si sostituisca all'Es, ma perché il soggetto possa advenire là dove era l'Es: perché io possa soggettivarmi sulle mie pulsioni, e in particolare sulla pulsione di morte, facendoci i conti alla meno peggio. È questa l'analisi freudiana, dalla quale molte correnti post-freudiane si sono allontanate, e alla quale noi, in quanto analisti che a Freud si ispirano, dobbiamo tornare.


Letta in questo modo, la formula «Wo Es war, soll Ich werden» può essere considerata a pieno titolo il manifesto dell'analisi nel suo modo di procedere: là dove è il rumore dell'Es, della pulsione che spinge alla scarica – che è poi la pulsione di morte o, se si preferisce, la pulsione di godimento –, là il soggetto potrà costituirsi sul proprio inconscio, per dare un senso e un nome alla pulsione e ricondurla nella trama possibile del suo discorso.


Per concludere: brevi considerazioni sull'attualità della psicoanalisi


Questa evoluzione verso la possibilità per il paziente di riconoscersi soggetto del proprio inconscio può essere pensata anche come il passaggio da una dimensione duale e orizzontale alla dimensione del terzo, a una verticalizzazione del soggetto sul proprio desiderio. Il suo emblema concettuale è il passaggio attraverso l'Edipo, o meglio attraverso la castrazione: la castrazione può essere considerata il significante di ogni possibile cambiamento, e dunque anche di quello che ci aspettiamo possa avvenire in un soggetto attraverso un'analisi.


Si tratta di un aspetto tutt'altro che trascurabile, perché ci introduce direttamente alla problematica del soggetto del nostro tempo, e alla questione se e come un'analisi possa curare i pazienti di oggi, coloro che possiamo ritenere non in grado di accedere alla castrazione simbolica. Sempre più spesso, nella clinica attuale, siamo chiamati a prenderci cura di soggetti che non possono essere considerati nevrotici: i cosiddetti «nuovi pazienti», come coloro che soffrono di attacchi di panico, coloro che lamentano un'insoddisfazione diffusa e un senso di vuoto interiore, le anoressiche, i tossicodipendenti, coloro che presentano fenomeni di addiction, manifestazioni compulsive o inibizioni dell'azione; ma anche i pazienti perversi e gli psicotici. In tutti questi casi si tratta di pazienti che faticano a concepirsi come «soggetti di un fatto mentale», capaci di articolare un racconto da rivolgere all'analista, quasi fossero soggetti «senza inconscio», nei quali a prevalere non è tanto la rimozione quanto meccanismi più radicali come il diniego, la scissione, la forclusione, che sono appunto quelli in opera nelle perversioni e nelle psicosi.


Di fronte alla crescente diffusione di questi pazienti, così diversi dalle isteriche che hanno «inventato» la psicoanalisi e per le quali l'analisi era la risposta che Freud ci ha indicato, la questione è: è proponibile un'analisi in questi casi? Un'analisi come Freud l'ha classicamente prospettata non sarebbe possibile, soprattutto se dovessimo proporla come tale sin dall'inizio. Più correttamente, dovremmo pensare l'analisi non come ciò da cui partire, ma come ciò a cui arrivare, ciò verso cui tentare di condurre il paziente: un obiettivo, appunto. In questi casi la funzione dell'analista non può essere tanto quella di interpretare l'inconscio, quanto quella di tentare di riattivarlo, di rimetterlo in funzione, di far sì che il paziente possa riconoscersi un po' di più soggetto delle sue cose, della sua storia, del suo inconscio. Per questo, più che a un'analisi vera e propria, dovremmo pensare a percorsi di cura flessibili e adattati a queste «nuove patologie»; dovremmo vedere, cioè, nella psicoterapia psicoanalitica il preliminare di ogni possibile analisi, intesa come analisi dell'inconscio sotto transfert.


Questo non contraddice, ma conferma, la distinzione proposta più sopra. Proprio perché ciò che fa di una cura un'analisi non è il setting ma la sua struttura – il desiderio di sapere da cui muove, l'inconscio come oggetto, la soggettivazione come fine –, la stessa cura può cominciare come psicoterapia e diventare un'analisi nel momento in cui quelle condizioni si producono. Tra psicoterapia psicoanalitica e psicoanalisi vi è allora una continuità nel tempo della cura, ma non un'identità: c'è un punto in cui qualcosa cambia di statuto, ed è il punto in cui il paziente comincia a interrogarsi sul proprio sintomo come su qualcosa che lo riguarda. Ciò che Lacan chiamava «rettifica soggettiva» (Lacan 1958).


Una vignetta clinica mi sembra illustrare bene la difficoltà di soggettivarsi, di prendere posizione come soggetto sulle proprie questioni e dunque di accedere a un'analisi vera e propria; e mi sembra anche emblematica del modo prevalente di essere del soggetto contemporaneo, che è sempre più spesso un soggetto non-soggetto.


Si tratta di una signora venuta da me perché afflitta da un senso insopportabile di vuoto e di noia esistenziale. Per molte sedute non mi parlò che di fatti concreti della sua vita quotidiana e delle persone che la circondavano: il marito, le figlie, le amiche. In poco tempo arrivai a sapere tutto degli altri e niente di lei, tanto che pensai di dirle:


– Noto che lei conosce benissimo tutto quello che avviene intorno a lei. Ora, di tutto questo sapere cosa pensa di farsene?


Mi rispose:


– Il punto è proprio questo, dottore: di che cosa farmene non ne ho la minima idea. Forse aspetto semplicemente che sia lei a dirmelo!


La signora sapeva tutto, ma di tutto quello che sapeva non sapeva che cosa farsene. Dovevo dirglielp io.

Si noti che il mio intervento non le offriva un'interpretazione né un consiglio: le restituiva la sua posizione nel discorso. E la sua risposta è esemplare, perché vi si vede nascere, e subito arrestarsi, la domanda analitica. Per un istante la paziente coglie che il problema non è ciò che sa, ma ciò che non sa farne; e nello stesso istante consegna all'analista il compito di decidere al posto suo. È esattamente il punto in cui l'analista deve sottrarsi: se rispondesse – suggerendo che cosa fare, indicando una direzione – la cura diventerebbe una psicoterapia di sostegno, forse utile, ma tale da confermare la paziente nella sua posizione di chi attende che altri firmino per lei. Se invece l'analista tace su quella domanda, mantenendola aperta, la domanda può cominciare a diventare sua.


In un passo del Seminario III Lacan affronta la questione della soggettivazione ricorrendo all'esempio del capitano di una nave:

«Sono sul mare, capitano di una piccola imbarcazione. Vedo delle cose che si agitano nella notte in un modo che mi fa pensare che possa trattarsi di un segno. Come reagirò? Se non sono ancora un essere umano, reagisco con ogni sorta di manifestazioni, come si dice, modellate, motorie ed emotive, soddisfo le descrizioni degli psicologi, comprendo qualcosa. Se invece sono un essere umano, registro nel giornale di bordo: alla tal ora, al tale grado di longitudine e di latitudine, abbiamo avvistato questo e quello. È questa la cosa fondamentale. Metto al sicuro la mia responsabilità» (Lacan 1955-56, 216).


Che cosa hanno in comune la mia paziente e il capitano di Lacan? Entrambe le situazioni mettono in evidenza un punto centrale della questione del soggetto: il punto, se così posso dire, della firma. Ciò che mi riguarda è ciò di cui mi assumo la responsabilità, ciò rispetto a cui sono in condizione di prendere posizione, perché non è nel sapere in sé, ma nella possibilità di assumermi la responsabilità del mio sapere, che mi costituisco come soggetto. La signora sapeva tutto, ma nel momento di trarne le conclusioni, di decidere, di apporre appunto la sua firma, svaniva come soggetto: in quel momento si realizzava il fading del soggetto. Nell'esempio del capitano Lacan ci mostra, al contrario, che un essere umano non è chi si limita a osservare i fatti, ma chi se ne assume la responsabilità, chi vi appone la propria firma, mettendo – come egli dice – al sicuro la sua responsabilità.


È dunque lì, nella possibilità di mettere al sicuro la propria responsabilità, che il soggetto si costituisce. Il soggetto non è colui che sa, ma colui che è in grado di sottoscrivere ciò che sa. Detto altrimenti: non basta un sapere per fare un soggetto; occorre sapere che cosa farsene del proprio sapere. Non basta sapere: occorre saperci fare con il sapere. È nel punto di intersezione tra la verticalità della funzione simbolica e l'orizzontalità delle coordinate dell'identità e dell'immaginario che il soggetto si costituisce, e può così riconoscersi un po' di più nella particolarità del suo desiderio, della sua storia e del suo progetto, senza per questo sentirsi necessariamente solo e perduto nel mondo. Gli attacchi di panico, così frequenti oggi, possono essere letti proprio come la rappresentazione sintomatica di questa angoscia della responsabilità, così tipica del nostro tempo.


Non a caso la condizione che caratterizza il soggetto della contemporaneità non sembra più tanto quella edipica, di chi agisce senza sapere, quanto quella amletica, di chi, pur sapendo, e pur sapendo che cosa sarebbe giusto fare, ne procrastina l'atto all'infinito.


È al punto del proprio riconoscimento soggettivo, e non a quello di ulteriori costruzioni identitarie che suppliscano alla possibilità di essere soggetti di sé stessi, che noi analisti speriamo di poter condurre questi pazienti: al punto in cui il sapere può diventare un saperci fare; in cui al sapere di avere un sintomo subentra il saperci fare con il proprio sintomo; in cui un sintomo, da ciò che in un soggetto funziona peggio, può addirittura diventare ciò che funziona meglio: un sinthpme. In analisi il cambiamento non consiste allora nel diventare qualcosa che ancora non si è, quanto nel diventare più consapevolmente ciò che già si è. In un certo senso, e paradossalmente, possiamo dire che l'obiettivo del lavoro analitico non si trova nel futuro, ma in quel futuro anteriore di cui parla Lacan (Lacan 1953): il cambiamento in analisi non consiste tanto nel far accadere qualcosa che non è ancora accaduto, quanto nel riprendersi ciò che è già avvenuto, nel «farlo accadere di nuovo», per dare parola a ciò che alla parola è stato sempre sottratto; per permettere, insomma, che il paziente possa riorganizzare la trama del proprio discorso e trovarvi un posto in cui poter stare in maniera più sopportabile.


Bibliografia



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Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO • 28 agosto 2026
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Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO • 22 agosto 2026
Psicoterapie in presenza e psicoterapie online Negli ultimi anni il ricorso alle piattaforme digitali per la comunicazione tra le persone e' cresciuto in modo esponenziale. In questo scenario si e' sviluppata anche l'offerta di psicoterapie online, oggi sempre piu' diffusa e facilmente accessibile. Siamo di fronte ad un cambiamento rilevante, che indubbiamente ha avuto il merito di ampliare le possibilità di un incontro tra pazienti e professionisti della salute mentale, soprattutto in situazioni di distanza, malattia, di lavoro o di altre condizioni che rendono impossibile la presenza fdi persona. Questa maggiore accessibilità, tuttavia, non dovrebbe far perdere di vista un punto essenziale: una psicoterapia non è mossa semplicemente con il bisogno di aiuto , né può essere ridotta a una prestazione d'urgenza da attivare nell'immediatezza della richiesta. Certo, quando una persona soffre, è comprensibile che avverta prima di tutto un bisogno: quello di stare meglio, di essere alleviato dalla propria sofferenza, liberato dal sintomo di trovare qualcuno che la ascolti e la aiuti nel più breve tempo possibile. L'attesa, quando irrompe una sofferenza, può alimentare la fantasia di non poter guarire mai più. Il bisogno di cure immediate è perciò legittimo e va accolto con comprensione, empatia e rispetto. Ma un percorso psicoterapeutico, soprattutto quando non può prescindere dall'ascolto del soggetto direttamente interessato richiede qualcosa in più: richiede che, accanto al bisogno, possa emergere anche un desiderio . Vale a dire la disponibilità soggettiva a interrogare la propria sofferenza, a sostenerne la domanda di aiuto nel tempo, a non ridurre la cura alla ricerca di una soluzione immediata. Perché il modo attraverso cui si accede a una psicoterapia non è affatto secondario: un percorso comincia già nel momento in cui il paziente si attiva nella ricerca di un terapeuta, prova ad orientarsi, sceglie a chi rivolgersi oer affidargli la propria parola. In questo gesto iniziale c'è già un'assunzione personale della domanda di cura. Non si tratta semplicemente di trovare "qualcuno disponibile", ma di iniziare a prendere parte attiva al proprio percorso. Allo stesso modo, anche dal lato del terapeuta, la risposta alla domanda di cura non dovrebbe mai ridursi alla sola necessità di fornire una prestazione o di occupare rapidamente uno spazio di lavoro. Accogliere una domanda psicoterapeutica significa prendersi il tempo per ascoltarla, comprenderla e valutarla con responsabilità. In questo senso, la fretta e la standardizzazione rischiano di impoverire tanto la richiesta quanto la risposta. Per questo è utile distinguere tra due modelli molto diversi di accesso alla cura online. Da un lato vi sono strumenti digitali che facilitano l'incontro tra domanda e offerta senza sostituirsi alla scelta del paziente: in questi casi la piattaforma può essere un mezzo utile, anche prezioso, per rendere possibile il contatto o garantire continuità al percorso. Dall'altro lato vi sono però modelli che tendono a trattare la psicoterapia secondo una logica di consumo: tutto deve essere veloce, semplice, immediato; il terapeuta viene selezionato da terzi o abbinato tramite criteri standardizzati; la complessità della domanda soggettiva viene compressa dentro procedure pensate per ridurre tempi e incertezze. E' proprio qui che si apre una questione cruciale. La psicoterapia non e' un servizio "on demand" , né un intervento assimilabile a un pronto soccorso emotivo. Anche quando nasce da una sofferenza urgente - e spesso accade - essa non può esaurirsi nella promessa di una soluzione pronta e impersonale. La cura psicologica richiede tempo: tempo per formulare la domanda, tempo per ascoltarla, tempo per comprendere che cosa sia realmente in gioco per quel soggetto. Questo non significa negare il valore delle sedute a distanza. Al contrario, in molti casi esse possono essere utili, talvolta persino decisive. Possono rappresentare una risorsa importante quando non vi sono alternative praticabili, oppure possono accompagnare efficacemente alcune fasi del percorso. Il punto, però, è che l'online funziona davvero come risorsa clinica quando resta inserito in una cornice di lavoro seria, fondata sulla responsabilità etica, sulla continuità e sulla qualità della relazione terapeutica. Diventa invece più problematico quando favorisce passività, delega ad altri della domanda e aspettativa di cure rapide e risolutive. Deve essere però chiaro che una riflessione critica su questi dispositivi non deve essere scambiata con un giudizio sui pazienti che vi ricorrono, né sui giovani terapeuti che vi lavorano. Chi soffre cerca spesso l'aiuto possibile nelle condizioni di cui dispongono, e molti professionisti, soprattutto all'inizio del loro percorso, operano in contesti difficili, eppurecon grande impegno e serietà e competenza. La questione, dunque, non riguarda le persone, ma il rischio che intorno alla sofferenza psichica si possa costituire e consolidare un sistema sempre più orientato alla semplificazione commerciale della cura. Alla salute mentale va assicurata certamente accessibilità. Ma le vanno riconosciuti anche il tempo, la competenza e il rigore rigore che merita. Sensibilizzare a un corretto accesso alla psicoterapia significa allora ricordare che la domanda di aiuto non deve essere un passaggio puramente tecnico o burocratico. E' già parte della cura. Rispondere correttamente a quella domanda non significa soltanto offrire disponibilità immediata, ma saper costruire le condizioni per un incontro autentico, in cui il soggetto possa trovare non una soluzione preconfezionata, ma uno spazio di parola, di ascolto e di elaborazione personali. In questo senso, le psicoterapie online non sono da rifiutare in quanto tali. Vanno però pensate e utilizzate con attenzione, evitando che l'innovazione tecnologica finisca per prendere il posto di ciò che nella cura resta essenziale: il tempo, la responsabilità, la scelta e la relazione .
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO • 17 maggio 2026
Il fondamento di ogni relazione umana - che sia tale da permettere un autentico scambio dialettico interpersonale - è il riconoscimento dell'Altro come essere separato, dotato di un desiderio suo proprio e di una volontà autonoma. Il riconoscimento cioè che l'Altro è un altro da sé e non un altro di sé. Tuttavia, nei diversi contesti umani, questo riconoscimento dell'alterità dell'Altro non è garantita, non è scontatta. Perché? Perché spesso ci ritroviamo in relazioni nelle quali facciamo la dolorosa esperienza di non essere ascoltati, di non essere tenuti in debita considerazione, di non essere riconosciuti come soggetti dotati di una propria autonomia di pensiero? La psicoanalisi può mostrarcene le ragioni ed offrirci la possibilità di comprendere come e perché possano stabilirsi tali dinamiche, quali ne siano la logica e la struttura, e perché possono essere definite come perverse, allargando così il campo delle Perversioni da quello di certi comportamenti sessuali a quello di relazioni interpersonali caratterizzate dal rifiuto sistematico di riconoscere nella'Altro una soggettività sua propria, distinta e separata da sé. E' il Padre della Psicoanalisi, Sigmund Freud, ad individuare per primo il meccanismo centrale della perversione come Verleugnung, ossia, in italiano, come "diniego", "ripudio". Per Freud, il perverso è colui che si rifiuta di accettare la realtà della "castrazione", ovvero l'esistenza di un limite, di una mancanza, di una diversità irriducibile tra sé e l'Altro. La Verleugnung non è una semplice negazione, è di più, è una "doppia negazione": 𝑁𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑖 𝑚𝑎𝑛𝑐𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎, 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑠𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑒 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑚𝑒 𝑙𝑒 𝑎𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑚𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑖𝑜. È una posizione categorica e irriducibile di disconoscimento della realtà, e della verità oggettiva. Una posizione che, per essere sostenuta e conservata nella sua operazione di diniego, deve servirsi - questo è un punto importante - della scissione inconscia dell'Io, ossia della separazione e del disconoscimento di quella parte di sé che non può non riconoscere come stanno effettivamente le cose. Il diniego non è dell'ordine del delirio, non è una falsa verità, è l'odio per la verità e l'odio, prima che nei confronti dell'Altro e della sua verità, nei confronti di quella parte di sé che, riconoscendo la verità vera, non può ammetterla, ma solo trattenerla come una traccia crepuscolare. J acques Lacan riprende e approfondisce l'intuizione freudiana, spostando il focus dalla castrazione individuale a quella dell'Altro (il partner, la società, il linguaggio stesso). I l perverso non tollera che l'Altro sia "bucato" , mancante. Perché? Perché se l'Altro è incompleto e ha un proprio desiderio, allora può porre un limite al godimento del soggetto. Il perverso, invece, mira a un godimento assoluto, senza ostacoli. Non sopporta che il proprio godimento possa essere interdetto o messo in discussione dal desiderio dell'Altro. La sua missione diventa quindi quella di "tappare il buco" nell'Altro , di renderlo un partner completo, uno strumento prevedibile e funzionale al proprio godimento. Qui cogliamo la differenza cruciale con la struttura nevrotica. Se il perverso non tiene in alcun conto il desiderio dell'Altro, il nevrotico, al contrario, ne è talmente dominato da sottomettervisi completamente, al punto di dimenticare il proprio. Il nevrotico soffre immensamente del desiderio dell'Altro: lo riconosce, se ne fa carico, vi accondiscende o vi si ribella, ma non ne nega mai l'esistenza. Se la posizione del perverso nei confronti della mancanza dell'Altro è della d oppia negazione , quella del nevrotico è di un doppio riconoscimento : sia del desiderio dell'Altro, che della propria sofferenza nel temere di non potervi aderire del tutto. Tuttavia, questo doppio riconoscimento, per quanto doloroso, apre a una dialettica possibile con l'Altro. Nel preverso, invece, il diniego radicale delle ragioni dell'Altro chiude ad ogni possibile dialogo. Se il nevrotico è in una relazione dialettica infinita con l'Altro, il perverso se ne tira radicalmente fuori: valgono solo le sue ragioni. Il perverso non nega semplicemente la volontà dell'Altro, nega la validità stessa della sua esistenza come soggetto pensante e desiderante. In questo modo, il perverso confonde e fa vacillare la realtà dell'interlocutore, imponendo la propria come l'unica verità possibile. Questo è il cuore della posizione di godimento del perverso: l'annullamento della differenza. Una posizione che può sfociare in vere e proprie tragedie, come il fenomeno dello Stalking o dei femminicidi, nei quali viene soppressa, non la volontà dell'Altro, ma l'Altro stesso in quanto soggetto di una volontà diversa e intollerabile E tuttavia, spesso, la relazione perversa non è unilaterale, ma si nutre di una complicità inconscia. I due partner creano un "patto diabolico" in cui entrambi collaborano per distruggere la castrazione, la mancanza, in sé stessi e nell'altro. Il desiderio, che nasce dalla mancanza e fonda l'amore, viene sostituito dai godimenti complementari ldei due partner: Il godimento di chi plagia si incastra perfettamente con il godimento di chi si lascia plagiare, in un gioco che scongiura il rischio evidentemente più temuto, quello di amare davvero, ovvero di accettare l'incompletezza reciproca. In conclusione, la perversione non è solo una categoria diagnostica, ma una modalità relazionale che si basa sul disconoscimento della separazione fondamentale tra sé e l'Altro. È perverso ogni atteggiamento, individuale o collettivo, che neghi la legittimità delle istanze altrui per proteggere un godimento soggettivo. La Storia offre esempi terrificanti di questa logica: l'Inquisizione, le crociate, i totalitarismi. Sono tutti sistemi che si fondano sull'imposizione di un'unica Verità e sulla sistematica, violenta eliminazione di ogni posizione discordante. Sono la manifestazione di un rifiuto radicale di quella differenza che, invece, è il fondamento stesso dell'amore e della vita.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO • 10 maggio 2026
La tesi più radicale e spesso fraintesa di Jacques Lacan è quella che egli riassume nel celebre aforisma: 𝑛𝑜𝑛 𝑐'𝑒̀ 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. Questo non significa, banalmente, che gli esseri umani non facciano sesso tra di loro o che non vi siamo atti sessuali. Significa qualcosa di molto più profondo, ossia che non esiste una formula, un codice naturale che possa scrivere la relazione tra un sesso e l'altro, che possa prestabilirla una volta per tutte, che possa predeterminarne l'armonia, garantirne il funzionamento ottimale e il successo. Non esiste una matematica del sesso umano, una sua scrittura, tanto nella biologia, quanto nell'inconscio stesso. A differenza degli animali, guidati dall'istinto che crea un rapporto fisso e funzionale alla specie, l'essere umano, essendo immerso nel linguaggio, ha perso per sempre questa bussola biologica. Siamo 𝑝𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎, e questo ha due conseguenze fondamentali. In primo luogo, 𝐼𝑙 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒: non ci accoppiamo, mettiamo in scena una fantasia. Non desideriamo l'Altro in sé, ma l'oggetto causa del nostro desiderio ((𝑜𝑔𝑔𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑎)) che presumiamo l'Altro possegga. Ogni atto sessuale non è un incontro tra due nature che si completano, ma un complesso dialogo tra due mondi inconsci, due fantasie che solo per un breve istante possono sperare di sovrapporsi, senza mai combaciare del tutto. Il sesso allo 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑢𝑟𝑜 è impossibile perché la parola si è insinuata tra noi e il reale del corpo, rendendo ogni esperienza irrimediabilmente soggettiva e filtrata dal significato. In secondo luogo, i rispettivi godimenti non sono complementari. Non esiste un godimento "della coppia" che nasca dalla fusione di due metà. Esiste il godimento di un soggetto e il godimento di un altro soggetto. L'idea di 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑢𝑛𝑜 è l'illusione per eccellenza. Prova ne è la persistenza dell'autoerotismo: una parte del godimento del corpo resta sempre privata, solitaria, non condivisibile e non traducibile nel linguaggio dell'Altro, irrimediabilmente esclusa dalla dialettica discorsiva dell'amore. 𝑂 𝑠𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎 𝑜 𝑠𝑖 𝑔𝑜𝑑𝑒, potremmo dire, estremizzando i due registri, del reale del corpo e del simbolico del linguaggio È il 𝑔𝑜𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑈𝑛𝑜, che resiste all'ingresso nel legame a due. A questo punto, cosa riempie il vuoto lasciato dall'assenza di un 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 scritto dalla natura? 𝐋'𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞. Lacan afferma che 𝑙'𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑝𝑒𝑟𝑖𝑠𝑐𝑒 𝑎𝑙𝑙'𝑎𝑠𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒. L'amore è il discorso, l'invenzione, la costruzione poetica con cui tentiamo di dare un senso a questo 𝑛𝑜𝑛-𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜. È il legame che si sforza di creare un ponte sull'abisso che separa due godimenti. Mentre il sesso rivela la disgiunzione fondamentale, l'amore è la promessa (sempre illusoria, ma necessaria) che un'unione sia possibile, che il godimento dell'Altro possa essere compreso e condiviso, che da due si possa davvero diventare Uno. Amare, in questa prospettiva, diventa un atto etico di straordinaria complessità. Non significa trovare 𝑙'𝑎𝑙𝑡𝑟𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑙𝑎 di Aristofane che ci completa. Amare significa tollerare la crepa che ci divide dall'Altro, accettare che l'Altro rimarrà sempre un mistero, con un nucleo di godimento inaccessibile. Amare significa amare la mancanza dell'Altro (𝑎𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 ℎ𝑎, dice Lacan), significa saperci fare con il reale del sesso, ossia vivere la sessualità non con la pretesa di una fusione totale, ma con la consapevolezza della distanza, trovando una meraviglia proprio in quel tentativo, sempre rinnovato e sempre parzialmente mancato, di toccare l'irraggiungibile alterità dell'Altro. Perché questa coesistenza di unione (l'amore) e disgiunzione (il sesso) sia possibile e sostenibile in una coppia, occorre che entrambi i partner dispongano di un Significante speciale, che presiede a tutti i significanti, e che Lacan chiama il 𝐅𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐢𝐦𝐛𝐨𝐥𝐢𝐜𝐨, vale a dire quell'iscrizione etica che orienta il desiderio e disciplina il godimento. L'amore diventa allora quella meravigliosa e talvolta infernale invenzione che ci permette di 𝑓𝑎𝑟 𝑓𝑖𝑛𝑡𝑎" 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑠𝑒𝑠𝑠𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑎, e in questo far finta si gioca tutta la ricchezza, la tragedia e la bellezza della vita umana. @follower Per approfondire: https://www.egidioerrico.com/cosa-la-psicoanalisi-ha-da-dire-sullamore-e-sul-sesso
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO • 9 maggio 2026
La madre porta con sé il segreto indicibiledel significato del proprio bambino
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO • 23 aprile 2026
IL DESIDERIO È SEMPRE PER UN CORPO, L'AMORE È SEMPRE PER UN NOME, IL NOME DI QUEL CORPO . Il titolo, sebbene non sia una citazione letterale di Lacan, è una sintesi del suo insegnamento sulla complessa dialettica tra amore e desiderio. Approfondiamo l’argomento, mantenendoci all’interno della teoria lacaniana. L'aforisma del titolo si scompone in due movimenti principali che si unificano nel finale. 1. Il Desiderio è sempre per un Corpo. Per Lacan, il desiderio (désir) non è né il bisogno (biologico, che può essere soddisfatto, come la fame) né la domanda (la richiesta articolata all'Altro, che è sempre una domanda d'amore). Il desiderio nasce proprio dallo scarto tra il bisogno e la domanda. È un resto, un'eccedenza, ed è per sua natura inconscio, indistruttibile e metonimico: scivola incessantemente da un oggetto all'altro senza mai trovare un appagamento definitivo. Cosa significa che è per un corpo? In primo luogo che il desiderio non si rivolge alla persona colta nella sua totalità, ma è innescato da un "oggetto parziale", quello che Lacan chiama “oggetto piccolo a” (objet petit a). Questo non è un oggetto reale che si può possedere, non è un oggetto meta del desiderio, ma ne è la causa fantasmatica. Il corpo dell'altro diventa il luogo, il palcoscenico, in cui immaginiamo di poter trovare questo oggetto perduto: uno sguardo, una voce, un seno, un certo modo di muoversi. Il corpo è il supporto materiale del nostro fantasma fondamentale. In secondo luogo che il desiderio si muove prevalentemente nel registro dell'Immaginario. Desideriamo l'immagine dell'altro, il corpo come Gestalt, come forma che promette una completezza che a noi manca. È una relazione duale: "io" desidero "quel corpo" perché immagino che possa colmare la mia mancanza (manque-à-être). Infine perché, in quanto legato all'oggetto parziale e all'immagine, il corpo del desiderio è, per il suo carattere metonimico, intercambiabile . Finito l'incanto di un corpo, il desiderio può facilmente spostarsi su un altro che sembra incarnare meglio, o in modo nuovo, l'objet petit a. Il desiderio è seriale. In sintesi, con la prima parte dell'aforisma volio dire che il desiderio è radicato nella pulsione, si aggancia a frammenti del corpo dell'altro e opera in una logica di consumo e sostituzione, senza mai raggiungere una vera soddisfazione. 2. L'amore è sempre per un Nome, il Nome di quel Corpo. Qui la prospettiva cambia radicalmente. L' amore , a differenza del desiderio, si colloca nel registro del Simbolico . Il "Nome" non è da intendersi come il semplice nome anagrafico, ma ha una precisa valenza simbolica: è il modo attraverso cui i nostri genitori hanno deciso come saremo riconosciuti nella nostra singolaritàtà e insostituibilità. È la funzione simbolica che iscrive un soggetto in un ordine, in una genealogia, in una storia. Il Nome rappresenta l'unicità irriducibile del soggetto, la sua particolarità assoluta all'interno del linguaggio e della cultura di appartenenza. Il Nome è ciò che fa di un esistenza biologica un essere umano, che imprime alla nuda vita il carattere dell'eternità : di ognuno di noi muore il corpo, ma non il Nome. Quel Nome che fa di un individuo quel soggetto e non un altro. Amare qualcuno significa amare questa sua singolarità, questo suo "Nome": l ’amore è sempre per un nome , dice Lacan. L'amore è il movimento che permette di superare la visione dell'altro come mero corpo-oggetto per riconoscerlo come soggetto. Si ama la sua mancanza, la sua "castrazione" simbolica, la sua finitezza. Come dice Lacan, amare è dare ciò che non si ha . Si offre la propria mancanza alla mancanza dell'altro, creando un legame che non si basa sul possesso ma sul riconoscimento reciproco di un'incompletezza. Si ama il Il Nome di quel Corpo vuole indicare la congiunzione cruciale dell'amore a quel corpo e solo a quel corpo. L'amore non è un'astrazione platonica. È l'atto che salda la singolarità simbolica (il Nome) a un corpo particolare e contingente . L'amore opera una sorta di "miracolo": fa sì che tra tutti i corpi desiderabili del mondo, uno solo diventi insostituibile. Perché? Perché quel corpo diventa il significante del Nome che amiamo. Il corpo cessa di essere un oggetto intercambiabile e diventa l'incarnazione necessaria di quella soggettività unica. L'aforisma descrive dunque la funzione dell'amore come ciò che àncora il desiderio e che, come dice Lacan, lo umanizza. Senza amore, il desiderio è condannato a un'erranza infinita, a una ricerca senza fine del corpo perfetto che possa incarnare l'objet a , una ricerca destinata al fallimento e alla ripetizione. È la logica del Don Giovanni: ogni corpo è desiderabile ma nessuno è indispensabile. L'amore interviene a interrompere questa catena metonimica. Opera una metafora : la sostituzione di un significante con un altro. Il corpo dell'amato viene elevato a significante dell'unicità assoluta del soggetto. L'amore dice: " Desidero questo corpo non perché ha questo o quel frammento che cattura la mia pulsione, ma perché è il corpo di questo Nome, di questa persona unica che per me non ha eguali ". In questo modo, l'amore non nega il desiderio, ma lo riorienta, lo stabilizza. Permette di desiderare sempre lo stesso corpo, non per abitudine, ma perché in quel corpo si continua a incontrare il mistero e l'unicità del Nome amato.  L'amore è ciò che permette il passaggio dal desiderio di un corpo al desiderio di quel corpo, il corpo che porta con sé il segno indelebile di un Nome.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO • 20 aprile 2026
Accostarsi alla clinica psicoanalitica, in particolare quella di orientamento lacaniano, non può, a mio avviso, prescindere da una comprensione approfondita di alcuni concetti fondamentali: Divisione Soggettiva, Desiderio, Fantasma Fondamentale, Pulsione, Ripetizione, Godimento. Questi termini non solo devono essere esplorati singolarmente, evidenziandone le specificità e i caratteri distintivi, ma è cruciale che vengano anche analizzati nelle loro interrelazioni strutturali e dinamiche. Solo così potremo evitare confusioni e comprendere come questi elementi concorrono alla definizione delle tre strutture psicopatologiche: Nevrosi, Perversione e Psicosi. L’incontro di oggi si propone di chiarire questi concetti, affinché possano fungere da fondamenta solide per una conoscenza più ampia e articolata della clinica psicoanalitica. Divisione Soggettiva Al cuore della psicoanalisi lacaniana non c'è una teoria astratta e conclusa, ma una domanda radicale e aperta sulla sofferenza umana . Una domanda che parte da un'esperienza che tutti, in qualche modo, conosciamo: perché siamo così spesso attraversati dalla dolorosa sensazione di essere divisi, lacerati? Perché spesso ci sorprendiamo per una parola che non pensavamo di pronunciare, per un gesto, un’azione che non ci aspettavamo di compiere o per una decisione che mai avremmo voluto prendere? Perché siamo così spesso attraversati dalla sensazione che ciò che diciamo di noi stessi non esaurisca mai completamente ciò che siamo, o meglio, ciò che pensiamo di essere? Per Cartesio io sono dove penso di essere, anzi io sono perché penso. Questa certezza dell’essere in quanto pensante, questa coincidenza assoluta dell’Io con il suo pensiero, e con il soggetto in cui ognuno si riconosce come essere, dominerà il pensiero moderno per circa trecento anni, ossia dal 1600 fino alla fine del 1800, quando il genio di Freud, con la scoperta dell’inconscio, non darà un colpo decisivo al cogito cartesiano. Forse vale la pena di soffermarci un attimo su questa linea evolutiva, perché in essa possiamo ravvisare le radici della nascita della psicoanalisi, ossia un percorso che va da un soggetto padrone di sé a un soggetto "parlato" e diviso, un’evoluzione cruciale nella storia del pensiero occidentale: il progressivo decentramento del soggetto rispetto al pensiero e al linguaggio, il passaggio graduale dalla certezza all'incertezza, dalla trasparenza all'opacità del soggetto. Un passaggio che si compie in tre tappe fondamentali. 1. Cartesio: Il Soggetto della Certezza e del Pensiero Trasparente Il punto di partenza è il soggetto cartesiano . Con il suo celebre Cogito ergo sum ("Penso, dunque sono"), Cartesio fonda l'esistenza del soggetto sulla sua capacità di pensare: sul piano del pensiero , il soggetto è il padrone assoluto del proprio pensiero . L'"Io" è una sostanza pensante ( res cogitans ), pienamente cosciente e trasparente a se stessa. Il pensiero è ciò che definisce il soggetto e ne garantisce la certezza. S ul piano del linguaggio , il soggetto che parla è sempre preceduto dal pensiero, il soggetto dice sempre quello che pensa e pensa sempre quello che dice: Il linguaggio allora assume un valore secondario rispetto al pensiero, è uno strumento che serve a comunicare un pensiero che si è già formato, chiaro e distinto, nella mente del soggetto. È un'espressione controllata e assolutamente consapevole della coscienza. In sintesi, per Cartesio l'equazione è: Io penso → Io sono . Il soggetto precede e domina sia il pensiero che il linguaggio, avendo di entrambi piena padronanza. 2. Freud: la Frattura del Soggetto e l'emergere dell'Inconscio Con Freud, questo edificio di certezze crolla . La scoperta dell'inconscio rappresenta la prima, grande ferita narcisistica al soggetto cartesiano: il soggetto non è più padrone in casa propria . Il pensiero cosciente (l'Io) è solo la punta di un iceberg. La vera forza motrice sono i pensieri inconsci , i desideri e le pulsioni che sfuggono al suo controllo. Il soggetto è "agito" da un pensiero che non conosce . Il linguaggio, allora, smette di essere uno strumento docile e diventa la via d'accesso privilegiata all'inconscio : lapsus, sogni, motti di spirito non sono errori, ma manifestazioni di una verità del soggetto che la coscienza ignora . Il linguaggio tradisce il soggetto, ma nel tradirlo, lo rivela. L'equazione freudiana è più complessa: Io sono dove un pensiero inconscio si manifesta . Il soggetto è decentrato tra conscio e inconscio. 3. Lacan: Il Soggetto come effetto del linguaggio Jacques Lacan porta la rivoluzione freudiana alle sue estreme conseguenze , integrandola con la linguistica strutturale. Se per Freud l'inconscio si esprime attraverso il linguaggio, per Lacan l'inconscio è strutturato come un linguaggio . Lacan rovescia radicalmente Cartesio: "Io penso dove non sono, dunque sono dove non penso" . Il pensiero non appartiene al soggetto; il soggetto emerge nel "luogo dell'Altro ", cioè nella struttura preesistente del linguaggio e delle sue leggi. Il soggetto non esiste prima del linguaggio , ma è un suo effetto . Entrando nel linguaggio (l'ordine simbolico), l'essere vivente viene "mortificato", diviso, e si costituisce come soggetto mancante, barrato (scritto $). Non siamo noi a parlare il linguaggio, ma è il linguaggio che ci parla. Il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante. Per Lacan, l'equazione definitiva è: Il linguaggio parla → Io sono (come effetto diviso) . Tutto l’insegnamento lacaniano ruota intorno alla questione del soggetto diviso in quanto effetto del linguaggio . Attraverso di esso Lacan ne cerca le ragioni, le formula, le argomenta, le mette in logica fino ad arrivare a stabilire che l’entità radicale e irriducibile della struttura del Soggetto umano non è la sintesi, ma la divisione , offrendoci al tempo stesso una mappa per esplorarla, per comprenderla e per studiarne le diverse implicazioni nella sofferenza psichica e nella clinica. L’Ordine del Simbolico e il Linguaggio 1. Da una parte , c'è il mondo in cui viviamo: l'universo del Simbolico . È il mondo del linguaggio, delle regole sociali, delle aspettative degli altri e delle nostre stesse parole. È il patto che ci rende esseri umani in una comunità. Il con-tratto che sottoscriviamo per ottenere il diritto di essere ammessi nella civiltà . Il trattino col quale ho scomposto il termine contratto è per sottolineare che gli esseri umani sono nel simbolico con tratto: questo tratto è la parola e dunque Il contratto si fonda sulla parola: un tratto che non si limita a descrivere, ma lega . È l'atto con cui il dire diventa un vincolo. È esattamente questo che Lacan vuole intendere quando dice che il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante: Il significante , per Lacan, va inteso infatti come il tratto della parola e tra le parole. Non è semplicemente la parola nel suo uso comune. È, prima di tutto, un tratto, un marchio, un'iscrizione. Lacan lo chiama trait unaire (tratto unario). È un segno che non ha un significato intrinseco, ma che serve a produrlo , e a differenziare, a marcare una differenza. Proprio come il "tratto" di una firma su un contratto . In altri termini, la parola che rappresenta un soggetto è un tratto (il primo significante, S1) che, per poterlo rappresentare, deve necessariamente legarsi a un altro tratto (un altro significante, S2), un altro soggetto. Il soggetto, allora, non è la fonte di questo legame, ma il suo effetto . Emerge proprio da questo contratto tra parole, in quello spazio vuoto che la catena dei significanti crea e al tempo stesso designa . Il contratto, quindi, non è qualcosa che il soggetto stipula, ma è l'atto stesso che lo costituisce ." Questo è il lato del Simbolico, dove il Soggetto si costituisce in quanto tale sotto la legge del Significante, dove il Soggetto, avendo subito la castrazione ad opera del Significante, è mancante-a-essere e dunque attraversato dal desiderio. L’Ordine del Reale e il Corpo 2. Dall'altra parte , c'è ciò che al mondo del linguaggio sfugge e si sottrae al significante. Ripensiamo al linguaggio come una rete fatta dalle parole tenute insieme dai significanti che la percorrono in lungo e in largo : con essa peschiamo le cose del mondo in cui viviamo, diamo loro un senso, un nome e in questo modo, dal mondo in cui viviamo, attraverso il linguaggio, ritagliamo, costruiamo la realtà che ci riguarda. La rete del linguaggio ha però dei buchi: c'è sempre qualcosa che essa non riesce a catturare, ma che comunque lascia intravedere, che rivela in qualche modo come l’Altra cosa , come l’ impossibile a dirsi . Questo impossibile è il Reale , che non è la "realtà", ma ciò che nella realtà non entra : il buco nella realtà simbolica che ci costruiamo con le parole e sottomettiamo alla legge del significante . Questa rete delle parole lungo la quale camminano i significanti, con i buchi che i significanti non riescono a coprire è esattamente quello che chiamiamo il Campo freudiano . Ossia il Campo dell’esperienza umana, e dunque anche il campo in cui opera la Psicoanalisi. Un Ponte: L’Immaginario Esiste un terzo registro, quello dell’ Immaginario , ma voglio tenerlo per ora in disparte perché lo ritroveremo più avanti come quel velo, quella “toppa” attraverso cui cerchiamo di mettere riparo alla spaccatura attraverso cui ci dividiamo tra il Simbolico ed il Reale, il registro attraverso cui cerchiamo di congiungere il mondo del linguaggio (Simbolico) a quello dell’impossibile a dirsi Reale). È il registro delle immagini, delle identificazione, dell'ego. È il regno della forma, della fusione, della rivalità e della relazione speculare (io/altro). Si forma a partire dallo "stadio dello specchio", dove il bambino si identifica con la propria immagine, creando un'illusione di totalità. Il Soggetto del Desiderio: La Mancanza-a-Essere È proprio da questa fessura insanabile che scaturiscono due delle forze più potenti della nostra vita : il desiderio, che punta al simbolico e al liguaggio, e il godimento, che punta al reale, al corpo, alla pilsione . Questa divisione si manifesta nella tensione costante tra ciò che possiamo esprimere a parole, il registro del Simbolico , e un'esperienza più profonda e inafferrabile che ci sfugge, il Reale . Il desiderio, in quest'ottica, non è la semplice ricerca di un oggetto, ma è l'espressione stessa di questa mancanza costitutiva: desiderare, per Lacan, significa essere intrinsecamente incompleti, essere mancanti-a-essere, come lui dice. Questo apre ad un paradosso, che Lacan, prende da Sartre: per essere occorre riconoscersi nella propria mancanza ad essere, che ci aliena dal nostro esistere in quanto pieni. Essere ci impedisce di riconoscersi nel nostro esistere. Allo stesso tempo, questa condizione è la radice della nostra sofferenza. Per diventare un "soggetto che desidera", è necessario accettare una perdita originaria, un concetto che Lacan, sulla scia di Freud, definisce " castrazione simbolica ". Non si tratta di un evento fisico, ma dell'abbandono dell'illusione infantile di essere completi. In fondo, il percorso per diventare esseri umani consapevoli implica proprio questo passaggio: nasciamo come organismi biologicamente "pieni", ma per acquisire una coscienza di noi stessi in quanto “esseri” dobbiamo barattare quella pienezza istintiva con una condizione di "mancanza-ad-essere ". Questa Divisione Soggettiva non è un'idea astratta, ma si rivela costantemente in quegli "inciampi" che costellano la nostra vita quotidiana : un lapsus, un sogno incomprensibile o un improvviso vuoto di memoria. Ad esempio, quando una persona in analisi ci dice "ora non mi viene in mente più nulla", non sta tanto opponendo resistenza, quanto piuttosto mostrando la sua fessura soggettiva, una porta che si apre sull'inconscio come l'impossibile da dire: è un punto di rottura, di interruzione, un taglio, una coupure, della catena sanicante, dove ci sorprende il soggetto che veramente siamo, ma che non conosciamo. Di fronte a questi "buchi", l'approccio della psicoanalisi lacaniana si distingue nettamente da altre terapie. L'obiettivo non è quello di "tappare la falla" o rafforzare l'Io per creare un'illusione di completezza, ma piuttosto di aiutare la persona a navigare l'esistenza proprio a partire da quella mancanza. Si tratta di imparare a "farsene qualcosa", a trovare una nuova posizione che trasformi quella crepa da fonte di paralisi a motore della propria vita. Questo processo si svolge nella dialettica del linguaggio , dove però le nostre parole non riescono mai a contenere pienamente il desiderio che le muove. Proprio per questo, il soggetto non può nominarlo fino in fondo e si rivolge all'Altro – l'analista, la società – sperando che sia lui a riconoscerlo e a dargli un senso, in un dialogo in cui si parla senza sapere del tutto cosa si sta dicendo, né chi sia veramente quell'Altro al quale si sta dicendo. Il Soggetto del Godimento: La Pulsione Se dal lato del Simbolico troviamo il soggetto del desiderio, radicato nel linguaggio, dall'altro, nel campo del Reale, il discorso cambia radicalmente. Qui, dove si manifesta " il buco del Rreale nel Sapere del Simbolico", il soggetto e la sua domanda perdono di significato, quasi si annullano, per lasciare spazio alla Pulsione, che Lacan designa con la formula ($◇D) . In questa dimensione , il corpo non è più un'unità, ma un insieme di zone erogene, di orifizi che diventano luoghi di taglio . È qui che il soggetto si confronta con la propria mancanza costitutiva, emergendo come quella “ entità acefala ", che è la Pulsione , ossia il soggetto senza testa e senza domanda, che, come la coda di una lucertola che, sebbene recisa, continua a muoversi, agisce senza un'intenzione chiara, in un ciclo che non mira a colmare un vuoto . Si trova in uno spazio tanto lontano dalla parola, da non sospettare di essere lui, lì, a "parlare" attraverso il suo corpo. Quindi possiamo dire che, mentre il soggetto del desiderio parla senza sapere quello che dice, il soggetto della pulsione parla senza saper che è lui a parlare. Questo soggetto è costantemente alla ricerca dell'oggetto perduto del corpo, l' oggetto del godimento . Si tratta degli oggetti parziali freudiani (orale, anale), ai quali Lacan aggiunge lo sguardo, la voce e, infine, il "niente". Il paradosso tragico è che questa ricerca è destinata a fallire, perché l'oggetto che il soggetto cerca è il soggetto stesso, in quanto parte perduta del proprio corpo: “ E' il soggetto in quanto oggetto perduto del soggetto, che il soggetto cerca in quanto oggetto perduto del corpo” (A. Eddelsztein). È in questi "buchi" del corpo, in questa apparente mancanza, che si colloca il Godimento del corpo sganciato dal simbolico e dall’immaginario: non si accede più al godimento della parola, non si accede più al godimento dell’Altro, il godimento rimane godimento della pulsione nel corpo, senza argine, senza fine, distruttivo: la pulsione di morte, l’al di là del principio di piacere è proprio questo godimento fine a se stesso che non vuole sapere altro se non di ripetersi. Questo tipo di godimento non va inteso come semplice piacere o soddisfazione, e nemmeno come sofferenza. È piuttosto il luogo vuoto in cui il soggetto si annida, facendosi inconsapevolmente l'oggetto che desidera ma che non può mai possedere , poiché un soggetto non può ritrovarsi da solo come oggetto. Da qui nasce il ciclo incessante della ripetizione, che rappresenta il godimento del punto più intimo e problematico del suo essere. Lo scopo della psicoanalisi è quello di smuovere il soggetto da questo godimento mortifero per aprirlo alla possibilità di un desiderio nuovo . In sintesi, sia a livello del desiderio (nel linguaggio) sia a livello del godimento (nel corpo), il soggetto si costituisce e si definisce sempre nel suo rapporto con l' oggetto piccolo (a) , che funge da causa del desiderio o da oggetto parziale della pulsione. Il Soggetto in Bilico: Tra il Desiderio e la Pulsione Al cuore del pensiero di Jacques Lacan troviamo quindi un soggetto profondamente diviso , costantemente in bilico tra due forze potenti e opposte: il Desiderio e la Pulsione . Ma come può l'individuo sostenersi su questa frattura costitutiva, senza precipitare nell'angoscia? Da un lato, c'è l'abisso del Desiderio , una mancanza fondamentale che ci spinge a interrogarci e a rivolgerci all'Altro attraverso il linguaggio . Dall'altro, c'è il vuoto della Pulsione , una forza che emerge dal corpo e ci spinge incessantemente verso un godimento enigmatico , che Lacan chiama Jouissance. L'essere umano è irriducibilmente teso tra queste due logiche eterogenee. La risposta di Lacan a come il soggetto riesca a non frammentarsi si sviluppa lungo tutto il suo insegnamento e si fonda su due "stampelle" fondamentali, due costruzioni psichiche che offrono un sostegno su ciascun versante di questa divisione. Le Due Stampelle del Soggetto 1. Il Fantasma Fondamentale ($ <> a): La Cornice del Desiderio. Sul versante del linguaggio e del rapporto con l'Altro, la stampella è il Fantasma Fondamentale . Se il desiderio è un abisso, il fantasma è la cornice, la finestra che il soggetto costruisce per affacciarsi su quel vuoto senza caderci dentro . È una sorta di "sceneggiatura" inconscia che fornisce una risposta immaginaria alla domanda fondamentale: "Che cosa vuole l'Altro da me?" (Che vuoi?). La celebre formula lacaniana $ <> a descrive proprio questo: mette in relazione il soggetto diviso ( $ ) con l'oggetto piccolo a ( a ), ovvero l'oggetto-causa del desiderio, un resto inassimilabile. Nel fantasma, questo oggetto viene collocato illusoriamente nel luogo di un possibile ritrovamento, di una soddisfazione immaginaria. Sebbene l'oggetto a non possa mai essere veramente posseduto (è causa, non meta), questa finzione dà consistenza al desiderio, gli conferisce una realtà psichica e permette al soggetto di orientarsi nel mondo e di amare . Questa è la logica alloerotica: un rapporto con l'Altro mediato dal linguaggio e dall'immaginario. 2 . La Pulsione: Il Circuito del Godimento. Sul versante del corpo, la logica è completamente diversa: non è relazionale, ma solitaria . A differenza del desiderio, la pulsione non cerca un oggetto per colmare una mancanza. Al contrario, essa gira a vuoto attorno a un oggetto irrimediabilmente perduto. Il suo scopo non è il piacere o la soddisfazione, ma la Jouissance (il Godimento). Si tratta di una soddisfazione paradossale, spesso intrisa di sofferenza, che deriva dalla ripetizione stessa di questo circuito . È un godimento che si nutre del fallimento nel raggiungere l'oggetto, un moto perpetuo attorno a un vuoto. Un godimento che gira all’infinito esclusivamente nel reale del corpo, attraverso la pulsione e la sua ripetizione, non arginato dal simbolico, né rivolto all’Altro immaginario. Una coazione a ripetersi che, paradossalmente, si soddisfa della sua insoddisfazione, come dimostra la S ublimazione. La logica della pulsione è quindi autoerotica e autistica . Il godimento è sempre individuale, non condivisibile. Questo porta alla celebre massima di Lacan: " Non c'è rapporto sessuale ". Non significa che gli atti sessuali non avvengano, ma che non esiste una formula, una norma simbolica che possa unire e armonizzare il godimento di due soggetti in un "Tutto ". L'incontro sessuale è sempre un incontro tra due solitudini, tra due fantasmi. La pulsione, con la sua inesorabile ripetizione, è dunque l'altra stampella che sostiene il soggetto sul vuoto del proprio godimento. I l Soggetto Diviso: un Funambolo tra Due Abissi L'immagine che ne emerge è quella di un funambolo che cammina su una corda tesa. · Da un lato, si protende verso l'Altro, sostenuto dalla finzione del fantasma, alla ricerca di un senso e di un legame . · Dall'altro, è ripiegato su se stesso dalla pulsione, incatenato alla ripetizione di un godimento solitario che sancisce l'impossibilità di una fusione completa. Vivere significa navigare costantemente tra la ricerca di significato nel legame con l'Altro e l'incontro con il non-senso di un godimento che ci isola. Un Dialogo Incessante tra Linguaggio e Corpo. Questa divisione, tuttavia, non implica una separazione netta. Esiste uno scambio continuo tra il Simbolico (linguaggio) e il Reale (corpo): 1.Dal linguaggio al corpo: I significanti si "incarnano", producendo effetti sul corpo. La figura clinica che lo rappresenta è il sintomo isterico , dove un conflitto psichico si "converte" in una manifestazione somatica. 2. Dal corpo al linguaggio: La pulsione, radicata nel reale del corpo, "sessualizza" il pensiero e la parola. L'emblema di questo processo è il sintomo ossessivo , dove la sessualità impregna la catena significante. Il significante avvolge l’isterica nel corpo e l’ossessivo nel pensiero. Questa interdipendenza ci porta a una conclusione fondamentale: nell'essere umano, non esiste una sessualità "pura" o istintiva, così come non esiste un pensiero che non sia, in qualche modo, toccato dalla pulsione . Il significante e la pulsione hanno irrimediabilmente allontanato l'essere parlante dalla sua presunta animalità originaria. L'illusione di un rapporto di "solo sesso" si scontra con il fatto che, per l'essere umano, il sesso è sempre mediato dalle parole, dai fantasmi e dall'impossibilità di un rapporto senza resti. Conclusione: La Direzione della Cura e l'Etica dell'Atto Analitico Siamo partiti, nel nostro percorso, da un'evidenza clinica tanto radicale quanto ineludibile: la divisione del soggetto . Abbiamo visto come l'essere umano sia costitutivamente in bilico, teso tra l'universo del Simbolico – il campo della parola, della domanda e del desiderio rivolto all'Altro – e l'irruzione del Reale, la dimensione acefala della pulsione, della ripetizione e di quel godimento solitario e non condivisibile che Lacan chiama Jouissance . Ma giunti a questo punto, la domanda si impone con urgenza: quali sono le implicazioni di questa divisione fondamentale per la nostra pratica? Se il soggetto è spaccato, può la posizione dell'analista rimanere monolitica, uguale a se stessa? La risposta è, necessariamente, no. La direzione della cura non è una tecnica standardizzata, ma una posizione etica che deve sapersi modulare a seconda del versante della divisione soggettiva in cui si trova a operare. 1. Sul versante del Simbolico , nel regno della dialettica del desiderio, l'analista è convocato nel luogo del transfert come Soggetto Supposto Sapere . L'analizzante si rivolge a lui con una domanda di senso, sperando che l'Altro possa finalmente nominare, riconoscere e interpretare il suo desiderio. Infatti, qui, il nostro strumento principe è l' interpretazione , in particolare quella metaforica , che apre a nuove catene significanti. Ma è un'arte sottile: il nostro compito non è "dare un troppo di senso", non è tappare il buco con un sapere posticcio che andrebbe solo a suturare la ferita e a rafforzare l'Io. Al contrario, l'interpretazione deve mirare a preservare quello spazio vuoto, quell'intervallo tra un significante e l'altro, perché è solo in quella fessura che il soggetto dell'inconscio può finalmente emergere, sorprendersi e farsi sentire , può cioè venir fuori quel soggetto come Altra cosa , rispetto a quello che si suppone essere. Per questo l’interpretazione deve essere sempre anche metonimica . 2. Ma quando ci spostiamo sul versante del Reale , dove vige la logica ferrea della pulsione di ripetizione, il registro cambia drasticamente. Qui non c'è più una domanda di sapere, ma un circuito di godimento che si auto-sostiene nel suo stesso fallimento. Il transfert, di conseguenza, non si istituisce più sul sapere, ma si configura come un transfert sul godimento . L'analista non è più colui che sa, ma colui che - lungi dall’essere solo il sembiante dell’oggetto piccolo a - lo incarna, suo malgrado, facendone, non più l’oggetto causa del desiderio, ma l’oggetto reale di quel godimento mortifero . In questo contesto, l'interpretazione metaforica perde la sua efficacia; non c'è più un senso da svelare, ma un ciclo da interrompere [1] È qui che interviene l' atto analitico nella sua funzione più pura: quella del taglio . L'atto non è una parola, ma un'azione che opera una cesura nel reale , che spezza la catena della ripetizione e separa il soggetto da quel godimento che lo imprigiona . Che si tratti di una scansione della seduta, di un silenzio o di un intervento spiazzante, l'atto mira a introdurre una discontinuità là dove regnava la coazione a ripetere. [ Vediamo dunque come il transfert lacaniano, in entrambe le sue modulazioni, si fondi sempre su una logica di separazione e alienazione , e mai di identificazione o di semplice ripetizione speculare. L'obiettivo non è conformare il soggetto a un modello, ma permettergli di separarsi da ciò che lo aliena: che sia l'Altro del Simbolico o l'oggetto del godimento nel Reale. In conclusione, dirigere una cura significa saper danzare su questa faglia soggettiva , sapendo quando interpretare per aprire al desiderio e quando tagliare per arginare il godimento . La pratica della psicoanalisi non è il frutto di una tecnica bene appresa e bene applicata, ma un’etica che ci impone di non essere mai uguali a noi stessi, proprio perché il soggetto che abbiamo di fronte non è mai uno, ma irriducibilmente diviso. [1] Perché mantenere la posizione di sembiante di oggetto a come causa del desiderio e non di incarnarlo come oggetto a di godimento nel reale, è fondamentale nella "direzione della cura"? Perché solo se l'analista, attraverso il suo silenzio, le sue domande e le sue interpretazioni, si posiziona deliberatamente nel luogo enigmatico della parvenza, della finzione, del sembiante appunto, dell’oggetto piccolo a, senza incarnarlo realmente, solo se lascia questo posto vuoto, può diventare il perno del transfert: l'analizzante può proiettare sull'analista la funzione di "colui che sa" e, soprattutto, di "colui che possiede" quell'oggetto prezioso (agalma, come lo chiama Lacan nel Simposio di Platone) che si presume possa colmare la propria mancanza. Occupando la posizione di sembiante dell'oggetto a, l'analista provoca il desiderio di sapere (l'analizzante è spinto a parlare, a produrre associazioni, sogni e lapsus nel tentativo di capire e "carpire" dall’analista il segreto del proprio desiderio), non soddisfa la domanda (l'analista non risponde mai direttamente alla domanda d'amore o di soddisfazione dell'analizzante), permette all’analizzante di "attraversare il fantasma" (lo scopo finale della cura lacaniana è permettere al soggetto di "attraversare il suo fantasma fondamentale", ovvero di confrontarsi con la logica inconscia che struttura il suo desiderio e la sua sofferenza, e di separarsi dall'alienazione in questo oggetto a).
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