Psicoanalisi

L’efficacia

La psicoanalisi è una cura molto efficace in quanto non si limita ad affrontare il problema dal punto di vista del sintomo -non è infatti una terapia sintomatica- e neanche di “correggere” o “normalizzare” questo o quel comportamento, quanto invece di arrivare a scoprire le cause che ne sono alla base. Una terapia, qualsiasi terapia, può essere efficace soltanto se è una terapia delle cause, se si preoccupa cioè di comprendere come e perché si sta male, come mai non si è più capaci di vivere bene.

 

Gli obiettivi

A differenza di tutte quelle terapie che si limitano a dare indicazioni, proporre strategie per il controllo di sintomi o comportamenti, oppure che si basano sulla somministrazione di farmaci, la psicoanalisi si pone invece l’obiettivo di curare il disturbo alle sue radici, favorendo in questo modo cambiamenti più stabili e duraturi.  

 

A chi si rivolge

La psicoanalisi può essere utile a chiunque, stando male o avendo dei problemi, desideri essere aiutato ad affrontare più radicalmente quello che non va, e dunque a stare meglio avendo potuto agire a livello delle cause.

 

In cosa consiste

Lo psicoanalista valuta che ci siano le condizioni che permettano questo tipo di cura e quindi chiede al paziente niente altro che di parlare liberamente di sé e di qualsiasi cosa gli venga in mente, seguendo le sue associazioni di idee, di raccontare tutto ciò che gli viene da dire. La psicoanalisi opera attraverso le cosiddette libere associazioni. Perché? Perché il suo scopritore, Sigmund Freud, capì che i disturbi psichici hanno la loro origine in una regione della mente di cui noi non sappiamo nulla in quanto lontana dalla coscienza, una regione che chiamò Inconscio, non accessibile cioè tanto facilmente alla nostra consapevolezza, e che può esserlo invece solo attraverso quel parlare libero e spontaneo, seguendo le proprie associazioni di idee. Diversamente da quelle situazioni, anche terapeutiche, dove si chiede di pensare prima di parlare, la psicoanalisi è una pratica terapeutica, l'unica, dove invece l'analista invita a parlare prima di pensare.

 

Quello che fa l'analista

Il compito dello psicoanalista non è quello di dare dei consigli o di impartire direttive al paziente, bensì quello di dirigere la cura: l'analista non dirige il paziente, ma la cura. Dirigere la cura vuol dire far emergere, facilitare, non porre alcun ostacolo a quello che dice il paziente, affinché, nel corso della cura analitica, sia l'inconscio, quello che non si conosce ancora a poter venire fuori attraverso le parole del paziente e se ne possa percepire la funzione di matrice, di causa, che esso ha rispetto alla sua sintomatologia e alle sue difficoltà.

 

L’Inconscio

L’inconscio è come una regione segreta, molto privata della nostra mente che ha, tra le altre, una funzione importantissima: quella di accogliere e custodire impressioni, ricordi, fantasie che non serve tenere a portata della coscienza, e che è invece opportuno poter mettere da parte, un po’ come si fa con il ripostiglio di casa dove riponiamo ciò che non serve, ma che può sempre tornare utile. Per questo l’inconscio è quanto di più nostro e personale ci sia. E’ qualcosa di prezioso, è il nostro tesoro privato. L'inconscio può essere considerato allora come l'altra scena del nostro essere, quella che non appare, ma che esiste e che ha un suo funzionamento, le sue regole, un suo linguaggio attraverso il quale l'inconscio "sistema", riordina, organizza continuamente tutto ciò che vi riponiamo. Non è solo un contenitore ma è qualcosa che lavora, seleziona, ritaglia continuamente ciò che vi trova per farne la matrice dei nostri desideri e il fondamento della nostra soggettività.

 

Ciò che accade

Tuttavia, talvolta, ciò che depositiamo nell’inconscio -operazione che avviene automaticamente attraverso un meccanismo detto della rimozione- non sempre se ne sta lì quieto e tranquillo, ma può generare dei sintomi, delle ansie, dei disturbi, tanto più se quello che rimuoviamo è particolarmente significativo. Per esempio esperienze spiacevoli, soprattutto quelle della prima infanzia, o traumi di varia natura, che essendo stati rimossi nell’inconscio, possono in seguito generare disturbi e sintomi. I nostri ricordi possono essere allontanati, ma difficilmente dimenticati e spesso ritornano, talvolta anche sotto forma di sintomi o di qualcosa che non va.

 

Quello che possiamo farcene

È proprio la psicoanalisi che ha permesso di capire che però tutto questo -il fatto cioè che quello che rimuoviamo può ritornare alla coscienza anche sotto forma di disturbi- non è detto che sia del tutto negativo, perché è pur sempre un modo per segnalare che qualcosa non va, e dunque qualcosa che abbiamo subìto, che ci ha attraversato, anche se siamo riusciti a rimuoverlo, può ritornare di nuovo, affiorare ancora, insistere, manifestarsi con un sintomo. Perché? Per un motivo tanto semplice quanto importante: perché ci sta particolarmente a cuore. Perché non possiamo smettere di desiderare di farci i conti, di volerlo meglio affrontare, di poterci ritornare, ancora. Insomma possiamo dire che il rimosso non è solo quello che allontaniamo dalla coscienza, ma anche ciò che alla coscienza tende a ritornare.

 

Il Sintomo

Il sintomo è dunque ciò che ritorna perché ci sta a cuore, e ritorna perché, anche se ci fa soffrire, “chiede” di essere capito. Il sintomo è un segnale che “dice”, che “parla” e dice e parla di noi e di quello che non va, anche se parla e dice in maniera spesso non facilmente comprensibile, con un linguaggio suo che è anche di sofferenza. Per questo non possiamo accontentarci, come pretendono certe terapie, di eliminarlo senza capire cosa voglia dire, perché sarebbe come zittire qualcuno senza ascoltarlo, senza preoccuparci di sapere cosa vuole, tanto più che, se dice e parla, è perché vuole essere ascoltato e capito.

 

Quello che non cessa di dirsi

Non ha senso tentare di zittire il sintomo perché ritornerebbe, e infatti ritorna, spesso in altre forme, anche più gravi, esattamente come chi, avendo bisogno di dire, se viene zittito, insiste e insistendo grida. Il sintomo è anche un grido, un appello, che cerca qualcuno che lo senta. L’unico modo allora per potersi correttamente liberare dal sintomo è quello "portarlo" da un analista, e parlarne con lui, in quanto in grado di ascoltarlo, e capirlo, affinché, ascoltando e capendo, ci aiuti a trovare altri modi, migliori e più salutari di dire. In questo consiste il lavoro dello psicoanalista. A questo serve la psicoanalisi. Si parla sempre a qualcuno e per essere ascoltati. L’essere umano non può fare a meno di parlare, desiderare, ripetere. E la psicoanalisi ascolta. La psicoanalisi è quella terapia che dell’ascolto ha fatto il suo fondamento e il metodo della sua cura. Un ascolto che non è mai un ascolto qualsiasi.

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