Desiderio e godimento, l'edipo e l'amore

Desiderio e godimento, l'edipo e l'amore

Il desiderio e il godimento non possono coesistere nel soggetto. O si desidera, o si gode. Il desiderio è sempre desiderio dell'Altro in quanto sgorga dal divieto, dall'interdizione paterna al godimento incestuale della madre. 
L'effetto dell'edipo è proprio questo: abolizione del godimento e instaurazione della Legge del desiderio: “la castrazione vuol dire che bisogna che il godimento sia rifiutato perché possa essere raggiunto sulla scala rovesciata della Legge del desiderio”( J. Lacan). L'edipo può essere immaginato dunque come un laboratorio nel quale il soggetto vi entra come godente e ne esce come soggetto desiderante. Per dirlo in altri termini, l'edipo, per Lacan, è "una metafora del fatto che l’umano, entrando nel linguaggio, perde il suo essere Cosa per essere elevato alla dignità del simbolico, secondo lo schema hegeliano dell’Aufhebung: il Simbolo è l’uccisione della Cosa" (A. Di Ciaccia).
E' proprio questo che permette al desiderio di costitursi come domanda rivolta all'Altro. E' infatti nella parola che il desiderio si costituisce come titolo del soggetto nel suo poter stare mondo: il significante è dunque il lasciapassare del soggetto che lo rende idoneo ad essere riconosciuto come soggetto di desiderio, un desiderio che è sempre rivolto all'Altro, che riguarda l'Altro, che è dell'Altro, sia in senso oggettivo (desidero l'Altro), sia in senso soggettivo (desidero essere il desiderio dell'Altro). In questo senso, più che soggetti di desiderio, siamo sempre assoggetti del desiderio, e soggetti di significante: non possiamo che essere riconosciuti che come significanti, di qui il noto aforisma di Lacan: il significante rappresenta un soggetto per un altro significante. 
L'Altro è però anche il luogo cui il soggetto attinge le informazioni per costruire la parola di cui si serve e i significanti che lo possono rappresentare. L'altro è dunque la sede del codice e il tesoro dei significanti. Per questo il primo grande Altro è proprio la madre che, grazie alla metafora paterna che la abita e alla legge del Nome-del-Padre cui ella acconsente, può operare una sorta di miracolo, cioè quello di rispondere al bisogno del bambino come se fosse un desiderio, di trattare una pulsione come se fosse una domanda, dando al bambino in questo modo un credito anticipato di soggettività e un primo significante. Questo fa dunque una madre, dona il primo significante alla pulsione, significantizza la pulsione e la trasforma in desiderio: il bambino da oggetto di soddisfacimento di bisogni viene riconosciuto soggetto di desiderio e di domanda. La madre risponde al grido del bambino intendendolo come domanda. Per questo possiamo dire che il desiderio è la pulsione che incontra la catena significante e ne segue la via. Il desiderio è la pulsione significantizzata. Forse vale la pena, visti i tempi attuali e quello che tanto si sta dibattendo, di ricordare che, ci piaccia o no, questa funzione materna così speciale, questo miracolo che ella è capace di compiere, non è qualcosa di innato o che discende dallo spirito santo, ma proviene direttamente dal fatto che il bambino è esattamente quello che ella ha portato in grembo, e che averlo partorito non significa averlo ancora messo al mondo, nel mondo significante. Questo ingresso nel mondo di un bambino in quanto soggetto di desiderio è frutto di una linea di continuità della quale non è il parto a rappresentarne il momento evolutivo, ma è l'arrivo del primo significante ad opera della madre.
Questi il circuito e la funzione del desiderio, che è il tramite dunque dei legami sociali e anche la via di accesso all'amore. 
Il godimento invece esclude da tutto questo. Il godimento non può che essere abolito dalla necessità di desiderare. Il godimento infatti tende a cercare la scarica nell'immediato, è funzione non della parola e del significante, ma dell'Es: sottrae la pulsione alla possibilità di articolarsi nella catena significante per utilizzarla non più dunque come mezzo, ma come fine di se stessa e questo, se prende la mano, porta inevitabilmente alla rovina. Il godimento lasciato a sé è ciò che fa della pulsione qualcosa che sottratta alla parola può essere solo pulsione di morte. Nel godimento la libido non si allea al desiderio, ma va a braccetto con la pulsione di morte.Volendo fare ancora un riferimento ai nostri tempi, e in particolare all'economia, il denaro è l'equivalente della pulsione. Anche qui il denaro può essere un mezzo o un fine. Se la pulsione è il mezzo di cui si serve il soggetto per portare avanti le sue istanze e i suoi desideri all'altro allora si pone al servizio della persona e non dell'inconscio. Se la pulsione diventa il fine per procurare il godimento del soggetto nell'immediato allora invece si pone al servizio dei bisogni dell'incosncio, dell'Es, e non del bene della persona. Così è il denaro, se è utilizzato come mezzo, porta ricchezza vera e benessere (economia creativa, conscia dei limiti e dell'equo), se diventa invece il fine di se stesso allora avvita il soggetto in un circuito di bisogni di doverne avere sempre altro (economia speculativa finalizzata all'accumulo senza limiti di chi può a scapito di chi non può). Indovinate se siamo in un sistema economico in cui il denaro è concepito come mezzo o come fine. Indovinate se ci troviamo in un'epoca antropologica in cui la pulsione è concepita come mezzo o come fine. 
In ragione di tutto ciò non riesco a pensare che dove c'è accanimento e voglia di volere a tutti i costi, lì ci possa essere desiderio. Lì c'è in effetti solo bisogno di scarica pulsionale a tutti i costi e di godimento, senza freno e senza limite.
Insomma penso che i padroni che dominano e governano il soggetto postmoderno non siano la domanda, ma la pulsione, non il desiderio, ma il godimento e l'imperativo al godimento a tutti i costi.
Dunque, e ritorniamo all'inizio, desiderio e godimento non possono coesistere, o luno o l'altro, anzi, abbiamo visto, che il desiderio nasce dal divieto del godimento.
Tuttavia esiste una possibilità, ed è l'unica, in cui desiderio e godimento si alleano, si annodano, ed è un altro miracolo: quello dell'amore. Solo nell'amore, dice Lacan, il godimento acconsente al desiderio.
Ovviamente è il desiderio a bussare al godimento e il godimento acconsente. Ma perché il desiderio possa chiedere al godimento dobbiamo aver saputo dargli dignità di esistenza, rinunciando proprio al godimento (sembra un paradosso, ma per questo è un miracolo). In effetti è una rinuncia, fidatevi, che vi permetterà di trovare l'amore e di potervi annodare al godimento, che dunque non è mai perduto del tutto, esistendo tra l'altro la possibilità di potersi servire proprio dei "resti" di questa perdita di godimento, i cosiddetti oggetti a, che infatti sono sia oggetti di plus-godere che causa di desiderio. Dunque il godimento non è mai perduto del tutto. Lo si ritrova, e anche alla grande, sotto l'insegna dell'amore, e che godimento, quello, che sa rispondere al comandamento dell'amore, al punto tale da sopperire anche ad un rapporto sessuale che come sappiamo non esiste, nel senso che il godimento è sempre dell'Uno, a differenza dell'amore che è sempre con l'Altro. 
Sono piuttosto il desiderio, e dunque l'amore, che, in nome di un godimento senza limiti e irrinunciabile, possono essere invece perduti per sempre.

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