MANCANZA E PRIVAZIONE

  • Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO
  • 27 dic, 2017

Nell'accezione psicoanalitica  -in particolare Freudiana e Lacaniana - la privazione riguarda una mancanza reale, vale a dire si configura come un buco , la privazione di un bene necessario per vivere (il pane per esempio, oppure quello che posso desiderare sul piano simbolico e che realmente mi manca sul piano del reale : un buon libro, un'amicizia ecc.), mentre la mancanza si colloca sul piano simbolico e riguarda un oggetto immaginario : è ciò che inevitabilmente ci riguarda come soggetti che abbiamo attraversato l' Edipo , che siamo cioè stati raggiunti dal detto dell' Altro , assumendo lo statuto di soggetto diviso , barrato , quindi strutturalmente mancante, mancante-ad-essere , dirà Lacan. Come mancante è comunque il nostro linguaggio, nella misura in cui si costituisce come effetto della castrazione : linguaggio che non può mai arrivare a  dir tutto, a dir tutta le verità, che per questo può esser detta solo a metà. Insomma in quanto esseri umani ci costituiamo a partire da una perdita , dunque da una mancanza originaria.
.Questa mancanza è più propriamente detta castrazione, e dunque non andrebbe confusa con la privazione, altrimenti si corre il rischio di cercare di riempire la mancanza di un oggetto immaginario mediante oggetti reali, come i gadget , per esempio,che dunque svolgerebbero solo la funzione illusoria, perché impossibile, di sostituire l' oggetto immaginario con un oggetto reale appunto, come purtroppo oggi è ampiamente diffuso. Insomma si tratta di una mancanza, la castrazione, che va, più che tollerata, direi coltivata in quanto condizione ineludibile della capacità di desiderare . Poi è ovvio che nel linguaggio comune privazione e mancanza sono considerati sinonimi, ma più correttamente si dovrebbe distinguere tra la privazione e la castrazione, intendendole come le due figure -opposte- della mancanza.

Psicoanalisi

Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 19 gen, 2018

Spesso sentiamo dai nostri pazienti in analisi descrivere l' attacco di panico , non solo come una situazione avvertita di morte imminente con intense e drammatiche manifestazioni somatiche (sudorazione, tachicardia, nausea ecc.), ma anche come uno stato soggettivo di perplessità, di senso di smarrimento nel mondo, di perdita acuta di senso: "chi sono?", "che sta succedendo?", "che ci faccio qui?", "dove mi trovo?" eccetera. 

Sembra dunque che il soggetto si ritrovi, all'improvviso, nella  drammatica condizione di una acuta perdita di senso, in quanto egli sembra non riuscire più a dare una significazione all'esperienza che sta vivendo in quel momento. 
Come possiamo allora spiegarci questo fenomeno? 

Personalmente trovo estremamente utile, per la clinica e anche per la corretta posizione dell'analista, considerare la questione degli attacchi di panico, i cosiddetti  DAP , dal punto di vista del Significante o, per meglio dire, dal lato del  Nome-del-Padre , vale a dire di quella funzione simbolica, collegata al Padre -alla figura paterna- che consiste proprio nella possibilità di disporre dei codici simbolici che, più o meno come se fossero delle password , ci permettono di poter entrare nella esperienza nuova di quel momento, e di poterla significare.
Chi soffre di DAP è come se non disponesse delle  password  adeguate, delle credenziali per comprendere l'esperienza, di quei titoli per affrontare il mondo, per sapersela sbrogliare da soli nelle  situazioni nuove e impreviste, e che il padre al momento giusto dovrebbe aver messo "nelle nostre tasche".

Se cioè vediamo la cosa dal punto di vista strutturale , e non da quello esistenziale-fenomenologico , possiamo renderci conto -ascoltando il paziente- che quello che sta avvenendo durante il DAP non è altro che una battuta d'arresto della catena significante presso il soggetto: di fronte ad una esperienza soggettiva che richiede una significazione nuova, sembra venire a mancare il significante adatto, di conseguenza il soggetto è come acutamente attraversato dalla improvvisa perdita di senso di ciò che sta vivendo in quel momento. "Che significa questo?", "Che ci faccio qui?" sono appunto gli interrogativi drammatici che testimoniano della perdita del senso, e dove vi è perdita di senso ci si ritrova dolorosamente esposti al reale , avvertito in tutta la sua angosciosa incomprensibilità e che sembra risucchiare il soggetto stesso come in un buco nero.

Siccome, però, il significante non serve solo a simbolizzare il reale, ma anche ad annodare a sé il godimento (vedi il secondo paradigma del godimento d J. A. Miller ), ecco che quando non si dispone più del significante ci si ritrova anche in preda ad un godimento che sembra andarsene per conto suo. Venendo meno quella significazione che può fare da argine al godimento, esso, di conseguenza, subisce un vero e proprio "collassare" nel corpo: le manifestazioni psicosomatiche tipiche dei DAP (sudorazione, nodo alla gola, tachicardia, fino alla sensazione acuta di morire) altro non sono  che i tentativi del soggetto -non disponendo più del significante- di delocalizzare e annodare il godimento nel corpo. Il corpo infatti, durante un DAP, è come erotizzato e i sintomi riproducono, se pur in modo altamente drammatico, le stesse manifestazioni somatiche che si accompagnano al godimento sessuale. 
Analogamente, i tentativi di richiamarsi a ciò che è familiare, di evocare punti di riferimento noti e sicuri, o di convocare l'Altro come punto di appoggio, rappresentano gli sforzi del panicato di ricucire e avviare la catena significante interrotta, affinché  possa ritrovarvi un effetto di senso.
L'Attacco di Panico può dunque esser visto come  una "malattia del Significante" conseguente alla venuta meno del Nome-del-Padre. In altri termini, l'assenza di un significante, di quel Significante (di un S1), che viene meno proprio quando serve, e dunque, in linea con quello che dice Lacan -che del  padre se ne può fare a meno a patto di sapersene servire- nel caso del panicato, invece, assistiamo piuttosto alla impossibilità di servirsene quando esso manca.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 08 gen, 2018

Se nel transfert nevrotico l'analista è riconosciuto come l'Altro di quella domanda intransitiva -la stessa che costituisce la domanda d'amore - in quanto mossa dal desiderio -e non dalla pulsione - che lo colloca come "essere (supposto) di sapere" e dunque complementare al sintomo nevrotico in quanto " essere di verità ", se, in altri termini, il transfert nevrotico va da sé in quanto può articolarsi attraverso la parola lungo quella catena significante che mantiene i suoi effetti di senso , nel transfert psicotico , invece, l'analista non può essere riconosciuto come l'Altro della domanda in quanto lo psicotico non può accedere all'uso della parola da incardinare nella trama significante di un discorso che abbia effetto di senso, di un discorso che mantenga il suo potere di significazione e possa costituirsi come domanda rivolta all'Altro.
Lo psicotico non può servirsi cioè della parola significante, della parola in quanto "essere di verità" perché il suo discorso è un discorso "f uori senso ", un discorso "fuori discorso" in quanto -a differenza del nevrotico- non muove dal ritorno del rimosso nell'inconscio, e dunque il suo sintomo, il sintomo psicotico - a differenza di quello nevrotico- non è una formazione dell'inconscio, non proviene dal rimosso, ma dalla forclusione , e dunque, non ritornando dal rimosso, esso proviene dall'esterno, dal reale . Lo psicotico dunque non può che collocare l'analista nel reale, a differenza del nevrotico che non può collocarlo se non nell'inconscio.
 
In conseguenza di ciò, allora, lo psicotico, più del significante , si serve della pulsione per articolare una catena significante costituita dunque dalla pulsione e non dalla parola. L'effetto del discorso psicotico non può essere dunque mai un effetto di senso, ma solo un effetto di godimento e il transfert dello psicotico non rappresenta l'investimento dell'analista come Altro della domanda, ma il tentativo di raggiungere l'analista come Altro dell'investimento pulsionale, l'Altro del godimento. 

Ora dal momento che, come ci ha insegnato Freud , la pulsione cerca il suo oggetto senza mai raggiungerlo, ma vi gira continuamente intorno, (ecco perché la pulsione deve servirsi della ripetizione ), a differenza del nevrotico il cui transfert convoca e raggiunge l'analista come Soggetto supposto essere di Sapere, il transfert dello psicotico, essendo come abbiamo visto un transfert pulsionale, non raggiunge mai l'analista, ma lo circonda, lo accerchia facendone non un Soggetto supposto essere di Sapere, ma un essere di godimento. 

Il nevrotico dunque, con il suo transfert interroga l'analista per interrogare se stesso, lo psicotico invece con il suo transfert non interroga, ma accerchia il suo analista.

Sul piano della cura ne discende che se, nell'analisi del nevrotico, l'analista può dare un "senso", in quella dello psicotico l'analista, più che un senso, non può che dare invece un " segno ".
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 04 gen, 2018

L' analista , in analisi , sotto transfert , opera non in funzione di soggetto , e men che meno in funzione di un Io .
L'analista, in analisi, sotto transfert, opera, in funzione di oggetto , in particolare di un oggetto " scarto ", di un oggetto cioè che sa farsi da parte al fine di poter essere piuttosto un " oggetto-causa ", causa della soggettivazione del paziente (o del suo desiderio , il che è la stessa cosa).
In altre parole l'analista non si costitu isce come soggetto, bensì come ciò che causa un soggetto.
Tant'è che, come Lacan ha molto scrupolosamente dimostrato, è proprio quando Freud , senza accorgersene, entrò, nella scena dell'analisi con Dora, come soggetto -quando cioè, spinto dal suo controtransfert , intervenne su Dora a partire dalle sue convinzioni e dai suoi pregiudizi, piuttosto che tenerli da parte- che Dora interruppe la sua analisi (vedi Lacan "Intervento sul transfert" in Scritti).
Ne consegue allora che, logicamente, laddove si stabilisce una relazione cosiddetta di " intersoggettività ", allora non si è in analisi: l'analisi inizia infatti quando l'analista si ecclissa come soggetto e lascia al suo posto un punto vuoto su cui viene a insistere il transfert : quel transfert che proprio la ecclissi dell'analista in quanto soggetto ha potuto mettere in moto.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 28 dic, 2017

Uno dei grandi meriti di Lacan , per la cura dei nostri pazienti , soprattutto degli psicotici , è quello di aver saputo insegnare agli psicoanalisti che non bisogna preoccuparsi subito di comprendere , come invece fa lo psichiatra .
Non bisogna pensare di dover immediatamente comprendere in quanto il sapere non sta dalla parte dell' analista , ma da quella dell' analizzante , e dunque occorre che l'analista sappia sottomettersi a questo sapere, sappia porsi, come lo stesso Lacan raccomanda, in una posizione di "sottomissione intera, anche se avvertita, alle posizioni propriamente soggettive del malato"
In altre parole l'analista deve saper aspettare, con pazienza, e ascoltare , stando attento a non introdurre un "sapere", vale a dire un "senso", che altro non sarebbe se non una sua elucubrazione più o meno dotta.

Allo stesso modo dovrebbe avvenire la trasmissione della psicoanalisi : Lacan tiene anche qui a raccomandare che chi legge di psicoanalisi, e soprattutto chi legge Lacan, chi segue il suo insegnamento, non deve preoccuparsi di capire subito, ma di lasciare piuttosto un'apertura proprio al non comprendere, che è l'unico modo per "reinventare", "ricostruire" un sapere sulla psicoanalisi, il sapere dello psicoanalista sulla psicoanalisi.

"Se io mi arrangiassi in modo da essere molto facilmente compreso, talché abbiate la certezza che ci siete, ebbene, proprio in virtù delle mie premesse riguardo il discorso interumano, il malinteso sarebbe irrimediabile. Al contrario, dato che il modo in cui credo di dover accostare i problemi, c'è sempre per voi la possibilità di essere aperti a una revisione di ciò che è detto, in modo tanto più agevole in quanto il fatto che non ci siete arrivati prima ricade interamente su di me - lo potete scaricare su di me."

Perché se -come Lacan osserva- Freud scriveva come parla l' isterica , Lacan scrive come parla lo psicotico .

Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 27 dic, 2017

Nell'accezione psicoanalitica  -in particolare Freudiana e Lacaniana - la privazione riguarda una mancanza reale, vale a dire si configura come un buco , la privazione di un bene necessario per vivere (il pane per esempio, oppure quello che posso desiderare sul piano simbolico e che realmente mi manca sul piano del reale : un buon libro, un'amicizia ecc.), mentre la mancanza si colloca sul piano simbolico e riguarda un oggetto immaginario : è ciò che inevitabilmente ci riguarda come soggetti che abbiamo attraversato l' Edipo , che siamo cioè stati raggiunti dal detto dell' Altro , assumendo lo statuto di soggetto diviso , barrato , quindi strutturalmente mancante, mancante-ad-essere , dirà Lacan. Come mancante è comunque il nostro linguaggio, nella misura in cui si costituisce come effetto della castrazione : linguaggio che non può mai arrivare a  dir tutto, a dir tutta le verità, che per questo può esser detta solo a metà. Insomma in quanto esseri umani ci costituiamo a partire da una perdita , dunque da una mancanza originaria.
.Questa mancanza è più propriamente detta castrazione, e dunque non andrebbe confusa con la privazione, altrimenti si corre il rischio di cercare di riempire la mancanza di un oggetto immaginario mediante oggetti reali, come i gadget , per esempio,che dunque svolgerebbero solo la funzione illusoria, perché impossibile, di sostituire l' oggetto immaginario con un oggetto reale appunto, come purtroppo oggi è ampiamente diffuso. Insomma si tratta di una mancanza, la castrazione, che va, più che tollerata, direi coltivata in quanto condizione ineludibile della capacità di desiderare . Poi è ovvio che nel linguaggio comune privazione e mancanza sono considerati sinonimi, ma più correttamente si dovrebbe distinguere tra la privazione e la castrazione, intendendole come le due figure -opposte- della mancanza.

Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 20 dic, 2017

Molti analisti, soprattutto tra i post-freudiani e tra coloro che si riconoscono nell'ambito della cosiddetta psicoanalisi della intersoggettività , sostengono, con convinzione, l'importanza -nella loro pratica- sia della empatia che del " controtransfert ", vedendoli non tanto come manifestazioni possibili del "sentire" dell'analista, e quindi, come tali, anche importanti da riconoscere, ma piuttosto come veri e propri "strumenti tecnici" della pratica analitica, vale a dire come il modo più corretto, se non obbligatorio, attraverso cui l'analista è bene si ponga e operi nei confronti del suo paziente.

Ora, come detto, non è che si voglia certo negare l'importanza del riconoscimento di questi aspetti in analisi: come potrebbe, infatti, un analista essere freddo, anaffettivo , privo dunque di capacità empatiche, o anche cieco e sordo ai sentimenti e ai "vissuti emotivi" suscitati in lui dal suo paziente, sentimenti che vanno sotto il nome ambiguo di controtransfert?
Si tratta piuttosto del fatto che -francamente- si fa fatica a credere che tali aspetti possano essere considerati strumenti "tecnici", e anche privilegiati, di cui l'analista possa, anzi deve, servirsi per intervenire analiticamente con il suo paziente. Non si capisce cioè come, tecnicamente, l'analista possa utilizzare, nel suo lavoro, i suoi sentimenti o le sue reazioni "controtransferali", senza mettere in mezzo, nello scenario analitico, se stesso, piuttosto che lasciare spazio alla parola del paziente, tanto più che siamo convinti  -è la clinica che ci porta a tale convinzione- che si possa ragionevolmente parlare di analisi -si sia cioè in presenza di quella dimensione che possiamo riconoscere come analitica- soltanto laddove l'analista sappia farsi da parte per non ostacolare la messa in parola del desiderio del paziente, piuttosto che mettersi in mezzo con il suo.

Lacan è molto chiaro nel mettere in guardia l'analista nei confronti del suo stesso controtransfert, dal momento che -fa notare-  essendo l'analisi una pratica che procede sotto transfert , l'analista è costantemente investito dall' " amore " del suo paziente, amore che però è sempre rivolto ad un altro e non veramente all'analista, per cui rispondere al paziente attraverso il proprio controtransfert significa, né più né meno, rispondere all'amore del paziente come se fosse un amore davvero rivolto all'analista e non invece un amore effetto del transfert. 
L'analista non può dunque rispondere all'amore con l'amore, amore su cui invece egli deve tacere. L'analista non può rispondere dunque con il  proprio controtransfert, rischio che invece andrebbe per l'appunto sempre evitato: " Per il solo fatto che c’è il transfert, noi siamo implicati nella posizione di colui che contiene l’ agalma , l’oggetto fondamentale di cui si tratta nell’analisi del soggetto, in quanto legato, condizionato da quel rapporto di vacillazione del soggetto che noi caratterizziamo come ciò che costituisce il fantasma fondamentale, come ciò che instaura luogo in cui il soggetto può fissarsi come desiderio. È un effetto legittimo del transfert. Non c’è quindi bisogno di fare intervenire il controtransfert come se si trattasse di qualcosa che sarebbe la parte propria e, per di più, la parte erronea dell’analista. Solo che, per riconoscerlo bisogna che l’analista sappia certe cose. Bisogna che sappia, in particolare, che il criterio della sua posizione corretta non è dato dal fatto che egli comprenda o non comprenda. Non è assolutamente essenziale che egli comprenda. Direi addirittura che, rispetto un’eccessiva fiducia nella propria capacità di comprendere, può essere, fino a un certo punto, preferibile che egli non comprenda. In altre parole, egli deve sempre mettere in dubbio ciò che comprende e dirsi che quello che cerca di raggiungere è proprio ciò che in linea di principio egli non comprende. È soltanto in quanto egli sa, certo, che cos’è il desiderio, ma non sa che cosa desidera quel soggetto con cui si è imbarcato nell’avventura analitica, e soltanto così che è in condizioni di avere in sé l’oggetto di questo desiderio"   (J. Lacan, Il Seminario - Libro VIII,  il transfert 1960-61,  pag. 212).

Bion sembra pensarla non tanto diversamente: " Le interpretazioni analitiche che sono stimolate dal controtransfert hanno certamente molto a che fare con l’analista. Se poi il paziente è fortunato hanno qualcosa a che fare anche con lui.
Prima o poi un’analisi basata sul controtransfert finisce in un disastr o o comunque fallisce, perché tutte le interpretazioni hanno molto a che vedere con l’analista e poco a che vedere con il paziente "
(W. R. Bion,  Seminari Brasiliani, San Paolo, 1983).

L'intervento analitico, la parola cioè dell'analista, il suo dire, non può dunque appartenere all'ordine di una parola che parta dal rispecchiamento empatico con il proprio paziente, né dal suo  comprenderlo  -dando al comprendere la sua più ampia accezione, e mantenendo nel termine  tutta la sua ambiguità-  e neanche dal vissuto di controtransfert dell'analista. La parola dell'analista non può scaturire dal suo "sentire" emotivo, dai suoi sentimenti, neanche da quelli apparentemente positivi, i quali, come avverte Lacan, sono poi anche i più erronei .

Il corretto intervento analitico non è una questione di buoni sentimenti che, dispiegandosi nella loro percezione cosciente, possano informare il dire dell'analista . Perché quello che parte dai sentimenti sarebbe un dire che si organizzerebbe lungo l' asse immaginario : l'empatia infatti altro non è che una questione di rispecchiamento intersoggettivo , reciproco e speculare, tant'è che gli stessi neurofisiologici ne hanno individuato la base neurologica nei cosiddetti " neuroni specchio ". 
L'intervento dell'analista non può dunque appartenere al registro dell'immaginario e collocarsi dunque nell'ordine della dualità intersoggettiva.

L'analista deve invece rispondere da un altro luogo , quel luogo terz o che è il luogo non dell' altro speculare (quello con la a piccola), ma il luogo dell' Altro come terzo (quello con la A maiuscola), il luogo dell'Altro come l'Altro del codice , come l'Altro della parola , l'Altro che si colloca non nel registro dell' Immaginario , ma in quello del Simbolico . Solo in questo modo al paziente può giungere, non la parola che gli rimanderebbe lo specchio, quella che egli vorrebbe sentirsi dire, la parola confermativa , ma la parola altra, quella che egli non si aspetta, la parola performativa .
Il dire dell'analista appartiene dunque al registro del Simbolico, e non a quello dell'Immaginario, per questo è un dire che è dell'ordine dell'atto . Dell' atto analitico

Affinché dunque l'analista possa in questo modo costituirsi nel suo atto, se da una parte può anche inciampare nel suo controtransfert , dovrebbe proprio per questo saperlo riconoscere, al fine di poterlo mettere da parte, come da parte dovrebbe anche saper mettere i suoi buoni sentimenti. e la empatia di cui è -si spera- anche dotato. 

Deve, in altri termini  l'analista, sapersi distaccare da tutto questo, in quanto non è da queste posizioni -dell'empatia o del controtransfert-  che un analista opera, ma da una posizione che è, al contrario, quella di una precisa funzione etica , una funzione che Lacan ha chiamato il desiderio dell'analista , e che sarebbe quella particolare funzione attraverso la quale l'analista sa ridursi a mero strumento d'uso del suo paziente, a sembiante di una mancanza e di un vuoto radicali, unica posizione dalla quale un analista possa arrivare a essere causa -non oggetto - del desiderio del suo paziente, a mettere in movimento il suo inconscio e ad attivare il transfert entro cui si implica, a costituirsi dunque attraverso  il suo atto analitico, assumendo in tal modo la responsabilità della direzione della cura e a dar luogo all'analisi vera e propria, piuttosto che -senza saperlo- farvi ostacolo inciampando nei buoni sentimenti e nel suo controtransfert, e credendo, in tal modo, che l'idillio cui darebbe inizio con il suo paziente possa chiamarsi analisi.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 19 dic, 2017

Quello che il medico non sa è che il corp o che ritiene di curare -e non è che il più delle volte non lo curi anche bene- non è solo un insieme di organi che funzionano in concerto tra di loro, ma anche e soprattutto il luogo dove il soggetto può dislocare il godimento e tentarne l'annodamento con il significante .
In altre parole il corpo è luogo di godimento e corpo significante al tempo stesso e, in questo modo, il godimento prende parte al concerto degli organi.
Per questo il medico non sa che spesso, quando una cura fallisc e o, come si dice, quando " il paziente non risponde ", è perché si trova a che fare, non solo con un corpo sofferente , ma anche con un corpo godente , come del resto -massimamente- avviene nel paziente cosiddetto psicosomatico .
Il corpo, dunque, è attraversato da un "sapere" -un sapere come godere- che il medico non conosce.
Un sapere di cui il medico non sa, almeno fin quando la psicoanalisi sarà esclusa dal discorso universitario .
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 10 dic, 2017

Contrariamente a quanto ancora -insistentemente- sostenuto dalla psichiatria medica, dalle teorie cognitiviste e dalle neuroscienze , non dovremmo mai dimenticare che le manifestazioni psicopatologiche degli esseri umani non sono per la psicoanalisi conseguenza di un cattivo funzionamento neuro cognitivo, di un deficit biologico o di un "guasto" di sistema, ma indice di quella divisione soggettiva che separa il sapere che un soggetto ritiene di avere su di sé dalla sua verità.
Per questo, possiamo dire che la psicoanalisi opera nel campo del vuoto di sapere , mentre tutte le altre terapie in quello della "riparazione" di funzioni.

E dunque, qual è la prospettiva della psicoanalisi come clinica? 

Certo non quella di favorire integrazioni di funzioni a livello di un Io concepito come istanza da rafforzare sul piano di quell' efficientismo funzionale alle aspettative dell' Altro immaginario , né quella di provvedere all' aggiustamento di "errori" o di "guasti" nel "sistema basilare del ", come si dice, e neanche di provvedere alla " riparazione " soccorrevole di carenze affettive primarie, o di favorire armoniose integrazioni emozionali , che neanche sarebbe possibile.

Il fine ultimo della psicoanalis è piuttosto quello di restituire il soggetto alla radicalità appunto della sua divisione soggettiva tra il sapere che suppone di sé e la singolarità della sua verità soggettiva , "rivelandogli" che è proprio in questo scarto tra verità e sapere che egli può ritrovarsi come soggetto , e di conseguenza arrivare a costituire il suo discorso rivolto, non all'altro immaginario, all' altro di sé , ma  all' Altro della domanda , all'Altro del riconoscimento , all' Altro da sé .

In tale prospettiva ciò che muta non sono allora le funzioni dell'Io, ma le funzioni e l'uso che il soggetto può fare del suo sintomo , il quale, da essere all'inizio la via d'ingresso in analisi in quanto ciò che, nel reale , non funziona e fa "difetto", finisce per diventare, alla fine della stessa, l'unica cosa che invece funziona , in quanto strumento, utensile, di cui il soggetto, piuttosto che soffrirne -e goderne-  può servirsi, per ponteggiare , per bordare proprio lo scarto tra sapere e verità, scarto da cui trarre, piuttosto che sofferenza, quella spinta a vivere, a desiderare, ad amare, e che invece, le tecniche terapeutiche pensano di dovere saturare.

La fine dell'analisi è dunque la restituzione di un sintomo -di cui si credeva di doversene liberare- come risorsa , come qualcosa di cui poterne e saperne fare invece buon uso.
Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 05 dic, 2017

Uno dei contributi più significativi apportati da Lacan alla comprensione di come il soggetto si organizza intorno al proprio desiderio , e che è poi anche l'ambito di azione della psicoanalisi , vale a dire a come il desiderio si articola in domanda rivolta all' Altro , è nell'averci dimostrato che la struttura della domanda non è data in sé e per sé a partire dal soggetto in maniera indipendente dall'Altro cui essa viene rivolta, ma al contrario si organizza sulla base delle "indicazioni" che il soggetto riceve dall'Altro interpellato al momento del bisogno, quell'Altro che in primis è la madre.

In altre parole l'Altro della domanda è anche l'Altro del codice , è cioè l'Altro che indica al soggetto come strutturare la domanda.

L'Altro è cioè colui che permette al soggetto la scelta dei significanti più adatti a comporre la domanda in maniera tale da corrispondere al desiderio dell'Altro cui si rivolge. Per questo Lacan, dirà che il desiderio del soggetto è il desiderio dell'Altro e, attingendo al " diavolo innamorato " di Cazotte , sintetizzerà il concetto nel famoso appello con cui il soggetto interroga l'Altro: " Che vuoi? ".

Solo in questo modo, solo cioè interpellando l'Altro sul suo desiderio, solo potendo chiedergli "che vuoi?", il soggetto può, retroattivamente, e sfruttando il " principio di commutatività " dei significanti, operare la scelta dei significanti più adatti a strutturare la sequenza significante della domanda.

E' in tal modo che la domanda non solo acquista il senso "giusto", ma riceve anche effetti metaforici in quanto viene a costituirsi attraverso la sostituzione di un significante con un altro significante . Per questo non vi è domanda rivolta all'Altro che non sia anche metafora , non vi è domanda che oltre a dire del desiderio del soggetto non dica anche qualcosa dell'Altro, che non dica anche del desiderio dell'Altro. E infatti, quando il codice non funziona e non può adeguatamente indicare al soggetto come articolare la domanda, come "scegliere" cioè i significanti adatti e come porli anche alla giusta distanza dai significati, è allora che il soggetto non riesce più a formularla correttamente, comprendendone il desiderio che la sottende, ed è allora che di conseguenza il soggetto va incontro, da una parte all'angoscia, dall'altra all'impossibilità di domandare, non possedendo più le chiavi, le "password", potremmo dire, che l'Altro, la madre in primis, avrebbe dovuto fornirgli per poter strutturare la domanda: è quello che avviene, nei casi estremi, nello schizofrenico , che in assenza delle indicazioni del codice materno sceglie i significanti alla rinfusa, e quindi struttura domande senza senso, insensate appunto.

Dunque, se è, come abbiamo visto, il desiderio dell'Altro a orientare il desiderio del soggetto, indicandogli come strutturarsi nella domanda, ciò significa che il discorso dell'Altro sussiste nel discorso del soggetto, rimanendovi però dimenticato, e dunque inconscio.

L'inconscio allora altro non è che questo: il discorso dell'Altro che nel soggetto si insedia strutturandosi come un linguaggio , per cui possiamo in effetti dire che noi parliamo in quanto parlati . Allo stesso modo possiamo dire che noi costituiamo il particolare del nostro desiderio se non in quell'al di là della domanda che è il desiderio dell'Altro.


Autore: DOTT. ERRICO EGIDIO TOMMASO 03 dic, 2017

Gli analisti che, dopo Freud , pensando di seguirne fedelmente le indicazioni, ma orientandosi in effetti -sulla scia degli sviluppi di Anna Freud - maggiormente sull' Io e i suoi meccanismi di difesa , che sull' inconscio , -dunque gli psicologi dell'Io prima e i cosiddetti post-freudiani dopo-, sono arrivati di conseguenza anche a ritenere, e con convinzione, che un'analisi possa dirsi effettivamente riuscita solo quando il paziente abbia potuto conseguire quei tre famosi "ideali", che sono ufficialmente considerati gli obiettivi ultimi di un'analisi di successo:

1) l’ideale dell’amore genitale inteso come quello in cui si realizzerebbe appieno la relazione oggettuale;
2) l’ideale dell’autenticità , nel senso che essendo quella analitica una tecnica di "smascheramento" non può che condurre il soggetto alla sua autenticità più piena e genuina e alla sua verità senza veli e inganni;
3) l’ideale dell’autonomia , in virtù del quale il paziente può arrivare alla felice condizione del superamento di qualsiasi vincolo di dipendenza dall'altro.

La psicoanalisi, e la sua pratica tra la maggior parte degli analisti dell'IPA, cominciò dunque a svilupparsi ampiamente lungo questa "idilliaca" direzione, della idealizzazione dei suoi effetti; fino a quando uno di loro, un certo Jacques Lacan , acuto psicoanalista francese, non dichiarò coraggiosamente di pensarla in tutt'altro modo, mettendo decisamente in guardia gli analisti dal cedere a queste mire idealizzanti, le quali non potevano fare altro, secondo lui, se non di portare il paziente ad una sorta di ortopedizzazione idealizzata degli assetti di funzionamento del suo Io. La psicoanalisi freudiana invece consisterebbe, secondo Lacan, nel condurre il paziente a poter piuttosto prendere consapevolezza del proprio desiderio inconscio, e a saperci fare i conti: sarebbe questo, per Lacan, il vero scopo della psicoanalisi, così come Freud ce l'ha consegnata.

Lacan, infatti, rifacendosi pienamente a Freud cercò di convincere gli analisti che non era l'Io con le sue funzioni, ma il soggetto con il suo desiderio il vero "oggetto" della psicoanalisi, in quanto è da lì, dal suo desiderio rimosso, e "dimenticato", e non dall'Io, che l'essere umano parla e soffre.

Conseguenze di questa "critica" di Lacan alle posizioni in voga tra gli analisti di allora -posizione come abbiamo visto in larga misura a favore del lavoro sull'Io- furono, da una parte, la sua espulsione dalla Società Psicoanalitica Internazionale , essendo stato egli ritenuto, per le sue critiche, colpevole di " eresia ", e dall'altra, la persistenza ancora più tenace di molti analisti proprio nella direzione contrastata da Lacan, quella della psicoanalisi dell'Io. Una scissione insomma, dal momento che tuttavia altri analisti, nonostante l'accusa di eresia, apprezzarono e si convinsero alle tesi di Lacan, diventando lacanian i , continuando a seguire il suo insegnamento e dando di fatto vita ad un movimento, quello della psicoanalisi lacaniana , e della sua Scuola , oggi a e diffusa e praticata in tutto il mondo.

Ma perché molti degli analisti dell'Internazionale presero, e continuarono, invece la via dell'Io e non quella del desiderio? Perché continuano in questa direzione ancora oggi, e ancor di più, se, come vediamo, possiamo oggi assistere a delle derive della psicoanalisi, che pur ritenendosi ancora freudiane, si sono spinte fino al limite delle neuroscienze e del cognitivismo , fino a quanto cioè di più lontano ci sia da Freud?
Quello che forse diede avvio alla evoluzione della psicoanalisi nella direzione della psicologia dell'Io e dei suoi sviluppi, fu, a mio avviso, una svista originaria del testo freudiano, svista favorita dalla lettura che ne fece proprio Anna Freud: nel famoso enunciato di Freud " Wo Es war, soll Ich werden ", fu letto un articolo che non c'è perché Freud non lo aveva mai scritto, come invece compare nella traduzione italiana di Musatti per esempio: " dove era l'Es, l'Io dovrà avvenire ".
Molti psicoanalisti vollero leggere insomma un Das davanti a Ich, e di conseguenza intesero la frase come la raccomandazione di Freud a lavorare sull'Io in quanto apparato "oggettivo", e dunque a lavorare sulle sue funzioni e sull'insieme dei suoi meccanismi di difesa. Cosa questa che li ha portati poi a perfezionare tecniche di addestramento dell'Io, oltre che a spingere le loro analisi fino al limite delle psicoterapie cognitiviste, e finanche delle cosiddette neuroscienze, e cioè, come è stato detto, fino a quanto di più distante ci possa essere dalla psicoanalisi di Freud.

Lacan si oppose invece energicamente a questa deriva e restituì la frase al suo vero significato: fece notare che Freud non antepose a Ich l'articolo, e dunque che evidentemente Freud non si riferiva a "l'Io" come istanza o come funzione, bensì a "Io" come Soggetto. Non scrisse, Freud: "soll das Ich werden", ma: "soll Ich werden", cioè, traducendo in italiano, non scrisse: "dove era Es deve diventare l'Io", ma scrisse: " dove era l'Es deve giungere Io ". Il che cambia tutta la prospettiva del lavoro analitico: in quanto analisti non dobbiamo lavorare affinché l'Io si sostituisca all'Es, ma affinché il Soggetto arrivi a saper "riconoscere" l'Es, a " soggettivarsi " cioè sul proprio Es, sulle proprie pulsioni , in particolare sulla pulsione di morte , cercando di farci i conti alla men peggio.

Questa allora l'analisi freudiana, la psicoanalisi degli sviluppi freudiani, e non di quelli post-freudiani; questa la psicoanalisi vera e propria: l'analisi del Soggetto e del suo desiderio inconscio, e non quella dell'Io, delle sue funzioni e mirante al suo rafforzamento, in quanto l'analisi che conduce verso la salute è quella che permette al soggetto che soffre di potersi ricongiungere al proprio desiderio, di soggettivarsi sulle sue angosce e sui suoi sintomi , piuttosto che rafforzare un Io ancor più di quanto non lo sia già.
Quella psicoanalisi, dunque, dalla quale le correnti post freudiane si sono sempre più allontanate, e alla quale noi, in quanto analisti che si ispirano a Freud, dobbiamo invece ritornare.




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