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Se la psicoanalisi -forse- è solo per alcuni, lo psicoanalista sicuramente è per tutti Uno dei luoghi comuni che maggiormente imperversano oggi nel campo delle psicoterapie, e che presta molto il fianco ai detrattori della psicoanalisi, è che l’analisi sia particolarmente lunga e costosa, non per tutti dunque, e che presenti inoltre limiti e controindicazioni. In effetti la psicoanalisi che viene presa in considerazione per essere liquidata come non adatta alle esigenze prevalenti della maggior parte dei pazienti, è la cosiddetta psicoanalisi pura, quella canonica, come direttamente concepita da Freud. Di riflesso, conseguentemente, lo psicoanalista è visto come colui che esercita la psicoanalisi applicando rigidamente i canoni e gli standard previsti dalla Scuola. Oggi, invece, e grazie agli sviluppi della pratica psicoanalitica, possiamo dire che le cose non stanno propriamente così, perché, se è pur vero, da una parte, che la cosiddetta psicoanalisi pura, pur continuando a rivestire ovviamente una indubbia utilità e grande efficacia per molti, non è effettivamente proponibile o accessibile a tutti, dall’altra non è affatto detto che uno psicoanalista sia tale solo se esercita la psicoanalisi pura, e non sia piuttosto nella possibilità e nella libertà di proporre invece anche altro.

Lo psicoanalista non è il sacerdote sacro della psicoanalisi pura riservata a pochi eletti, ma è piuttosto colui che, essendo diventato analista grazie alla propria analisi –questa sì, si spera, pura- sappia quando e se è il caso di suggerirla e quando non sia invece il caso di proporre altro, cioè quella che viene comunemente indicata come psicoanalisi applicata, in quanto adattata e resa possibile alle diverse esigenze dei pazienti. Perché psicoanalisi applicata? Perché l’analista continua a pensarsi e a riconoscersi, comunque, non come colui che già sa tutto e quindi dispensa consigli a destra e a manca, ma come chi opera da una posizione di non-sapere non derogando né dal suo desiderio di ascoltare, né da ciò che gli compete, vale a dire la direzione della cura e non del paziente. L’analista vero è dunque quello che, senza derogare a mantenere l’assetto, la responsabilità e la direzione della cura, e senza, cedere alla tentazione di dispensare pareri e indicazioni di vita senza neanche conoscere il paziente, sa invece farsi strumento del paziente, sa come farsi usare da lui. Questa è la figura dell’analista, non certo quella di chi può riconoscersi analista solo se si identifica nei tecnicismi e nei dogmatismi teorici trasmessi dalla propria Scuola di riferimento. In altri termini oggi lo psicoanalista, quello vero, quello che si è effettivamente formato come tale, deve essere visto come un professionista in grado di porsi come una sorta di "oggetto d'uso" per chi si rivolge a lui a causa di un disagio o di una sofferenza psichica. Uno psicoanalista "oggetto" dunque, disponibile sul mercato, come si dice, e che si presta a degli usi molto distinti da ciò che è stato concepito come psicoanalisi vera e propria.

La psicoanalisi pura non è più così, che uno degli usi ai quali la psicoanalisi si presta. Per rivolgersi ad uno psicoanalista non è dunque importante sapere in anticipo se la natura del proprio disturbo sia indicato o meno per un trattamento psicoanalitico, basta sentire il bisogno di rivolgersi a qualcuno per saperne di più: lo psicoanalista è comunque la persona giusta per questo, perché la sua etica lo pone nella condizione di capire e proporre ciò che sarà più adatto a chi si rivolge a lui. Per questo possiamo dire che l’incontro con un analista, nel suo insieme, fa bene. Fa bene perché uno psicoanalista, questo "oggetto d'uso", è straordinariamente versatile, multifunzionale. In alcuni casi caso allenta le rigidità che costringono un paziente a vivere come sotto assedio continuo. In altri, in cui l’io è debole, preleva dalla storia che ascolta dal suo paziente qualcosa che consolidi un’organizzazione di personalità vivibile. Se il paziente è bloccato da certe convinzioni tormentanti, da pensieri ossessionanti o da fantasmi angoscianti riesce a rimettere in circolazione altro e ad articolare altre modalità, più sostenibili di pensieri e diemozioni, rendendo più fluidi pensieri ed emozioni. Se invece i pensieri non riescono a soffermarsi su nulla, vagando all'infinito su ogni genere di questione producendo soltanto ansia, apprensione e incertezze, l'analista dà dei punti di arresto, che daranno al paziente punti di certezza, di stabilità e dunque una struttura in grado di sostenerlo più stabilmente. In breve, lo psicoanalista sa essere oggetto, sa non volere nulla a priori per il bene dell’altro, sa essere senza pregiudizi rispetto al buon uso che si può fare di lui. Di conseguenza, allora, sfatando tanti pregiudizi e luoghi comuni sull'analisi che la vedrebbero come una terapia non adatta a tutti, se teniamo presente quanto abbiamo ricordato, non possiamo che accorgersi, in effetti, che l'ambito dei limiti e delle controindicazioni si assottiglia straordinariamente, al punto che la controindicazioni si decidono, più correttamente, non in anticipo, non a priori, ma di volta in volta e caso per caso.
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Spesso la gente, e purtroppo anche molti medici, confondono tra loro queste figure professionali, che invece sono diverse, anche se uno psichiatra o uno psicologo può essere anche psicoterapeuta o psicoanalista. Cerchiamo allora di fare un po’ di chiarezza.

Il  neurologo è il medico specializzato nella cura delle malattie del Sistema Nervoso, quelle malattie cioè che sono dovute ad alterazioni organiche del cervello e delle ramificazioni nervose, come per esempio l’ictus, il parkinson, la sclerosi a placche ecc., e non hanno nulla a che vedere con i disturbi psichici, come ansia, depressione ecc. La confusione è stata ingenerata anche dal fatto che talvolta espressioni come “nervoso” o “nervi”, quindi “sono nervoso”, “ho i nervi a pezzi” vengono riferite a disturbi psichici, a funzioni della mente, a stati emotivi, quando invece il termine nervoso andrebbe riservato solo al Sistema Nervoso, cioè al cervello e alle sue diramazioni. Il neurologo non ha dunque alcuna formazione e competenza per affrontare e curare i disturbi psichici, e rivolgersi al neurologo per curare uno stato di ansia, o un attacco di panico, o una condizione depressiva, o qualsiasi altra manifestazione emotiva che disturba, preoccupa, o non si comprende è come, né più né meno, chiamare il tecnico che ripara le televisioni se un programma televisivo non viene capito o ci ha disturbato.

Anche lo  psichiatra è un medico ma, a differenza del neurologo, non cura le malattie del cervello, bensì i disturbi della mente e quelli psichici. Lo psichiatra però li cura con un approccio medico, in senso sintomatico, vale a dire corregge con i farmaci i sintomi senza preoccuparsi tanto di capire come e perché esistono, o meglio dandone una spiegazione e una interpretazione chimica, vale a dire ancora una volta organica. Il cervello, per la psichiatria tradizionale, se pure non è malato come organo, è però alterato nelle sue funzioni e nella sua chimica e quindi lo psichiatra somministra sostanze chimiche, i farmaci, con l’intento di correggere la chimica del cervello. Il punto è che se la chimica è alterata lo è per delle ragioni che non sono nella chimica stessa, ma altrove, come per esempio nel modo attraverso cui il paziente vive la sua vita, le sue relazioni e nel modo con cui le interiorizza e le ricorda. Tanto per capirci, anche chi è innamorato presenta delle alterazioni chimiche del cervello in quel momento, come le presenta chi per esempio è triste e depresso perché ha perso una persona cara. Nessuno direbbe però che la perdita debba essere risolta mediante la somministrazione di un farmaco; con il farmaco si può migliorare la depressione, non elaborare la perdita.

Lo  psicologo invece non è un medico, è laureato in psicologia, ed è quel professionista che si occupa del funzionamento della psiche in generale, esplora ed esamina per esempio le capacità intellettive, le funzioni cognitive, studia le emozioni, le influenze degli stati d’animo sul pensiero, anche le capacità di affrontare situazioni difficili o di risolvere problemi. Studia aspetti umani importanti, come ad esempio la capacità di un soggetto di avere fiducia o i cosiddetti livelli di autostima. Dispone anche di tutta una serie di tests che lo aiutano appunto ad esplorare meglio (molte volte il solo colloquio anche ripetuto nel tempo non basta) tutte queste funzioni e anche gli stati inconsci della mente. Pratica cioè la cosiddetta psicodiagnostica. Ma la sua attività non si limita solo alla valutazione e alle diagnosi psichiche: lo psicologo può anche aiutare il cliente a migliorare le funzioni che esplora e dunque in un certo senso può aiutarlo ad essere più efficace, più produttivo e più capace nella vita e nelle proprie cose, e dunque anche a vivere meglio. Lo psicologo inoltre, se ha integrato la sua competenza con un’adeguata e specifica formazione, può esercitare legittimamente anche la psicoterapia secondo l’orientamento in cui si è formato e anche la psicoanalisi (che è una forma di psicoterapia) se si è adeguatamente formato in questo senso. In ogni caso però, per esercitare la psicoterapia, deve essere iscritto non solo nell’albo degli psicologi, ma anche in quello degli psicoterapeuti.

Lo  psicoterapeuta è chi, medico, psichiatra o psicologo, abbia affrontato un ulteriore percorso di studi e formativo -che in Italia è per lo più affidato a Istituti privati di formazione purché qualificati e accreditati dal Ministero dell’Università (MIUR)- che lo abbiano messo nelle condizioni di curare correttamente chi soffre di disturbi psichici, seguendo l’orientamento per cui si è formato. Il termine psicoterapeuta è infatti un po’ generico perché comprende figure di psicoterapeuti che seguono metodi di cura diversi. Per esempio, e solo per citare le figure più diffuse, esiste lo psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, lo psicoterapeuta della famiglia (relazionale) e lo psicoanalista (perché anche la psicoanalisi è una psicoterapia). Le figure sono diverse perché affrontano problemi diversi e in modo diverso.

Lo  psicoterapeuta cognitivo-comportamentale interviene sui sintomi e sui comportamenti con tecniche e strategie che mirano alla loro correzione senza preoccuparsi di capirne le ragioni profonde, perché si fonda sulla teoria che il sintomo coincide col disturbo, che ciò che appare è ciò che è, che non ci sono ragioni nascoste e altrove, dal momento che per questo orientamento i sintomi sono solo inceppi, vizi di funzionamento, guasti, che con certe manovre si possono eliminare, e dunque sparito il sintomo, sparito il problema. Purtroppo la clinica spesso dimostra che le cose non stanno in maniera così semplice perché in effetti sintomi sono per lo più segnale di qualcosa che non va a livello inconscio (che infatti il cognitivista non riconosce), e dunque i sintomi, se pure sotto l’effetto della pressione, della suggestione e delle tecniche dissuasive del cognitivista possono anche sparire (comunque non in tutti casi), dopo un po’ ritornano. Questo non toglie però che talvolta, soprattutto per tenere a bada sintomi particolarmente dolorosi o invalidanti, questo approccio, soprattutto nelle fasi iniziali, non sia utile, solo che non bisogna credere che possa dare una guarigione definitiva.

Lo  psicoterapeuta della famiglia invece interviene per lo più su tutta la famiglia, ne osserva il funzionamento e opera, anche in questo caso, attraverso strategie, formulando prescrizioni di comportamento, dando consigli. Può essere utile in quei casi di problematiche adolescenziali, di anoressia precoce, di conflitti familiari, in tutti quei casi cioè in cui il paziente è ancora molto collegato alle dinamiche della sua famiglia di appartenenza. Lo psicoanalista è invece lo psicoterapeuta che esercita la psicoanalisi, cioè quel metodo di cura che si propone di andare a comprendere e risolvere i problemi affrontandoli dal punto di vista delle cause, che sono per lo più inconsce. Essendo una terapia delle cause la psicoanalisi si è rivelata la psicoterapia di gran lunga più efficace, anche se ovviamente la più impegnativa.
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Che la psicoanalisi metta il paziente di fronte a delle verità insopportabili e dolorose è un vecchio luogo comune da sfatare e di cui si sono serviti e si servono ancora i suoi detrattori. Nella mia pratica ormai pluridecennale di psicoanalista nessuno dei pazienti che ho seguito, e seguo, (e che non sono pochi) ha mosso mai questo tipo di obiezione nel corso della sua analisi. L’analisi tuttavia si presta a questo genere di equivoco perché è una terapia che si propone di scoprire le cause del malessere, per poterlo più efficacemente curare.

Un’analisi ha senso e può proficuamente seguire il suo corso se chi soffre vuole guarire desiderando anche di sapere perché sta male, e desiderando non solo di essere liberato dai suoi sintomi, ma anche di sapere che significano e dunque desiderando di potersi liberare non solo dei sintomi, ma anche delle loro cause.

L’aspetto sorprendente è che in analisi non viene fuori il brutto del paziente, ma il bello, quel bello che il paziente non sapeva di avere. Certo non è il bello che ci propone la moda e la cultura del nostro tempo e che coincide con l’idea che il bello, e la salute, di un essere umano, consistano nel non avere nessun difetto e nessuna imperfezione, o di essere efficienti al cento per cento. E' proprio la pretesa di dover realizzare ad ogni costo modelli di perfezione e di efficienza che espone invece al malessere, soprattutto alla depressione, non potendo l’essere umano mai raggiungere e neanche avvicinarsi a tali ideali.

Il bello di noi che la psicoanalisi ci aiuta a scoprire, e la salute che ci restituisce, è che esiste un modo di essere tutto nostro, singolare, unico che rappresenta il nostro valore e non la nostra dannazione, come inconsciamente spesso siamo portati a credere.

In ogni caso, il procedere dell’analista, dell’analista vero e proprio, è un procedere cauto, capace di tenere conto delle ansie, delle paure e delle resistenze, che peraltro fanno parte di ogni processo terapeutico che sia efficace.

Le terapie possono essere sgradite, sembrare fastidiose, lunghe, noiose o farci paura, ma sono necessarie per riprendersi la salute perduta, quando è possibile. E infatti si affrontano solo se necessarie, utili e inevitabili al fine di stare meglio: l’analisi non fa eccezione a questi principi, perché l’analisi è una terapia. Sta poi al dottore saperla condurre in maniera tale che il paziente ne ricavi tutti i vantaggi e tutto il bene possibile, sempre che lo desideri.
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L’analisi deve la sua efficacia anche al fatto che il lavoro della cura procede all’interno di una relazione molto particolare, quella tra il paziente e l’analista; relazione che, se pure deve rimanere esclusivamente di tipo professionale, comporta però anche un legame.

Il paziente si “lega” al proprio analista, se non altro perché è la persona che si prende cura di lui con attenzione e rispetto, ed ascolta quanto di più intimo egli possa confidargli. Quindi non c’è da meravigliarsi se l’analista viene man mano vissuto come una figura sempre più importante, anche sul piano affettivo.

L’analista -e anche da questo si capisce se si tratta di un vero analista o di un impostore- sa come utilizzare, senza approfittarsene, la tendenza del paziente, e che è umana, a fare legame con chi a fini terapeutici si prende cura di lui.

L’analista è infatti prima di tutto una figura etica, un professionista cioè che sa come si ci comporta e come si deve stare con il paziente.

L’analista non sfrutta e non abusa della posizione di fiducia e di affidamento del suo paziente, e soprattutto, pur riconoscendo le dinamiche di legame, non favorisce la dipendenza, al contrario, sa bene che la sua funzione, perché parte integrante della cura, è quella piuttosto di aiutare il paziente a venire fuori da quelle dipendenze dagli altri, o dai suoi sintomi, o da comportamenti nocivi e che costituiscono magari proprio il motivo principale per cui si trova in analisi
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Nel corso dell’analisi il paziente riversa inconsciamente sul proprio analista emozioni, ansie, pulsioni, desideri, insomma un po’ di tutto quello che si porta dentro. E’ il fenomeno noto come transfert. È un fenomeno umano, esattamente come quella tendenza a fare legame di cui parliamo nella risposta precedente. Il paziente può anche avere la percezione di forti sentimenti di gratitudine e di affetto, addirittura di “amore” nei confronti del proprio analista. Anche questo è umano, e anche in questo caso l’analista, quello vero, è in grado di riconoscere questi movimenti affettivi ed è soprattutto in grado di sapere cosa e come fare per non approfittarne, ma, al contrario, per metterli al servizio della cura e indirizzarli utilmente ai fini terapeutici. L’analista non approfitta, mai, e in nessun caso, di quell’amore e di quella gratitudine che un paziente o una paziente può provare per lui.
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Tutte le cure, soprattutto quelle che si propongono di andare alla radice del problema, alle cause, hanno un loro tempo, e un loro costo.

L’analisi si propone di scoprire le cause che sono nella mente inconscia, per cui i tempi sono quelli dell’inconscio e non possono dunque essere prestabiliti dall’esterno e in modo standardizzato. I tempi sono soggettivi e l’analista è tenuto a rispettarli perché sono i tempi del paziente, non dell’analista.

È esperienza tuttavia di ogni analista che, se pure all’inizio un paziente può lamentarsi per la durata della cura (chiunque vuole guarire nel più breve tempo possibile), durante il corso della stessa egli potrà rendersi conto che l’efficacia del lavoro dipende anche dal fatto che i tempi sono tempi rispettati e non tempi imposti, e dunque si tratta un tempo ben speso. Anche per i costi economici possono valere le stesse considerazioni.

pazienti in analisi difficilmente si lamentano dei tempi e dei costi, anzi spesso riferiscono di essere riusciti nel tempo anche a organizzare meglio il proprio tempo e le proprie economie.
In ogni caso oggi il costo, da parte di molti analisti, viene sempre più stabilito, e commisurato, alle reali possibilità di ogni paziente che dovesse aver bisogno di un’analisi.

Oggi è proprio l’analisi che, considerata anche dal punto di vista del rapporto costi/benefici, risulta essere una terapia molto meno onerosa di quanto si pensi. Insomma non sempre, se davvero si vuole seriamente curare la propria salute, esistono scorciatoie e palliativi, per cui chi pretende miglioramenti rapidi, immediati, e definitivi ed è disposto a credere a chi disinvoltamente li promette, ebbene, forse l’analisi non fa per lui.
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Contrariamente a quanto si pensa la psicoanalisi non basa le sue indicazioni su questo o quel tipo di disturbo, ma vede nella posizione della persona nei confronti della sua sofferenza e della richiesta di aiuto la condizione fondamentale per la possibilità di intraprendere questo tipo di cura. Quello che conta per decidere se un'analisi è indicata non è tanto il sintomo, ciò di cui si soffre, ma la disponibilità soggettiva ad intraprendere o meno un lavoro di questo tipo. Certo, chi soffre di disturbi di tipo nevrotico, di ansia, di attacchi di panico, di depressioni non gravi, ma anche chi avverte insoddisfazioni nella vita personale o di relazione sembra generalmente più disposto ad un’analisi, mentre nel caso di disturbi del comportamento, nell’anoressia o in caso di sofferenze di tipo psicotico può essere più difficile intraprendere una cura analitica, o anche una psicoterapia in genere. Tuttavia, questa è una difficoltà spesso solo iniziale poiché non è raro constatare che analisi di pazienti inizialmente non molto disposti si rivelano invece in un secondo momento molto proficue e procedono senza molte resistenze, e viceversa analisi di chi all’inizio sembrava molto ben disposto possono poi rivelarsi anche molto difficoltose o arrivare addirittura in alcuni casi a interrompersi.

Insomma, le condizioni che favoriscono o sconsigliano un’analisi appartengono alla persona, più che al tipo di disturbo in sé e per sé. Per questo l’analista, anche se non sottovaluta mai sintomi e diagnosi, prende maggiormente in considerazione la persona in quanto tale, piuttosto che i soli sintomi, per capire se ci sono o meno le condizioni per proporre un’analisi.
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Sulla base della risposta precedente l’unica controindicazione vera all’analisi è la indisponibilità del paziente, soprattutto quando è inconscia e tenace.
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Può diventare psicoanalista un medico o uno psicologo che, dopo la laurea, abbia affrontato e sostenuto un percorso di studi e formativo particolarmente rigoroso e approfondito, presso un Istituto specializzato e accreditato per la formazione degli psicoanalisti.

In Italia questi Istituti sono privati e i tre particolarmente qualificati -oltre che per tradizione e riconosciuta autorevolezza nazionale e internazionale anche in quanto accreditati presso il Ministero dell’Università (MIUR)- sono quelli della Società Italiana di Psicoanalisi (SPI), della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica (SIPP) e la Scuola Lacaniana di Psicoanalisi (SLP). Questi Istituti garantiscono una formazione secondo gli standard e i criteri formativi stabiliti da Freud e dal patrimonio di esperienze cliniche e di ricerca degli psicoanalisti più autorevoli che si sono man mano succeduti. L’ammissione è a numero chiuso e il candidato deve superare più colloqui di selezione con psicoanalisti diversi.

Il percorso formativo consiste in un corso quadriennale di studi teorici, dell’obbligo di sottoporsi ad un’analisi personale della durata di almeno quattro anni e di discutere con analisti più esperti dei casi clinici che il candidato comincia a seguire personalmente.

Si tratta di un addestramento teorico e pratico, ma la peculiarità è data dall’obbligo di intraprendere un’analisi personale, perché diventare psicoanalista si basa sul presupposto che se si vuole curare gli altri occorre prima di tutto aver curato se stessi, proprio per evitare il rischio di trasferire sui pazienti, e senza saperlo, eventuali problematiche inconsce non sufficientemente curate e affrontate, e anche perché non si può conoscere veramente la mente dell’altro se non si è prima a conoscenza della
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Trovare l’analista giusto non è sempre facile anche perché gli analisti non amano farsi molta pubblicità. Il primo consiglio dunque è di non essere precipitosi e di non “buttarsi” col primo che capita, perché potrebbe non solo non essere bravo, ma addirittura non essere neanche un vero psicoanalista. Molti specialisti infatti, pur essendo laureati e anche psicoterapeuti, e pur definendosi psicoanalisti, in effetti non lo sono, almeno secondo quei parametri riportati nella risposta precedente; non hanno cioè svolto il training previsto o non si sono sottoposti ad un’analisi personale.

Si diminuiscono fortemente i rischi di incappare in un falso psicoanalista se si chiede il nominativo di qualche psicoanalista presente nella propria città direttamente a una delle tre Società psicoanalitiche indicate nella risposta precedente. In ogni caso è bene sapere che quando si è accolti in un vero studio psicoanalitico, dovremmo trovarci di fronte ad un professionista che non parla molto, che sin dall’inizio preferisce ascoltare, che non è direttivo e che si interessa non solo ai nostri sintomi, ma anche a noi in quanto persone, alla nostra storia, a quello che siamo, a quello che facciamo eccetera, e soprattutto, se gli chiediamo: dottore, ma cosa ho? Non risponde mai dicendo:lei ha questo, questo e questo, e deve fare questo, questo e questo. Perché ancora non può saperlo.

MOLTO IMPORTANTE E' DUNQUE CERCARE DI ACCORGERSI DEGLI IMPOSTORI E SMASCHERARLI
Infatti  in un tempo come il nostro in cui imperversa sempre di più l'arte del mentire, del far credere di essere quello che non si è, del dare fumo nell'occhio vendendo fumo, dell'ingannare tutti su tutto, delle truffe organizzate, non solo finanziarie e commerciali, ma anche di identità e di titoli professionali, il campo della pratica della psicoanalisi non poteva evidentemente rimanerne del tutto fuori, di non esserne toccato, lambito.Riscontriamo infatti una diffusione crescente di sedicenti psicoanalisti i quali, se pure possono esibire un titolo di "psicoterapeuta psicoanalitico", di fatto sono impostori perché mentono su altri titoli. Questo perché, in Italia, la legge che ha portato alla costituzione degli Albi degli psicoterapeuti, pensando di risolvere il fenomeno della psicoanalisi selvaggia e improvvisata, in effetti l'ha complicato in quanto, come purtroppo ci troviamo a dover constatare, sono invece proliferate scuole di formazione le quali, benché legittimate in termini di legge, di fatto hanno permesso percorsi formativi, almeno in ambito psicoanalitico, alquanto discutibili, tant'è che alcune, pur di avere iscritti, consentono il conseguimento del titolo di "psicoanalista" anche senza un'analisi personale, che invece è imprescindibile per diventare psicoanalisti. Assistiamo di conseguenza ad una sempre più diffusa presenza nel "mercato delle psicoterapie" di cosiddetti psicoanalisti i quali, se da una parte possono pure accampare il titolo di specialista in psicoterapia psicoanalitica valido a tutti gli effetti di legge, di fatto psicoanalisti non possono essere considerati, dal momento che, come sappiamo analisti si diventa attraverso un'analisi seria, rigorosa, che metta in condizione un soggetto di poter dimostrare di esserlo diventato effettivamente. Come? Non tanto attraverso l'esibizione dei titoli e dei certificati, non attraverso le carte, bensìattraverso la testimonianza di essere in grado di operare all'interno di un'etica che lo obbliga prima di tutto alla verità, e poi al rispetto dell'altro. Ora come può essere mai considerato psicoanalista colui che, anche se in grado di certificare una iscrizione ad un albo di psicoterapeuta, mente poi sui suoi titoli accademici e millanta appartenenze societarie fittizie? Per questo, visto che allora, purtroppo, il regime dell'impostura ha imparato ad occultarsi abilmente anche tra coloro che praticano la psicoanalisi,sarebbe bene che chiunque volesse intraprendere una cura psicoanalitica, prima di affidarsi a chiunque dichiari di essere "questo o quello", o di appartenere a questa o a quella Società psicoanalitica, verifichi l'esattezza e la veridicità di tali dichiarazioni, e se scopre che esse non corrispondono al vero, allora, se proprio non se la sente di denunciare l'impostore, almeno scappi a gambe levate, tenendo anche presente che l'impostore ha una prodigiosa capacità di sedurre, di affascinare, di ingannare, di illudere, di stregare, di rassicurare; di scoprire quello che il suo pubblico è pronto a credere ed è avido di sentirsi dire. Quindi tutt'altro, anzi il contrario, di uno psicoanalista!
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Anche questo è un luogo comune da sfatare.

L'analisi si rivolge al nostro Inconscio, perché è lì che ritroviamo quello che ci appartiene intimamente, dunque anche ciò che può farci soffrire, e  l'Inconscio "non ha età". Freud diceva che nel nostro inconscio non esiste lo scorrere del tempo, nel senso che l'inconscio funziona secondo il principio del "ritorno" di ciò che è stato vissuto e della "ripetizione" delle nostre modalità di essere. Dunque nell'inconscio è come se il passato ritornasse continuamente a costituirsi come presente.

Tuttavia questo non significa che l'età non conti, ma piuttosto che conta allo stesso modo con cui possono contare tutte le altre caratteristiche di una persona (cultura, istruzione, situazione economica, disponibilità di tempo ecc.) nel condizionare la sua posizione soggettiva nei confronti della disponibilità e della motivazione ad una terapia. Il fattore età può cioè essere un problema per il paziente, ma non un limite per l'analista, nel senso che un paziente può anche ritenere di non essere più in tempo per fare un'analisi, ma questo ha a che fare con il suo sistema di credenze e di pregiudizi personali, piuttosto che con la realtà clinica. In ogni caso le sedute preliminari servono anche a valutare questi aspetti, cioè il carattere pregiudiziale e spesso resistenziale di molte convizioni personali nei confronti dell'analisi.

Dal punto di vista della nostra esperienza clinica invece, oggi molte persone anziane, anche ultrasettantenni, sono in analisi: analisi che si rivelano anche molto proficue e che arrivano a rappresentare un importante aiuto a sostenere meglio le problematiche legate all'età. Non sono infrequenti invece casi di giovani molto poco disponibili ad affrontare con questo strumento le proprie angosce e i propri problemi, e le cui analisi si rivelano talvolta particolarmente difficoltose e purtroppo in qualche caso anche destinate ad interrompersi. Sono infatti spesso proprio i più giovani a pretendere soluzioni immediate, a differenza di molti anziani che invece si rivelano sempre più sorprendentemene capaci e desiderosi di curare attraverso l'analisi quello che non va. Ancora una volta in analisi tutto è soggettivo.
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